Dove nascono i giganti- giorno 1: Kissing Copenaghen

Credo che sia possibile identificare una categoria di persone, piuttosto trasversale e ben rappresentata, nella quale mi sono sovente imbattuto: parlo di coloro che considerano la propria automobile non già un necessario mezzo di trasporto o strumento di lavoro ma qualcosa di ulteriore, una sorta di prolungamento del proprio corpo o anche del proprio spirito, un ingombrante ammennicolo attraverso cui estrinsecare l propria personalità. È gente che instaura col proprio veicolo un rapporto osmotico che prescinde dal lavoro o dalla necessità effettiva, qualcosa di analogo a quello che ormai succede ahimè sovente coi nostri smartphone ma un’automobile è qualcosa di evidentemente più ingombrante . E’ chiaro che non avendo io mai guidato nemmeno una Fiat 126, riesco in modo più nitido a tratteggiarne un ritratto. Cominciano col farti notare come un’automobile sia uno stato potenziale di libertà, qualcosa che conferisca la libertà di fare ciò che vuoi, proprio in viaggio quando essa attribuisce una teorica possibilità di spostamenti illimitati. E detta così, può apparire una considerazione tutto sommato condivisibile: il problema è che ben presto ci si rende conto di come l’automobile sia per essi esattamente il contrario ovvero un fardello mentale da cui non riescono mai a liberarsi,’un cordone ombelicale cucito in qualche concessionaria o qualche mercatino dell’usato sicuro ormai impossibile a recidersi. Conosco persone che pur apprezzando Capri anzi amandone alla follia la sua bellezza, arrivano al paradosso di non preferirla come meta di vacanza per la inutilità sul suo territorio di una automobile, per quel “dovermela fare a piedi” che li fa sentire inappropriati e osservati. Il punto più alto ad ogni modo ritengo lo si tocchi nel capitolo dei corteggiamenti amorosi, quando , probabilmente in eterno ossequio alla fortunata serie tv “Fonzie” ,apparirebbe imprescindibile un bolide con cui andare ad aspettare e caricare la tua pupa, che a sua volta mai uscirebbe con un “appiedato”, locuzione equipollente a sfigato. Mah, se qualcuno tra voi ritiene di poter essere affetto dalla patologia testè descritta, allora vi consiglio con urgenza una bella terapia disintossicante qui a Copenhagen.

Una grande città, una capitale europea dove il traffico veicolare è un problema ormai ascritto al passato e le automobili sono ridotte ad assai esigua minoranza nei confronti del mezzo di trasporto nettamente predominante: la bicicletta. In tutta la città (e se ho ben capito in tutta la Danimarca) non esiste un solo metro di strada asfaltata non adibito a pista ciclabile, e il dato appare stridente con le città italiane, dove le prime timide aperture di piste ciclabili urbane da parte di amministrazioni più coraggiose vengono lette come pericolose e improvvide sottrazioni di spazio alla razza padrona degli “automuniti”.

Ma Copenaghen costituisce un modello avanzato e progressista sotto tanti punti di vista: basterà trascorrervi poche ore per intuire la alta qualità della vita che bagna i suoi abitanti, dai servizi efficienti alle mille opportunità culturali garantite a costi e possibilità sostenibili, come nel caso del “Black diamond”,

futuristico edificio appoggiato sulle acque che ingloba la antica biblioteca reale ed è aperto alla fruizione libera con computer e collegamenti multimediali che permettono la consultazione e persino la traduzione di antichi testi.

Un modello di “welfare” quello danese direi ben funzionante e perfettamente amalgamato ai suoi abitanti, nonché in continua evoluzione: molto meglio che altrove, Copenaghen appare un modello di un’integrazione con altre culture e dove “i nuovi arrivati” appaiono perfettamente inseriti nel tessuto sociale.

Se poi c’è pure il sole (ed in questa stagione splende e bagna i bei palazzi settecenteschi e i tanti prati fino circa alle undici di sera), beh allora non montare sulla bici e partire senza sosta ad assaggiare questa bellissima città, che vi sembrerà di baciare per quanto è dolce ed ospitale

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