Le montagne maledette. Giorno 1- Da Tirana a Scutari

In una ipotetica, lugubre hit parade dei dittatori psicopatici, Enver Hoxha, “presidente” dell’Albania dal dopoguerra fino alla sua morte avvenuta nel 1985, occuperebbe un posto nella top five. Era uno di quelli davvero brutti, disturbati e disturbanti, il pionere forse di quel modello cd di “psicocrazia” che trova un fulgido epigono oggi in quel tizio della Corea del Nord: per decenni il minuscolo stato albanese e’ rimasto confinato in un isolamento paranoico col mondo esterno, persino con quello dei suoi teorici alleati dell’ ex mondo sovietico. Tre generazioni di albanesi hanno convissuto con le sue magnifiche ossessioni, tra cui figurava quella classica a queste latitudine di pensiero di essere accerchiati e in guerra con il resto del mondo; in ragione di cio’ il leader supremo andava predisponendo brillanti misure per contrastare l’imminente invasione del Nemico alle porte: le strade di confine, quelle che avrebbe teoricamente dovuto percorrere l’invasore, venivano ciclicamente distrutte e ricostruite secondo un nuovo percorso al fine di depistarlo: ancora Hoxha riteneva che il Nemico non avrebbe esitato a scatenare una guerra atomica per conquistare l’Albania quindi l’intero territorio e’ stato disseminato di un milione e mezzo di fantomatici bunker anti-atomici, uno a famiglia, in cemento armato pesantissimo e impossibile a rimuoversi tant’e’ che ancora oggi infestano campagne, spiaggie e montagne. Tuttavia col tempo i volitivi albanese hanno imparato a usare questi obbrobri come nidi d’amore per le giovani coppie o come atelier  d’arte improvvisati.

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La tanto attesa invasione non si e’ mai ovviamente consumata ma invece delle bombe atomiche o dei tank nemici e’ arrivata la sottile arma della tv, in particolare quella italiana: Ambra di “Non e’ la Rai” o il festival di Sanremo hanno avuto un impatto destabilizzante su questa societa’ piu’ di ogni altra super-arma nemica, e il regime e’ crollato miseramente come meritava alla fine degli anni ’90 con la folla che abbatteva le onnipresenti statue del dittatore

Questo era Enver Hoxha e Tirana e’ ovviamente la sua figlia aberrante, il Minotauro partorito dalla sua follia: la povera citta’ e’ martoriata da una psicotica architettura inneggiante ad una tronitruante grandeur, con piazze ed edifici squadrati e spropositati. Il livello piu’ alto in tal senso lo si tocca con il mausoleo funebre ritratto in copertina, edificato a forma di piramide moderna sulla scia, guarda un po’, dei faraoni egizi….

Ad ogni modo la citta’ disvela un’anima e un sottobosco ridenti e vitali, come nel carattere dei suoi abitanti, facile a cogliersi negli animati mercati di impronta ottomana

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Dicevo dei suoi abitanti: si, davvero il top. Avevo gia’ avuto modo di cogliere la estrema giovialita’ e cortesia di questo popolo entro i suoi confini nei miei due precedenti viaggi qui, l’impressione e’ rafforzata a questo giro, dove tra l’altro fraternizzo con gente estremamente colta anche se eccessivamente logorroica. Becco prima un organizzatore di tour lungo la via Egnatia, la via romana che conduce fino a Costantinopoli, che mi sbircia mentre sto aggiornando il blog e mi riempie di nozioni, poi e’ la volta di un simpatico tizio poliglotta e autodidatta, che sul bus da Tirana a Scutari, comincia (e non smettera’ per tre lunghe ore) a illustrarmi tutte le questioni inerenti le differenti etnie albanesi e la concitata storia del paese, centrale a molte vicende anche di profilo europeo. Ma sul “furgon” a questo punto scatta la “disturbata”: anche il resto degli occupanti e’ interessato a conoscere l’ospite e prendono a tempestarmi di domande. Circa il 70% degli albanesi e pressoche’ tutta la gioventu’ parla correntemente l’italiano ed e’ ben contenta di esercitarlo ora: la cosa singolare e’ che ognuno lo fa nel dialetto della zona d’Italia dove ha soggiornato, per cui ho al mio fianco un tizio che parla in dialetto stretto delle valli bergamasche, una ragazza risponde in pugliese, sta un altro che parla torinese come Gianduia Vettorello, non mancano due “napoletani’ e pare davvero una puntata di “Mai dire Goal”. La cosa assume poi una deriva davvero comica quando i locali prendono a scimmiottare persino le stupidaggini con cui infarciamo noi italiani i nostri i discorsi: cosi’ il “bergamasco” prende a dare della terrona alla “pugliese”, i napoletani rispondono col campionario sulla Padania nebbiosa e il Regno delle Due Sicilie invaso dal terrorista Garibaldi etc. Il poliglotta prova ad lazare il tiro della conversazione citando l’episodio della comunita’ albanese che aiuto’ Garibaldi sollevandosi contro il Re di Napoli (episodio storicamente verificato) ma ormai la situazione e’ degenerata e i toni della discussione salgono……Non mi resta che giocare l’aiuto da casa e chiamare: chiedere all’autista di mettere un cd di quello che a queste latitudini e’ l’unificatore di ogni Italia, il Pontefice pacificatore Adriano Celentano. Due minuti dopo stanno tutti cantando con me “Svalutation”. Davvero una giocata da fuoriclasse.

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E cosi’ giungo a Scutari, seconda citta’ del paese e capoluogo della cultura Ghega e della lingua detta “tosco”. Bella cittadina sulle sponde di un lago paludoso che pullula di buonissime anguille.

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Quella in foto e’ la rocca veneziana di Rozafa, dove sgorga un’acqua lattiginosa che si crede sia il latte della ninfa Teuta, salita qua per chiedere agli dei di poter avere un figlio, desiderio esaudito dopo essersi dissetata qui. Ancora oggi le giovani spose di Scutari salgono fin sulla rocca a bere l’acqua miracolosa nell’augurio di poter divenire madri.

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