L’orizzonte perduto – Giorno 3: running against the monsoon

La titolazione data a questa giornata, dal suono inglese molto cool e che potrebbe forse fungere da nome per una canzone di Battito o di qualche gruppo rock sofisticato di quelli che piacciono a noi radical chic tipo Afghan Whigs o King Crimson, in realtà rimanda un po’ faticosamente ad un concetto forse molto più immediato a esprimersi n napoletano: ho acchiappato ‘ncuoll il pata-pata dell’acqua. Si, davvero un ruppatone compatto e indistinto come un muro d’acqua che ci accompagna nel lungo spostamento dall’isola di Koh Samet alla terraferma e per i duecento km seguenti in direzione sud fino al punto di imbarco per un’altra isola, Koh Chang. Il monsone è un fenomeno atmosferico tipico di queste latitudini, un vento portante che soffia per un lungo periodo in maniera costante dalla terra verso il mare e per un altro nella direzione opposta, quella attuale: ecco quindi salire dal golfo del Siam una montagna grigia talmente gonfia d’acqua da far sembrare il cielo stesso come un’immensa onda; è come se il mare si fosse spostato nel cielo in un’enorme bolla galleggiante, sforacchiata proprio sopra le nostre teste a inondarci . Tanta acqua dona ovviamente vita e colore anche al paesaggio, che appare di un verde fecondo con queste belle colline ammantate di fotta vegetazione tropicale situate parallelamente alla nostra strada. A bordo del camioncino sta sugli scudi un tizio espertissimo di immersioni e coralli: e finlandese ma di origine bosniaca, circostanza che mi gli fa affibbiare il nickname di “Ibrahimovic degli abissi”, anche per il suo incessante girare il mondo alla ricerca del corallo o della cernia perfetta. Ma la spendita dell’inepgnativo paragone con il fuoriclasse svedese lo fa salire assai di pressione e di euforia, tanto che comincia a tenere praticamente un comizio a reti unificate sul diving e gli annessi e connessi. E se sulle prime il discorso può sembrare interessante, dopo un’ora abbondante a parlare di coralli, cernie maculate, sea bass, alghe, spugne e cazzimbocchi marini, finisce ovviamente per diventare uno scartavetramento di uallera fragoroso che nessuno degli occupanti il pulmino riesce ad arginare pur lanciando chiari segnali di disappunto. Ah quanto come vorrei che fosse qui ora il mio amico Sergio Megna, il quale anni orsono in quel dell’Oceanarium di Lisbona, in una situazione analoga con un tizio peraltro assai competente che teneva una lezione sui pinguini (presenti lì in una vasca), sul loro habitat che era lì ricostruito, sulle loro abitudini riproduttive , sulla loro alimentazione, sul loro fabbisogno calorico sullo spessore del piumaggio etc etc……gli si avvicinò e con una pacca sulla spalla lo stoppó dicendogli: ” stai tutto ingrippato tu e sti cazzo di pinguini….”, lasciandolo in un misto di sconcerto e rassegnazione.

Ad ogni modo svanita che non è la tormenta (tanto atmosferica quanto dialettica), arriviamo a destinazione, in pratica l’estremità meridionale della Thailandia nel versante in cui incontra la Cambogia: da qui una davvero malmessa chiatta per il trasporto merci percorrerà il braccio di mare fino all’isola di Koh Chang.

Per la verità sembra di solcare un lago, il cui fondale limaccioso fa assumere all’acqua un colore verde pastello su cui baluginano riflessi biancastri.

