La Sella Ronda

Con questo suo nome dal riecheggiare un po’ ottocentesco un po’ ipermoderno, a metà tra un libretto per un’opera di Verdi o una lirica di Alfieri e lo pseudonimo di una star per teenager del raeggaeton latino-americano, la Sella Ronda indica il percorso circolare intorno all’imponente gruppo montuoso del Sella appunto. La figata assoluta consiste nel farlo con gli sci a piedi, grazie ad una rete di impianti e collegamenti sciicistici che oggettivamente non ha eguali nel mondo e che consente lo scollinamento di 4 passi di montagna e l’attraversamento di altrettante valli una più bella dell’altra. Per quest’ultima ragione è conosciuto anche come “giro dei 4 passi”, i quali sono da est verso ovest il Sella, il Pordoi, il Campolongo ed il Gardena mentre le valli attraversate sono la Val Gardena, la Val di Fassa, quella di Arabba con la Marmolada e la Val Badia. Nulla vieta di percorrere il Sella Ronda nel senso opposto ma avendoli fatti entrambi, vi consiglierei il primo dei due sensi di marcia, quello scelto da me in una assolata ma fredda giornata di Natale.

Soggiornando ad Ortisei, mi tocca prima risalire tutta la Val Gardena fino al paese più alto ovvero Selva ma niente paura: anche questo spostamento può essere eseguito con gli sci ai piedi : dal centro di Ortisei salite in cabinovia fino ai 2.500 metri del Seceda, che nelle giornate terse offre una visuale fantastica su tutte le Dolomiti ed in particolare sul Saslongda qui scendete lungo un’ampia pista assolata fino alla stazione del Col Raiser, da cui parte una ipermoderna funicolare sotterranea che sbuca a Santa Cristina ai piedi della pista olimpica cd “Saslong”. Se avete tempo ed il” pelo” di provare il brivido di lanciarvi su una delle piste più tecniche del circuito della Coppa del mondo di sci, fatelo, ma attenti perché le pendenze sono pesantuccie e bisogna saper sciare

Ad ogni modo, che decidiate o no di cimentarvi sulla Saslong, sta una comoda cabinovia che vi conduce sulla cima del Ciampinoi, incastrato tra la cima del Sassolungo ed il gruppo del Sella: da qui deviate seccamente a destra in direzione della cd “Città dei sassi” e sarete pronti per iniziare il Sella Ronda col superamento del primo passo

e passando vicino a bellissime cime, ci si tuffa poi nella valle seguente, quella cd “di Fassa”, la cui etimologia credo vada ricercata nel tipo di roccia che affonda qui, ovviamente la “dolomia” calcarea in gergo locale chiamata “Fassa”. Per la verità, non sarebbe certo ultroneo sostituire la prima A con un O e ribattezzarla “val di Fossa”, perché, almeno a vederla dall’alto, si mostra ombrosa e incassata ad U in mezzo ad altissime cime il tempo di arrivare a fondo-valle che subito un rapido impianto di risalita mi fionda di nuovo in alto sull’altro saliente montano: quello che scala il Pordoi. Già, il Pordoi

sono sicuro che il solo pronunciare di queste sei lettere evocherà negli appassionati di ciclismo l’immagine di epiche battaglie lungo quei tornanti insanguinati come l’erba di un campo di battaglia, duelli all’ultimo respiro tra i giganti della bicicletta. Ad ogni modo da questo Poggio di arrivo dell’impianto, appena più in alto del passo vero e proprio, la vista toglie il respiro ancor più dell’aria che quassù comincia a farsi rarefatta

