Il Vello d’oro – giorno 2- Lo sbarco nella terra degli Originals Ciammurri

“Menin aiede tea Peleiades Achilleos oulomenov”
Cantami o dea l’ira funesta del Pelide Achille….questi sono i versi iniziali dell’Iliade, che danno un senso a tutto il dramma e la storia , in cui si affaccia il concetto di “yubris” di Achille, tradotto non proprio esattamente come “ira funesta”: più probabilmente la yubris e’ l’arroganza, la tracotanza, l’empieta’ dell’eroe che sfida gli dei, che con la sua audacia baldanzosa contravviene il Logos naturale delle cose…..qua non ho fatto manco a tempo ad arrivare che mi sono macchiato pure io del poco della Yubris. Si’, perché alla fine ho deciso di tagliar il prologo di questa avventura, che rivestiva un carattere simbolico e propiziatorio: ho deciso inavvertitamente di tagliare la tappa al fiume Acheronte per evocare le anime deli Argonauti ed ingraziarmi il favore degli dei. Mi sono deciso a questo taglio così, arbitrariamente, senza pensare quanto empia sarebbe risultata la mia azione e quanto avrebbe infastidito Giasone e gli altri che sto Palillo di cazzo sbarcava qua a volersi atteggiare bello e buono a fare l’Argonauta. Ma l’ho fatto in buona fede diciamo, estenuato da una nottataccia infame e da una considerazione di fondo: il fatto che l’Acheronte stesse in Grecia. Beninteso, niente contro la Grecia bellissimo paese o contro i suoi abitanti, ma il problema sono piuttosto quelli che la bazzicano d’estate, ovvero torme di italiani della peggior risma, rumorosi e maleducati. Ogni estate una turba di sconsiderati avventori del Belpaese violenta questa antica terra; forse lo sciagurato sogno di Mussolini, “spezzeremo le reni alla Grecia”, lungi dal realizzarsi sotto il punto di vista bellico nel ’41, si materializza ogni anno sulle spiagge di Corfù e Rodi, nelle balere di Paros e Mykonos. Divisioni ben equipaggiate di tamarri nostrani salpano per colonizzare siti archeologici coi loro Supersantos, battaglioni di pusillanimi portano i loro aperitivi stronzi da pidocchi arricchiti in luoghi di straordinaria bellezza, e su tutto la musica da discoteca impera e detta il verbo. L’Italia e’un paese dove le tragedie si manifestano nella sua gravità anni dopo: le dighe fatte a capa di cazzo crollano su villaggi inermi vent’anni dopo la costruzione, le palazzine appaltate ai mafiosi crollano perché fatte col cartongesso, la plastica il DDT e l’amianto con cui si facevano le scuole, dopo 50 anni si scopre erano, ma guarda, cancerogene. Tra una ventina d ‘anni si scopriranno tutti i guasti a livello cerebrale di sta zozzeria di musica con cui sono cresciuti sti neo-trogloditi del terzo millennio, che in una notte in nave sul ‘Adriatico, non spengono un secondo sto loro stereo a palla con sta musica di merda che non lascia dormire nessuno. E quando pure finisce la musica da discoteca attacca il rap, questa musica che in origine era il sound di ribellione dei ghetti neri americani, e che adesso nella versione italiota e’diventata la ribellione sedicente di adolescenti che manco per il cazzo hanno voglia di studiare o aprire un libro e si “ribellano” ai genitori stando lontano dalla stress a fumarsi le canne e giocare alle Playstation. Credo di aver avuto verso le sei di mattina una crisi del sistema vagale quando sulla nave ho dovuto ascoltare per la millesima volta sta rima di merda “sto lontano dallo stress fumo in poco e gioco a Pes”, cantata da sto giovinastri con aria ipnotica e a mo di inno generazionale, manco fosse Imagine di John Lennon o Like a Rolling Stone di Dylan. Che poi il tipo che la canta, un certo Pequeno, apprendo essere fidanzato di Njcole Minetti, cioè fidanzato si fa per dire, forse quando lei sta di festa o ha la batteria del cellulare scarico: tanta gente suppongo sia fidanzata con Nicole Minetti per una mezz’ora più il tempo di una sigaretta e una doccia…..
Vabbe ad ogni modo niente, taglio via l’Acheronte e mi direziono subito verso l’Albania via Corfù. Ma la vendetta degli dei era sul piatto…diciamo che sbarco in quello ch era l’antico Epiro, estremo sud dell’Albania, una terra su cui in tempi antichi regnava Pirro, un potente re così potente che oso’ un bel giorno sfidare il suo potente vicino, i Romani. Invase la penisola italiana con un forte esercito e vinse pure alcune battaglie ma ad un prezzo talmente sanguinoso da ritrovarsi presto senza mezzi. Tant’è che divenne proverbiale il detto “vittoria di Pirro” per indicare una vittoria troppo cara o inutile. Gira e rigira a furia di vincere ma in fin dei conti perdere Pirro ci rimise le penne e il suo regno cadde, prima sotto i Romani, poi finita l’era di Roma, sotto gli Ottomani. E appunto gli Ottomani ribattezzarono questa terra con un altro nome, da che si chiamava Epiro la chiamarono, la chiamarono…..ve lo dico dopo, giacché e’qui che si consuma la vendetta degli dei nei miei confronti e il tutto può essere intuito dalla cronistoria della giornata. Allora sbarco in una città di confine chiamata Saranda, in Albania. Questo paese si segnala per una serie di anomalie e caratteristiche proprio molto singolari, una di queste riguarda le autovetture: nel 91, alla caduta del comunismo circolavano in Albania non più di 500 automobili, in pratica meno di quanto ne stanno in sosta al parcheggio Brin una domenica pomeriggio. Poi caduto il regime si sviluppa una corsa al “mezzo e da tutta Europa arrivano, in un modo o nel altro, Mercedes e Audi a quantità. Ma a questo ci avevo già fatto caso la volta scorsa, 3 anni fa. Questa zona dell’Albania si segnala, oltre che per le Mercedes di grossa cilindrata, anche per un altra autovettura peculiare della zona: l’apecar, il trerrote che dir si voglia. Su uno di questi monto su e contratto un prezzo per raggiungere la meta prevista, un villaggio costiero chiamato Ksamil. Lungo la strada si ergono ovunque scheletri in cemento ed edifici di recente, recentissima edificazione, tirato su in una notte. Il conducente del trerrote pare quasi guardare con orgoglio a queste brutture e dice che anche lui è capace da solo in una notte di tirar fuori un bed& breakfast. Giungo a destinazione, il luogo non avrebbe nulla da invidiare ai Caraibi ma sta in Albania e ( per fortuna) e ignorato dai tour operator e dai babbei che a costoro si rivolgono. Piccolo inciso di natura polemica: in Albania, come in gran parte dei paesi ove sono stato, le spiagge anche le più belle sono liberamente accessibili. Poi se ti prendi il lettino, la sdraio o l’ombrello ne ok paghi, ma non è’ che viene espunto un fantomatico “ingresso” per entrare in un luogo che è già tuo in partenza. Ad ogni modo qui continuano i presagi funesti inviati dagli dei: mentre faccio il bagno una Medusa mi urtica la rotonda panza di birra ( che, lo dico per rassicurar le ormai poche mie estimatrici rimaste, conto di smaltire durante il viaggio). Ma l’ustione della Gorgona, forse un ultimo avvertimento a ravvedermi e a smettere di sfidare l’ira funesta degli dei, e’nulla a confronto dei presagi che continuano a manifestarsi. Gli abitanti del luogo parlano uno strano dialetto che ha qualcosa di usuale, con le vocali finali storpiate sempre in o, tipo “vieni ko” per dire vieni qua, “sciendi lo”, miett koo”….poi ad un tratto giro un promontorio e su un bellissimo isolotto il disegno divino si manifesta in tutta la sua crudeltà: sul bagniasciuga sta una pletora di giovinastri locali, pettoruti e tronfi come trichechi, intenti a fare tuffi a ripetizioni per compiacere i garruli esemplari di sesso femminile che guardano compiaciute….ogni tuffo e’ accompagnato da grida belluine cadenzate che tradotte significano qualcosa tipo “o coppe tiello” e ” a palla di cannone”. Poi uno, che pare il capo, sale su un pizzo, una sorta di faraglione o perché no, un capannioglio. Sale e fa un mega tuffo tra il plauso generale degli astanti, poi nuota via da vero maschio alfa…..a questo punto non posso più nascondermi, devo spiegarvi quale è la vendetta consumata dagli dei. Allora, dicevamo, questo era l’antico Epiro, ci stava Pirro, vinceva ma perdeva bla bla poi arrivarono i Romani bla bla bla, poi arrivano gli Ottomani che ribattezzano questa regione e la chiamano….è la chiamano ….e la chiamano……Ciamurria!!!!!! E i suoi abitanti, i Ciammurri!!!!!!! Sono finito nella terra dei Ciammurri, ecco spiegati gli apecar i colpi di mano con la fraveca e i tuffi a cufaniello!!!
La cosa tra l ‘altro ha un suo perché ance da un punto di vista filologico storico e ci tutta: il termine “ciammurro” viene indicato in senso dispregiativo a Capri a proposito degli anacapresi col significato di turchi. Secondo voi, i pirati turchi quando partivano per l’Italia da dove partivano se non da qui che è il punto più vicino alle coste italiane visto dall’altra parte del canale di Otranto? Inoltre da queste parti proveniva San Costanzo, che coi turchi aveva a che fare, forse come loro leggendario avversore, e se arrivo’ lui da qui a Capri, e’ possibile ipotizzare una migrazione di massa, a quei tempi non si viaggiava da soli.
Insomma, avrei dovuto percorrere un fiume, l’Acheronte, per fare un salto indietro nel tempo ed evocare delle anime protettrici, non lo fatto, ed un altro fiume, il fiume Ciam, che da nome alla Ciammuria, mi ha fatto fare un salto indietro alla casa di partenza, alla terra dei Ciammurri, dove sarei poito arrivare in un quarto d’ora con un bus Sippic. Ah la la yubris funesta del Palillo!
Al tramonto mi reco al sito archeologico bellissimo di Butrinto, per provare di riparare alla mia empietà e farmi perdonare dagli dei, cui chiedo di non essere poi così ostile con sto povero Palillo, mentre se ci racconto la grigliata di spigole, pezzogne cozze e calamari che mi sono fatto stasera per 15 euro marca un po’ troppo a capresotto che va in Thailandia, quindi Bonne nuit!

