Il vaso di Pandora – giorno 5: Trota vs tracina

La cortesia della padrona della guesthouse ove alloggio è comparabile al piacere di una passeggiata su un litorale sabbioso culminante con la puntura di una tracina,

specie marina con la quale ha un’evidente affinità anche estetica. E d’altra parte i Romani insegnano, nomen-omen: faceva già luce il suo nome di battesimo, Nazi, scritto proprio così. Non sono da meno le sue due figlie che, in ossequio all’altro detto secondo cui la mela non cade mai lontano dall’albero, riservano attenzione solo al verro Piotr,

un maiale che gironzola per il giardino e che loro allevano e riempiono di coccole manco fosse un York shire, nella piuttosto fatua e malriposta convinzione che il suino sia un animale domestico equiparabile al gatto e al canarino….Poi, se un malcapitato ospite osa spingersi a chiedergli una saponetta o come mai non ci sia acqua (mica champagne e caviale) nel bagno , scendono madonne dal cielo in cirillico con San Metodio, San Basilio e tutti i patriarchi della chiesa ortodossa moscovita. Vabbè sticazzi, al diavolo la Nazi-mamma e le sorellastre di Cenerentola : stamane si cambia alloggio e trovo infatti una troika simile, ossia composta da una madre e due figlie ma di cortesia elevata all’ennesima potenza rispetto alle precedenti. Funziona un po’ così in queste valli: le donne sono preposte al governo della casa e quindi all’accoglienza degli ospiti, a cui affittano porzioni delle loro baite di montagna; gli uomini locali vengono per lo più reputati troppo rozzi per relazionarsi ad ospiti stranieri, soprattutto se di sesso femminile, e vengono destinati a lavori lontano dalle abitazioni, come tagliare la legna per l’inverno o andare a pesca nei fiumi di squisite trote da fare alla griglia.

Il contesto è rustico bello forte e in effetti capita di assistere sovente a scene di rattusiamiento abbastanza evidenti nei confronti di turiste occidentali: insomma , pur non essendo edotti sul singolare dialetto di derivazione turcomanna-osseta in uso in queste valli, si arriva a intuire che quel gesto della mano portata all’altezza del pacco, con il basso ventre che prende a ciondolare e le gambe ad inarcarsi, il tutto accompagnato da un fischio a fonemi spezzati a simulare un pistone in stile Alvaro Vitali, stia a significare qualcosa di meno galante di un invito a teatro.

Il tutto comunque sempre con molta allegria . Ad ogni modo le mie nuove gentilissime osti gestiscono anche una pasticceria a Tblisi e mi deliziano con le loro creazioni, una scuola pasticciera a metà tra quella araba e quella di tradizione russo-europea.

Giusto quello che ci vuole per rifocillarsi in vista di una nuova avventura: una spedizione nella Dareli gorge,

la gola scavata dal fiume Tvifilkaz che scorre giù impetuoso tra cascate e salti, fino al confine russo di Vladikavz, prima del quale sorge una famoso monastero.

I fiumi del Caucaso hanno una bellezza particolare, perché paiono creature animate, demoni. Ribollono di acqua schiumante come fossero di lava, caderci dentro può essere mortale anzi lo è senz’altro, attesa la forza della corrente e la pendenza con cui precipitano giù, trascinando con se pietre e detriti. Dall’altura di Tsdo, su cui mi inerpico per un sentiero pieno di rovi, ho una prospettiva del magnifico scenario sottostante e sovrastante, perché nel Caucaso ci si può anche arrampicare su una cima altissima ma ne troverai sempre un’altra sulla tua testa. Qui trovo invece questa inquietante e magnifica scultura in pietra, con evidenti segni esoterici.

Il Caucaso nei suoi anfratti più imperi custodisce ancora i segreti di culti sciamanici e riti che grossolanamente potremo definire di “magia nera” : il caprone, simbolo del dio Pan e poi di Satana, reca sul volto, disegnata col ferro filata, una sorta di croce che è la stessa incisa sulle chiese e tombe armene e che simboleggia il circolo della vita e la continuazione della vita dopo la morte, come scoprirò più avanti.

Appunto meglio andare avanti, che la cosa un po’ inquietante è: più a valle, dopo una ventina di km di Nulla, appena prima del confine russo sta un bel monastero.

Davvero singolare la geografia del luogo con il fiume che pare risucchiare in un vortice le postazioni doganali: oltre esse si apre una regione segnata da conflitti etnici e guerre sanguinosissime, ove è altamente sconsigliato recarsi.

Poco prima invece, lungo un canalone tracciato da un affluente laterale, ecco una magnifica cascata,

dove farei anche un bel bagno a pesce da fuori, se non fosse per due facce di cazzo cecoslovacche che trovo in loco e che, anch’essi con inaudita cortesia, si rifiutano persino di scattarmi una foto, come gli avevano gentilmente chiesto, mai capitato in tanti anni che viaggio da solo:

“exscuse me, can you take a picture of me under the waterfall? Thank you!”

“No”

“Why no? It takes just a second”

“I say no and no means no! Fuck you”

La giornata mondiale della simpatia proprio. E vabbè, facimmoce sto selfie, che aggia fa!

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