ed il bello è che la panoramica è letteralmente a 360 gradi, nel senso che tutto intorno non vi è un cm di cielo che non sia tratteggiato da frastagliate vette di ineguagliata bellezza. Anche il versante orientale, quello opposto rispetto al passo, apre con uno squarcio sul gruppo della Marmolada, che si staglia dinanzi come un gigante omerico. Si, è questa la dimensione di queste montagne: sembrano giganti omerici nelle cui vene ci si infila come formichine con gli sci ai piedi. La Marmolada fa sentire davvero più piccolo di tutti e incunearsi in una sorta di suo ventre aperto chiamata Porta Vescovo fa sentire davvero davvero minuscoli tra l’altro la difficoltà delle piste che da qui precipitano giù verso Arabba è davvero consistente, anche perché l’unica pista più agevole è chiusa. e vi dico che scendere due “nere” di fila dalla Marmolada è bella tosta. Ad ogni modo, si arriva ad Arabba vivi e vegeti. Anche questo paese sembra vivere come un animaletto domestico al cospetto di un mastodontico padrone, la Marmolada ovviamente ma procedendo nella direzione esattamente opposta si va verso il terzo passo di Giornata, il Campolongo, un ometto mito e tarchiato a confronto della Amazzone guerriera ed oblunga che era la Marmolada. In effetti gli scenari sono più morbidi qui al Campolongo che, come il nome stesso lascia intuire, ha un aspetto più pianeggiante per essere un passo. Ne guadagna la vista che anche qui si apre su montagne bianche a perdita d’occhio, mentre alle spalle colpisce come il gruppo del Sella ora sia in posizione esattamente diametralmente opposta a quella iniziale, il che significa che siamo esattamente dall’altra parte rispetto al punto di partenza . Questo Campolongo, dove mi fermo a mangiare una schifezza di panino alla salsiccia tra l’altro) è il “dark side of the moon” della Val Gardena insomma. Le gambe sono ormai appesantite e il sole comincia a declinare, tirando giù con se anche le temperature. Resta da percorrere l’ultima valle, l’Alta Badia, con il suo capoluogo Corvara col suo bel campanile che pare quasi riprendere la forma della cima in alto. È anche quella la direzione da prendere, verso il terribile Col Fosco e poi il passo Gardena, per tornare al punto di partenza. Definivo terribile il Col Fosco perché come il nome lascia intuire non è che di sole ne veda tanto, inoltre il vento in prossimità dei passi si fa sempre sentire e qui in particolar modo. Erano tristemente note tra gli sciatori le ascese da Corvara a Col Fosco con dei lunghissimi ed anacronistici ski-lift, flagellati da un vento gelido. Oggi per l verità esiste una moderna cabinovia che risolve in parte il problema

e conduce verso le assolate vette della Val Gardena ma l’ultimo tratto è comunque da risalire su due seggiovie dove la temperatura fa segnare un -8 che al vento fa ancora meno. Ma ormai ci siamo: eccoci al passo Gardena ed allo incantato scenario del Denter Cepies : sotto si apre la Val Gardena ed io sento un po’ come “a casa” tanti chilometri con gli sci ai piedi in uno dei posti più belli del mondo, non certo a caso patrimonio Unesco

La fatal Verona, la rubiconda Bolzano

Un’ultima annotazione su Mantova colpevolmente omessa nella precedente “puntata”: se siete tra color che girano il mondo per cercare il sacro Graal, statv a casa, perlomeno nel senso di sovvermatevi meglio sul vostro paese di origine (supponendo che sia esso l’Italia). Si, perché pare che nella bellissima chiesa di Sant’Andrea in Mantova sia custodito in un vasetto il terriccio umido del sangue di Cristo trafitto dal colpo di lancia assestato dal soldato romano deputato all’esecuzione, tale Longino poi amaramente pentitosi della “puncicata” inferta al figlio di Dio tanto da redimersi al cristianesimo e divenirne un martire. Ad oggi, al netto di tesi inconferenti che collocano sto Sacro Graal su e giù per il pianeta, è questa la tesi storica maggiormente accreditata per rintracciare sto benedetto arnese e per la soluzione dello spinoso “affaire”

