A come Atlante: Caporetto

Un Atlante non è probabilmente lo strumento migliore per individuare Caporetto, giacché ivi consultando, la trovereste sotto il nome di Kobarid, entro i confini della nostra piccola vicina Slovenia. Si tratta di un luogo ameno, adagiato sulla riva del fiume Soca, che in italiano si chiama Isonzo e scorre piuttosto animoso in un suo bel verde bottiglia. E’ la meta prescelta per gli appassionati di rafting, cui mi sono anche io cimentato con alterni risultaticaporetto5

I boschi circostanti si prestano anche a magnifiche escursioni, soprattutto nelle gole scavate dallo stesso Soca (ma preferisco chiamarlo Isonzo) o dai suoi tumultuosi torrenti affluenti . Nel link sottostante può ammirarsi ad esempio la suggestiva salita alle cascate del Kozjak       koziak waterfall            

caporetto7

La bellezza e l’armoniosita’ del paesaggio lascia difficile immaginare che proprio qui, tra Bovec e Kobarid, si è consumata una delle più cruente sanguinose battaglie della prima guerra mondiale, una terribile carneficina per le truppe italiane le cui testimonianze dopo 100 anni sono tutt’ora visibili nei boschi limitrofi pieni di postazioni d’artigliera distrutte e ossari militari. Kobarid e’ infatti il nome in lingua slovena con cui è chiamato quello snodo drammatico della nostra storia detto Caporetto.  A condurmi in questi luoghi è stata ovviamente la storia tragica di questa battaglia, i cui resoconti mi sono stati tramandati anche in via orale, nei racconti di mia nonna a sua volta figlia di un soldato italiano qui impegnato. Poche cose mi hanno emozionato come il vagabondare per quei boschi alla ricerca di reperti e luoghi significativi della battaglia

e ricostruire da vicino la geografia di quei luoghi e quelle valli con le descrizioni lette sui libri;  nella stessa Caporetto sorge un davvero ben tenuto piccolo museo che ne ricostruisce in maniera dettagliata le sorti. Ad ogni modo preferisco affidare la mia testimonianza al diario di viaggio che a caldo buttai giù sul posto, pieno di emozioni e di inevitabili errori grammaticali, ma che offre anche un quadro piuttosto fedele delle vicende belliche consumate (mi ero documentato per mesi).

Giorno 3
L’alba sulla valle dell’Isonzo ammirata dal balcone dellla Locanda del “Vecchio Fabbro”, Stari Kovac, reca con se una scoperta sconvolgente, che mi fa aggiungere al mosaico un’ultima tessera, che da lontano sui libri non potevo spiegarmi: particolari condizioni climatiche tipiche delle doline e delle strette valli alpine a U danno luogo in particolari momenti del giorno a correnti termiche discendenti, che portano a valle anche una fitta nebbia umida. Glory morning, Soca river, Tolmin, Slovenia
L’alba del 24 ottobre 1917 vedrà quella nebbia avvolgere la prima linea dell’esercito italiano in un abbraccio mortale, come un castigo biblico o un vento infernale che brucia la pelle e acceca gli occhi. La circostanza della corrente termica discendente deve essere ben presente ai genieri del 35esimo battaglione specialisti dell’Alpenkorps tedesco. Sono giunti qui dal fronte della Somme, recando con se un souvenir inatteso e letale, un po di “aria di Ypres” per così dire: tonnellate di un gas chiamato appunto iprite dal luogo del suo debutto storico, che ora viene rovesciato e mandato giù con la nebbia del mattino sui reparti del battaglione “Friuli” posizionato nelle trincee sottostanti. caporetto8 Lo Stato Maggiore Italiano aveva contemplato la possibilità di un attacco con questo nuovo letale tipo di armamenti cd chimici e si era premurato di rifornire alla spicciolata le unità di prima linea con rudimentali maschere anti-gas ( simili quasi a maschere del carnevale veneziano)  che proteggessero le vie respiratorie dei poveri fanti. antigas

