A come Atlante: Botswana

Già, il Botswana:

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questo paese dal nome assai esotico e che al solo pronunciarsi rimanda a luoghi lontani ed inospitali, tanto che sovente lo si usa come iperbole per indicare una provenienza improbabile o balorda- “ma da dove vieni? Dal Botswana??”. In realtà difficilmente vi capiterà di incontrare qualcuno che da li in effetti provenga, giacchè i suoi abitanti sono molto scarsi, poco più di un milione e mezzo , meno della proncincia di Napoli pr intenderci, su una superficie estesa quanto Germania e Francia messe insieme.  Il Botswana vanta infatti il primato di paese al mondo con la densità di abitanti per km/q più bassa la mondo: 2,3  (per fare un raffronto, basti pensare che la stessa zona di Napoli ha una densità di circa 4.000 persone per km quadrato!). Rischierete di soffrire di solitudine insomma in Botswana oppure troverete la libertà che avete sempre agognato, a voi la scelta.

 Kalahari Desert - Image credit: kerdowney.com

La ragione di tanta “solitudine” risiede ovviamente nel clima, decisamente arido ed inospitale, occupato per un buon 90% dal Kalahari, in lingua boscimane “Kalahagdar”, Terra della Sete: un deserto di dimensioni sconfinate e condizioni pressochè proibitive per la gran parte degli esseri umani. Distinguevo “la gran parte” dalla “totalità” degli uomini perché, invero, qualcuno della nostra razza in grado di abitare in luoghi così ostili ci sta ancora: si tratta dei cd Boscimani, traduzione dell’inglese “bushmen”, uomini del bush insomma, la vegetazione di rovi e cespugli tipica del Kalahari (che infatti solo in una piccola zona centrale assume la conformazione tipica del deserto sabbioso con le classiche dune). Risultati immagini per bushmen

Incontrare questo popolo, tra i primi ad apparire sulla Terra, è stata una delle esperienze che più mi ha colmato il cuore di gioia ed anche di tristezza, se ripenso alle condizioni sofferenti e di assoluta marginalità in cui vivono. Ecco un estratto del mio diario di viaggio “Tropico del Capricorno”, redatto a caldo durante la avventurosa visita ad una comunità di Boscimani: ”

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono

“Lasciamo la civiltà moderna in uno dei suoi esempi deteriori, un postaccio fatto di baracche che poi sarebbe la terza città del Botswana ed è chiamato Ghanzi, parola che in lingua indigena significa “mosche”, chissà come mai. Segue per una settantina di km una pista di sabbia, nella quale però qualcosa va storto: si rompe l’asse del rimorchio che abbiamo dietro la jeep e dobbiamo lasciarlo li con una delle due guide indigene a sorvegliarlo. Resterà lì tutta la notte.L’altro ci accompagna fino al villaggio dei boscimani, da raggiungere necessariamente prima de tramonto, poi torna indietro con l’idea di recuperare il rimorchio e il collega, ma anche lui non farà ritorno. Siamo soli tra i boscimani, senza zaini, tende, sacchi a pelo e provviste, tutte cose rimaste nel rimorchio impantanato. In poco più di mezz’ora l’intero nostro bagaglio di tecnologia e conoscenza occidentale fatto di macchine fotografiche, carte di credito, transazioni e ammennicoli vari si azzera di fronte alla millenaria sapienza boscimane. Basta che il sole tramonti e la temperatura precipiti come uno Stuka a gradi vicini allo zero per metterci completamente in ginocchio dinanzi a loro a supplicarli di accoglierci e accendere il fuoco con la pietra focaia. Io in bermuda ed espadrillas sono il primo a crollare, ne seguirà una notte molto difficile in una tenda di fortuna con solo una bellissima stuoia di vimini datami dai nativi ma in cambio della quale avrei preferito un piumone di merda della Standa.
Ma queste sono le cose brutte, poi ci stanno quelle belle, cioè loro, the People of the Sun. Il nome di Bush- men, da cui l’italianizzazione “boscimani” ha infatti una valenza dispregiativa e razzista per loro. Sono bellissimi, hanno tratti somatici che sembrano avere levigata in viso tutta la storia dell’umanità, e in effetti l’etnia San (questa volta scritto con la a) e’ una delle più antiche di cui sii ha traccia . Come gli indiani d’America hanno nomi mutuati dagli animali circostanti, così che il vecchio capovillaggio si chiama Tartaruga, il suo apprendista Struzzo che fugge , la moglie Antilope e così via. Li ascoltiamo estasiati dinanzi al fuoco, dipendiamo da loro come bambini dalla madre, come scaldare l’acqua, ove posizionare le tende in un posto pieno di serpenti velenosi. La saggezza di Capo Tartarugs si appalesa ad ogni sillaba, Struzzo che fugge, l’unico a parlare inglese, ci ripete che tutto quello che loro hanno proviene solo dal Bush circostante: il Bush e’ la loro casa, la loro sorgente, la loro riserva di caccia, il loro ospedale, la loro culla e la loro tomba.
Gli storici e i sociologi collocano intorno a seimila anni fa il passaggio di quasi tutte le culture dallo schema cacciatore -raccoglitore a quello allevatore- coltivatore: anche il testo sacro della Bibbia, databile a quella epoca, riprende secondo alcuni nella metafora di Caino e Abele la lotta tra l’uomo cacciatore e quello allevatore – coltivatore , con la vittoria del secondo impersonato da Abele. I Boscimani sono invece rimasti cacciatori- raccoglitori: non rinchiudono gli animali ne coltivano la terra ma cacciano e usano bacche e radici per curarsi. Ma solo una lettura miope e monocorde della storia può vedere in ciò una mancata evoluzione. Struzzo che fugge riesce a capire dallo sterco di un animale dove esso è localizzato, se ha già bevuto o è diretto alla pozza per abbeverarsi. Il Capo Tartaruga si congeda da me che gli facevo mille domande con una frase che ricorderò finché campo: “nel mio mondo io so che solo il leone e il serpente possono farmi del male ma io non li temo, perché li conosco. Nel vostro mondo invece ci sono invece migliaia di cose che
possono farmi del male, ma sono cose che purtroppo io non conosco. Ma il problema , amico mio, e’ che neanche voi stessi le conoscete.”