Detto questo, passiamo subito all’introduzione della prossima tappa, la splendida Verona Rispetto alla piccola Mantova, ha una connotazione più irrimediabilmente “metropolitana” , da intendersi tuttavia in senso non propriamente esteso. Da appassionato di geografia il primo dato che mi balza agli occhi è che la città sorga sulle rive dell’Adige, un fiume dal sapore irrimediabilmente alpino: insomma siamo ancora in pianura, in Padania, ma le montagne si intuiscono , si odorano già a Verona. Lo si annusa anche dagli effluvi dei suoi celebri vini dal gusto risulutamente più corposo di quelli di pianura. Marciando dalla stazione verso l’incantevole centro storico medievale, si balza subito di parecchi secoli indietro di fronte alla consistente Arena e dall’incontro con una ben visibile lupac testimonianze indefettibili di Roma. Poi si dipana il centro, con uno schema a raggiera; le antiche viuzze delle corporazioni e gilde medievali appaiono per la verità troppo ridisegnata a favore di un’opulenza molto consumistica di boutique che fanno la felicità di turisti giapponesi e russi: tra Prada, Zara, Gucci e compagnia cantata non ne manca una e non è che la cosa ovviamente aiuti a conservare un’atmosfera tipica. Ad ogni modo il quadro complessivo non è certo sgradevole e sospinti da una folla frottante di occhi a mandorla, un po’ come lemmings a rotta di collo verso il mare del Nord, ci si incammina quasi meccanicamente verso quello che pare essere il sito di visita obbligato di Verona (dove per la verità ho qualche perplessità a dirigermi. Lungo il percorso si fa comunque in tempo ad ammirare la bellissima Piazza delle Erbe di impianto originario credo romano e le magnifiche Arche scaligere in stile romanico- gotico mausoleo funebre di parecchi della famiglia qui reggente ai tempi della Golden age ovvero i Della Scala. Sta poi il bellissimo Palazzo della Ragione, nella cui corte è stato approntato un francamente troppo invasivo mercatino di Natale ma risulta a questo punto ormai inesorabile la visita alla tappa finale del pellegrinaggio dei lemmings del Sol Levante: la casa di Giulietta ovviamente esattamente come me la immaginavo: preda di un destino analogo alla Sirenetta di Copenhagen o la sala della Gioconda al Louvre, ovvero una sorta di ring di whresling dove dietro fotocamere e telefonini combattono con ferocia inusitata migliaia di occhi a mandorla, pronti anche all’applicazione del codice d’onore Bushido dei soldati del secondo conflitto mondiale pur di portare a casa lo scatto giusto. Evitabile.

Molto meglio deviare verso Castelvecchio e poi il borgo un po’ sonnolento di San Zeno, dove sorge la basilica del protettore della città, che però becco chiusa proprio da un’istante a proposito lo sapevate che tale San Zeno, a dispetto dell’aureola, è collocato da Dante Alighieri all’inferno nel girone degli accidiosi. E v’è di più: in questa balza infernale trovano alloggio altri suoi concittadini celebri come Alberto della Scala, addirittura già con un piede in quella fossa ancor prima di morire, ai tempi della prima stesura della Divina Commedia. Insomma parecchio accidiosi o meglio dire incazzosi sti veronesi a detta di Dante, e di certo non avrebbero trovato diverso alloggio post-mortem parecchi figuri postumi della celebre novella shakespereana del “Romeo e Giulietta”. Ah, badate bene che la prima stesura dell’opera non è di Shakespeare: la trama originale appartiene ad uno scorbutico signore di queste valli, tale Luigi dal Porto, un capitano di ventura del ‘500 che, dopo essere rimasto sfregiato in battaglia, appese la spada al chiodo per afferrare la penna da scrittore, serrato nel suo castello vicentino ed in odio frontale col mondo intero. Il mestiere delle armi porta strascichi imprevedibili insomma….

Ma veniamo alla seconda tappa di questa intensa giornata: un’ora scarsa di treno risalendo il corso dell’Adige in valli che si fanno sempre più strette e rigonfie di neve, fino ad arrivare alla sua confluenza con l’Isarco, ove sorge Bolzano