Ma l’iprite non attacca le vie respiratorie, questo gas arroventa l’aria e brucia la pelle: quella mattina del 24 ottobre la nebbia che cala giù dal Monte Nero non è umida ma ribollente e squaglia in pochi istanti almeno 600 alpini, che restano li pietrificati, come mosche bruciate su una lampada alogena. caporetto11
Gli italiani si sono inerpicati sin lassù a costo di sanguinosissime perdite, con cifre in termini di vite umane più assimilabili ad un genocidio che ad un bollettino di guerra. Le ben 11 offensive lanciate dall’Esercito italiano sull’Isonzo hanno prodotto un avanzamento complessivo di 24 km e perdite per oltre 110 mila uomini solo su queta parte del fronte: su per giù significa che ogni km e’ costato 5000 perdite, ogni metro conquistato e’ valso 5 vite. La dinamica di queste battaglie di avanzamento aveva previsto sempre un medesimo terribile copione: veniva chiesto o meglio dire imposto ai reparti di fanteria di lanciarsi a migliaia contro le mitragliatrici nemiche, nel cinico calcolo della probabilita’che,su mille lanciati in avanti,almeno qualche sparuta decina riuscisse a raggiungere la trincea nemica. Nondimeno, gli italiani ora sono qui su. Gli austro-ungarici sono stati ricacciati indietro, oltre la linea dell’Isonzo, e costretti a combattere ora sul loro territorio. Vi è di più, una brillante offensiva condotta in agosto ha visto gli alpini sbaragliare una esausta divisione di ungheresi e occupare addirittura una porzione di territorio ad est dell’Isonzo, il cd altopiano della Bainsizza.bainsizza azioni La retorica di guerra accoglie con parole trionfali questa vittoria in pieno suolo austro-ungarico e, in una congerie a metà tra la politica e la tattica militare, viene deciso che l’altopiano della Bainsizza debba essere la testa di ponte per successive conquiste, che la strada per conquistare Lubiana e addirittura Budapest (!!!) cominci proprio li, su quell’altopiano carsico. Mai più piccola vittoria fu foriera di un così grande disastro e mai definizione geografica fu più fuorviante di quella usata a proposito della Bainsizza come “altopiano”. A vederla ad occhio nudo adesso mi rendo conto che definire la Bainsizza altopiano e’una boutade come può esserlo chiamare tavolo da cucina una scala a pioli erta su un muro. Si tratta in realtà di un ripido e scosceso pendio, un saliente in gergo militare che si inerpica fino ai 2.600 metri del monte Mrzli, un suolo pressoché indifendibile giacché al nemico posto sulla cima basterebbe gettare un sassolino dall’alto per ferirti.bainsizza

Un generale prussiano vissuto secoli addietro, Ernest Von Clausewitz, scrisse un giorno:” la politica e’ la prosecuzione della guerra con altri mezzi”; in questo caso per l’esercito italiano valse invece la regola opposta, e’ la politica a dettare la linea e la guerra ad esserne piegata alle esigenze: pare,a e’ una dato storico dibattuto, che lo Stato Maggiore italiano, attendendo nell’autunno del 1917 una contro offensiva austriaca, abbia chiesto al governo di poter abbandonare quella testa di ponte così rischiosa ed esposta per poter ripiegare pochi metri indietro lungo la linea dell’Isonzo, assai più facilmente difendibile. Ma da Roma hanno fatto sapere che ciò è’ impossibile: mesi di sanguinose perdite trovano ora una giustificazione retorica nella conquista di questo “altopiano” al nemico e paventare un ripiegamento sarebbe motivo di demoralizzazione per le truppe e l’opinione pubblica.A capo dello Stato Maggiore italiano figura un uomo anziano, il generale Luigi Cadorna, la cui capacità militare e’ inversente proporzionale alla sua boria, smisurata. cadorna

