L’orizzonte perduto – Giorno 9 : le 4000 isole sul Mekong, ultima roccaforte freakkettona

Se un giorno arriverete a Don Det, scordatevi di parecchie delle cose che dominano la vostra vita nel paese di origine: scordatevi del lavoro, scordatevi delle tasse, scordatevi delle scarpe, dell’orologio, delle frasi d’occasione, del galateo e dell’ansia, degli avari e degli iracondi, e scordatevi soprattutto dei sorrisi di circostanza, quelli da abbozzare perché si deve farlo: lasciateli perdere perché qua sorridono già tutti sempre e lo fanno sinceramente. Se poi siete nativi del Laos, allora non avrete alcuna di quelle preoccupazioni da dimenticare perché la vostra vita ne sarà già priva. Dunque andiamo con ordine, cosa è Don Det? È il capoluogo spirituale delle cd 4000 isole sul Mekongin realtà poco più che un gettito di sabbia e fango compatto che il Mekong lascia per strada nella sua corsa verso sud, uno sputo solidificato che il Grande Fiume potrebbe ringhiottire con la facilità con cui un Polifemo si nutre dei compagni di Ulisse prima dell’accecamento. Il riferimento all’Odissea non è speso male, perché il contesto naturale è davvero “post-omerico”, mi si consenta il brevetto di questo affascinante concetto che mi piace proprio assai. Questa è la terra mitica dei mangiatori di loto, i fiori che danno l’oblio, sempre che di terra possa parlarsi atteso che si ha la sensazione di essere su qualche zattera semovente gettata nel Mekong. Qui il fiume arriva a misurare da una sponda all’altra la bellezza di 14 km (per capirci più del braccio di mare che separa Capri da Sorrento) e, prima di travolgere la Cambogia, si contorce un po’ nervosamente nel suo letto qui, disseminandolo di macchie alberate. La denominazione “4000 isole sul Mekong” che pare sulle prime un iperbole nel neonato stile “post-omerico” è invece tutto sommato realistico, a condizione di poter chiamare isole anche le più piccole striscie di sabbia emergenti dal gorgo. Don Det, insieme con Don Khong è una delle relativamente più estese, dove è possibile alla river people una vita di pesca e coltivazione del riso negli anfratti di terra non troppo sommersiDue delle cose che meno amo al mondo sono qui completamente assenti, parlo del cemento e dell’asfalto, mentre due sono le sole strade che esistono a Don Det e non sono certo intitolate ai Mazzini e Cavour locali, giacche si chiamano figuratevi Sunrise strip per quella che corre lungo la costa est e che assiste dunque all’alba, e poi sta Sunset strip sulla costa opposta, quella che vede il tramonto. Tra l’Alba e il Tramonto o viceversa (sono concetti arrotolati uno nell’altro da ste parti), vive entro palafitte di legno una comunità a suo modo variegata e unica, dove agli indigeni, fermi davvero ad un mondo di cento anni fa, si è andata ad unire e a ben amalgamare una umanità di occidentali in fuga dal proprio mondo, dai ritmi che non lasciano scampo alle emozioni e dalle mille responsabilità per ricostruirne una su basi più gracili come questi sedimenti sabbiosi ma più felice e fissata in belle massime di vita scolpite in pannelli in legno che pendono da tutti i soffitti delle casupole, in una singolare gara a chi espone la sentenza più originale

