La terra bruciata

Oggi mi sono recato in un comune dell’area vesuviana, il cui nome preferisco omettere per rispetto alla gente che vi vive, ma non sto qui a raccontarlo per farmi bello o per farmi compiangere, giacché sono per una ordinaria vicenda di lavoro e tra due ore sarò di ritorno a Capri, magari in barca o in qualche altro bellissimo luogo figuriamoci. Più che altro, colpisce lo scandire del tempo: due ore, forse anche meno,  e una manciata di km e miglia marine separano due realtà antipodiche: da una sorta di Eden ovattato di profumi ed effluvi floreali ad un Golgota ove l’aria è talmente acre e rigonfia di miasmi da irritare gli occhi e la gola, da alberghi da 500€ a notte perennemente pieni a palazzine ove la gente tiene le serrande sbarrate anche sotto i 35 gradi della canicola pomeridiana nello sforzo invano di arginare la coltre tossica, da turiste bellissime di ogni nazionalità che fanno jogging in riva al mare a madri che trascinano di corsa i figli sull’asfalto con un fazzoletto sul viso per metterli al sicuro, come nella Sarajevo o nella Beirut assediate dai cecchini, sotto il volteggio dei Canadair il cui rombo è salutato dagli abitanti come quello degli aeroplani alleati nel ’43

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Ma è chiaro che i motivi e le origini di una tale discrepanza, pur su uno stesso così piccolo territorio, affondano in ragioni di ordine diverso, su cui non è poi così utile oggi indagare.

Credevo di vedere il monte annerito e impestato da decine di carcasse di alberi, non è così, la coltre di fumo è talmente spessa che avvolge tutto in un’aria giallastra, la cui natura potenzialmente tossica è difficile a valutarsi: cosa altro sta bruciando lassù insieme al bosco, nessuno lo sa e in parecchi provano a immaginarselo. In una banale metafora mutuata da stereotipi da curva calcistica verrebbe da dirsi che oggi il Vesuvio somiglia alla Padania. Ancora quell’odore acre e pungente mi ha riportato alla mente qualche epilogo di manifestazioni contestatarie giovanili, con la polizia che subissava di lacrimogeni i manifestanti; ma, a ripensarci oggi, a confronto della situazione attuale quelle atmosfere non mi paiono molto più che un giochino per studenti annoiati. Qui il paese è reale. Colpisce anche il latrare continuo dei cani, assordante, ogni cane sembra abbaiare all’impazzata nella percezione dello scempio e della folle equazione inversa venutasi a realizzare: il vulcano che distrugge e rigenera distrutto e riarso da mano altrui, lo Sterminator Vesevo aggredito e sterminato dall’uomo.

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Il fine di tale Leviatano è di chiara evidenza. Non ho quasi alcun dubbio che tra 20 o 30 anni quelle pendici che oggi paiono delle annerite balze dantesche saranno irte e rigonfie delle tozze e brutte palazzine che già infestano la pianura. Ovviamente spero di sbagliarmi e qualcuno potrebbe farmi notare la severa previsione normativa vigente su casi del genere, che conosco. Nondimeno conosco però certe logiche e certi temi, e già immagino discorsi di indignazione  e lodevoli iniziative nell’immediato, poi magari un giorno lontano, un giorno qualunque arriverà un mediocre politico spinto a coorte da palazzinari e pletore di schede a dire che “è ora di guardare al futuro e non sempre al passato” che “bisogna soppesare le esigenze di tutti e ma davvero di tutti”, che ” i troppi lacci e laccioli della legge finiscono con lo strangolare i sogni della nostra gente ad avere una casa” etc, il tutto salutato dal rombo di betoniere e macchine asfaltatrici.

La camorra utilizza qui sul suo stesso territorio metodi analoghi a quelli di  un battaglione di rappresaglia delle SS naziste. Quella di “fare terra bruciata” è un’espressione divenuta di uso comune e dal significato ormai translato in diversi ambiti, dai rapporti umani a quelli economici o altro ancora, ma che ha una sua origine nel gergo bellico: gli eserciti dalla notte dei tempi, messi in particolari condizioni, adottano la strategia “della terra bruciata”, quella che non assoggetta il nemico o lo conquista ma lo elimina radicalmente. E se essa è una strategia ancora ad oggi adottata, è solo perché è una strategia purtroppo vincente. E la storia, lo si sa, la scrivono i vincitori

 

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