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Ecco anche un link ad un video che ritrae La Gente del Sole ballare intorno al fuoco

La danza dello struzzo

Ad ogni modo, il Botswana è sì tanto deserto ma riesce ad essere anche molto altro e qualcosa di molto diverso: nella regione settentrionale, a confine con Namibia e Zimbawne, esiste uno dei luoghi più incredibili e singolari al mondo, il Delta dell’Okawango.

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Come potete facilmente constatare, di deserto qu se ne intravede poco e l’elemento predominante è un altro, l’acqua come in ogni delta. Ma i delta solitamente si trovano laddove il fiume sfocia nel mare, e il Botswana non ha sbocchi sul mare. E allora? e allora succede che questo gigantesco fuoco, che nasce in Angola e attraversa la Namibia, muore nel bel mezzo del Nullla del Kalahari, a migliaia di km dal mare, dando luogo ad uno degli ecosistemi più irripetibili che esistano al mondo: una sorta di palude estesa quanto il Belgio ove prolifera una vita impossibile a pensarsi solo pochi km oltre, ove regna il Kalahari.

Sognavo sin da bambino di recarmi un giorno nel Delta dell’Okawango, un bel giorno ci sono riuscito

okawango1

Anche in questo caso preferisco affidare al ricordo alle pagine del diario redatte in quei giorni magicid i acqua e fuoco