L’isola non vanta grosse tradizioni culinarie, eccezion fatta per la pasticceria di alto livello: sulle tavole di ogni locale di Don Det potrete assaggiare, se proprio ne avete voglia, i cd “happy cakes”, specialità della casa che compendia un impasto di pan di Spagna, mango, cioccolato e…..marjuana. La versione 2.0 dei mitologici fiori di loto insomma . A giudicare dagli effetti che noto sui suoi degustatori mi pare di capire sia buono. Ma come occupa poi la scanzonata gente di Don Det il suo tempo nell’arco della giornata? Partecipando per esempio alle magnifiche escursioni in kayak sulle rapide del Mekong organizzati da Mr. Mu (che non sta per mister Muscolo dal momento che ha una panza che io a confronto sono un pallanuotista). Il fiume qui si contorce in una serie di rapide e cascate dalla forza e gittata impressionante, inoltre più a valle, proprio nello spazio d’acqua dinanzi alla Cambogia vive uno sparuto gruppo di delfini di acqua dolce, il cui avvistamento pare garantito con un po’ di pazienza e occhio lungo. Io faccio squadra in kayak con il mitico Jason, un lungagnone australiano che pare uscito dal grande Lebowsky, le cui enormi potenzialità appaiono subito chiare nel contemplarlo fare colazione a whisky & cigarettes….Altri due equipaggi sono occupati da quattro ragazze di differenti nazionalità e di aspetto così carino da monopolizzare l’attenzione della nostra guida, che sta appollaiato su una delle due canoe ma che non conosco altro strumento seduttivo che schizzare l’acqua addosso con la pagaia e fare a ripetizione il verso del gatto arrabbiato, tipo un “miahhhhao” che dubito proprio faccia bagnare le mutande delle canoiste. A quello ci pensa piuttosto il Mekong che ci inonda e sballottola tutti come fuscelli, in particolare io e Jason che lasciati a noi stessi troviamo il modo di finire travolti dalla corrente dento dei rovi e rovesciarci disastrosamente. Jason si fa prendere dal panico più assoluto comincia a urlare attaccato al kayak, io mi faccio buoni trecento metri a mollo nel Mekong prima di riuscire a riagganciare la canoa, dove il mio amico prende a pregare (mai immaginato fosse cattolico) e dire di aver bisogno urgente di una birra (questa circostanza appariva invero si più immaginabile). Da notare che poco prima avevamo a piedi raggiunto rapide di questa sbalorditiva potenza e superato un magnifico ponte sospeso sull’isola di Don Khong

Il Mekong prende strade imprevedibili e strane, a volte calme e altre simili a balze infernali, in cui andiamo in uno strano zig zag fino ad arrivare ad un enorme “slargo” dinanzi alla Cambogia. Rientriamo in effetti con una piccola tassa in questo paese per appostarci a vedere i delfini, le rare orcelle del Mekong o anche Delfini dell’Irrawaddy, che concedono fugaci apparizioni lontane dalla nostra postazione. Ma quando stiamo già rientrano, ecco che a me e solo a me riesce di vederlo balzare proprio davanti alla prua a non più di due metri nella sua forma un po’ tozza e una testona deforme che francamente mi ha ricordato la forma di un pisello. Per capirci vi mostro una foto di repertorio non certo scattata da me vi e poi tempo per una faticosa risalita in kayak in territorio laotiano fino ad un’altra roboante cascata, la cd Khone Papheng in cui il Mekong davvero si mostra con la potenza di una divinità e la giornata può dirsi conclusa col disappunto della guida corteggiatore-imitatore di gatti che torna a casa con le pive nel sacco. A proposito di gatti, qui sulle isole ne noto tanti ma davvero tanti senza codaSecondo me gliela tagliano ma sento dire che si tratti di una razza locale: il fatto è che lo sento dire ai consumatori dei pan di Spagna bagnati alla maria che certo non paiono dei campioni di attendibilità.

Gli hippie o freak volevano cambiare il mondo per provare a riscriverlo con poche e semplici ingenue regole di vita. Ad un certo punto della storia erano diventati tanti e gonfiarono le università e le piazze ma non era ovviamente che una stagione fugace. Furono presto sconfitti e dalle città arretrarono alle campagne, poi a posti sempre più remoti dove mettere su una vita rilassata e basata su poche convenzioni. Le 4000 isole sul Mekong restano la loro inespugnabile Stalingrado, con la loro ubicazione così impervia in un buco del culo dell’Atlante geografico e il Mekong gigante buono a proteggerli con le sue rapide e cascate dal Progresso, altro gigante a volte buono a volte no. È un luogo magico e crepuscolare che scomparirà da un giorno all’altro come queste isole che prima o poi il Grande Fiume inghiottirà . Sta da capire insomma quale dei due Giganti farà prima in una mitologica contesa. Per ora le 4000 isole vivono e sono la realizzazione di una vera e propria utopia, nel senso quasi scientifico del termine (sarebbe più corretto parlare di “ectopia” ma vabbè): queste isole sono la declinazione freakkettona del regno di Utopia

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