Il vaso di Pandora – Giorno 2: ‘Adda venì Baffone!

Cominciamo a semplificarci la vita, perché in viaggio serve farlo: così ad una usuale domanda postami, ho preso a rispondere direttamente “Adriano Celentano”. La domanda precedente è ovviamente: “where are you from?”, e visto che tipo 30 volte su 30 alla mia risposta ” Italy”, seguiva sempre ma dico sempre la battuta “ohhh, italiano Celentano!!!”, ho preso come dicevo a farla semplice ed ecco qua. Si, sta da dire che Celentano è più che un ambasciatore dell’Italia in certe zone di mondo, è una sorta di pontefice, di entità sovrannaturale. Un georgiano assai colto conosciuto in marschutka (i minivan che scorrazzano su e giù per queste strade fungendo autobus) ne rintracciava il motivo nel fatto che i suoi film erano gli unici che sfuggivano alla rigida censura anti-occidentale: probabile che i miopi preposti alla programmazione cultuale di regime lo giudicassero troppo frivolo e inconsistente per poter scalfire il credo socialista ma su questa come si mille altre cose evidentemente si sbagliavano, perché intere generazioni di georgiani sono cresciute sognando la frivola e poco coerente dolce vita intravista in quei filmetti, quelle spiagge, quegli amori spensierati,quel mondo, altro che Marx ed Engels!

A proposito, restiamo in tema “comunismo” per così dire, perché la giornata odierna prevede la visita alla città-natale di una delle eminenze storiche di questo modello nonché uno dei personaggi più influenti della storia del Novecento. “Adda venì Baffone!” diceva qualcuno un tempo, auspicando improbabili scenari di sovietizzazione dell’Italia o perlmoneno una vittoria del locale partito comunista. Ma Baffone per fortuna non è venuto e a sto punto non verrà più, aspettarlo ancora sarebbe un po’ come aspettare Godot; così se Baffone non va alla montagna, la montagna o almeno il Palillo va da Baffone….. Non tutti sanno forse che Josip Vissarionovic Dzugasvili, in arte Baffone ma ancora prima noto come Stalin, era figlio di un umile calzolaio di una cittadina della Georgia nella regione dell’Ossezia del Sud, chiamata Gori, a metà strada tra Kutaisi e la capitale Tblisi, dunque la meta ideale per una breve visita. Premetto che per quanto mi riguarda Stalin è stato un esecrabile dittatore e un responsabile di atroci crimini contro l’umanità, quindi la mia visita, lungi dall’isciversi a quel becero turismo della morte (sul genere di quei disadattati che vanno ad omaggiare la tomba di Mussolini a Predappio ad esempio), assume solo una valenza culturale, perché qui ha sere uno dei migliori musei della Georgia, dedicato ovviamente al più celebre cittadino di Gori. Nel giungervi, mi soffermo a guardare la città, piuttosto anonima e il paesaggio circostante, tutto sommato gradevole fatto di colline riarse da sole quasi adagiate in modo deferente verso le altissime sorelle maggiori del Caucaso sullo sfondo, dove inizia la sedicente repubblica separatista dell’Ossezia del Sud, in pratica uno stato satellite di Mosca.

Mi spinge a guardare il paesaggio con maggiore attenzione la mia convinzione che esso incide molto sul carattere delle persone, nella formazione, nel gusto: nel mio piccolo mi chiedo spesso,ad esempio, come sia possibile essere nati a Capri con difronte i faraglioni e tanta bellezza e potersi dire fascisti ed inneggiare a campi di sterminio e varie atrocità, ma vabbè. Ad ogni modo, qui a Gori, nell’Ossezia del Sud, è nato uno degli uomini più crudeli del Novecento, nonché uno dei più potenti , che ha dominato su tutta una parte di mondo per oltre un ventennio, sconfitto Hitler e minacciato l’equilibrio dell’intero pianeta. Il museo a lui dedicato è davvero ben allestito con documenti inediti e fotografie singolari, se non fosse per le didascalie solo in russo e in alfabeto georgiano, bellissimo a vedersi ma impossibile a capirsi anche solo per una lettera.