Dai modi autoritari e brutali, il “Generalissimo” impone ai suoi ufficiali un disciplina ferrea ai limiti del disumano nello gestire le truppe, con fucilazioni sommarie per deficienze anche minime. Tronfio nella sua alterigia, e’ solito pavoneggiarsi tra ufficiali di essere a capo del più grande esercito che abbia mai marciato sul suolo italico dai tempi di Giulio Cesare: l’unico paragone spendibile oggi col mondo romano e’ quello per cui la sua inettitudine espose l’Italia alla più grave sconfitta dai tempi di Annibale. CADORNA-IN-VISIA-SULLO-ZERMULANell’autunno del ’17 Cadorna glissa sulla possibilità di un contrattacco nemico: la Bora ha cominciato a soffiare e tra pochi giorni i passi alpini saranno innevati, rendendo impossibile per l’esausto esercito austro-ungarico l’invio di nuove truppe necessarie per un contrattacco in tempo utile. Inoltre il rapporto in termini di truppe e di armamenti e’ tutt’ora di vantaggio per le truppe italiane, gli austriaci non potranno che lanciare una lieve controffensiva di alleggerimento.
Il 21 ottobre un maggiore di origine rumena diserta dall’esercito austriaco diserta e viene condotto al quartiere generale italiano: ha mappe dettagliate di un attacco in grande stile nella valle dell’alto Isonzo e parla di almeno 100.000 uomini arrivati dalla Germania. La sua viene reputata una barzelletta che non fa ridere e viene passato per le armi. Il suo era un dato arrotondato al ribasso: per una nuova e ardita strada costruita dai prigionieri russi lungo le pendici del monte Tricorno,caporetto2

tra valanghe e ghiacciai sono affluite 7 divisioni tedesche e 4 austriache. caporetto12

Una divisione in media conta 25.000 uomini. A migliaia giungono anche cannoni e nuovi armamenti, tra cui anche i nuovissimi fucili mitragliatori.caporetto13

Un inferno sta per abbattersi sulle linee italiane ma Cadorna dorme sogni tranquilli ed è addirittura in licenza.
L’esercito italiano e’ posizionato a difesa di un fronte di oltre 30 km ma privilegia di difendere l’indifendibile testa di ponte di poche centinaia di metri, la Bainsizza, ammassando in un territorio scosceso una quantità esponenziale di truppe.baisizza3 La zona si trova al centro dello schieramento, gli attacanti scelgono ovviamente di attaccare sulle ali dell schieramento, a Tolmin a valle e a Bovec in alto, dove sono già entrati in azione gli specialisti di Ypres. Quando il gas frigge le membra degli alpini della “Friuli”, appostati nei pressi sono già pronti gli uomini di un reggimento di guastatori bosniaci. Si tratta di un corpo di mercenari musulmani ma ora fedeli al cattolicissimo imperatore austriaco. Sono noti per la loro ferocia di tagliagole, derivano dagli antichi giannizzeri ottomani e ora hanno di fronte fanti friulani e veneti. Venezia contro Impero Ottomano, una sfida che torna a ripetersi nei secoli, ora sotto altre uniformi. I tagliagole bosniaci non usano fucili, sono armati con una sorta di picche con cui sbrindellano la testa da trincea a trincea ai superstiti italiani

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Un maggiore di artiglieria italiana osserva a poche centinaia di metri la scena travisandola del tutto. Il suo nome e’ presente su tutti i libri di letteratura, si chiama Carlo Emilio Gadda: lo stile sincopato e un po balordo, imprevedibile ed ironico del suo scrivere ne fanno certo un autore di culto in ambito letterario ma sono tutte caratteristiche che si sposano male con la risolutezza e la determinazione richiesta nella prima linea di una battaglia.

