El mundo perdido- giorno 18: in bici tra le Montagne Sacre

È patrimonio comune dai tempi incaici la proprietà terapeutica della foglia della pianta di coca nel curare l’organismo e abituarlo all’altura. Così ancora oggi qui in Perù come in altri paesi andini si usa servire questo tea ricavato dall’infusione di foglie di coca, che vengono messe nella tazza così intere bevuta così la pianta non rilascia alcun effetto allucinogeno, quelli dati dalla famigerata cocaina, per ottenere la quale è necessaria una reazione con sostanza alcaline. Può ancora oggi capitare di vedere indios della costa raccogliere conchiglie dal mare, perché sminuzzandole e mescolandole con la foglia di coca, si ottiene una sorta di droga grezza. La sola foglia è invece un vero toccasana per l’altura ed è consumata pressoché ovunque dai tempi degli Incas. È doppiamente un peccato che questo popolo si sia estinto perché non ha fatto tuttavia a tramandare la conoscenza di un secondo effetto che la pianta assicura all’organismo: la cacarella. Bere sto tea ne assicura, almeno a me, una da record, un brutto viatico oggi che si torna in altura per un fantastico cross in Mountain bike di diversi siti Inca. a condurmi sulla cima di questa montagna, di fronte al ghiacciaio Veronica, è una scalcagnata brigata di ragazzi locali, che da improvvisarsi agenzia per sport estremi: uno guida, l’altro viene con me in bici e il terzo cazzeggia tutto il tempo a tel. Da qui scenderò in due siti diversi non troppo distanti l’uno dall’altro e accomunati dal comune denominatore di essere delle testimonianze dell’altissimo livello scientifico raggiunto da questo popolo, una sorta di livello proto-industriale. Apro la porta ad un insensato rimpianto: se avessero sviluppato la loro tecnologia in direzione degli armamenti, chissà forse questa magnifica cultura sarebbe riuscita a rintuzzare l’invasione dei bastardi venuti dall’Europa a sterminarli ma preferirono dedicarsi allo studio delle leggi della natura e della produzione compatibile, come nel caso di questo straordinario sito abbiamo qui di fronte un vero e proprio laboratorio di produzione alimentare ad altissimo livello di scientificità: ognuno di quegli anelli concentrici ospitava una specie di pianta da coltivare è studiato che ad ogni livello corrisponde una certa temperatura per via dell’esposizione al sole e per effetto dell’irrigazione che ne era fatta. Così andando dal basso verso l’alto ogni cerchio aveva una temperatura di 0,5 gradi più bassa del precedente: le piante venivano allevate e piantumate da un cerchio all’altro di anno in anno, per studiarne la crescita e il livello di produttività. Riuscite a realizzare di cosa erano capaci i “selvaggi”, “gli uomini-scimmia” come erano descritti dalla stampa dell’epoca nonché dai filosofi ed esponenti del clero e della chiesa? il sito prende il nome di Moray, che in lingua quechua indica una patata essiccata, di cui presumibilmente venivano ottenuti qui tantissimi esemplari anche nei secoli seguenti all’invasione. È un luogo incedibile, credetemi. ma è tempo di saltare in sella alla bici e buttarsi a capofitto lungo una pietraia verso il nuovo sito. Col mio fidato sherpa della bici, un ragazzino indio di nome Richard, raggiungiamo infine un paese chiamato Moras un luogo bellissimo, con viali assolati che paiono perdersi nel cielo. Qui le donne del paese vendono l’unico prodotto che questa terra donaqualcosa che ai tempi era fonte di straordinaria ricchezza e prosperità, tanto da essere venerato come un Dio: il sale dopo un’altra galoppata in bici si apre alla vista una striscia bianca rilucente. Pare una sorta di vagina della Madre Terra da cui viene partorita questa enorme ricchezza. siamo in mezzo a montagne di 4000 mila metri, lontanissime dal mare ma piene di questo oro bianco rimasto intrappolato qui in epoche geologiche precedenti. Il ragazzo mi spiega che questa miniera, ovviamente risalente agli Inca, basta ancora oggi al fabbisogno di sale di tutto il Perù. Gli Inca si sono estinti ma hanno lasciato le basi per lo sviluppo industriale della terra che abitavano. Segue poi un momento che mi ha commosso: il ragazzo entra nella miniera e prende a parlare con una donna che vi lavora era una conoscente di sua nonna, che ha lavorato qui 60 anni fino a morire per complicazioni polmonari, dovute suppongo al troppo inteso lavoro qui. Percorrendo la miniera da sotto a sopra su una strada deserta, abbiamo pure tempo per uno “sciavichiello” del prezioso sale, che affiora dal terreno come rugiada la via fino a valle si fa ora davvero bruttina e ripida ed è davvero dura rimanere in sella ma eccoci ormai al fiume Urubamba, dove una comunità di indio prepara un afrodisiaco cioccolato al sale di tempo ne resta poco, quello necessario a saltare giù dalla bici e partire in treno per la prossima destinazione, non proprio una qualunque…..Io ho sempre amato il treno, ricordo da bambino i viaggi con la famiglia verso la neve: passavo le notti sveglie a guardare dal finestrino il treno risalire l’Italia e ancora oggi saprei dire a memoria i nomi delle stazioni una ad una. Ora mi sta per toccare quello che è reputato il viaggio in treno più bello del mondo, e non riesco a trattenere le lacrime si, sono diretto lì e so di essere un uomo estremamente fortunato

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