Il vaso di Pandora – giorno 4: ai piedi di Prometeo

L’alba soleggiata e il vento che spazza via le nubi, appalesano una cosa che il giorno prima mi era sfuggita: che sono in un posto incredibile, straordinariamente bello.

Oddio, è un tipo di bellezza che non può essere universalmente condiviso, fatto di spazi, silenzi e la percezione di una Natura assoluta sovrana. E risiede in essa la chiave di lettura per partire ad un’osservazione dei luoghi.

Siamo in una valle stretta e infilata tra due catene montuose di altezza inverosimile, quasi si trattasse di montagne marziane. Ecco, consiglierei il Caucaso a chi è appassionato dei film di fantascienza ma ritiene plausibilmente, secondo le sue previsioni biologiche, di non riuscire a prendere parte ad una spedizione spaziale di colonizzazione di un pianeta alieno: in questa vita può accontentarsi del Caucaso, una sorta di lama orizzontale con punte aguzze conficcata tra il Mar Nero e il Mar Caspio, pressoché invalicabile se non nelle poche ferite aperte sulla sua ghiaia da fiumi di origine glaciale. Quello che scorre qui corre ormai in direzione del confine russo, situato 15 km a nord, il che vuol dire che abbiamo già passato lo spartiacque, ovvero il punto oltre il quale i fiumi scendono a valle in direzione opposta. Infatti noi, salendo da sud ,abbiamo attraversato diversi fiumi che andavano in quella direzione, poi oltre il passo di Gudauri la marcia dell’acqua ha cambiato corso. E non è l’unico elemento in movimento qui nel Kazbeg: si, perché poi ci sono i ghiacciai, che scendono a valle , rompono la materia col loro peso, la triturano. Pensate che il centro abitato, chiamato Stepantsminda, l’unico nel raggio di decine di km, è in sostanza poggiato sulla morena di un ghiacciaio, sul suo sedime ghiaioso come un castello di sabbia, e le sue costruzioni (che non eccellono per bellezza) paiono destinate ad una vita assai precaria con fondamenta così inquiete.

L’idea è quella di risalire per un canalone roccioso per arrivare fino al bellissimo monastero di Tsminda Sameda, conosciuta anche col nome più facile della chiesa della Trinità di Gergeti, in una magica posizione, uno degli spot più belli di tutta l’area. Ma dovrò conquistarmela, perché mica ci si arriva tanto comodamente…

E poi qui c’è Prometeo, il povero eroe figlio di Giapeto, che osó rubare il fuoco agli dei per donarlo agli uomini e fu per questo incatenato da Zeus, proprio qui, su questa montagna feroce che a metà cammino mi appare

Si tratta di una montagna altissima, ben oltre i 5000 metri e ammantata da ghiacciai perenni

Li al povero Prometeo (“colui che pensa prima” fu pure inviata un’aquila divorare il fegato che la notte ricresceva. Incredibilmente, quando ho quasi terminato la scalata di questo arduo canalone pietroso, vedo un’aquila volteggiare proprio sopra la mia testa, come un presagio divino o un avvertimento di essere nel posto giusto.

Il luogo si appalesa in una sua bellezza che forse la macchina fotografica mortifica

con l’apparizione del monastero da un lato e il Kazbeg dall’altro. Anche la visita al monastero si rivela interessante, con icone di arte paleocristiana e barbuti monaci assorti in preghiera. Anche se, ovviamente a rapire lo sguardo, è la incredibile posizione

Ricordo di aver trangugiato un semplice panino al formaggio, impacchettato alla meno peggio in un fazzoletto, ma essermi sembrato un pasto divino immerso in tanta bellezza.

È tempo di ridiscendere, nella vastità di spazi che il nostro pensiero occidentale fatica a comprendere e il silenzio interrotto solo dal gracchiare dei grilli. Tutto sommato a Prometeo è toccato un bel posto ..

Il Caucaso è un luogo ove ritorna prepotente alla mente un concetto ineliminabile del pensiero ma che l’Uomo contemporaneo ha per tanti motivi eliminato dalla sua contemplazione: la percezione del Nulla

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