Gadda-Enrico-AzziniQuel pasticciaccio brutto di via Merulana pardon del monte Kolovrat avviene verso le 7 di mattina quando Gadda non si avvede che quei corpi di soldati che vede in lontananza ai loro posti non sono che in realtà i cadaveri pietrificati della “Friuli” martoriati adesso dai ragni bosniaci che stanno già tessendo una tela volta ad aprire una breccia. Più tardi invece dara’ordine di sparare su un reparto italiano che provava un contrattacco, annientandolo. Nel frattempo, sul l’ala sud a Tolmin il generale Kraft ha schierato un numero impressionante di truppe: qui gli italiani hanno lasciato una media di 250-300 uomini a km ed è il tallone di Achille dello schieramento, i tedeschi schierano in quel settore una intera divisione super addestrata, il rapporto e’ qui di 1 a 100

.HJB10_–_Krafft_von_Dellmensingen Kraft e’ un generale atipico e controcorrente, che ritiene già allora obsoleta la guerra di posizionamento di trincea alla quale preferisce una rivoluzionaria tattica di attacco che assomma artiglieria, fanteria e mezzi pesanti tutti concentrati in pochi minuti e in poco spazio: nella battaglia del 24 ottobre fa il suo esordio una modalità di guerra che erroneamente si ritiene essere apparsa solo sui campi della seconda guerra mondiale, la BlitzKrieg, la guerra lampo. la-prima-guerra-mondiale-16-638 In pochi minuti le linee italiane sono travolte da un inferno di fuoco, le linee telefoniche vengono prese di mira con successo e saltano. Prima che si riesca a capire anche solo cosa sia succeso, la divisione prussiana della Slesia ha aggirato completamente l’esercito italiano. Resta a difesa su quel lato solo un battaglione, l’Alessandria.
Frattanto vacilla anche lo schieramento centrale, quello dove gli italiani sono in sovrannumero: la divisione “Etna” , forse racchiudendo dentro il suo nome un presagio, ha visto sotto i suoi piedi la montagna franare ed ingoiarli. Si tratta di una gigantesca mina posizionata dagli austriaci che fa franare un intero costone di montagna.
Ma e’ sull’ala destra, a nord che la Germania schiera il suo fuoriclasse. Qui e’ schierato un corpo d’elite, i Jager Bavaresi. Al suo interno e’ ricavato un ulteriore corpo d’elite di 300 uomini, il Reggimento della Guardia del Corpo. Si tratta di un corpo storico, una sorta di pretoriani dell’antico re bavarese. A loro capo e’ posto un giovane ufficiale dotato già di un enorme ascendente tra i commilitoni, si tratta di un uomo le cui capacità militari saranno riportate sui libri di storia più in la quando, da generale del Terzo Reich, godeva di una fama che preoccupava persino Hitler. Il suo nome e’ Rommel.rommel-copertina Rommel avanza come una lama tra i cadaveri della Friuli travolge le seconde linee italiane ed è l’artefice del far saltare tutte le comunicazioni tra le linee nemiche.