Ed appare Koh Chang, aspra e selvaggia, irta di montagne informi e quasi priva di centri abitati. In pratica la presenza dell’uomo a Koh Chang è avviluppata tutta intorno ad una bizzarra strada che corre lungo tutti il perimetro dell’isola, tra balze e dossi più simili a quelli di montagne russe al luna park che a quelli di una via di collegamento. L’intero territorio dell’isola è parco naturale, la cui attrattiva principale è offerta dalle tante cascate da cui sgorga la tanta acqua che cade dal cielo; ad ogni modo la mano umana ha fatto sentire la sua presenza anche qui, con tanti resort di recente edificazione che spesso monopolizzano in maniera brutale le tante spiagge dell’isola. Il turismo di massa in ogni caso è a Koh Chang scongiurato per via delle già citate frequentissime piogge di , che la rendono un posto ostile ai fanatici della tintarella.

Il territorio dell’isola è quantomai esteso ed all’arrivo ho quindi il problema di scegliere verso quale insediamento dirigermi, attese le grosse distanze tra uno e l’altro; come spesso mi capita, mi lascio catturare dal nome: Lonely Beach, con questa sua musicalità che riporta a Battiato e la sua fama di località hippie. La scelta si rivela azzeccata : è il posto più suggestivo dell’isola ma, rimanga tra noi, all’arrivo lascio perdere gli hippie e vengo rapito da un resort ubicato dietro una collina, ove la strada precipita su una spiaggia incantata di fronte a diversi isolotti.

Dalle mangrovie pendono romantiche altalena da cui stare con i piedi in ammollo o sulla sabbia a seconda della alta o bassa marea; a ben vedere la stessa linea di marea funge da linea di trincea tra due eserciti che si combattono, quello dei granchi è quello delle formiche. Ma alzando gli occhi lo spettacolo è tutto davanti a te con il mare verdognolo che sembra baciarti, i cormorani intenti in una perigliosa pesca, gli isolotti sullo sfondo e poi palme, mangrovie, camelie in fiore alle spalle. E allora non resta che intonare ancora Battiato (vediamo chi becca le due citazioni): “🎶mare mare mare, voglio annegareee 🎶 , portami lontano a naufragareee 🎶 🎶 ” https://youtu.be/ntw-_5PVDOc

Una risposta a "L’orizzonte perduto – Giorno 3: running against the monsoon"

  1. Appena hai nominato Battiato mi si è allargato il cuore: i primi 3 concerti della mia vita li ha fatti tutti lui. Tra l’altro gli piace farli in mezzo ai prati, e questo talvolta causa degli inconvenienti non da poco.
    Ad esempio, al primo dei 3 concerti aveva piovuto a dirotto dalla mattina fino a un’ora prima dell’inizio, e quindi per raggiungere il mio posto a sedere dovetti avanzare nel fango che mi arrivava fino alle caviglie.
    Tuttavia, fare i concerti in un contesto agreste ha anche dei lati positivi: ad esempio, al secondo e al terzo concerto eravamo in piena Primavera, e quindi l’aria era carica di tutti gli odori naturali della terra, sembrava di essere nel giardino dell’Eden.
    Al primo concerto Battiato fece un’entrata in scena spettacolare: arrivò in macchina, fece fermare l’autista a poca distanza dagli ultimi posti a sedere e poi percorse a piedi il tragitto da lì al palco. Anche lui si sarà riempito le scarpe di fango, ora che ci penso.
    Il pubblico fu molto disciplinato: invece di sporgersi in avanti per toccarlo, si alzò in piedi e lo applaudì a scena aperta. Lo facemmo perché avevamo capito il senso profondo di quella scelta: Battiato voleva esprimere vicinanza al suo pubblico non con un sorriso finto, non con un ringraziamento stereotipato, ma con il gesto simbolico di camminare in mezzo a noi. Ci commosse senza bisogno di dire una parola.
    Il terzo concerto fu il più bello in assoluto, perché lui nell’ultima mezz’ora ci chiamò tutti sotto il palco e fece canzoni a richiesta finché non gli andò via la voce.
    Quella sera stessa capii che non l’avrei più visto in concerto, perché era meglio chiudere così, avevo già toccato l’apice. Cosa ne pensi della mia esperienza?

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