Addio, bella etiope

Nel giardino di casa mia, incastrato chissà come nel mezzo del centro storico di Capri, vige una vetusta e magica regola: per ogni nuovo venuto al mondo viene piantato un albero. Ognuno degli abitanti di quella casa può dunque riconoscersi in una mimosa o un cachis, un limone o un mandorlo. Ma vi è una sola vistosa eccezione: la altissima palma proveniente dagli altopiani etiopi, talmente vecchia da rendere difficile l’identificazione ai vivi della mia generazione così come a quelli delle due precedenti. Già, perché quella palma ha oltre cento anni, fu importata in Italia ai tempi in cui questo paese si imbarcava in spicchi d’Africa in improvvide avventure coloniali, prelevando (o forse razziando) quello che restava da prelevare. Probabile dunque che questa palma risalga addirittura al disastroso “debutto” colonialista dell’Italia di Crispi, datato addirittura 1896 (avete letto bene) e culminato con la disfatta di Adua. Come sia poi finita nel mio giardino non è dato saperlo ed è rimesso alla fantasia, che,se avrete pazienza di leggere tutto l’articolo, non mancherà di esplicarsi. Insomma questa palma era davvero vecchia assai e, a volerla abbinare all’usanza di un nuovo albero per ogni venuto al mondo, si tratterebbe di risalire ai proprietari della casa di allora ma per fortuna non serve dover scartabellare in ingialliti atti notarili, giacché i vecchi proprietari sono celebri essendo essi la famiglia dell’ex presidente della repubblica Napolitano, che proprio qui ha trascorso la sua infanzia. Beh, vista la sua vetusta età, ci si potrebbe pure lanciare in suggestive ipotesi, che credo farebbero amare però poco la pianta ai grillini. Ma vabbè, non è di questo che vorrei parlare. Eppoi sono triste .

Già, credo che questo 4 di novembre, giorno di San Carlo nonché della commemorazione della vittoria italiana nella Grande guerra, sarà per la nostra famiglia d’ora in poi associato al ricordo di una triste dipartita, non di una persona per fortuna ma di qualcosa cui eravamo comunque tutti molto legati. Sto parlando proprio di lei, la ultracentenaria palma etiope che torreggiava su tutto il quartiere di Valentino come un minareto su una kasbah.

Guardandola da una prospettiva diversa L si poteva ammirare stagliarsi con i faraglioni sullo sfondo e, con la sua altezza intorno ai 30 metri era facilmente localizzabile da svariati punti dell’isola.

Per quanto mi riguarda, era qualcosa di assimilabile a quel che rappresenta il Vesuvio per i napoletani, un ibrido tra un mausoleo della Natura e un nume tutelare preposto alla protezione della casa, verso la quale,esattamente come il Vesuvio, costituiva al tempo stesso una minaccia col suo brandeggiare al vento e il suo paventare una caduta che col suo peso avrebbe teoricamente assestato un colpo esiziale alle fondamenta della casa stessa. Ma tutti noi sapevamo che ciò non sarebbe potuto succedere, che quello stelo proteso a vertigine verso il cielo non avrebbe potuto nuocerci e accettavano con serenità anche il rischio più frequente di rami che nelle giornate ventose periodicamente cadevano giu sul viale di ingresso.

In una recente caccia al tesoro da me organizzata, sullo sfondo di una storia di fantascienza mi ero addirittura spinto a erigerla a strano ritrovato della tecnologia post-sovietica, che permetteva la trasmissione di video e audio dallo spazio, fungendo a mo di antenna parabolica, circostanza quest’ultima celata e lasciata a capirsi all’intuito dei concorrenti, che ricevevano immagini ed enigmi senza spiegazione apparente ogni qual volta si approssimavano ad essa

Ma la convinzione di eterna salute e prosperità eterna della palma ultracentenaria albergava in tutti noi poggiando su basi caduche e fallaci, giacchè da ultimo lo stato di salute della nostra bella etiope si era decisamente aggravato: il terribile parassita sterminatore ribattezzato punteruolo rosso aveva eretto anche il suo tronco a nido per le sue ancor più terribili larve, che placano la loro fame divorando appunto il nocciolo centrale dei fusti di palma. Un flagello biblico che ha devastato le palme di mezzo mondo, una piaga d’Egitto proveniente però addirittura dalla lontana Oceania, difficile assai ad arginarsi e contro la quale la scienza botanica per il momento non ha trovato che dei paliativi. A migliaia le palme giacciono come ceppi morti decapitati nei giardini e negli orti dell’Occidente come del Medio Oriente. All fine anche la nostra bella etiope ha capitolato al puntuto sterminatore