Ecco una città che saprà sorprendervi e non poco. Sono sicuro la immaginerete sobria e sornione, algido avamposto germanico per qualche coincidenza caduto nei nostri confini: nulla di tutto questo. Bolzano pullula di una vitalità tutta propria , un multiculturalismo singolare dettato da motivi contingenti che ne hanno fatto tappa obbligata di tanti incroci culturali. Da qui è passata la Mitteleuropa dei caffè, cui pare consacrato il bellissimo albergo nel quale alloggio in magnificente “jugenstil” ovvero l’art noveau declinata al tedesco ma prima ancora da Bolzano sono passati per forza di cose decine di eserciti di varie casacche e tanti mercanti: figurarsi che la lingua endemica di certe valli qua intorno, il ladino, è una combinazione di dialetto sei mercanti genovesi e catalani con l’altoatesino: a leggerlo si intuisce chiaramente questo multicolore pedigree, a sentirlo parlare… beh se capite anche una sola parola avete tutta la mia stima. A proposito di lingue, è celebre il bilinguismo di questa zona di Italia, o trilinguismo a volerci mettere anche il succitato ladino a fianco all’italiano e al tedesco: vi dico che a girare per Bolzano, sembrerà di poter affermare che in città viga un deca-linguismo o dodeca-linguismo, non saprei esattamente. La florida industria del turismo invernale delle valli circostanti attrae un numero esponenziale di forza- lavoro in gran parte meridionale , cosicché per le strade è un susseguirsi di dialetti siciliani, pugliesi, napoletani, frammistati al tedesco dei valligiani con quella loro strana pronuncia un po’ fischiata che pare il verso di un merlo. E tutti bevono e bevono nei una volta tanto belli mercatini di Natale si, di solito sti mercatini di Natale mi annoiano e a parte il vin brûlé che peraltro non amo, non mi viene in mente niente da poter comprare manco per sbaglio delle cianfrusaglie generalmente in vendita. Ma qui a Bolzano sono davvero belli, nella piazza delle Erbe come in quella centrale, piazza Walther ove faccio amicizia intorno ad un tavolino esterno con due rubicondi camionisti tirolesi, il cui livello di simpatia aumenta esponenzialmente quando mi rivelano il loro odio viscerale per Salvini e la rovina economica assoluta che una politica di allontanamento dall’Europa (che qui dista 30 minuti di camion) segnerebbe per le loro attività. Ma poi si ritorna nel magnifico albergo in jugendstil, dove è in programma per la edulcorata aristocrazia mitteleuropea locale un scatenato concerto gospel che tracima nel blues e nel soul Forte da morire questa Bolzano, e la cosa più bella vista l’indomani ancora non ve l’ho detta ….

Mantua me genuit

Come molti di voi già sapranno, questo è il verso iniziale di un celebre epitaffio, un’iscrizione funebre apposta su un tomba esposta peraltro proprio a Napoli. Parliamo ovviamente del poeta latino Virgilio. Secondo la leggenda, essa fu dettata dallo stesso Virgilio in punto di morte, circostanza a rigor di logica piuttosto dubbia scorrendo poi il testo (un breve componimento poetico nella forma del distico elegiaco) perché, se è pur vero che il Sommo al momento di tirare le cuoia potesse certo ricordare il luogo ove è nato (“Mantua me genuit”) e intuire quello dove stesso morendo (“Calabri rapuere” ad indicare il Salento, all’epoca chiamato Calabria), appare oggettivamente improbabile che potesse poi conoscere il luogo della sua futura sepoltura (“tenet Parthènope” ovvero Napoli). Ad ogni modo, possiamo per ora considerare l’incontestabile dato iniziale: Virgilio era nato a Mantova, ad Andes per l’esattezza sobborgo rurale alle porte della città.

Della cittadina secondo la geografia dell’epoca “cisalpina”, Virgilio è certamente il figlio più celebre ma, venendo qui, ho presto scoperto che un numero sorprendente di persone e cose celebri sono nate a Mantova: un po’ tutti i Gonzaga come era facile intuire ma anche il pilota Nuvolari e il centravanti “Bonimba” Boninsegna, il buffone di corte Rigoletto cantato poi da Verdi, la torta “sbrisolona” che ultimamente fa furore un po’ ovunque e pure il vecchio zabaione ,un tempo usato come ricostituente d’amore prima dell’avvento della pillola blu. Finanche il Capilupi che da nome al discusso nosocomio caprese dovrebbe aver avuto natali mantovani, ma andiamo avanti.

Mantova si presenta subito benissimo dall’albergo intitolato ai Gonzaga er affacciato proprio su piazza Sordello. Sto Sordello pare fosse un troubadour del 13esimo secolo, nato da queste parti e poi seppellito a Napoli, esattamente come Virgilio. Insomma, se a Mantova fate poesia poi vi atterrano a Napoli…non male! Per la verità mi piace già il viaggio in treno per arrivarci a Mantova, con una sgangherata linea regionale (anzi interregionale) che si dirama a Modena dalla via Emilia per addentrarsi nella Padania più profonda, quella di casolari dediti all’allevamento di maiali (è la zona con la più alta concentrazione di zootecnia al mondo) e tanta tanta nebbia. Si passa il po e alcuni luoghi di battaglia più volte ripetute nella storia, come Curtatone da cui passarono i Lanzechenecchi per andare a saccheggiare Roma su “soffiata” del Gonzaga ma dove secoli dopo anche l’esercito piemontese prese una bella scoppola dagli austriaci nei primi tentativi di fare l’Italia. E alla fine di un pianoro che più piatto non si può appare Mantova, utopia rinascimentale. Sarà la nebbia che va e viene o il Mincio che la cinge come un pitone ma si respira un’aria sospesa ipnotica in queste vie umidissime