Il Vello d’oro- giorno 1- Si salpa

Con l’età e gli anni che passano si acquista esperienza e anche il viaggiatore più temerario acquisisce avvedutezza e senno: difatti io stavolta al momento della partenza da Capri e di prendere la funicolare per il porto ho acquistato già pure il biglietto di ritorno, perché l’anno scorso quando sono tornato io l’euro e ottanta centesimi per salire da Marina Grande a Capri non lo tenevo, poi il ragazzo impiegato al gate aveva letto il diario, gli era piaciuto e mi fece passare…
Ho passato molto del mio tempo nel ultimo mese a leggere e documentarmi sui tanti posti da vedere. Credo di conoscere a memoria i mini dei valichi di frontiera della Macedonia,potrei disegnare ad occhi chiusi una mappa orografica dei fiumi e dei monti dell’Albania, della rete stradale bulgara, dei siti UNESCO della Turchia e conosco ad uno ad uno gli eroi nazionali georgiani ed armeni. Ma qui siamo pir sempre nel campo della teoria, e la teoria non è mai stata un problema per me tutto sommato: quel che mi ha sempre fottuto e’la pratica, dove sono terribilmente deficitario. L’impresa nondimeno richiede un alto profilo di pragmaticita’ per essere portata a compimento e devo fare di necessità virtù. La creazione del bagaglio rientra sicuramente nelle attività “pratiche” ed e’ sempre stata un mio tallone d’Achille: l’anno scorso per la Transbalcanica avevo un improponibile sistema di due zaini, uno enorme dietro la schiena ed uno piccolo ma stracolmo sul davanti che mi rendeva agile come una papera con i cuccioli. Ma l’abisso lo raggiunsi due anni fa, quando mi presentai in uno sperduto villaggio indigeno del Rio Cayapas in Amazzonia abitato da indigeni con un elegante trolley color pesca griffato di mia mamma imbevuto fino al manico di fango. Roba da far rivoltare Levi Strauss nella tomba. Quest’anno la parola d’ordine e’ stata avere un bagaglio comodo e funzionale alla struppiata che mi attende: ho stipato fino all’inverosimile lo zaino predisponendo un sistema “matrioska” di zaini più piccoli all’interno dello stesso. Che uomo pratico! Ma quando poi ci si mette il fato avverso sono altri cazzi! Si, perché qualche felino di media taglia ha pensato bene di profumare con qualche sua secrezione urinaria lo zaino piccola “matrioska” che sta dentro quello grande, dando una fragranza inconfondibile a tutto il vestiario che mi porterò appresso ora fino in Caucaso. Che poi da uomo di mondo so fin troppo bene che significato ha questa minzione: e’pura strategia della tensione, ritorsione camorrista messa in atto da quel vecchio bastardo di New Planet, un gattaccio rosso che si aggira per il mio giardino a cui il mio Carbonello ha levato la purpetta dal piatto, ingallando e intorzando la panza alla gattina più bella del quartiere…..
In un altro anelito di praticità e di foraggiamento della francamente fin troppo gravida vacca dell’economia turistica caprese, ho poi pensato di esportare all’estero uno dei pochi brand di qualità rimasti: la marenna mozzarella &pomodoro della salumeria da Alduccio, da consumarsi sull’autostrada tra Napoli e Bari.

