L’orizzonte perduto – Giorno 2: Koh Samet, la Procida del Siam

Parola d’ordine al risveglio : escape from Pattaya! 24 ore in un posto del genere sono oltremodo sufficienti e non si intravede ragione di spenderne neanche una ulteriore. Così mi organizzo di buon mattino per rimettermi in marcia….si fa per dire: le condizioni di salute non sono delle migliori tra jet lag, acciacchi vari ed un geniale strappo rimediato in una brillante partita di calcetto in cui mi sono andato con molto ingegno a cacciare a 15 anni dall’ultima apparizione. Il peso dello zaino sulle spalle ha fatto ora in breve tempo precipitare la situazione e sulla coscia appare un ematoma che manco il lunare Mare della tranquillità. Privato della funzionalità delle gambe e della mia tutto sommato considerevole propensione a camminare che rende possibile viaggi come questi, intravedo per un attimo il disastro e la condanna ad una vacanza di ammorbanti soggiorni su di un lettino a bordo piscina. Ma cerco di scacciare per ora le fosche nubi che si affollano sul futuro (così come anche nel cielo per via del monsone) e rimedio un autista per la prossima meta, individuata in un’isoletta ad una settantina di km a sud, poco distante dalla terraferma e chiamata Koh Samed o Samet. La macchina mi lascia in una località chiamata Ban Phe, un molo di pescatori che solcano i mari su bei pescherecci in legno assai datati alcuni di essi sono adibiti al trasporto passeggeri sull’isola frontaliera ma subiscono la sfacciata concorrenza di spietati bucanieri che si servono per lo stesso servizio di più avvenenti motoscafi capaci di sfrecciare a velocità doppia se non tripla rispetto ai poveri pescherecci e di attraccare, con assai poco rispetto per l’ambiente e i bagnanti, su qualsiasi spiaggia a scelta dell’utente. Naturalmente sarei propenso al disadorno peschereccio ma la gamba a mezzo servizio mi constringe ad abboccare al primo motoscafista che mi si fionda incontro e mi carica su sti cessi ad alta velocità e rumorosissimo motore. Lo sbarco nondimeno avviene in puro Briatore style, col motore acceso in mezzo a bambini che nuotano su una spiaggia immacolata oltre la quale sorge l’abitato principale che, come sempre accade, trovo molto mutato dalla prima visita qui una quindicina di anni orsono. Ricordavo una esigua striscia di capanne e bungalow adagiati sulla sabbia, ora sostituiti da più robusti edifici in calcestruzzo gettati sul bagnasciuga piuttosto alla rinfusa. Altra differenza che noto è la presenza delle forze dell’ordine anzi addirittura dell’esercito, mentre allora ricordo benissimo che gli hippie si crogiolavano felici nei loro infiniti cannoni di marijuana, consci che non vi era un solo poliziotto in tutta Koh Samet. Ad ogni modo il luogo pare ancora pervaso da un’atmosfera hippie, che è comunque qualcosa che si manifesta solo a partire dalle ore pomeridiane andando verso la sera: nel senso che la mattina l’atmosfera hippie esiste solo come stordimento perché gli hippie dormono e devono ancora riprendersi dalla sera prima. Ne becco infatti una che lavorerebbe in un bar teoricamente aperto e che pare quella che esce dalla videocassetta del film “the ring” per quanto sta intronata: ci mette tipo 5 minuti a capire che voglio un’aranciata, non vi dico quanto impiega a dirmi la password del wi-fi, che poi non è chissà quale parola complicata ma una semplice sequenza di numeri dall’uno al nove. Insomma 1234456789, questo deve dire….ahe, me ne vado per un’idea quando arriva a pronunciare il tre e le risparmio il supplizio di dire gli altri sei, operazione che avrebbe rischiesto il tempo in cui Ray Manzarek si produce in un assolo di pianoforte mentre Jim Morrison balla sulle note di “The end” dei Doors ovviamente.

Ad ogni modo giusto all’estremità sud dell’isola, piuttosto defilato rispetto alla spiaggia dei freakkettoni, trovo un bel resort che mi cattura per il nome curioso che fa pensare agli innamorati: Nimmanoradeebello stare qui su questa mezza luna di sabbia su cui si affacciano cormorani e tanti uccelli, mentre la sera sulla terrazza del ristorante un numero impressionate di rame da luogo ad un allucinato concerto proprio sotto i miei piedi per la verità la notte ricevo anche la visita nel bungalow di un ospite indesiderato, un ragno dall’aspetto orripilante che trovo giacere appena a due cm dal mio capezzolo e che per evitare me lo faccia come quello di Pamela Anderson sono costretto a freddare dopo una pugna non semplice. Ad ogni modo un bel soggiorno qui, con un alba che si rivela improvvisamente sopra la spiaggia tra noci di cocco e mangrovie e mi fa finalmente capire di essere ai tropici ah

“Ah, ma allora se sei ai Tropici, che ci appizza Procida????” Vi starete finalmente chiedendo . Beh vi dico, nella sua conformazione, nel suo essere un po’lateral, un po’ marginale, col suo ottimo pescato e con la sua capacità di lasciare un immaginario lontano della pur vicina terraferma le cui luci si vedono sullo sfondo, Koh Samet mi ha ricordato un po’ l’Isola di Arturo

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