L’attenzione viene subito polarizzata dal Palazzo Ducale che appare e scompare dalle nebbie, testa macrocefala di una piccola signoria che seppe regalarsi onori e splendori degni di un satrapo orientale. Il primo dei Gonzaga, Ludovico, aveva infatti ben chiaro che il prestigio di una famiglia dell’epoca passasse dalla fama dei pittori capaci di arruolare alla propria corte, e così tentó e riuscì nel “colpaccio” di quello che all’epoca era l’artista più in voga presso i suoi coetanei: più ancora che Leonardo o Michelangelo, nel Rinascimento splendeva la stella di Andrea Mantegna La Camera degli sposi all’interno di Palazzo Ducale vale da se un viaggio.

Il Palazzo risulta poi adornato di altre bellissime stanze, tante e tutte decorate con stucchi di pregevole fattura, ove splende la “stellina” di Bartolomeo Fetti, genio mancato per via della salute cagionevole che lo stroncó a soli 32 anniecco la bellissima sala dello Zodiaco.

Attraversando poi tutto il corso principale si arriva a quella che fu la Versailles mantovana dei Gonzaga, Palazzo Te, reggia del nipote di Ludovico, l’eccentrico Federico che ivi seppe far forma alle sue pulsioni e la sua frenesia sessuale che si dice smodata; o per meglio dire, trovó in Giulio Romano un architetto capace di dar forma ad esse sarebbe meglio vedere Palazzo Te in un giorno di sole vista la sottesa esuberanza che lo domina e lo fece apprezzare anche a D’Annunzio, uno “porcellino” quanto il Gonzaga. Figurarsi che l’animale simbolo del palazzo è il ramarro, visto come simbolo di imperturbabilità dinanzi alle passioni, l’esatto opposto del Gonzaga che infatti vicino al lucertolome fece scrivere “quod huic deest me torquet” (ciò che a lui manca a me tormenta) con allusione alla sua favorita Federica Boschetti con cui pare che trombavano in ognuna delle 300 stanze chissà se anche nella bellissima sala dei giganti che raffigura appunto la battaglia tra questi e gli dei dell’Olimpo

E poi sta la cucina mantovana: imperdibili i ravioli alla zucca direi, e anche la polenta in abbinamento ai funghi e lo stracotto . Il posto suggerito è ovviamente questo che da essere esattamente ciò che il nome lascia immaginare: un posto carnale.

Insomma mi è piaciuta molto Mantova, scrigno di utopie nascoste e delicate

Il mestiere delle armi – Prologo

Il tema di fondo di questo breve diario di viaggio emerge da un ‘idea in itinere, nel senso che strada facendo ho rintracciato quello che può essere un minimo comune denominatore ai vari posti che visiterò a cavallo di questo Natale ovvero Mantova, Verona, Bolzano per poi trascorrere qualche giorno tra le innevate cime della Val Gardena. A pensarci bene tutti questi luoghi si legano non solo a significative battaglie nel corso dei secoli ma a qualcosa di più specifico emerso in esse: l’impiego di particolari armi utilizzate, tale da indirizzare le sorti dello scontro e conferire un ricordo particolare agli armigeri impegnati. Sulla scorta di questo retaggio, ho deciso di chiamare questo diario di viaggio “Il mestiere delle armi”, piccolo omaggio anche al grande regista Ermanno Olmi che ci ha da poco lasciati.

Il suo omonimo film del 2001 ricostruisce le ultime vicende terrene di un capitano di ventura cinquecentesco di particolare coraggio e virtù, tale Giovanni dei Medici noto anche come “Giovanni dalle Bande nere” per la pratica, adottata da lui e le sue truppe, di annerirsi col fuoco le armature al fine di poter assaltare anche di notte. Una sorta di antesignana del ‘Cinquecento della tuta mimetica, eppure non sarà questa l’arma a risultar fatale al nostro bel Giovanni e a segnarne il destino: il film infatti ricostruisce gli esiti di un conflitto intervenuto nel 1526 tra una terribile e folta soldataglia di mercenari, nota col famigerato nome di Lanzechenecchi e calata in Italia col dichiarato intento di saccheggiare Roma, ed il debole e raccogliticcio esercito pontificio che prova a sbarrargli il passo, con a capo il nostro valente Giovannino.