La strada passa sul luogo ove pochi giorni orsono si è consumata una delle peggiori tragedie automobilistiche degli ultimi sessant’anni, una delle tante tragedie ad orologeria dell’incuria italiana , poi si lascia alle spalle la Campania e comincia la Puglia ove cominciano le pale eoliche, supero un primo luogo carico di mitologia, Canne della battaglia, ove i mercenari numidiani di annibale annientarono le legioni romane, poi e’ la volta di Bari e del suo porto. Qui tutto per ora mi è stranamente comune: conosco quel cameriere con quella sia brutta alopecia e i suoi modi sgarbati, che vede in me un avventore di passaggio in attesa dell’imbarco e che mai penserebbe che io mi ricordo di lui; conosco quella coppia di cinquantenni in crisi che si imbarca pe la Croazia alla ricerca di una serenità coniugale che da a pugni con i messaggi che lui invia di nascosto all’amante: conosco quelle carovane di pellegrini diretti a Medjgorie a chiedere di guarire da mali incurabili o che la Madonna trovi un lavoro al figlio laureato e precario; quella giovane coppia nata in una discoteca il mese scorso va invece in Montenegro, mentre quei grassi e bisunti camionisti si imbarcano stanchi per l’Albania; quella turba di napoletani dell’hinterland si imbarca invece alla volta della Grecia col suo carico di creste, muscoli palestrati e iPod che sparano una musica rancida, e stanotte faranno a botte sul ponte della nave con gli inglesi già ubriachi,con cui già hanno cominciato a provocarsi a suon di cori da stadio. Ma qualsiasi cosa sarà, tutto ciò che passerà sotto il cielo rovente di questo giorno d’agosto mi sarà relativo, perché tra poco il sole tramonterà, proprio allora la nave alzerà il carrello e salperà, io in quel preciso istante mi sdraierò sul ponte della nave, vedrò la terra dissolversi nel tramonto, mi stapperò una birra, e sarà in quel preciso istante che mi sentirò l’uomo più felice sulla terra