Eppure c’era stato un primo momento in cui, di fronte all’ecatombe in corso, la nostra sembrava aver eroicamente resistito , come immune al flagello. La circostanza aveva già in me suscitato un ingenuo e prematuro entusiasmo, tanto da lasciarmi andare a suggestive ipotesi gonfie di letteratura ma scarne di basi scientifiche, secondo cui la nostra resisteva al punteruolo per via dei suoi natali sull’altopiano etiopico, dove l’infinito Nilo affonda le sue sorgenti e vive una razza di uomini fenomenali capaci di correre senza stancarsi come se saltellassero sulla luna. Non a caso, quelle montagne rimaste inespugnate per secoli sono ribattezzate appunto sin dai tempi di Tolomeo “le montagne della Luna”. Forte di questa mia fatua convinzione mi ero azzardato pure a scrivere un racconto breve per un mini-concorso letterario inserito in un festival del giardinaggio o qualcosa di simile. Il racconto per la verità non ebbe alcuna menzione ne premio all’interno di quella rassegna ed in effetti, a rileggerlo adesso, non appare particolarmente munito di pregi d’arte, con uno stile sovrabbondante e sovraccarico di sentimentalismo. E poi non ha portato bene, visto il titolo scelto, ma vabbè tanto vale rileggerlo e farli valere come una sorta di cenotafio per la nostra bella etiope. Eccolo:

PUNTERUOLO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO

Coriaceo e cazzuto guerriero, mortifero ed irsuto ircocervo, flagellante Magellano post-moderno, aveva egli solcato gli oceani dalla lontana Melanesia per giunger fin nella antica Persia e cominciar la sua opera di devastazione e morte; poi, sazio che fu, aveva il suo corno del color del sangue sguainato verso il Vecchio continente ed era alfine ivi  approdato, novello predone di inermi e fragili fusti parati al vento. Il suo nome era Punteruolo Rosso e il suono di esso evoca ancor oggi terrore e disperazione in ogni palma attecchita e cresciuta tra Gibilterra e Samarcanda. A migliaia, in Europa come in Medio Oriente, sui viali alberati delle città mediterranee come tra i filari delle serre israeliane, le palme giacevano con i rami rinsecchiti riversi verso il basso o come mozzoni deformi ormai agonizzanti, corpi svuotati e mangiati dall’interno dalle micidiale larve del coleottero predatore.

S’approssimava in un giorno di primavera il famelico Punteruolo al mio di giardino, pronto a sferrare il colpo esiziale alla vecchia e ossuta palma che ivi annicchia tra la mimosa e la jacaranda, sbilenca creatura alle apparenze gracile e vacillante sotto le raffiche di maestrale e di scirocco. Una preda facile per lo Sterminatore rosso dei due continenti, si sarebbe detto. Ma la storia questa volta riservava un finale diverso: era quella non un palma qualunque ma un esemplare eccezionale e raro, giunto fin qui nell’isola di Capri da una remota e inaccessibile regione dell’Etiopia, dove l’infinito Nilo trova le sue sorgenti e dove qualche scienziato colloca addirittura la nascita, milioni di anni orsono, della specie umana. La trasportò da laggiù fin qui un mio avo, al secolo modesto ufficiale del Regio Esercito italico impegnato nella prima disastrosa campagna di Etiopia ( chiamata Abissinia dalla toponomastica del tempo), epopea conclusasi con l’ingloriosa disfatta di Adua. Correva  l’anno 1896 e correva a gambe levate questo mio sconosciuto progenitore mentre batteva in ritirata sugli altipiani abissini, portando con se, incredibile a dirsi, il giovane virgulto o forse i semi di questa pianta che tuttora si erge vetusta, 120 anni dopo, nel bel centro di Capri, con i Faraglioni a fargli da sfondo ed il vento ad accarezzarla. Sarà stata forse la durezza delle condizioni incontrate in quella precipitosa ritirata e nella fase embrionale della sua vita a forgiarne la tempra e a renderla inarrendevole al tempo e alle asperità, chissà; sta di fatto che essa e’ ad oggi l’unica testimonianza di vittoria, seppur fallace, riportata da quella acerba e sciagurata avventura coloniale. Quel piccolo furiere del Regio Esercito con il suo pollice verde aveva inconsapevolmente eretto una sorta di piccolo obelisco trafugato al nemico, una palma non certo del vincitore ma la cui regale possanza ricorda quello di una danzatrice della natia Nubia, donne della cui bellezza esile e robusta parlano Erodoto e i frammentari resoconti dei pochi coraggiosi che nel mondo classico osarono spingersi in quelle terre ostili a rinvenire le sorgenti del Sacro Nilo.

Troppa storia e troppa gloria si paravano dunque innanzi all’infido Punteruolo invasore, le cui brame di conquista e sterminio naufragarono ben presto sulle inoppugnabili sponde di un Piave di bellezza e salubrità secolari. La Palma etiopica, e prima ancora abissina e forse prima ancora nubiana, troneggia ancora li, al centro del mio giardino sopra la mimosa e la jacaranda, con i Faraglioni a osservarla e il maestrale dolcemente a brandirla, altera e vanesia come Cassiopea moglie di Cefeo, prima regina di Etiopia.

Vade retro, Punteruolo rosso!”

Insomma nel paragonarla a Cassiopea, avevo pure sorvolato sulla fine infame che spetta al personaggio mitologico conosciuto col suo nome. Però, dopotutto, come capita a chi è caro agli dei, Cassiopea fu poi trasformata da Zeus in una stella, anzi in una costellazione intera, tra le più brillanti del cielo

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