Nel parco sta pure la littorina, la carrozza ferroviaria insomma con cui Stalin scese a Yalta in Crimea per il famoso vertice (non amava volare).

Mi colpisce la circostanza che a visitare il museo ci sia un nutrito gruppo di ragazze della vicina Cecenia, vestito col il niqab, il velo nero che lascia scoperti solo gli occhi:

in pratica visitano la casa-natale del primo degli sterminatori del loro popolo (alla lista si sono iscritti di recente anche Eltsin e soprattutto Putin, autore di crimini infernali in questa zona di mondo posta anch’essa poco oltre queste montagne). I Ceceni sono i discendenti degli antichi e più noti Cosacchi, pastori nomadi e famosi guerrieri a cavallo fedeli un tempo allo zar Nicola. Poco inclini alla vita sedentaria , entrarono subito in urto frontale col regime socialista che aveva rovesciato lo zar e pretendeva di inquadrarli in un processo di urbanizzazione. Cosi, quando Hitler nel ’41 lanció l’operazione Barbarossa e invase la Russia sulle prime con esiti favorevoli, i Cosacchi fiutarono l’occasione e passarono in blocco alla causa nazista contro il governo centrale di Mosca. Ben duecentomila guerrieri a cavallo piovuti da un’altra epoca sfilano ora al passo dell’oca insieme ad ufficiali della Vermacht. Per Hitler è un acquisto fondamentale perché con quei abili conoscitori della montagna può forse scavalcare l’invalicabile Caucaso e spingersi verso i giacimenti petroliferi del Mar Caspio, di cui ha bisogno come dell’ossigeno. Ma l’Armata rossa guidata da Stalin, nella città ad lui intitolata non cede e il Generale Inverno fa il resto: la Germania va incontro ad un disastro e con essa i Cosacchi, che hanno puntato sul cavallo sbagliato ….A fine guerra, chiaro che l’aria nei loro confronti non sia delle migliori e che Stalin sia un pochino incazzatello coi traditori: lo sterminio è feroce, i Cosacchi vengono o trucidati o nella migliore delle ipotesi internati nei gulag, nell’odio indistinto dei russi nei loro confronti. Qualche decennio dopo, nel ’97, Putin solleverà lo stesso artifizio retorico per giustificare una nuova invasione della Cecenia e un nuovo sterminio, nel sostanziale silenzio dell’Occidente e delle organizzazioni internazionali. Un decennio dopo, nel 2008, il “nuovo zar delle Russie” ha chiuso definitivamente la morsa intorno alla Cecenia, invadendo la già citata Ossezia de l sud, appartenente formalmente alla Georgia. Una guerra lampo che aveva come obiettivo finale proprio Gori, la cui conquista avrebbe davvero spezzato in due la Georgia, interrompendo la sua principale arteria di comunicazione tra sud e nord. Ma Gori, bombardata e sotto assedio, forse in omaggio al suo più celebre cittadino e alla città a lui intitolata, la famosa Stalingrado, resistette ed è ancora parte della Georgia.

Da qui proseguo per la capitale Tblisi, che dista ormai solo un’ora. La città si presenta subito bellissima con un centro storico gioiello e una bellissima posizione sul verde fiume Mtkvari.

Catturo solo una prima impressione per ora e per la verità direi che, fuori dalla parte storica, concede troppo in alcuni punti ad una idea di progresso pacchiana e sciocca in stile Dubai per capirci. Ecco ad esempio, lo sfavillante ponte “della pace ” realizzato da un archistar italiano, tal Michele Lucchi, ed inaugurato nel 2010:

è stato già ribattezzato il “ponte always” e non perché debba durare per sempre (si spera) bensì per la nota somiglianza con la marca di assorbenti.

Ah, e per chiudere il cerchio vi dico pure che la sera, dopo la cena col menù fantasma di cui parlavo su Facebook, mi sono pure esibito al karaoke in una hit di chi? Ovviamente di lui, il Pontefice Adriano Celentano. Un’ovazione di pubblico che manco Joe Cocker a Woodstock. Appena mi mandano il video lo pubblico e convinco gli scettici….

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