Il Vello d’oro- Prologo

che ci siamo! E’ alfine arrivato il tanto agognato momento, il giorno più bello dell’anno forse per quel che mi riguarda, di sicuro il momento che preferisco di ogni viaggio, quello in cui riempio lo zaino di cose e di sogni.
Dove vado? beh se vi armate di un bel di pazienza ve lo spiego….Mi sono inventato questo bel viaggione pieno zuppo di mitologia e imprese epiche degne di un eroe omerico, con cui il prode Palillo dovrà confrontarsi se vorrà arrivare alla meta finale.
Allora l’idea è quella di salpare domani da Bari alla volta dell’Epiro, Grecia del Nord, per raggiungere alla spicciolata la prima metà, una sorta di preludio al viaggio dal forte valore simbolico: l’Acheronte. Trattasi del fiume che gli antichi greci credevano delimitasse il regno dei morti e sul quale navigava Caronte (inteso non come anticiclone portatore di bafuogno ma come traghettatore portatore appunto delle anime dei defunti). Il fiume esiste realmente, in una regione al confine tra Grecia e l’Albania e ha una bella gola profonda (ahaha) che percorrerò a piedi fino ad un sito di necromanzia ove è l’ingresso al regno dei Morti; lì evocherò a me le anime di coloro che devono guidarmi e darmi la luce in questa folle avventura: Giasone e gli Argonauti.
Volgerò poi a nord e, attraverso un luogo chiamato la Foresta di Pietra, raqgiungerò la prima tappa vera e propria, l’Albania. Qui incontrerò un mare cristallino e coste tra le più selvagge e inesplorate del mediterraneo e u bellissimo sito archeologico di recente tirato alla luce, Butrinto. Ancora qui sul tempio di Athena chiederò agli dei di non essermi ostili. Mi lascero poi alle spalle il mare Nostrum e mi addentrerò nel paese delle Aquile. Poco dopo dovrei raggiungere un luogo pieno di mistero e di mitologia, la Sorgente dell’Occhio Blu. Si tratta di una sorta di geyser che da origine ad un lago di cui nessuno è riuscito ancora a misurare il fondo. M’imbatterò poi nella Fortezza d’Argento, Argirocastro, città medievale albanese che ha ispirato la saga dell’Armata Brancaleone ( ricordate io feudo di Aurocastro’). Da qui si diparte poi una strada impervia e unica attraverso centinai di km per monti, bunker e fortificazioni. Chi l’ha percorsa parla di una sorta di Muraglia Cinese, ma a costruirla furono gli italiani durante la poco gloriosa campagna della seconda Guerra Mondiale, tant’è che ancora oggi si chiama la Strada Fascista. Giunto bello stracquato che sarò alla fine sulla sommità di una montagna (ove dicono fanno una birra che non ha nulla da invidiare alla Guiness), vedrò apririsi sotto i miei occhi la mitica piana di Pelagonia e due laghi, uno più bello dell’altro ma entrambi in un altro paese, la Macedonia. Varcata la frontiera, farò rotta sul lago di Prespa, ove sorge un’altra tappa molto attesa, Golem Grad, letteralmente la Grande Città, in pratica un’isola disabitata dagli uomini e colonizzata solo da serpenti. Da li mi sposterò poi all’ antica Lychidnos,l la Città della Luce, oggi chiamata Ohrid e che da nome al lago omonimo. Sembra sia un luogo di straordinaria bellezza e vi farò base per 2-3 giorni per visitare i dintorni, che contano parchi naturali monasteri e strambi luoghi tipicamente balcanici, come la strampalata Repubblica di Vevcani, un peasino di montagna i cui abitanti proclamarono all’indomani della disgregazione della Jugoslavia una loro stampalata repubblica autonoma, non riconosciuta da nessuno stato estero a parte loro stessi.
Verrà poi la volta di una tappa molto attesa, Bjisket i Nemuna, le Montagne Maledette. Si tratta forse del secondo luogo più difficile da raggiungere in Europa (nel primo ci capitò più avanti), un remoto lembo di terra incuneato tra Albania, Montenegro e Kosovo ma mi pare di aver capito che da queste parti i confini non sono che una linea immaginaria nella testa dei geografi occidentali. Qui vivono comunità di pastori che applicano un antico codice di leggi, il Kanun, fondato sull’Onore e il diritto di faida ma anche sull’Ospitalità. Arrivare alle Montagne maledette è un’impresa non da poco, con un viaggio in furgone, seguito dalla risalita di una gola di un fiume in barca e poi lo scavalcamento di un passo in quota a dorso di mulo. Sembra ci sia un’ unica persona che faccia da guida agli stranieri verso questi luoghi, tale Lulash Bush, con cui poco fa ho avuto persino una strampalata conversazione telefonica, di questo tenore: ” ..hallo hallo..do i speak with mr Bush?” e lui: “Si, ma se tu dice me io presidente di America, io taglia tu testa”….questa per intenderci sarebbe di tutto il viaggio la sola cosa che assomiglia vagamente, molto vagamente ad una prenotazione o una riserva. Ad ogni modo nelle Montgne Maledette dovrei stare un paio di giorni, per poi, pensate che figata, imboccare un sentiero della retroguarduia dei miliziani dell’UCk ai tempi della guerra del kosovo, per entrare poi in Kosovo appunto attravreso la spettacolare Rugova Gorge. Il Kosovo mi ospiterà il tempo necessario a visitare bellissimi monasteri e moschee, quelli rimasti e la città martire di Prizren, detta la “piccola Sarajevo” per la sua composizione etnico eterogenea e lo stesso destino di distruzione e morte.
Verrà poi una fase del viaggio in cui dovrei ammollarmi a tutta una serie di eventi assolutamente singolari. Innanzitutto passerò da Skopje, dove sono sarò molto onorato di partecipare ad un matrimonio di persone locali, invitato dal padre dello sposo noto artista frequentatore di Capri. Poi mi direzionerò in Bulgaria, e qui la cosa a cui mi devo ammollare è da raccontare ai nipotini se mi riesce. Esiste questo luogo molto bello, detto le Montagne d’Acqua, ammantato di misticismo e magia. Si tratta di 7 laghi di montagna ove ogni anno, nella notte tra il 18 e 19 agosto si raduna una setta strana, detta dei Bogomiti o Deanoviani dal loro fondatore Peter Deanuov. Danzno in cerchio tutta la notte intorno al lago eseguendo misteriosi rituali. Frequentando il loro forum in maniera del tutto casuale, sono stato scambiato per un loro adepto e mi arrivano mail del tipo : “Fratello Palillo, l’ora della grande Illuminazione s’approssima, vieni e apri il tuo cuore all gioia…” E vabbuò mo vengo, sarò il capo-delegazione della fantomatica sezione del Sud Italia dei Bogomiti, che conta un solo iscritto finora, indovinate come si chiama…Mah, il nome della setta è la Fratellanza Bianca, io penso sarà una di quelle cose scopereccie new age, se poi mi trovo in una setta di nazisti omosessuali venitemi a cercare.
Verrà poi la bella città di Plovidiv e i monti Rodopi, ove Orfeo incantava col suo strumento le creature e ove sembra sia uno deigliori posti al mondo per fare una cosa che sogno da tempo: avvistare un orso. Sarò ormai in Tracia e raggiungerò in Turchia Edirne,ove si sfidano in gara lottatori cosparsi di olio di oliva. Ma sarà ormai vicina Istanbul, ove mi ammollo da un amico che mi ha promesso di portarmi al gezi park prima che scompaia. Cose che vanno a scomparire saranno il leit motiv di tutto l’attraversamento dell’Anatolia, per il quale ho diverse opzioni al momento sulle vie da percorrere. La più probabile al momento passa per la fiabesca Safranbolu, da cui viene lo zafferano, e Ankara, ove il bar più figo nientedimeno si chiama qube cafe. Da qui poi mi inoltrerò nel profondo Sud Est della Turchia, una regione sconosciuta a molti delgi stessi Turchi. Esiste una città santa ove nuotano carpe giganti nel Tigri, Sanliurfa. Una montgna con misteriose teste scolpite sulla sommità. E siamo ormai in Mesopotamia (anche se oggi prende il poco rassicurante nome di Kurdistan), quindi dopo il Tigri ci sta l’Eufrate e bordeggiando un confine poco simpatico quello con la Siria,incontrerò le antichissime Mardin, Mydita e Hasankeyf, che spero di fare in tempo a vedere giacchè scompariranno sotto una diga….Dalla capitale del Kurdistan Diyarbakir, costeggiando u altro confine bello tranquillo, quello con l’Iraq, raggiungerò la antica capitale del Regno Urartu, Van, che sorge sull’omonimo lago e ove esiste una razza di gatto unica al mondo bianca e con gli occhi di diverso colore. Costeggiando poi verso Nord il confine con L’Iran (dove se trovassi come avere il visto sogno di piantar la bandierina almeno un giorno), passate le scascate del Muradiye mi apparirà ormai maestoso dinanzi il monte Ararat, ove si posò l’arca di Noe. Sarò quindi ormai in Armenia, ove sta la antica capitale del regno armeno, distrutta dai mongoli di Ghengis Khan, la mitica Ani. Da li attraverserò i selvaggi monti Kackar, ottimi per il rafting e d antipasto delle montagne per antonomasia, il Grande Caucaso, metà finale. Entrerò in Georgia dalle parti di Trebisonda e dopo aver attraversato ancora monti, valli fiumi e luoghi di straordinaria bellezza, alla fine arriverò in un’inaccessibile regione, in una repubblica autoproclamasi detta Abkazia, ai confini della cecenia. Qui sta la regione dello Svaneti, isolata da secoli con il resto del mondo, con scenari da Signore degli Anelli, con i villaggi abitati più alti di Europa,ove gli abitanti parlano una lingua che deriva dal sumero e hanno una serie di bizzarre tradizioni, la più importante delle quali rappresenta il motivo del mio viaggio. Sì, perché giunto qui, alla fine lo troverò, sì lo troverò…..poi mi allungo un attimo nella bella capitale Tblisi e prendo una low cost per Roma, oppure se dovessero avanzare tempo e soldi (ne dubito) mi prendo una nave cargo che attraversa tutto il mar Nero indietro fino alla foce del Danubio dall’altra parte, proprio come fecero loro….. Scusa ma loro chi? e cosa è che devi trovare? Eh giustamente dimenticavo, perché lì, in quella regione nei monti del Caucaso dove parlano sumero, sembra che i fiumi siano gravidi di oro e la gente del posto setaccia i corsi d’acqua con delle pelli, dei velli di pecora o montone, ancora oggi esattamente come 3000 anni fa, quando qui nella Colchide sbarcarono gli Argonauti e trovarono il vello d’Oro. Molti secoli dopo tocca a me ripetere questa avventura e ripercorrere il viaggio degli Argonauti. Ed orsù dunque, parti prode Palillo, alla ricerca del Vello d’Oro!!

