L’orizzonte perduto – Giorno 22 : Katmandu, “un altro mondo”

Esiste un espressione certo estremamente ricorrente, adoperata in contesti diversi è divenuta di uso ormai familiare: “è un altro mondo”. Limitandola al solo contesto geografico la si adopera con uso frequente e disinvolto anche a sottolineare differenze per la verità piuttosto esigue: così Anacapri rispetto a Capri sarebbe un altro mondo, il nord rispetto dal Sud Italia è un altro mondo, la Germania o un altro paese europeo rispetto all’Italia è un altro mondo. Certo sono innegabili alcune differenze ma viste da qui appaiono tutte assai appiattite; insomma tutta l’Europa, quella occidentale almeno sicuramente, ha un modo di vivere nel bene o nel male sostanzialmente simile e non credo possano il sistema fiscale, la gastronomia o la minore o maggiore puntualità della rete di trasporti a far delineare un mondo completamente diverso rispetto ad un altro. Dicevo che tali differenze appaiono in effetti irrilevanti se guardate da qui: il “qui” si chiama Katmandu, capitale del Nepal, che è davvero “un altro mondo ” la vita dei locali pare organizzata secondo schemi completamente diversi, dove in un contesto di base rurale avere una influenza enorme l’impostazione religiosa e l’aspetto meditativo. Non esiste la grande distribuzione e non esistono supermercati in Nepal: i generi alimentari arrivano da piccolissimi fornitori, nello specifico contadini, allevatori, fattori. Le banche esistono ma hanno una gittata estremante limitata, pensata più per gli occidentali turisti che per i locali, i quali si fermano davanti agli sportelli bancomat a capire cosa mai siano quegli aggeggi che sputano fuori soldi. Anche la moda occidentale pare lambire assai poco il Nepal: gli uomini vestono più o meno alla occidentale ma le donne girano ancora avvolte in magnifici “sari” colorati

È un luogo magnifico e misterioso Katmandu che sulle prime davvero disorienta, pare impossibile che ci si trovi davvero dinanzi ad un sacrario buddista ricoperto d’oro, si tende a pensare che sia una riproduzione da luna-park dello stesso ma quello invece è reale.

E la spiritualità locale inoltre non è tutta appaltata a Buddha: questa è la terra di convergenza di buddhismo e induismo e non mancano templi e luoghi sacri anche della seconda corrente religiosa. Certo Buddha fa sentire il “fattore campo” essendo nato proprio in Nepal, a Lumbini, ma l’India è vicina e Shiva fa sentire la sua .

Durbar square è una delle piazze più belle del mondo con la sua successione di templi e pagode in un ordine apparentemente asimmetrico (ecco un’altra differenza sostanziale col mondo occidentale: la geometria!), che pare somigliare ad un vortice o una spirale al fondo della quale, confuso con i templi , sta il palazzo reale.

La sensazione davvero è quella di trovarsi in un vortice quando si è a Durbar square, anche per la sua animata umanità sempre a metà tra il laico e religioso. La sensazione non muta poi tanto nella città- gemella Patan, nata come città- stato in antitesi a Katmandu ma ormai assorbita dal suo sviluppo urbano. Le scene dunque di epiche battaglie tra i cavalieri e gli spadaccini delle due città rivali raffigurate sui templi nulla hanno potuto contro il nemico urbanizzatore, Patan è ormai un sobborgo di Katmandu raggiungibile in taxi .

Anche qui sorge una magnifica Durbar square con annesso palazzo reale; credo appunto che prendano questo nome le piazze site davanti ai palazzo reali e quella di Patan è architettonicamente ancora più bella, anche perché meno danneggiata dal devastante terremoto del 2015.

Nemmeno sfiorato dallo stesso terremoto è stato invece il “Golden temple” sito a pochi metri dalla Durbar square di Patan, un luogo di spiritualità e fascino indescrivibili .

I segni del terremoto sono visibili invece eccome a Katmandu, ovunque segnata da buche e lacerazioni che paiono ferite sanguinanti sulla sua pelle. I soldi per ricostruire sono davvero pochi ed in molti casi l’opera di riassemblamento di edifici di mille anni prima (la Golden Age di Katmandu è intorno al 1200 del nostro calendario) è impossible. Non l’ho trovata poi cambiata tanto questa città dalla mia prima visita del 2005, se non per un aspetto : allora andavamo tutti a piedi, ora tutti in moto anche qui, come in Vietnam e Thailandia.

Comincio a realizzare che queste motociclette cinesi vendute a 4 soldi siano una sorta di cavallo di Troia del gigante cinese che comincia così a seminare inquinamento e odore di se. Anzi non cavallo di Troia ma cavaletta, giacche l’effetto sonoro e visivo è quello dello sciame metallico già ampiamente percepito altrove.

Detto questo amo Katmandu alla follia

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