Il coraggio di quest’ultimo unito alla sua sagacia militare (che punta ad una tattica di logoramento e guerriglia ai danni dell’assai numericamente superiore avversario) vengono al fine sbaragliati da un duplice tradimento: quello dei signori di Ferrara, gli Estensi, che in cambio di un matrimonio di interesse vendono all’esercito lanzichenecco dei micidiali pezzi d’artigliera, del modello cd “falconetto”, che feriranno proprio Giovanni ad una gamba, nonché del tradimento del Duca di Mantova, Federico II di Gonzaga, che per evitare una guerra sui suoi territori lascia transitare sul Po l’armata lanzechenecca attraverso la cd “porta di Curtatone”, permettendo così l’aggiramento delle truppe pontificie e aprendo ad esse la strada verso Roma, che verrà difatti messa a ferro e fuoco dai nuovi Vandali germanici. Il film col suo ritmo lento e introspettivo si concentra per tutta la seconda parte sulla malattia di Giovanni, ferito e costretto ad accettare il ricovero presso la corte del suo principale traditore, il Gonzaga, fino alla morte sopraggiunta per gangrena. Le lunghe scene girate tra Palazzo Ducale e quello cd Te, immerse in una nebbia ipnotica, somigliano, nella cura dei dettagli come i volti e i costumi o le scale cromatiche, a degli affreschi del Mantegna o tele del Tiziano e da molto tempo mi fanno sognare di visitare questa città, Mantova, sede di una dinastia tra le più magnificenti e al tempo stesso discusse del Rinascimento: i Gonzaga. È giunto dunque il tempo di colmare questa lacuna, indicando come tappa di partenza del viaggio la splendida Mantova.

L’orizzonte perduto- Giorno 27 – fine viaggio: The Monkey temple

Ad un certo punto di questa incredibile avventura doveva pur arrivare la parola fine ed eccola qua. Diciamo che è un finale che si colora di un aspetto molto intimo e che quindi tengo in massima parte per me. Ad ogni modo mi rimane certo qualcosa da raccontare e su cui tirare le somme

Sono ormai sfinito e vado avanti quasi meccanicamente per inerzia; giunto alla sommità di quel monte cd Swayambhunath, consacrato alle scimmie che vi abitano e lo governano con solennità ed avidità mi sarebbe naturale guardare oltre, a rimirare all’orizzonte apparire le eterne montagne tra cui dovrebbe far capolino Sua Maestà l’Everest. Io faccio una cosa di segno opposto e mai fatta nel mese precedente: mi volto indietro. Su da quella collina vedo risalire un gorgo di storie ed emozioni davvero troppo grande da controllare ed ordinare. Rivedo le sontuose piramidi del Angkor Wat e gli inguardabili grattacieli di Pattaya, i pipistrelli saltare fuori a milioni da una grotta ed i coccodrilli da un fiume, le cadute nel Mekong e le scalate sui monti himalayani, le pagaiate in kayak al ritmo di numeri prima detto in arabo e poi in ebreo, i doganieri da corrompere e i mercanti con cui contrattare, gli amici incontrati, le facce, le storie, le strade impossibili da percorrere e pure percorse. La pioggia sempre in testa ed i piedi sempre ricoperto di fango, ora anche martoriati dai morsi delle sanguisughe, ma incredibilmente e con una certa faciloneria che spero non mi presenti il conto, quest’ultimo mi pare un dettaglio trascurabile. Ed ora sono qua, con un pensiero che da quel primo giorno mi ha accompagnato

Mio zio Umberto era nato il 22 maggio del 1952 ed a soli due anni, nel 1954, aveva contratto una pericolosa malattia che aveva mietuto tante innocenti vittime tra i bambini del suo tempo, detta difterite. Lui fu uno dei pochi a superarla ed al risveglio da una febbre fortissima, credo più simile ad un coma, arrivó per pura coincidenza un annuncio speciale fatto alla radio o meglio fu la Domenica del Corriere a farlo

gli italiani avevano conquistato il k2. Si, proprio così, sulla seconda montagna della terra erano arrivati dei cenciosi ma irriducibili italiani, un risultato straordinario per un paese che usciva martoriato e devastato da una guerra disastrosa e cercava un riscatto umano ancora prima che economico. Una piccola spedizione di italiani aveva domato quel gigante bianco.

