A come Atlante: Ani

Oggi vi parlo di una città che per la verità non è più tale, nel senso che è ridotta ad un ammasso di rovine ma dal fascino incredibile: Ani. Situata proprio sulla linea di confine tra Turchia e Armenia, la città-fantasma di Ani pare fluttuare nell’aria sopra uno sconfinato pianoro verde e tutto pare fermo ad un minuto dopo l’invasione che la ridusse così, quella dei Mongoli capitanati dal feroce Tamerlano nel 1235 d.C. Per darne una descrizione, riprendo la pagina del diario “il Vello d’oro” che scrisse allorquando toccai questo sito, in un bellissimo viaggio dall’Italia fino al Caucaso sulla scia del cammino degli Argonauti. E’ una pagina piena di errori ed impressioni del momento, come è giusto che sia un diario di viaggio scritto a caldo, che lascio inalterata per mantenere più vivida l’emozione del momento che la visita del luogo suscita. La stessa foto-copertina di questo blog è scattata proprio li, ad Ani, antica capitale del regno Urartu

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“Giorno 15
La cosa che mi pare più assurda di questo assurdo luogo ove mi trovo sono i cartelli stradali. Si, avete letto bene, i cartelli stradali. Davvero, quando si è qui, assuefatti a questo spazio sconfinato e agorafobico, in questa steppa senza fine che ti assorbe e sovrasta, finisce per apparire poco credibile che un cartello possa indicare che da qualche parte li, da una qualsiasi parte, possa trovarsi una città, un qualcosa ove stanno gli uomini. Pochi chilometri fuori dall’abitato di Kars ci troviamo di nuovo immersi e sovrastati da questa lunare pianura immersa in una luce lattiginosa che stordisce, un nulla senza soluzione di continuità. La compagnia comprende una coppia di inglesi ricercatori presso l’università di Oxford, e una giapponesina anche ella ricercatrice in campo gastronomico del raro sushi turco, nel senso che il pesce lo prende la sera dal portiere di notte della locanda, nella stanza giusto di fianco alla mia, tra lancianti urla che fanno pensare più ad uno smembramento anatomico che ad un amplesso. Vi è poi un giovane autista improvvisato, con scarsa previggenza del futuro, visto che dopo una decina di km restiamo a secco, fermi senza benzina. Per quel che mi pare, il tipo che dovrebbe arrivare da chissà dove con la tanica di carburante potrebbe anche chiamarsi Godot, e noi essere diventati per incanto i protagonisti dell’opera di Beckett fermi li a aspettarlo per l’eternita’ in questo luogo informe e spaventoso. Stormì di corvi oscurano il sole in quanto di più vicino ricordi alla fine del mondo. Ad un tratto avvistiamo appunto un cartello, recita “Ani 43 km”. No dai e’ uno scherzo, volete farci credere che a 43 km esiste qualcosa oltre questo nulla? In effetti di un piccolo scherzo un po’si tratta: Ani e’ il Nulla, scritto con la maiuscola. Forse già il nome, inteso come plurale di ani può fare pensare ad un luogo di deiezione della materia, ormai morta e informe ma atta a rigenararsi sottoterra. L’arrivo ad Ani lascia senza fiato: alla fine di uno sterminato pianoro appaiono possenti mura ciclopiche affrescate e adorne di giganteschi bastioni cilindrici. Ma varcata la porta, sulla quale è effigiato un leone caucasico ( ne vivevano qui), si pone il problema: oltre quelle mura c’è solo il Nulla. Case crollate, colonne infrante, chiese e moschee bruciate.
Ani era la capitale del mitico regno Urartu, fiorente e potente città posta sulla via della Seta, che contava 10.000 abitanti intorno all’anno mille ( un’enormita’ per quei tempi) e che gareggiava in potenza addirittura con Costantinopoli, situata quasi duemila km ad ovest. Dello splendore e della vestigia di Ani sono piene le cronache del tempo. Ma un evento inatteso e terribile mina le fondamenta del suo potere: un cataclisma di eccezionale portata la distrugge quasi completamente e la rende debole ai suoi molti nemici, dai Persiani ai rozzi Cimmeri fino alla nascente stella di Coatantinopoli. Ma Ani si riprende presto:la sua posizione strategica sulla via della seta, prima dei deserti dell’odierno Iran e a sud del selvaggio e intransitabile Caucaso la rendono una sosta irrinunciabile per i mercanti in viaggio sulla direttrice est- ovest. Ma un nuovo evento, assai più imprevedibile e terribile persino di un terremoto, attende Ani. E’un invasione mongola, orde spietate di guerrieri a cavallo che si abbattono sulla città. E’ Tamerlano in persona, il Gran Khan, a comandare l’ordalia. Nessuno sopravvive ad essa, della mitica capitale Urartu restano solo macerie e morte.
