Un presepe distopico

Il minuscolo borgo di Craco, in Basilicata, ben può sembrare un’allegoria dell’Italia intera. Insediamento abbarbicato sul cocuzzolo di una montagna, era abitato sin dai tempi dei Romani, da cui deriva il nome, una contrazione del termine latino “Graculum” a sua volta onomatopeico del verso della cd taccola, gracchiante uccello che tutt’oggi vola in gran numero sulla collina. Il borgo vantava una posizione invidiabile ai fini difensivi ed era situato su un fertilissimo terreno che donava in grande quantità grano agli abitanti, tanto da meritarsi l’appellativo di “monte d’oro” dal colore delle sementi che ammantavano i suoi pendi. Il borgo arrivo’ a contare sino a duemila abitanti, in gran parte dediti all’agricoltura e provenienti anche dalla zone limitrofe della Puglia per via della sua prosperità . Ma ad una tale ricchezza del suolo faceva da contraltare una caratteristica di segno opposto, una endemica fragilità dello stesso: l’intera area della regione si compone di sedimenti argillosi simili a castelli di sabbia e che le donano un aspetto simile alla Cappadocia turca. Risiede forse li in quell’argilla il segreto di tanta fertilità ma va da se che il territorio risulta inadatto a grosse costruzioni. Il boom economico ed edilizio degli anni ’60 porta invece ad un accrescimento della popolazione e alla necessità di nuove abitazioni, non più però le antiche casette con muri a secco dei residenti ma farraginosi cubi di cemento armato. Il terreno, bucato come una gruviera da diabolici piloni di calcestruzzo, comincia a cedere e il “monte d’oro” prende a sfarinarsi, si susseguono frane e smottamenti. A questo punto dell’opera entra in scena una figura teatrale tipica di questo tipo di tragedie, ovvero il signorotto della politica locale, ambizioso e sfrontato, il quale partorisce l’idea che forse potrà accreditarlo agli occhi dei suoi potenti colleghi di partito che siedono a Roma e di cui, almeno fin ora, non è che un minuscolo vassallo: Craco avrà un nuovo campo da calcio edificato sul suolo delle frane e ottenuto con materiali di risulta delle stesse, dovrà essere una roba grandiosa con spalti e tribune come se a Craco dovesse venire a giocare la Juventus o il Real Madrid. Con il suo orologio biologico più preciso di un cronometro svizzero la Natura dice basta allo scempio ed il giorno stesso dell’inaugurazione del Craco Stadium, l’intera montagna si sbriciola come un castello di sabbia in riva al mare e il paese si accartoccia come un mazzo di carte. Nulla ha a mio avviso devastato il nostro paese più della furia cementificatrice e asfaltatrice che ha investito l’Italia dal dopoguerra ad oggi, un intreccio micidiale di esigenze economiche,bassa politica e calcoli di una borghesia miope, che ha storpiato per sempre le città e le coste italiane. Ai bambini nelle scuole insegnerei che non vi è proprio niente di bello nel cemento e nell’asfalto, a noi non l’hanno insegnato.A Craco oggi sono rimasti ad abitare solo gli uccelli che col loro gracchiare danno il nome alla città.

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