Noi italiani siamo un popolo di esploratori straordinari quando ci ricordiamo di esserlo. Pezzi interi del mondo sono stati scoperti da italiani. L’America fu scoperta da Colombo e poi si chiama così perché prende nome da un altro italiano, Amerigo Vespucci ma la lista è lunga

Le modalità e le circostanze di quella spedizione alimenteranno dubbi e polemiche per decenni. In particolare pare che due dei tre componenti, Lacedelli e Compagnoni, avessero ad un certo punto provato a sbarazzarsi del più giovane ed in forma della brigata, Bonatti, al fine di arrogarsi un merito che altrimenti non sarebbe toccato a loro. Cosa successe davvero in quella epica spedizione è tutt’ora non chiarito, ad ogni modo essa costituiva il primo ricordo di infanzia di mio zio che sovente ne parlava ed aveva perciò maturato una passione durata una vita per le montagne, quelle eterne come il K2 o l’Everest, una cui dettagliata foto-mappa è tutt’ora esposta nella cucina della sua casa dove ora io vivo .

Nelle giornate chiare è possibile vedere quelle montagne dalla cima di questo più piccolo monte ove sorge un tempio ed uno stupa sacri che richiamano pellegrini e monaci in preghiera dagli angoli più remoti del Tibet, come quello a cui chiedo una benedizione e a cui faccio un personale prezioso dono. Oggi il cielo è coperto e le montagne non si vedono ma prima o poi si aprirà , e l’Orizzonte perduto finirà per ritrovarsi, per andarsi a scolpire su quelle montagne eterne che ci guardano e proteggono

In memory of Umberto Federico , 22 maggio 1952 – 26 marzo 2018

L’orizzonte perduto – Giorno 26 : Ai piedi dell’Annapurna

Con questo suo nome vagamente napulegno e comaresco che fa pensare a qualche qualche relazione extraconiugale sanguigna e trombereccia consumata per sopra i Quartieri e immortalata in qualche strofa neomelodica del sommo Gigi, l’Annapurna è invece un massiccio montuoso che raduna dentro se cime tra le più alte del mondo. Cioè, non “giocano” nell’Annapurna i due Top player veri e propri, i Ronaldo e Messi dell’altitudine ovvero l’Everest e il K2, ubicati rispettivamente poco più a est il primo e parecchio più a ovest nel Karakorum il secondo, ma stanno ad ogni modo qui un “ottomila”, 8 cime sopra i settemila e ben tredici sopra i seimila. Se si considera che la cima più alta d’Europa è il Monte Bianco coi suoi 4810m, ci si rende subito conto che la “cantera” dell’Himalaya è di un altro livello proprio. Ed in questa “superligue”, come dicevano, l’Annapurna sta messo bene.

Per quanto mi riguarda non ho intenzione di scalarlo, anche perché sarebbe come se un Gestapo Facci o un Braccobaldo Murgita (ve li ricordate ?) avessero l’ambizione di giocare nei galacticos, tanto per restare in ambito calcistico, ma vorrei limitarmi ad arrivare ai suoi piedi, fare un trekking partendo dallo splendido lago glaciale e giungendo fin sulla cima del Sarangkot che, “nell’umiltà” dei suoi 3600-3700 metri di quota, ne permette una nitida contemplazione nelle giornate limpide. Eh, le giornate limpide ecco il primo degli ostacoli: di sti tempi e col monsone a palla capitano come i cartellini gialli a uno della Juve nelle partite-scudetto.