El mundo perdido- giorni 19 e 20: la fine del mondo

Fino ad oggi ero solito ripetere a me stesso e a chi me lo chiedesse che il posto più bello del mondo fosse la baia dei Faraglioni di Capri non lo dirò più e non certo perché non ami più quel luogo, ma il motivo è presto detto Machu Picchu prima ancora che un luogo magico è un luogo comune. Nel senso che possono adoperarsi per esso tante di quelle frasi fatte definibili come tali ed ognuna di esse qui riesce a trovare un fondo di verità. Proviamo a vedere quali: “è un luogo che toglie il fiato”, vero e a quello ci pensa già l’altitudine tra l’altro; “è un luogo ove andare almeno nella vita”: assolutamente, capisco chi non ne ha possibilità, diversamente potreste un giorno finire a rimpiangere fino all’ultimo minuto e all’ultimo spicciolo buttati su qualche cesso di spiaggia di Sharm El Sheik o delle Canarie, pensateci finché siete in tempo; “non vi sono parole per descrivere un luogo così”, no, questo non lo accetto, non è un luogo comune ma una menzogna: vi sono sempre parole per descrivere la bellezza, proviamo a trovare quali. La prima cosa che noti arrivando qui è che si tratti di un luogo davvero inaccessibile, di conseguenza questo arrivare è lungo e tortuoso perché gli elementi della natura paiono essersi messi di impegno a disegnare un paesaggio impossible. Passata Ollantaytambo, il fiume Urubamba si incassa entro montagne altissime orlate da ghiacciai, solcando una valle sempre piu profonda stretta si che a fatica si riesce a vedere il cielo la valle è così angusta che vi è posto solo per la ferrovia e un cammino a piedi mentre nessuna strada carrozzabile arriva qui. Già il treno: questo è davvero il viaggio in treno più bello del mondo, a capofitto in queste valli come trascinati dal fiume verso una destinazione finale così leggendaria. Della bellezza paiono consapevoli anche gli operatori ferroviari peruviani che applicano a questa tratta tariffe da paesi scandinavi. Il fiume prende poi a disegnare come una spirale inarrestabile in una giungla sempre più fitta, fino a sbattere contro una diga, opera di ingegno notevole attesa la conformazione dei luoghi. Da questo punto, noto a tutti gli appassionati di trekking come “la Hidroeletrica” si scende come lungo una specie di cascata soft all’univo insediamento umano nel raggio di un centinaio di km, Aguas Calientes. A tale suggestivo nome non fa seguito alcun bellezza ahimè del luogo, sviluppatosi frettolosamente come un groviglio di calcestruzzo per l’offerta ai turisti in visita al Machu Picchu. Nella sua bruttezza e nella sua spendita di cemento mi ha ricordato certe città turistiche della Thailandia. Eppure il borgo avrebbe avuto modo di essere assai più bello, bagnato da questo fiume magico che qui incontra certe bellissime pietre dalla forma rotonda su cui si infrange in bianche spume ma fa niente, la sua bruttezza verrà dimenticata presto dallo tsunami di bellezza che sta per travolgervi. L’alba del giorno di ascesa alla montagna sacra vengo svegliato dal cinguettio di un bellissimo uccellino rimasto prigioniero nel bagno ha la testa variopinta di mille colori e lo associo ad un messaggero divino mandato dagli dei che sovraintendono alla Vecchia Montagna. Lo leggo come un presagio benigno. Assai più funesto si rivelerà nella lunga e faticosa ascesa alla Porta del Sole l’invio divino di certi inafferrabili moscerini verdi simili a diavoli volanti che mi tempestano di dolorosi morsi le mani . Ah già la Porta del Sole: un nome così lascia molte aspettative in chi legge, che credo di poter ripagare è il luogo da cui vedrete apparire il sito noto come Machu Picchu, anche se esso è in verità il nome della grande montagna su cui si trova la Porta del Sole e da cui è scattata questa foto stessa. Quel famoso colle che domina la città ha invece il nome di Wayna Picchu, che significa “giovane cima” mentre “Machu” sta per vecchia. da qui tocca finalmente scendere e tuffarsi in qualcosa dalla bellezza irreale. L’ultima parola che viene da usare per descriverlo è “rovine” o “resti”, perché quelle mura, quei templi incredibili, quelle pietre pare di sentirle respirare, sanguinare la torma vociante di turisti riesce qui a scalfire solo minimamente la bellezza e il rapimento estatico. State pur certi che se avrete la fortuna di venire qui e scendere dalla Porta del Sole a Machu Picchu, vi passerà tutta la vita davanti e non potrete fare a meno di piangere. simbolicamente il mio viaggio finisce qui, nel posto dove un viaggio può solo finire, non iniziare. Per la verità mi aspetta ancora qualche giorno dove dovrò recuperare un bagaglio sparpagliato per mezzo Sudamerica, tra Lima, Cartagena e Bogotà, l’emozione di un tramonto sul Pacifico e qualche altra avventura che eviterò di raccontarci, perché Machu Picchu è il luogo dove tutto ha fine E’ stata una gigantesca avventura vissuta a 1000 all’ora tra scenari che è difficile immaginare più diversi, rimbalzando per 3 settimane tra i Caraibi e le Ande, le giungle avvolte dalle nebbie e le città soffocate dallo smog.Scrivere il diario mi aiutava come sempre a ricostruire ciò che stavo facendo ma stavolta è stato difficile perché davvero gli stacchi drastici di scenari incredibili rendevano arduo il compito. Ognuno di essi è stato a suo modo un “mundo perdido”, dove tuttavia ho capito di non aver perso la mia Libertà

