Due loti sottozero – Cap. I – Reykjavik, terra di pionieri sull’acqua

La prima immagine che Reykjavik ci dona di se è un gigantesco battello arrugginito e malconcio, di quelli usati per la pesca oceanica e scafati per i mari più grossi è arrabbiati e forse pure per prendere a testate blocchi di ghiaccio imprevisti, attesa la prua simile alla testa di un ariete . Fu concepito tempo fa in un cantiere di Tallinn e reca nel nome un “italianismo” mal riuscito : si chiama infatti “Steffano”,’scritto così con due f. Tutto qui intorno al vecchio porto sembra rimandare ad un passato di arpioni, fiocine, vascelli pronti a lanciarsi in mari neri come la pece per mesi bui e fresi di pesca, ed anche un certo passato fatto di insediamento su una terra inizialmente ostile all’uomo è ricordato ovunque. Tutto ciò che proviene dal passato è insomma pervaso da uno spirito di settlement, colonizzazione, uno spirito appunto da pionieri. D’altra parte non poteva che essere così: questa terra non è abitata dalla notte dei tempi, sono stati i Vichinghi ad arrivarci intorno all’800 dopo Cristo, trasferendo quo in prevalenza schiavi adibiti al taglio delle foreste per ottenerne preziosa legna. Dovettero fare davvero un bel lavoro visto che di alberi ormai praticamente non ne vediamo manco più uno nella lunga e lunare strada he congiunge l’aeroporto alla città. Esiste poi un nuovo pionierismo che sembra aver pervaso ora la città: quello di agganciare questa città e questo che era un mondo a se all’Occidente.. Quello che doveva essere un piccolo insediamento di pescatori ha assunto alla velocità impressionante di un ventennio o poco più la tipica conformazione della città cosmopolita scandinava, un pezzo ben riuscito di Occidente dove decine di giovani di tante etnie diverse si muovono festanti ma tutto sommato ordinati. Tanti di loro sono emigrati qui a lavorare: a decine incontriamo ragazzi croati, polacchi, portoghesi ed ovviamente italiani. Facile tutto sommato distinguere chi è qui a vivere dai turisti: i secondi sono bardati con abbigliamento tecnico più adatto ad una spedizione polare che ad un venerdì sera cittadino, i residenti minimizzano sul freddo, che effettivamente per ora è sopportabile e vivibile. Ma la situazione cambia radicalmente se ci si sposta lontano dal mare nell’interno, ma queste sono storie che verranno. Per ora Reykjavik ci coccola con zuppe di aragoste o di agnello, locali con dj superfighi e cavallone indigene che sembrano però tutte vomitare di colpo lasciando la gente intorno piu che perplessa, per usare un eufemismo. E poi la natura intorno che sembra annoverare una ad una tutte le meraviglie del creato, ma di questo parleremo più avanti

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