Ad ogni modo mi muovo di buon ora giù dal Chitwan, per un altro ben viaggio della fortuna in senso inverso fino a Mugling, dove tre giorni prima avevo concluso il rafting. I 34 km che dalle pianure alluvionali del Chitwan risalgono sulla bocca dell’altopiano himalayano sono come già detto uno spettacolo assoluto a guardarsi anche solo dal finestrino di uno sgangherato autobus davvero una di quelle strade che ti fa respirare emozione ed adrenalina sono stanco, sporco e sfinito coi piedi martoriati dalle sanguisughe ma cazzo, sto risalendo dalla giungla su fino ai piedi dell’Annapurna: “come on , Palillo enjoy, qua una o due volta nella vita ci capiti” continuo a ripetermi. dopo il bivio a Mugling la strada devia verso ovest in maniera secca mentre verso est corre l’unica via di accesso a Katmandu. Ma io sono diretto a Pokhara quindi ovest! Il paesaggio muta e torna a essere più tipicamente himalayano con risaie che si inerpicano fin dove è possibile, verso l’infinito di cime che paiono stare sulla Luna per quanto sono alte ed ecco alla fine Pokhara col suo famoso lago, uno degli spot turistici più famosi del Nepal: in esso e nelle sue acque cristalline si riflettono tutte le cime dell’Annapurna nelle giornate terse. Eh appunto, le giornate terse ….“if my grandpa had five balls, then i was supposed to be a flipper” – come dicono a Kensington. Non smettere di piovere un minuto che sia uno e la presenza delle sovrastanti come resta solo intuibile ma non visibile. Sembra di stare a scuola nel cambio di ora quando gli alunni si agitano e sbattono un po’ ma sapendo che da un momento all’altro può arrivare. Ecco, il prof. in questione si chiama Machapuchariche è della squadra dell’Annapurna ed è la magica cima che sovrasta proprio Pokhara. Ricordo di essere riuscito a vederlo un attimo la mia prima volta qui tredici anni fa, poco prima del tramonto, mentre ero con mio zio, che salutó l’apparizione con un’imprecazione assai colorita di rimando ai Santi Penati protettori “Ma chillo è o’Machapuchari, all’anema i chi te stramuo…!!!” In effetti lo spettacolo era straordinario. Ricordo anche una città diversa quella di Pokhara: allora era una romantica cittadina in riva al lago gravata tuttavia dalla guerra civile e che la rendeva un bersaglio sensibile ai mortai dei ribelli maoisti per via del palazzo reale (attuale non antico) posto proprio in riva al lago. Oggi ha conosciuto la pace ma anche uno sviluppo edilizio eccessivo che hanno alterato troppo l’impianto originario e lo spirito. Riesco tuttavia a ritrovare uno squisito ristorante tibetano, gestito da un signore rifugiato qui attraverso le montagne per via delle persecuzioni cinesi contro questo popolo inerme. Non voglio nemmeno soffermarmi sulla miseria del dibattito che in Italia ha assunto la parola “rifugiato”, mi limito a far presente che anche il Nepal è pieno di rifugiati tibetani ed al ricordo ancora di mio zio che diceva di come quell’uomo forte gli incutesse reverenza e rispetto, di come ce lo vedesse su una montagna innevata a farti da sherpa. Tredici anni dopo è un po’ invecchiato ma ancora lì con i suoi calzari tipici a servire la specialità tibetana per eccellenza, quei ravioli detti “momo ” da poter guarnire con carne di bufalo o erbe e formaggio di yak mi ritiro nel mio albergo che in teoria riserverebbe una splendida visuale sulle montagne e fiducioso attendo un segnale dal cielo che nel dormiveglia dell’alba in verità arriva: mi appare per un secondo il Machapuchari e anche se non faccio in tempo ad acchiapparlo in foto, mi scaravento giù dal letto e a rotta di collo salgo sul Sarangkot a provare di rimirare l’alba. Lungo il cammino la situazione meteo pare migliorare Ma è un bluff ….giunto in cima, sta una nebbia tale che non riuscirei a vedermi il cazzo mentre piscio, figuriamoci l’Annapurna. E poi il freddo, la pioggia: sto per rassegnarmi a trascorrere gli ultimi giorni a fondovalle nella tranquillità ma sento di dover esaudire una missione. E mi sovviene che ho da giocare una carta, una brasilianata diciamo. Non per fare il buffone ma la mia conoscenza della geografia è considerevole e allora una giocata posso farla, un posto c’è ma per raggiungerlo devo giocare il bonus…..Diciamo che il mio “amico da casa” come in qualche fortunato show televisivo ha un nome che incute timore, c’è chi dice che non esiste o se dovesse esistere è meglio non andarlo a scocciare. Ma io sono il Palillo: non ho mica paura dello Yeti! e andiamo va, alea iacta est!