El mundo perdido- giorno 18: in bici tra le Montagne Sacre

È patrimonio comune dai tempi incaici la proprietà terapeutica della foglia della pianta di coca nel curare l’organismo e abituarlo all’altura. Così ancora oggi qui in Perù come in altri paesi andini si usa servire questo tea ricavato dall’infusione di foglie di coca, che vengono messe nella tazza così intere bevuta così la pianta non rilascia alcun effetto allucinogeno, quelli dati dalla famigerata cocaina, per ottenere la quale è necessaria una reazione con sostanza alcaline. Può ancora oggi capitare di vedere indios della costa raccogliere conchiglie dal mare, perché sminuzzandole e mescolandole con la foglia di coca, si ottiene una sorta di droga grezza. La sola foglia è invece un vero toccasana per l’altura ed è consumata pressoché ovunque dai tempi degli Incas. È doppiamente un peccato che questo popolo si sia estinto perché non ha fatto tuttavia a tramandare la conoscenza di un secondo effetto che la pianta assicura all’organismo: la cacarella. Bere sto tea ne assicura, almeno a me, una da record, un brutto viatico oggi che si torna in altura per un fantastico cross in Mountain bike di diversi siti Inca. a condurmi sulla cima di questa montagna, di fronte al ghiacciaio Veronica, è una scalcagnata brigata di ragazzi locali, che da improvvisarsi agenzia per sport estremi: uno guida, l’altro viene con me in bici e il terzo cazzeggia tutto il tempo a tel. Da qui scenderò in due siti diversi non troppo distanti l’uno dall’altro e accomunati dal comune denominatore di essere delle testimonianze dell’altissimo livello scientifico raggiunto da questo popolo, una sorta di livello proto-industriale. Apro la porta ad un insensato rimpianto: se avessero sviluppato la loro tecnologia in direzione degli armamenti, chissà forse questa magnifica cultura sarebbe riuscita a rintuzzare l’invasione dei bastardi venuti dall’Europa a sterminarli ma preferirono dedicarsi allo studio delle leggi della natura e della produzione compatibile, come nel caso di questo straordinario sito abbiamo qui di fronte un vero e proprio laboratorio di produzione alimentare ad altissimo livello di scientificità: ognuno di quegli anelli concentrici ospitava una specie di pianta da coltivare è studiato che ad ogni livello corrisponde una certa temperatura per via dell’esposizione al sole e per effetto dell’irrigazione che ne era fatta. Così andando dal basso verso l’alto ogni cerchio aveva una temperatura di 0,5 gradi più bassa del precedente: le piante venivano allevate e piantumate da un cerchio all’altro di anno in anno, per studiarne la crescita e il livello di produttività. Riuscite a realizzare di cosa erano capaci i “selvaggi”, “gli uomini-scimmia” come erano descritti dalla stampa dell’epoca nonché dai filosofi ed esponenti del clero e della chiesa? il sito prende il nome di Moray, che in lingua quechua indica una patata essiccata, di cui presumibilmente venivano ottenuti qui tantissimi esemplari anche nei secoli seguenti all’invasione. È un luogo incedibile, credetemi. ma è tempo di saltare in sella alla bici e buttarsi a capofitto lungo una pietraia verso il nuovo sito. Col mio fidato sherpa della bici, un ragazzino indio di nome Richard, raggiungiamo infine un paese chiamato Moras un luogo bellissimo, con viali assolati che paiono perdersi nel cielo. Qui le donne del paese vendono l’unico prodotto che questa terra donaqualcosa che ai tempi era fonte di straordinaria ricchezza e prosperità, tanto da essere venerato come un Dio: il sale dopo un’altra galoppata in bici si apre alla vista una striscia bianca rilucente. Pare una sorta di vagina della Madre Terra da cui viene partorita questa enorme ricchezza. siamo in mezzo a montagne di 4000 mila metri, lontanissime dal mare ma piene di questo oro bianco rimasto intrappolato qui in epoche geologiche precedenti. Il ragazzo mi spiega che questa miniera, ovviamente risalente agli Inca, basta ancora oggi al fabbisogno di sale di tutto il Perù. Gli Inca si sono estinti ma hanno lasciato le basi per lo sviluppo industriale della terra che abitavano. Segue poi un momento che mi ha commosso: il ragazzo entra nella miniera e prende a parlare con una donna che vi lavora era una conoscente di sua nonna, che ha lavorato qui 60 anni fino a morire per complicazioni polmonari, dovute suppongo al troppo inteso lavoro qui. Percorrendo la miniera da sotto a sopra su una strada deserta, abbiamo pure tempo per uno “sciavichiello” del prezioso sale, che affiora dal terreno come rugiada la via fino a valle si fa ora davvero bruttina e ripida ed è davvero dura rimanere in sella ma eccoci ormai al fiume Urubamba, dove una comunità di indio prepara un afrodisiaco cioccolato al sale di tempo ne resta poco, quello necessario a saltare giù dalla bici e partire in treno per la prossima destinazione, non proprio una qualunque…..Io ho sempre amato il treno, ricordo da bambino i viaggi con la famiglia verso la neve: passavo le notti sveglie a guardare dal finestrino il treno risalire l’Italia e ancora oggi saprei dire a memoria i nomi delle stazioni una ad una. Ora mi sta per toccare quello che è reputato il viaggio in treno più bello del mondo, e non riesco a trattenere le lacrime si, sono diretto lì e so di essere un uomo estremamente fortunato

