Il vaso di Pandora- giorni 7, 8 e 9 -fine : Armenia, l’altro Tibet

L’Armenia è il Tibet d’Europa: l’analogia è forte ed è avallata in primis dal suo territorio, incastonato tra impenetrabili montagne come il regno del Dalai Lama;

poi dal discorso religioso, ove entrambi sono espressione di un credo a se stante e identificativo, rispettivamente la chiesa apostolica armena e il buddismo ascetico tibetano. Ancora l’Armenia condivide purtroppo col Tibet una tragica e tormentata storia di persecuzioni e sopraffazioni, dovute in parte proprio all’aspetto religioso.

Già, gli Armeni, primo popolo a riconoscere formalmente il cristianesimo come propria religione già nel 301 d.C,

non hanno avuto certo vita facile nei secoli, attorniati da popoli di credo religioso differente, pagano prima e musulmano poi. L’Armenia in effetti si colloca territorialmente come un’enclave cristiana in una zona di mondo fortemente islamizzata, circostanza che ha causato più di un problema a questo popolo, la cui fede tuttavia è sempre rimasta incrollabile e scampata a processi di islamizzazione forzata.

È una premessa necessaria non perché sia particolarmente interessato all’argomento religioso ma perché, nel caso di specie appare imprescindibile per una comprensione di questo bellissimo e insanguinato paese. Eccomi ad esempio nel monastero di Geghard, uno dei simboli culturali del paese, così chiamato perché si ritiene che ivi sia stata portata da San Bartolomeo la lancia che trafisse Cristo (la religione armena di differenzia leggermente da quella Cristiana di Roma proprio per un particolare risalto dato alla figura di San Bartolomeo, che non saprei meglio approfondire, quindi evito di dire fregnacce. Il monastero, sito Unesco, è di una bellezza sovrannaturale, quasi come scolpito nella montagna

Ed in parte è appunto ricavato entro una grotta da cui sgorga anche una sorgente.

Chiari anche i richiami all’arte mesopotamica- babilonese fiorita non lontano da qui (siamo vicini alla frontiera con l’Iran),abbastanza chiari in quel portale con quei due bellissimi leoni in bassorilievo. La stessa Armenia condivide una storia antichissima con la Mesopotamia di insediamenti e fioriture di culture ormai dimenticate, come il mitico regno Urartu, a cui è ispirata tutta la mitologia locale, un po’ come il quasi omonimo Artù è di ispirazione a quella sassone- celtica. Ecco, a proposito questa è la Stone edge armena e si chiama Noratus:

Novecento tombe di guerrieri allineate contro la direzione da cui provenne l’invasore, i feroci Mongoli, come se fossero ancora lì a combattere e a perenne monito per i vivi a non arrendersi mai. Tra tutte, quella che più colpisce è questa cui è legata una storia disegnata come un fumetto

Si riconoscono due sposi in alto a sinistra, una tavola nuziale a destra circondata da ospiti e doni. Ma ahimè, anche un soldato mongolo a cavallo in basso sotto gli sposi, venuto a rovinare il giorno delle nozze a quanto pare. E se questa è una tomba….

La cosa più bella di questa terra restano comunque i monasteri, per la cui ubicazione in luoghi speciali gli armeni hanno un talento tutto loro.

Questo si chiama Sevanank, sul lago di Sevan, che in armeno vuole dire lago nero, mentre ank significa monastero. Il lago coi suoi 2.399 metri è tra i più alti al mondo e d’inverno gela completamente.

Non mancano anche testimonianze di arte classica, greca de periodo ellenistico in particolare, come il bellissimo tempio di Garni

Mentre meno affascinante appare la capitale Yerevan, che paga un pesante dazio allo stalinismo e all’architettura di regime, addolcita solo in parte dal bel tufo color porpora con cui è costruita tanto da meritarsi il soprannome di “pink city”

Città comunque vivace con un numero impressionante di caffè uno dietro l’altro sugli enormi viali prospettici dove la gente pare oziare in eterno, mentre sui vari anelli concentrici di circonvallazione ideati dagli architetti di Stalin, maschi ringalluzziti si esibiscono in quella sorta di danza di corteggiamento very ciammurro style che consiste nello sfrecciare in circolo all’impazzata col proprio mezzo di locomozione ed ai semafori far sentire forte il ringhio del motore in folle alle pupe in eccitazione ai lati della strada. Bella comunque la parte museale con la gemma del neonato museo del genocidio armeno, collocato appena fuori città su una collina, dove è posto anche il monumento al genocidio stesso operato dall’agonizzante impero ottomano nel 1915 ai danni del popolo armeno.

davvero toccante la visita a questo luogo di dolore, dove si percepisce con emozione intensa quanto la ferita sua ancora aperta e visibile in questo popolo costretto dalla storia a fuggire e sparpagliarsi per il mondo per scampare, quando è stato possibile, alla barbarie più assoluta. Figurarsi che all’acme dello sterminio perpetrato, ovvero nel mezzo della prima guerra mondiale, l’impero ottomano (divenuto poi Turchia) era alleato della Germania: è documentario che reparti scelti dell’esercito tedesco studiarono le modalità di sterminio attuate per avvalersene, metterle in pratica e correggerne eventuali errori nel genocidio su più vasta scala operato poi venti anni dopo sotto il terzo Reich.

Nel viale che conduce al monumento commemorativo, sta un bosco di alberi piantati dai vari capi di stato venuti qui a rendere omaggio e soprattutto a riconoscere l’esistenza di un genocidio del popolo armeno (la cui esistenza era fino a pochi anni fa controversa). Leggo le targhe poste sotto ogni albero, presidenti indiani, islandesi, giapponesi, africani, associazioni umanitarie nord-europee o sudamericane, ma manco per il cazzo trovo la targa di un politico italiano: riconoscere il genocidio armeno significa farsi nemica la potente Turchia, che ancora oggi considera menzognera e mistificatoria la presa d’atto di un genocidio operato dal suo progenitore ottomano, minacciando sanzioni a chi si reca in questo luogo, descritto dalla propaganda turca come una sorta di parco giochi tematico della fantasia armena….e questo sarebbe un paese democratico con ambizioni di entrare in Europa!!

Ma il Caucaso è una terra di dolore, ove raccogliere tutti i cocci del vaso di Pandora. Quante ne abbiamo viste: Stalin, le guerre etniche, le feroci montagne e i terremoti, Prometeo incatenato ala rupe, il genocidio armeno. Già, ma quando il vaso di ruppe e fuoriuscirono tutti i mali del mondo, esso fu richiuso prima che dal vaso uscisse un’ultima cosa, un ultimo elemento per così dire: la Speranza. Essa infatti uscirà solo in un secondo momento dal vaso, su ordine dello stesso Zeus, a salvare il mondo dai mali o almeno a donarsi agli uomini per trovare la forza di combattere contro di essi. E infatti…

Quello alle mie spalle non è il Vesuvio, bensì il monte Ararat, simbolo nazionale dell’identità armena anche se dopo la guerra ormai giace in territorio turco, come i tre quarti del territorio della Armenia storica. Non è un monte qualunque, è il luogo ove secondo la leggenda si fermò l’Arca di Noè alla fine del Diluvio Universale, un luogo ove appunto si affacciò agli uomini e a tutte le specie viventi la Speranza uscita dal Vaso di Pandora. Forse stiamo confondendo leggende diverse ma a me piace tanto così. La Fantasia al potere! È stato un viaggio bellissimo

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