Anime morte – Giorno 3: Across Galicia

Comprendere una città è per quanto mi riguarda impensabile senza aver visto anche il territorio che la circonda. La regola conosce forse l’eccezione delle metropoli, che il territorio circostante finiscono per fagocitarlo e per diventare qualcosa di avulso e a se stante rispetto allo stesso. Ma la bellissima Leopoli, per fortuna direi, una metropoli non è e così appare visceralmente legata al territorio che la circonda, che va sotto il nome di Galizia. Esiste una regione dal nome analogo anche nel nord della Spagna (dove tra l’altro conto di andare a breve) ma qui siamo in Ucraina, nella zona lungo il confine nord-occidentale con Polonia e Bielorussia. La Galizia è molto più che una suddivisione amministrativa ed è qualcosa di ulteriore anche rispetto ad una semplice regione: è una micro-nazione dall’identità assai accentuata e confortata dalla storia, nel senso che per lungo tratti è stato un regno indipendente e solo in un passato assai recente annessa all’Urss e poi all’Ucraina. Quello galiziano era un regno che conobbe la sua massima prosperità nel medioevo, talmente florido da riuscire nell’impresa, sconosciuta a tutti i territori circostanti, di riuscire a respingere l’invasione mongola. Ma minor fortuna ebbero i galiziani contro un altro invasore, il vicino regno di Polonia che intorno al 500 riuscì ad annettere questa regione. Ma ben presto la Galizia insorse e recuperó la sua indipendenza, in un’ epica assai celebrata nella letteratura e nei monumenti locai. Fu parte poi dell’impero asburgico e meta assai amata dall’imperatore Francesco Giuseppe, che sovente si recava a Leopoli anche per gustare il suo piatto preferito, una sorta di bollito di vitello cotto in due diferenti zuppe, una al sedano e un’altra speziata con cipolla. La mia opinione su sta zuppa Francesco Giuseppe? Fa schifo al kaiser, è proprio il caso di dirlo. Ad ogni modo Leopoli conobbe sotto la casa di Asburgo un nuovo fulgore e a quell’epoca risalgono gran parte dei bellissimi palazzi di cui è adornata, in numero esponenziale, la città. Alla dissoluzione dell’Impero Austro-ungarico, la Galizia conosce vicende alterne, finendo prima di nuovo entro i confini polacchi, poi andando incontro ad un’effimera indipendenza ed essendo poi occupata dalla Germania nazista, che impose qui un regime collaborazionista assai feroce e guidato da un personaggio estremamente controverso, un certo Stefan Bandera la cui vita, al netto degli orrori di guerra di cui fu capace, potrebbe ispirare una Spy-story alla James Bond. Con la caduta del nazismo, la Galizia viene fagocitata nell’Urss per giungere fino alla storia dei giorni nostri.

Mi risolvo dunque ad un veloce sguardo d’insieme sulla Galizia, provando a raggiungere un sito chiamato Kamianets-Podilsky situato a sud, ove sorge un bellissimo castello popolato da fantasmi, dicono. Ma commetto un banale errore: fidarmi degli altri. Viaggiare in campagne sperdute a bordo di pulmini sgangherati è un must che negli anni ho fatto mio e cominciato ad amare, ma so perfettamente che bisogna fare tutto da se, verificare sul posto di persona, mai delegare. In tal senso l’ultima cosa da farsi era chiedere alla zelante receptionist dell’albergo gli orari della corriera per questo posto, ed infatti me li fornisce sbagliati e arrivo all’autostazione un minuto dopo la partenza dell’ultimo bus utile per questo luogo dal nome quasi impronunciabile . E allora? Si cambia, verso un’altra meta che pure avevo messo nel mirino, in direzione opposta andando a nord, quasi al confine con la Bielorussia, ove sorge la storica città di Lutsk. Quattro ore di bus in una campagna poverissima fino a destinazione: una città sovietica di orribile impatto sulle prime, ma con un ben conservato centro storico medievale zeppo di imponenti chiese, e soprattutto un bellissimo castello.

Bello davvero perché sviluppato con un’architettura da vero accampamento militare, con un’enorme piazza d’armi adornata da possenti bastioni. Qui nel 1429 fu incoronato un sovrano lituano dal nome bizzarro, Vytauto, ed alla cerimonia furono invitati i sovrani di mezza Europa che diedero vita ad un memorabile banchetto che andò avanti per una settimana. Forse perciò, con una punta di ironia, quella assemblea fu ribattezzata la Dieta di Lutsk, che governó sull’area per qualche secolo, conferendo in effetti una certa influenza lituana alla città, che pare assai più nordica e algida rispetto alla non lontana Leopoli. La Dieta, per così dire, continua nel castello ancora oggi, nel senso che al mio arrivo vi trovo in pieno svolgimento il Lutsk food festival, e vai con mangiate a strafottere e carne alla brace come se non ci fosse un domani.

La rassegna culinaria pare davvero un banchetto medievale con animali quasi interi infilzati su spiedini e autentici contadini che portano prodotti assolutamente autentici dalle campagne circostanti.

E devo dire, circa la gastronomia locale, che la scelta migliore da farsi è appunto quella di puntare su pietanze e locali rustici: una abbondante grigliata di carne con verdure o un piatto di gustosi ravioli locali sono a mio avviso il meglio che la cucina locale possa offrire. La moda assai in evoluzione anche qui di ristoranti con menu sofisticati che pescano nella tradizione aristocratica e la rivisitano con trovate bizzarre dello chef non da luogo a risultati apprezzabili da queste parti. Parlavo di tradizione aristocratica perchè anche qui, dopo la abbuffata del pranzo, finisco la sera in un posto chic dove servono il piatto preferito, a sentir loro, da un altro regnante. Qua gli chef si ingroppano con sta cosa, sentita anche dalle parti nostre, del “piatto che deve andare annanz’ o Re” Così dopo la sbobba di Francesco Giuseppe, mi tocca il piatto preferito da un tizio chiamato Sigismondo, re lituano anche lui prima di finire nel tauto ed abdicare appunto in favore suo figlio Vytauto. A Sigismondo piaceva mangiare l’anatra in una zuppa di patate e mele, aromatizzate col timo e abbuffata di burro…… A Sigismo’, a prossima vot’ cucino io…

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