El mundo perdido – giorno 17: Ollantaytambo, la Stalingrado degli Inca

Corre l’anno domini 1536. La campagna di invasione spagnola prosegue trionfalmente, il conquistador Francisco Pizarro risale le valli andine radendo al suolo intere città e sterminando dal primo all’ultimo i suoi abitanti. Poi un giorno le truppe spagnole arrivano qui, in una città chiamata Ollantaytambo, il cui re è conosciuto col nome di Manco Incaa Manco Inca non passa manco per il cazzo di arrendersi, anche perché perfettamente consapevole che gli toccherebbe alcuna sorte diversa dalla morte laddove deponesse pacificamente le armi. Ma per mantenere vivo se stesso e il suo regno bisogna sconfiggere gli spagnoli e l’impresa non pare alla portata dei suoi miseri e mal equipaggiati soldati. Soprattutto pare impossible fermare quella che è l’arma di distruzione di massa dei tempi , la cavalleria spagnola che già a Vilcabamba e a Cajamarca tre anni prima aveva fatto strage a migliaia di nativi, che mai prima avevano visto un cavallo. Atahualpa, re di Cuzco, era stato giustiziato tre anni prima, catturato in battaglia e Manco Inca deve escogitare qualcosa se vuole evitare la stessa sorte. Può giocare solo d’astuzia contro nemici così superiori per armamento. Così ai piedi di quella gigantesca fortezza fa costruire una serie di condotti allagabili ancora oggi visibili . Quando arriva la cavalleria spagnola, guidata dal fratellastro di Pizarro Hernando, si trova un muro d’acqua che gli viene incontro, mentre una pioggia di frecce e lance dagli spalti seppellisce gli sterminatori spagnoli nella tomba che meritano di trovare la vittoria fu netta anche se piuttosto effimera, perché dopo un anno le truppe spagnole si ripresentano con effettivi quadruplicati espugnando facilmente la città e mandando il coraggioso te incontro allo stesso destino del suo predecessore, la decapitazione. Resta comunque impresso il coraggio del valoroso re e visitare ancora oggi i luoghi di quella eroica resistenza assume un fascino indescrivibile anche il paese di Ollantaytambo, appena alla base della imponente fortezza, è assai gradevole a visitarsi, solvato dalle acque del fiume Urubamba che annegó gli spagnoli coi loro cavalli. Col mio solito culo becco un bellissimo alberghetto con vista sulle rovine Inca. A gestirlo è un artista, un certo Wow, che da il nome anche alla pensione, che vanta il libro degli ospiti a suo dire più grande del mondo. Ma l’attrativa principale è data da questa “hall” davvero incredibile, dove stare ore a rilassarsi contemplando gli scavi e ascoltare il rumore del fiume. E poi la cucina locale, lontana dalla “fighetta” Cuzco, capitale della cucina “novoandina” coi suoi bellissimi ristoranti fusion dalle atmosfere patinate. Qui le porzioni sostanziose servite dai fratelli Marquez contemplano piatti dal sapore robusto come il ceviche di trota appena pescata e poi lui, il povero animaletto domestico che qui in Perù è il piatto nazionale. Parlo del cuy, la cavia peruviana, finita nel forno sigh

El mundo perdido – giorno 16: la montagna dell’arcobaleno triste

La montagna del Vinicunca, meglio conosciuta come Rainbow Mountain, è un’attrazione divenuta nota in tempi estremamente recenti e che vede la sua popolarità implementare di anno in anno in misura esponenziale. Il motivo di questa fama è facilmente intuibile già guardando una qualsiasi fotografia dei luoghi, anche quando il soggetto pare una via di mezzo tra Sbirulino e uno sciatore sfigato della ex Ddr :

Le nette striature ferrose nella montagna di differenti colori donano un effetto scenico oggettivamente magico e senza eguali. Altrettanto facile a intuirsi è il soprannome di Rainbow Mountain, la montagna arcobaleno, per la ricorrenza di ben sette colori .

Per una mia descrizione dei luoghi io invece di colori ne adopererò due, che sono quelli del chiaroscuro, perché sulla montagna a mio avviso si addensano luci ed ombre nonché un enorme motivo di riflessione finale. La montagna tocca una quota di 5025 metri sul livello del mare e questa non può rimanere una curiosità fine a se stessa. Proviamo a spiegare cosa possano essere 5000 metri: la cima più alta d’Europa, il Monte Bianco arriva a 4780 e ci sono voluti secoli prima che un uomo riuscisse a issarsi su di esso. Ovviamente nel caso di specie contano le difficili condizioni climatiche col ghiaccio e la neve ma vi è anche un altro enorme ostacolo a quelle quote: l’ossigeno. Ogni forma vivente necessità di ossigeno. Gli alberi, che pure di ossigeno ne producono a loro volta, non arrivano oltre i 2.000-2200 metri, perché al di sopra di quella quota ve ne è troppo poco. Salendo incontriamo solo erba e cespugli, un tipo di vegetazione chiamato in Sudamerica “paramo” e che da luoghi a spettacolari scenari ad alta quota, fino ai quattromila metri circa. Sopra i quattromila i cespugli si fanno sempre più radi e solo l’erba, fatta di muschi e licheni, riesce blandamente ad attecchire. All’approssimarsi dei 4700-4800metri qualsiasi forma di vegetazione comincia a latitare. Salendo ancora è il deserto: a cinquemila metri di quota non sopravvive un filo d’erba ne null’altro. La superficie è pietrosa e morta, come quella della Luna. Significa che esso è un luogo dove la vita non può esistere. E se non può sopravvivere un filo d’erba, figuriamoci se può farlo un uomo. La circostanza invece pare non preoccupare minimamene la miriade di agenzie turistiche sparse per Cuzco, che propinano a frotte di turisti la escursione giornaliera alle Rainbow Mountain con la massima serenità ed allegria, senza peraltro che le autorità esigano un certificato medico o qualcosa comprovante uno stato di salute, una abitudine a resistere a certe quote. Nulla di nulla: una escursione a 5000 mila metri con un dislivello finale di 500 metri da percorrersi a piedi per una lunghezza di circa 6 km e per una durata di 5-6 ore a quella altitudine folle viene offerta e venduta per una quarantina di dollari come una gita a Disneyland per famigliole o una ascesa in seggiovia alla sagra della castagna di Cetrella. Non che sia io una persona che brilli per scrupolosità e prudenza: ho un carnet di “imprese” folli compiute in viaggio che evito di iniziare a raccontare perché ho la batteria al 30%.. Ma è l’approccio iniziale che è completamente diverso : se compri un escursione per sorvolare in ultraleggero le cascate Vittoria in Zambia lo metti in conto che puoi pure precipitare, se ti infili in Amazzonia a piedi lo sai che ci puoi pure rimanere secco. Insomma sono cose precluse a chi non ha grosso amore per l’avventura e non ha voglia di correre rischi, persone di una certa età o madri con figli al seguito, per esempio. Alla Rainbow Mountain arriva invece una folla giornaliera di vacanzieri per lo più ignari del rischio, capita di trovarsi a fianco di una bella famigliola di argentini dove ai due ragazzi comincia a sanguinare copiosamente il naso che manco sono scesi dal bus, il cui parcheggio è intorno ai 4500m per un’ascesa finale da farsi a piedi come dicevo. La stessa faciloneria (interessata ovviamente) la incontrai l’anno scorso negli operatori nepalesi che vendevano la escursione al campo base dell’Everest in modo molto easy, dove però ad onore del vero una documentazione medica era richiesta e l’ascesa è graduale perché dura diversi giorni a piedi, che consentono al corpo di acclimatarsi alla rarefazione dell’aria. Nondimeno l’escursione al campo base dell’Everest miete cento morti l’anno, qualcosa mi dice che il numero rischia di essere raggiunto di questo passo dalla gita alla Raimbow Mountain, con ricoveri a decine in una precaria tenda da campo di pronto soccorso posta a fondo valle, a molte ore di cammino dalla cima . Ad ogni modo ora mettiamo via questo pesantume da impiegato del catasto di Düsseldorf e proviamo a raccontare la visita alla montagna che, al netto della perplessità, è bellissima. Si lascia il bus e la civiltà a 6km dalla vetta, al fondo di una valle in quota che altro non è che la morena scavata da un ghiacciaio precipitato a valle. Vive qui una comunità di indios dediti all’allevamento dei cavalli, usati ora per il trasbordo, almeno fino ai piedi del muro finale, dei turisti più affaticati.