E’da ritenere che per i popoli che si imbatterono in essi, l’arrivo dei Mongoli ebbe un impatto analogo ad un’invasione aliena. I Mongoli sono uno scherzo della Storia, non sono un comune esercito invasore, sono una sorta di meteorite impazzito che intorno al 1200 colpisce l’Europa e l’Asia minore incenerendoli. Cronache del tempo narrano di interi villaggi rasi al suolo nel tempo di una notte, in uno spazio geografico compreso tra la Finlandia e Israele. Si narra di diavoli a cavallo capaci di muoversi nelle tenebre e in assoluto silenzio.. I Mongoli dispongono di formidabili arcieri a cavallo, chiamati mi pare Mandugai, innovazione assoluta nella arte militare, capaci di travolgere qualsiasi statica linea di difesa. Si narra che i Mongoli a cavallo sappiano fare tutto, anche dormire e fare l’amore. Hanno un aspetto strano e mostruoso, non si lavano e emanano un terribile odore equino. I Mongoli non fanno prigionieri, non vi hanno interesse, sono nomadi e vivono di saccheggio. Gli uomini delle città conquistate vengono uccisi, le donne orrendamente mutilate e deportate, costrette ad una filiazione forzata come vacche da monta per fornire nuovi soldati. Non edificano città, sono un popolo in movimento. E’ancora un segreto invidiato a tutt’oggi dai migliori strateghi militari capire come un intero popolo abbia potuto percorrere una distanza si decine di migliaia di km e travolgere centinaia di eserciti senza incappare in una sola sconfitta. I Mandugai mongoli straripano nelle pianure della Rumelia, tracimano in Anatolia, deflagrano in Pannonia, l’odierna Ungheria. Ormai sono alle porte di Vienna. Contro di loro l’Europa secolarmente divisa in guerre fratricide trova uno dei rari suoi momenti di unione. Molti km più a est l’Impero cinese erige la più grande opera mai realizzata dall’essere umano, la Muraglia cinese, nel tentativo peraltro vano di arginare le orde mongole.
660 anni dopo il passaggio dell’orda distruttrice, Ani e’ ferma a 5 minuti dopo il passaggio dei Mongoli. Visitare Ani e’un’esperienza che vale un viaggio, anche se andasse fatto dal l’angolo più remoto del pianeta o anche dalla Luna, da cui si vede pure la Muraglia cinese costruita per fermare i Mongoli. Ad Ani si sta sospesi in un limbo immaginario, si galleggia tra macerie che sembrano odoreare ancora di incendi e sangue, e si sta impauriti: si ha l’impressione che dal fiume in fondo alla gola o dalla sterminata steppa possano comparire da un momento all’altro i Mandugai mongoli, e magari farti fare la stessa fine dell’ultimo re Urartu di Ani, che fu cosparso di miele e lasciato li a essere mangiato dagli insetti….nondimeno al di la della barbarie, e’un vero peccato sprecare del miele così! Si’ perché il miele di queste parti e di eccezionale bontà, tra i piu pregiati al mondo, forse perche imbevuto del sangue del povero re di Ani chissà . Ani & honey, un binomio magico. Nel pomeriggio, tornato a Kars ci aggiungo sopra pure un bel hammam e la sera un pasticcio di carne melanzane e peperoni, mi pare si chiami Astakalipi, che lo farebbe diventare duro pure a Lele Mora. Mi regalo pure un’ultima cosa: sono solito pensare spesso ad un luogo immaginario, la Fortezza Bastiani ove è ambientato il “deserto dei Tartari” di Buzzati. Ci penso perché mi rapisce con la mente e ne vado alla ricerca per il mondo. Smetterò di farlo: l’ho trovata! La rocca di Kars domina questa sterminata steppa, e li stettero a lungo i soldati russi, anche molto dopo la fine della prima guerra mondiale, ad aspettare gli Ottomani che però non arrivarono mai. Non arrivarono perché l’impero ottomano non esisteva più….
Io penso che quando torno in Italia dovrò farmi per una settimana di fila lunghe camminate a piedi nella zona di Gianturco, tra la zona industriale e Barra, oppure mettermi a fare jogging intorno al perimetro dell’Italsider di Bagnoli, magari la mattina presto quando la luce del sole bagna le ciminiere dandogli quella sfumatura color marrone merda. Poi dovrò mangiare mattina e sera al Mac donald ed ascoltare a palla cd di Tiziano Ferro: in qualche modo devo lavare via questa overdose di bellezza, smaltire questa sbornie di meraviglie che sto vivendo in questa fantastica avventura. E la cosa forte e’che, come canta quel tamarro di Ligabue, il meglio deve ancora venire!”

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