El mundo perdido – giorno 3: la boda del siglo

“Boda” è un vocabolo spagnolo che non si traduce nell’italiano “botta” bensì viene usato , in un linguaggio gergale e informale credo, per indicare il matrimonio.

Si, le nozze. Sono venuto in Venezuela a prender parte ad un bellissimo matrimonio. Ho trovato tuttavia tempo e modo di rendere il termine “boda” traducibile nel più assonante “botta”, nel senso che ho chiavato una capata pazzesca dentro una porta. Ma di questo parleremo poi, concentriamoci adesso sull’evento. Siamo in Venezuela, a Isla Margarita nel punto in cui il Mar del Caribe incontra l’Oceano Atlantico dando luogo a marosi di consistente portata, gioia dei surfisti. L’isola viene decantata per le sue spiagge ma la mia prima personale impressione è che offra il meglio di se nell’interno, verso il quale mi volgo spesso a contemplare questa scenario davvero spettacolare di vulcani più o meno sopiti ammantanti di una natura rigogliosissima. Dedicherò ad ogni modo i prossimi giorni alla scoperta di essa. Per ora mi sveglio, pervaso finalmente dalla piacevole sensazione di essere ai Caraibi e riesco a rubare qualche ora in spiaggia dove mi concedo un piacevole massaggio, atteso che dopo quasi tre giorni di aerei e sale di attesa ho il corpo incriccato come un rotolo di filo spinato e mi gusto un delizioso ceviche cucinato al momento da un pescatore col suo ultimo bottino, un delizioso Dorado, una sorta di orata. poi si parte per le nozze, che si terranno nella vicina è bellissima chiesetta coloniale di Paraguachi molto gradevole anche l’interno in stile caraibico col tetto in legno

Fa caldo, tanto caldo e poco dopo realizzo di essere l’unico fesso con la cravatta ma provo a resistere il tempo necessario per qualche foto, in modo da mettere a tacere anche varie amiche “tracine” use ad ironizzare sul mio rivedibile gusto in materia.

Il posto del matrimonio è bellissimo e il cielo regala anche una luna quasi piena che con le palme e il mare disegna un quadretto niente male

Molto belli anche gli sposi, cari ragazzi venezuelani molto legati alla loro terra martoriata. La propensione alla fiesta dei sudamericani non si lascia attendere e la festa diventa subito incandescente, con una sequela di vari balli caraibici quali salsa, merengue e varianti talmente sensuali che ho l’impressione talvolta che da tutti quegli sfregamenti di bacino qualcuna sia rimasta incinta.

Ma mi rendo perfettamente conto che a sto punto voi che leggete state aspettando solo una cosa: di saperne di più su sta storia della capata. E vi accontento, diciamo che è stato un numero di alta scuola palilliana: inutile nascondere che avevo bevuto un bicchierino di troppo ma la colpa va rintracciata nel caporalato e nei massacranti turni di lavoro cui vengono sottoposti i giovani venezuelani assunti a fare gli extra ai matrimoni . Sì, perché la sala aveva un dentro e un fuori, separati da una porta a vetri di quelle scorrevoli automatiche. Il sistema doveva essere difettoso, così avevano adibito un volenteroso ragazzo a fungere da congegno azionante ovvero che aprisse e chiudesse la porta….vabbè avrete già capito; breve storia triste: il tizio ad un certo punto, dopo ore e ore poverino sarà andato a pisciare un attimo ed io, mentre, invitato alle danze da una donna molto avvenente, con troppa foga rientravo per lanciarmi in qualche ballo salsero. Sdeng. K.o tecnico, a terra con la fronte scassata e una bella mulignana che mi porterò dietro per tutto il viaggio, sai come sarò carino nelle foto. Una discreta figura di merda. Fine

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