Sono bellissimi nei loro costumi variopinti e gli incredibili copricapo, sopratutto quelli femminili, somiglianti a delle orchidee tropicali. Le non troppe volte che mi sono trovato difronte a questi meravigliosi superstiti di un mondo scomparso ho constatato una duplice cosa: vi è sempre come una smorfia di sofferenza ad imprigionarvi il volto, sia per la dura vita cui sono sempre sottoposti o forse anche per la percezione di essere come le lucciole di Pasolini, parte di un mondo destinato a scomparire ed in gran parte già scomparso, travolto da un altro, il nostro che lascia loro solo angusti ed inospitali angoli in mezzo ad una malsana giungla e sul crinale di una gelida montagna. Ancora di loro mi colpisce l’ingenuità estrema, da far quasi rabbia: dopo 500 anni di stermini e persecuzioni, si fidano ancora di noi, si pongono gentili e deferenti, non hanno ancora capito quanto facciamo schifo e che ci prenderemo fino all’ultimo cm di terra e all’ultima goccia d’acqua, se la cosa avrà una qualsiasi convenienza economica. Qui assicurano il loro servizio taxi fino ai piedi della montagna, accompagnando a piedi il cavallo e riuscendo in qualcosa che a noi dell’altro mondo è completamente preclusa: correre. Noi avanziamo a passi di pietra in questa morena che per ora sale dolcemente ed è orlata da un monte a est ove poggia un segmento di ghiacciaio mentre ad ovest sta questa enorme montagna priva di ghiacci e piena di ferro rossastro che più avanti, su un suo lembo, che guarda a Sud, di fronte al maestoso ghiacciaio dell’ Asaungate, darà luogo al famoso gioco cromatico. L’avanzata di questa torna scalcagnata di turisti in questa valle comincia ad assumere i contorni truci della ritirata di Russia del corpo di armata italiano nella seconda guerra mondiale. Instupiditi dalla mancanza di ossigeno, avanziamo come fanti allo sbando nella steppa. Ci hanno pure diviso per reparti con nomignoli stupidì, di cui ora capiamo il motivo: ogni guida da un nome al suo gruppo, da richiamare poi accompagnati da un fischio tipo vacche al pascolo nell’enorme vallata, dove le persone procedono con passo troppo diverso per andare di gruppo. Noi siamo il gruppo “Wi-ki”, che in dialetto quechua dovrebbe significare “amici” e ci disperdiamo molto presto: ci sono due fratelli belgi super allenati che schizzano avanti come scheggie, una coppia di brasiliani che si abbuffa di sti pasticconi alla coca (la pianta molto usata per il mal d’altura), io che faccio una fatica della madonna e ricorro al cavallo degli indios, una russa che si scopre giusto oggi cardiopatica e che si sente male quasi subito , e gli argentini che rinunciano coi figli che sanguinano dal naso. Quando arriviamo all’erta finale, dove bisogna lasciare il cavallo, mi rendo conto che sembriamo degli automi e la scena di quella folla che avanza al ritmo di un passo al minuto comincia ad assumere dei contorni distopici. Una donna spagnola con due occhi sgranati come un pesce di profondità preso all’amo mi afferra il braccio e mi chiede se credo in Dio, la ragazza della coppia brasiliana colta da tachicardia e conseguente isteria confessa al fidanzato qualcosa che deve essere risultato sgradevole perché quello comincia a urlare, o almeno a provare a farlo: l’immagine del voler gridare qualcosa tipo “puttana” e non avere il fiato per farlo credo possa suggerire il testo di una canzone strappacuore a chi ne è capace di scriverne. Alla fine, dopo un’ulteriore scrematura data dall’irreperibile ossigeno, la torma di automi da “dope show” di Marylan Manson raggiunge la vetta, dove si insinua un vento fortissimo e fa davvero freddo. Ma lo spettacolo, per cogliere il quale bisogna inerpicarsi sulle pendici della montagna di fianco, è quello che è Ma subentra adesso in me un’altro motivo di tristezza, quello principale al di là delle difficoltà ad arrivare qui. Questa attrazione turistica fino a pochissimi anni fa non esisteva per niente, figurarsi che sulla mia guida Lonely Planet manco è riportata ed il motivo è presto spiegato: quella montagna multicolore fino a meno di venti anni fa era sepolta sotto un ghiacciaio ed era quindi invisibile all’occhio umano. Questo, come migliaia di ghiacciai nel mondo, si è sciolto ed è scomparso per sempre. L’acqua intrappolata lassù da milioni di anni, da quando si sono innalzate dal mare le Ande, è scappata via. L’effetto cromatico stesso della montagna è una sorta di hard disk di varie epoche geologiche, con i vari strati di depositi di ferro ed un differente livello di ossidazione cui corrisponde una diversa gradazione cromatica. Ora che sono all’aria aperta, si arrugginiranno presto come una bici dimenticata sotto la pioggia, finendo probabilmente per assumere un unico colore rossastro, anzi proprio il colore cd “ruggine” questa incredibile montagna è l’osso monco uscito fuori alla nostra vista da una ferita che abbiamo noi stessi inferto alla Madre Terra, una piaga in cui continuiamo a infilare le dita infette. È stupenda, coi colori dell’arcobaleno che piacciono sempre a tutti grandi e piccini, ma è un arcobaleno triste