“Giorno 11
I vascelli inglesi che solcavano gli oceani nel diciassettesimo e diciottesimo secolo alla ricerca di nuove terre da esplorare annoveravano a bordo un’eterogenea composizione di uomini e figure professionali: vi erano ovviamente marinai ufficiali e ciurma, vi erano poi soldati ed emissari diplomatici incaricati di trattare coi dignitari nativi per conto di Sua Maestà, e vi era poi, caso peculiare delle navi inglesi, una vera e propria equipe di scienziati al seguito: biologi chiamati a censire le nuove specie animali, antropologi incaricati di studiare le nuove popolazioni incontrate, geologi, ingegneri minerari e altri. Ma una figura assolutamente peculiare e irripetibile era quella rappresentata dagli assaggiatori: si, assaggiatori ma non di vino o dello scadente rhum di bordo bensì di acqua: l’acqua del mare, che dovevano bere non appena la nave gettava l’ancora su una terra sconosciuta, al fine di stabilirne il livello di salinità o meglio di dolcezza e riuscire più o meno a stabilire la vicinanza o meno di un fiume d’acqua dolce e quindi potabile.
Dubito che tale affascinante figura professionale abbia mai potuto prosperare in Botswana ai tempi in cui David Livingstone la esploro’ per primo battezzando la Beciuania: la presenza di “assaggiatori” e’ da escludere perché in Botswana il mare non c’è ma in generale e’ proprio l’acqua ad essere assente, il maestoso Kalahari occupa circa il 90% del territorio. Vi è tuttavia una robusta e vibrante eccezione alla Terra della Sete: dalla vicina Angola un possente fiume ivi chiamato Kubango scende a sud tagliando il Caprivi Strip namibiano ove prede il nome di Kavango, raccoglie a se le acque di molti fiumi circostanti fino a entrare in Beciuania e sfidare il gigante Kalahari. Acqua azzurra contro sabbia rovente, una sfida tra elementi primordiali che ammette un solo vincitore, ed è il Kalahari: il pur possente fiume non riuscirà’ mai a raggiungere il mare e a liberarsi delle spire di sabbia del gigantesco deserto, nel quale va a prosciugarsi e morire. Ma prima di soccombere, il fiume ora detto dai locali Okavango esala un ultimo rantolo, come un titano omerico morente che scaglia il suo ultimo masso: la mole d’acqua prima di prosciugarsi da origine ad un ecosistema paludoso unico al mondo, il più grande delta interno (ovvero lontano dal mare esistente), una inestricabile giungla di papiri, mangrovie bambù, coccodrilli, ippopotami e uccelli di ogni sorta: il delta dell’Okawango.
E’ un posto che sogno di vedere da quando sono bambino ed eccomi diretto li, quasi non ci credo! Ci separano da esso ancora altri 400km di “green Kalahari”, che percorriamo in jeep e dove l’unica presenza umana e’ data da due posti di blocco della zelante polizia dello Botswana, che ci perquisisce entrambe le volte da capo a piedi. Ma non sono insospettiti dalla presenza di armi, droga o preziosi, no: cercano carne. Si, la carne bovina, di cui il Botswana e’ un grosso esportatore mondiale. Tale vendita ai mercati europei di ane costituisce la voce pressoché unica del Pil locale (insieme ai diamanti, la cui estrazione però è gestita unicamente da olandesi) ed è quindi spasmodica l’attenzione dei governanti locali per le mandrie e gli allevatori. Ma dai tempi della mucca pazza in poi l’Europa esige la tracciabilita’ e una vasta garanzia sanitaria sulla carne, cosicché 5 anni fa un’epidemia di peste bovina incenerì’ l’economia del paese: i politici locali, una giunta di militari di estrema destra, attribuirono la colpa agli stranieri untori della peste, ed ecco spiegati i controlli a tappeto sulla nostra jeep alla ricerca della eventuale carne appestata. Ci aprono e sezionano i sandwich con le dita, li analizzano, poi, appreso che si tratta solo di pollo, veniamo scagionati e ci vengono reincartati e restituiti i panini……ci mancava solo che dicessero “buon appetito ragazzi!”: dopo averli aperti e ispezionati con le mani, che se li mangiassero loro sti panini di merda!
La vivisezione dei panini non è cmq l’unica ne la peggiore anomalia ingenerata dalla sfruttamento intensivo dei pascoli. Gli allevatori boeri sottraggono la terra ai nativi per destinarla ai pascoli. Da sempre a ben vedere gli allevatori sono il braccio armato e sporco dei pionieri: pensate al far west e ai cowboy, nella iconografia cinematografica non erano loro forse a cacciare indietro gli indiani? Lo schema di conquista dei nuovi spazi e’ proprio quello di cui parla il filosofo Karl Schmitt: occupare/ ripartire/ recintare. Qui il recintare ingenera un disastro del tutto peculiare : se e’ vero che dal recinto non scappano le vacche, poi e’ altrettanto vero che così restano bloccati anche leoni, antilopi, bufali e gnu che dovrebbero migrare per migliaia di km.
Cmq dove andiamo noi, non ci arriva l’Uomo Bianco coi suoi allevamenti: in quella selva inestricabile di giunchi e papiri e liane ci abitano solo i Kavango, i river- people.
Li raggiungiamo a tarda sera, con le stelle che si specchiano una ad una nella laguna, ma siamo ancora del tutto ignari dello spettacolo incredibile che la luce del giuro ci riserverà l’indomani.”

okawango

Una volta nella vita, forse due, capita ai più fortunati tra gli uomini di andare in Botswana: io sono stato tra quelli

 

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