Il vaso di Pandora – Giorno 1: Good morning Medea!

Fossi rimasto ancora un po’ a Capri, poco ci sarebbe mancato che mi sarei fatto immortalare in qualche locale cool con una bottiglia di Belvedere o qualche altro distillato di nobile lignaggio, per poi postarla sui social con la raccapricciante didascalia-slogan “Ciao povery!”…….Ovviamente chi mi conosce sa che è un genere di cose che non mi appartiene per nulla ma lo dico per rendere l’idea di come l’estate caprese possa essere abbacinante, specie in quest’acme finale che vede usualmente il massiccio dispiego sul campo di tutta la soldataglia chiattilla ripiegante a Capri da altri fronti per il gran finale agostano e con tutto l’immancabile stupidario di rituali e stereotipi. Vabbè comunque alla fine è un genere di cose in cui ci sguazzo e mi diverto, l’importante è capire quando bisogna darci un taglio. E diciamo che in tal senso, sto posto con sto nome impronunciabile, Kutaisi, nel bel mezzo della mitologica Colchide in Georgia, nel Caucaso, già al momento della prenotazione mi era apparsa come la best choice possibile per darci un taglio. Anche il nome Kutaisi che sembra iniziare con qualcosa di simile all’inglese “cut” ovvero “”taglio, tagliare” mi piaceva come idea di base: io questo mio sbariare con le parole conosciuto come “think palillians” lo tengo sempre in debita considerazione Già, solo che a quel momento dovevo avere ancora una forma mentis o perlomeno un fuso orario sintonizzato sui ritmi dell’estate caprese, e poca o nessuna importanza avevo riservato al particolare che l’aereo atterrasse in Georgia alle 3:30 del mattino, ora in cui a Capri non so, ci si sposta dalla taverna al Number One…..Qui nella Colchide selvaggia la tempistica è un po’ diversa e, appena fuori dall’aeroporto che sta per chiudere i battenti, vengo preso in ostaggio da poco edulcorati tassisti abusivi alle cui lusinghe non ho altra alternativa che cedere, visto che la città dista 25 km. Quello che mi carica a bordo, somigliante ad un irsuto esemplare di orso caucasico (specie ahimè a rischio estinzione) e che non vede una doccia dai tempi in cui noi tifosi napoletani non festeggiamo uno scudetto, comincia col classico repertorio di trucchetti del mestiere incluso il tour di alberghi di quart’ordine di amici suoi da propinarmi a prezzi maggiorati. Insomma, non ho altra alternativa che mandarlo a fanculo e piantarlo, proseguendo a piedi verso il centro cittadino, che alla fine si appalesa con un faraonico teatro dell’opera è una strana scultura di motivo mitologico è rara bruttezza.

Attendo li l’alba, quando la città si risveglia con un bellissimo mercato di frutta, ove donne provenienti da remote alture del Caucaso recano gerle di ortaggi sulla testa. Il problema è che ancora non ho trovato dove dormire e comincia a piovere. Ma niente paura: arriva Medea, ovvero una delle venditrici di ortaggi del mercato che di nome fa proprio Medea Anna Vania un po’come la celebre regina figlia del re Eete nativa di qui, e mi affitta una camera a casa sua. Conoscendo la mitologia e la storia di Medea, si direbbe che sto rischiando di finire tagliato a pezzetti nel frigorifero, ma niente paura: il clima è ovviamente sereno e la famiglia gentilissima. Al risveglio, la prima tappa è culinaria a degustare la ottima cucina georgiana, anche essa dominata dal “fattore K”: kachapuri, kinklali, kurjomi, boniiii!!!

Poi si parte per un bel monastero ubicato su una collina vicina, con quasi mille anni di storia e un nome simpatico, Gelati, ma dove in spregio al nome fa nu sfaccimm i caldo.

Al rientro in città programmo una visita alla cattedrale di Bagrati, una sorta di San Pietro della autoctona chiesa ortodossa georgiana. Per arrivarci, ci si può servire di una teleferica residuato del socialismo reale che davvero traballa e scavalca il bel fiume Rioni che taglia in due la città.

Non appena a bordo tuttavia mi rendo conto dell’imprudenza. Non che abbia paura o non mi fidi della rinomata tecnologia sovietico-georgiana figuriamoci, ma il problema è un altro: il sottostante fiume Rioni al tempo di Giasone e degli Argonauti si chiamava Fase, e quindi sto catorcio di cabinovia che vi passa sopra non può che essere “fuori fase” e può precipitare!!!!

Insomma mi sono perso il think palillians. la punizione divina di Zeus si appalesa non con la caduta del trabiccolo bensì in maniera più sottile: sulla collina poco oltre un fatiscente luna park,

per giungere alla cattedrale sta da attraversare un enorme campo rom, dove si appalesa la mia paura principale, che non è quella di essere rapinato bensì quella per i cani, specie di grossa taglia che a decine abitano qui e mi abbaiano appresso. Non mi resta che farmi scortare fino alla cattedrale da una simpatica famiglia di abitanti del campo, che farebbe felice quei dittatori di un tempo che invitavano il popolo a donare più figli alla patria: la ragazza tredicenne è già madre e la bisnonna avrà qualche anno meno di me, tutti insieme al capofamiglia ci avviamo alla bellissima cattedrale di Bagrati che domina la vallata.

La sera altra scorpacciata di kinklali, “arricchita” dall’incontro con dei tizi russi che prima cominciano simpaticamente a offrirmi della grappa locale, poi cominciano a sfracassare le palle loro, il calcio e Maradona, e una volta ciucchi, appalesano un bagaglio culturale analogo a quelli che in Italia gridano “Boldrini troia”: cominciano a chiedersi perché non sia con mia moglie e perché viaggi da solo, insomma cominciano a fissarsi che io sia gay (in Russia l’omosessualità è un tabù assoluto e anche qui in Caucaso dubito che la situazione sia diversa) e assumono modi bruschi e provocatori. Alla fine, non mi resta che finire la giornata come la avevo iniziata col tassista, ovvero con una mandata a fanculo.

Ma d’altra parte era tutto scritto nel nome Kutaisi, no? Kut ovvero Cut ai si, taglio ai si: non bisogna mai assecondare nessuno qui insomma o ci ficca nei guai!……E perché forse vogliamo fare finta di non vedere che la signora che mi ha salvato la mattina dandomi alloggio,ovvero Medea Anna Vania, sia l’anagramma di “vieni a nanna da me”??? Ma di che stiamo parlando? Qualsiasi cosa farò, ovunque nel mondo andrò, il think palillians sarà sempre con me!

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