A come Atlante: Belize

Il giorno del Giudizio Universale, se dovesse mai presentarsi, sarà per gli abitanti del Belize un giorno come tutti gli altri, perchè il Paradiso loro lo hanno già conosciuto in Terra.

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Sì, vi sarà capitato spesso di pensare ad un paradiso tropicale fatto di dolci spiagge ammantate che degradano verso l’orizzonte, amache che ciondolano da palme  e mangrovie su cui stare appollaiati disperdendo ben presto ola nozione del tempo, pesci colorati che sguazzano tra la barriera corallina come in un mondo alieno, e ovunque rilassatezza, evasione. E’ uno scenario della nostra immagine piuttosto usuale e contrabbandato su decine di brochure turistiche. Maldive, Thailandia, Messico, Caraibi….Ma il Belize li straccia tutti: se questa è la vostra immagine del paradiso, allora cercate sulla mappa dove è il Belize e prenotate il primo aereo. Anzi vi aiuto io a trovarlo sulla cartina, così fate prima:

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prendete lo Yucatan ma lasciate perdere la parte più nota di esso, quella occupata dal Messico e ormai più inflazionata di una lattina di Coca-cola, coi suoi grattacieli e i suoi resort di plastica, il suo turismo dozzinale e rumoroso. Qui l’unico rumore percepibile è quello delle fregate e degli aironi che si librano nel cielo fino a oscurare il sole. Il paese prendeva il nome di Honduras britannico fino a pochi decenni orsono ed era infatti una colonia del Regno Unito: una certa impronta è ancora assai visibile nella parte continentale, con i cottage in legno e altri dettagli dall’aria molto british. Poi ci sono le isole del Belize, i cosiddetti caye: striscie di sabbia tenute su dalle radici di mangrovie che sembrano pedane galleggianti disegnate da qualche divinità in un giorno di buonumore. A proteggerle la barriera corallina, seconda per dimensioni solo a quella australiana e a detta di molti assai più bella, un trionfo della natura con pesci, squali, razze e manati,  grossi mammiferi simili a trichechi ma paciosi e sereni come il resto degli esseri viventi qui.

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Questo che vedete qui è il monumento naturale più famoso del Belize, il Blue Hole, un misterioso “buco” che si apre a un certo punto dell’Oceano Atlantico e sprofonda giù per km negli abissi. Ci si può immergere e nuotare dentro, se non si ha troppa paura degli squali.

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No shoes, no shirt…..no problem” e’ lo slogan che campeggia un po ovunque in Belize ma dovrà essere stato pensato proprio qui a Caye Caulker. Si perché su questa esile striscia di sabbia strappata all’oceano la vita scorre davvero a ritmi dolci. Si registra innanzitutto l’assenza dei due componenti che personalmente più detesto ovvero il cemento e l’asfalto: le strade sono di sabbia e non vi sono automobili, quanto alle case sono per la gran parte in legno, e abitate da gente con un perenne sorriso che ti avverte che finirai come desco per gli squali se solo ti azzarderai a trasportare qui le tue preoccupazioni della città.
Tutta questa zona del Belize, come già detto trova la presenza di queste minute striscie di sabbia ricoperte di palme e mangrovie a fungere anche da collante, chiamate Cayes. Solo alcuni di essi sono abitabili e ciò è possibile solo grazie alla presenza del reef, la barriera corallina che funge da flangiflutti per le gigantesche onde oceaniche le quali altrimenti spazzerebbero via in un battito di ciglia questi isolotti passando da parte a parte. Si tratta cmq di ecosistemi molto delicati ed e’ probabile che l’innalazamento del livello dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci finirà per colpire proprio qui, dopo che già ha reso praticamente impossibile la vita in diverse aree del Pacifico.
Caye Caulker fu fondata da pirati inglesi nel 18esimo secolo, i quali si nascondevano tra questi banchi assai insidiosi alla navigazione per poi colpire i galeoni spagnoli carichi d’oro che salpavano dalle coste del vicino Messico. L’atmosfera picaresca e’ in effetti tangibile ancora oggi e ad un certo punto della storia sono sbarcati da galeoni naufragati sul reef anche schiavi africani, che, restituiti ad una inattesa libertà, hanno colonizzato l’isola. I loro discendenti, ragazzoni robusti in ottima salute e per lo più rasta, sono oggi l’oggetto del desiderio di disinibite turiste nord-americane, che la sera un po’ alticce, anzi parecchio più di un po, si fiondano su sti tronchi d’albero come api sul miele. Una volta questa fetta diciamo di mercato era appannaggio del maschio italiano o per lo meno latino, poi con sta sfaccimma di globalizzazione sono emersi nuovi scenari; vabbuo, se lo piangono i ventenni di oggi insomma.

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Un altro famoso Caye beliziano è San Pedro, quello della hit “la isla bonita” di Madonna, probabile decana e pionera delle torme di tardone americane di cui parlavo poc’anzi: ma è presumibile che la popolarità del tormentone pop abbia portato nocumento al post, che in effetti risolta troppo cementificato e rumoroso, almeno a confronto con altri paradisi come Half Moon Bay, Turneffe Atoll e la stess Caye Caulker

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Al di la della fotografia, avevo ben altro da rinvenire come desco laggiù: aragoste e granchi appena recapitti sulla spiaggia la mattina da un tizio con la barca che solevo chiamare il “pusher, visto l’effetto dopante che quel cibo afrodisiaco aveva su di me, che finì ben presto col trangugiare aragoste pure a colazione.

Sì, il Belize è un paradiso

 

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