Le nozze in Savoia – giorno 3: la petite boucle

Il nome prescelto per la giornata odierna riecheggia in versione mignon qualcosa che agli appassionati di ciclismo non devo assolutamente spiegare ma, visto che in tema di sport tutto ciò che non sia pallone in Italia finisce per essere qualcosa di nicchia, allora meglio specificare: la “grande Boucle” è il tour de France, la corsa ciclistica per eccellenza che assume questo nomignolo per via della forma che sul territorio francese traccia, simile più o meno ad un riccio (boucle in francese).

Ed io oggi nel partire dalla dolce Annecy e dovermi andare ad inerpicare in una remota vallata alpina, appunto disegno un piccolo riccio ma soprattutto attraverso montagne epiche di questo sport, il cui solo nome evoca negli appassionati sfide all’ultimo pedale: il Galibier, il Moncenisio e per finire il mitico Iseran, il passo in quota su strada asfaltata più alto delle Alpi, transitabile solo pochi mesi all’anno. Tutto ciò per quanto mi riguarda comunque significa un nome e un cognome e a percorrere queste strade mi sembra ancora di vederlo lì, Marco, solo come un papa ed esile come un grillo, lasciarsi dietro uno ad uno squadroni interi di marcantoni rivali, dopati fin sopra i capelli e più simili a robot che ad avversari. Ogni volta che percorro una salita sacra del ciclismo ci ripenso e mi commuovo, E vabbè ,Pantani mi tocca proprio il cuore.

La mia “tappa” prende il via nella tarda mattinata da Annecy, da cui mi congedo con una passeggiata in riva al lago e una gita al castello sovrastante la città vecchia, appartenuto ai duchi di Ginevra. Un primo treno regionale mi conduce fino a Chambery costeggiando il lago di Aix-Les Bains, anche esso molto bello. Quello che ricorderò di questo viaggio è il tossire e respirare incredibilmente affannoso di una ragazzina seduta al mio fianco, che non mancherà ovviamente di riversarmi addosso uno tsunami di germi che in 24 ore scarse “fioriranno” regalandomi un febbrone.

Nella graziosa Chambery faccio un bel giretto in attesa di una coincidenza. Qui siamo in quella regione di Francia che prende il suggestivo nome di “Delfinato” in onore all’erede di quello che era il trono di Francia, che assumeva appunto il titolo di Delfino. Si tratta di una cittadina graziosa adagiata in un fondovalle, anzi in due fondovalli che qui si intersecano, uno lungo la direttrice nord-sud e conduce verso Grenoble e uno lungo l’asse est-ovest e arriva verso l’Italia prima di sbattere contro la barriera delle Alpi. È li che io sono diretto, in un collo di bottiglia chiamato Modane, ultima città francese prima del traforo del Frejus, che buca l’enorme montagna e riemerge in Italia a Bardonecchia, dalle parti del Sestriere. Ma a Modane, una città di frontiera dove incontrerete, se mai dovesse fermarvici, solo camionisti stanchi che fumano nei caffè, io scendo e devio verso nord-est, inforcando una valle ammantata di neve che si rivela subito uno spettacolo che toglie il fiato.

Appare prima un’imponente bastione militare, il Forte Maria Therese, che domina l’accesso all gola e quindi all’Italia, di epoca forse rinascimentale.

Poi la strada sale e la neve comincia a farla da padrona. Questa è la Val Cenis, dall’omonimo monte che la sovrasta e che in italiano prende il nome di Moncenisio: prima del traforo del Frejus, è stato col suo difficilissimo passo in quota per molti secoli pressoché l’unica via di accesso dalla Francia all’Italia se si esclude la via costiera dell’attuale Ventimiglia. E quando parlo di molti secoli intendo anche quelli intercorsi quando questi due paesi si chiamavano Gallia e Impero Romano. Arrivo subito al dunque: non è un dato storico certo ma con ogni probabilità dal Moncenisio è passato col suo esercito ed il suo seguito di elefanti quel generale cartaginese passato alla storia come Annibale.

Insomma Pantani, Annibale: questa è proprio una strada per eroi, dannati e solitari, tormentati e geniali. A proposito del secondo, pare che qualche stregone del Dna dei giorni nostri sia persino riuscito a rinvenire in queste montagne frammenti di ossa o tracce della cacca di quei poveri bestioni sbattuti dalle calde savane africane fin qui su queste lande flagellate dalla neve e dal vento. La leggenda narra che uno solo di quegli elefanti riuscì a superare il passo, ove sorge un bellissimo lago glaciale, ed entrare in Italia per marciare su Roma. Il pensiero di trovarmi sulla strada percorsa dal grande generale che da solo quasi mise in ginocchio Roma mi riempie ovviamente di emozione, e il pensiero vola subito commosso ad un caro zio che di Annibale e della sua controversa storia è un grande appassionato. Ma passato l’imbocco del Moncenisio, per me la strada continua a salire verso nord, in una valle sempre più stretta e innevata, quella che conduce ai maestosi ghiacciai eterni della Vanoise e al mitico Iseran. Per la verità, “eterni” è un parolone ormai quando si parla di ghiacciai delle Alpi, che nel corso di meno di un secolo hanno perso il 90 dico il 90% della superficie di un tempo, e parliamo di milioni di anni. Una violenza con cui la razza umana si prepara felicemente all’autosterminio, vabbè. Ad ogni modo di ghiaccio e di candore bianco ce ne è ancora a quantità per l’occhio che non è abituato a questi scenari, e passato l’ultimo abitato di Bessans, la strada è pressoché una striscia di asfalto in mezzo ad un mare bianco alto due metri, a destra e a sinistra. E si arriva a Bonneval, un magico borgo in pietra in fondo ad una valle chiusa, con i tetti talmente ricolmi di neve da chiedersi come possano non cadere e le croci della chiesa che a malapena emergono dal mare bianco. Qui domattina sarò testimone di un bellissimo matrimonio, come in un romanzo di Stendhal o di Flaubert

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