Ad ora di pranzo Cadorna rientra frettolosamente ad Udine, 50 km almeno lontano dal fronte, dove continua a ripetere che si tratta solo di una leggera azione diversiva del nemico. Alle 17 l’intera valle dell’Isonzo e’ sostanzialmente nelle mani tedesche, oltre centomila tedeschi sono pronti a calare come la bora elle pianure friulane , restano ancora in armi reparti di alpini sulla cima del Monte Nero alla quota impossibile i 2.600 metri, dove combatteranno per altri 4 giorni, e il battaglione Alessandria con a capo il maggiore Fazzini che, intuita la gravità della situazione, si mette a protezione disperata dell ultimo valico he consente la ritirata sbandata di centinaia di migliaia di soldati.battaglione alessandria Il battaglione Alessandria meriterebbe di occupare un posto nella nostra storia analogo a quello dei 300 spartani alle Termopili: tanto era grosso modo il loro numero e simile la sproporzione contro i nemici, medesima anche la fine senza alcun sopravvissuto. Ma qualcuno non la penso’ così : alle 17,30 Cadorna lancia un comunicato in cui addossa la gravità della situazione alla inettitudine e la vilta dei reparti impegnati in quella zona del campo, proponendo la radiazione con disonore del suo ufficiale capo.Anni dopo, documenti tedeschi e austriache parleranno della strenue resistenza di un reparto di circa 300 uomini capace eroicamente di fermare l’avanzata di intere divisioni per almeno 10 ore, quelle necessarie a salvare il salvabile.
Alle dieci di sera Cadorna ritiene che si sia fatta ora per passare da vicino in rassegna le truppe e si fa accompagnare in macchina da Udine: cadorna 4già pochi km fuori città incontra migliaia di soldati italiani sbandati che urlano “la guerra e’ finita ” e cantano l’Internazionale. “Perché non li fucilate immediatamente?”- tuona Cadorna. “Perché non ci è rimasto ne un plotone ne una pallottola per farlo”- gli fa notare sommessamente un ufficiale. A questo punto Cadorna telegrafa al fronte ordinando di resistere ad oltranza e tenere a tutti i costi il fiume. Gli chiedono di quale fiume parli:                                                                                                                                “L’Isonzo, quale altro fiume mai????…….. non starete forse ripegando sul Tagliamento?” (50 km e migliaia di morti più indietro )                                                                                                                                  “nossignore non stiamo ripiegando sul Tagliamento: stiamo ripiegando sul Piave”         (120 km più indietro, pochi km ad est di Venezia)

caporetto piave
L’Italia rischia in meno di 24 ore di tornar ai confini delle guerre di indipendenza ottocentesche, l’esercito nemico rischia di poter avanzare fino a Venezia e forse anche Milano senza trovar resistenza, eccezion fatta per la terza armata in ritirata del Duca d’Aosta che si sta già asserragliando sul Piave, tuttieroiilpiaveotuttiaccoppati_1ma questa e’ un’altra storia .
Spesso nomi di battaglie celebri sono sinonimo di dramma e divengono parte della coscienza collettiva di una nazione. Gli americani ricordano Pearl Harbour come uno shock, i francesi usano il termine Waterloo come sinonimo di sconfitta. Nessuna parola esprime in italiano un senso di disfatta e disastro come il termine Caporetto.
Ho avuto un bisnonno che ha combattuto qui, e che durante la ritirata perse anche una gamba , non lo ho mai conosciuto ma ho sempre ascoltato i suoi racconti attraverso la voce di mia nonna (sua figlia). Erano racconti durissimi anche se ammansiti dal tempo. Sembra fosse divenuto abile negli assalti corpo a corpo in trincea, nei quali tuttavia disdegnava l’uso della baionetta, a suo dire poco pratica giacché si impigliava nelle uniformi nemiche e inoltre non risultava immediatamente letale: molto meglio usare il calcio del fucile a mo di clava o un ben assestato calcio nei testicoli per stordire il nemico. Raccontava anche che talvolta, nella miseria del rancio da trincea, arrivava addirittura il liquore: e quello era il segnale che la mattina dopo li avrebbero mandati al macello contro una mitragliatrice nemica, il liquore era una sorta di ultima sigaretta del condannato a morte. Era da tanto che volevo venire qui, non so perché mi sia risolto solo ora a farlo. caporetto3
Oggi Caporetto sorge in Slovenia, si chiama Kobarid ed e’ un bellissimo posto dove ragazzini in buona salute di mezza europa si lanciano a far rafting e tanti altri sport estremi, per poi riversarsi nei bar tra fiumi di birra e abbandonarsi ad amori facili e spensierati, di cui molti al mattino non ricorderanno nulla. Di tutta questa leggerezza e spensieratezza del vivere i ragazzi di Caporetto di 100 anni fa,chiusi in fetide trincee e mandati al macello, non ebbero niente, ma forse senza saperlo hanno combattuto per donarla a chi è venuto dopo di loro caporetto1

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