Northern lights- Kiruna, la Chernobyl dell’Occidente

La Bruttezza è un valore secondo me. Può esserlo quando essa è assoluta, oggettiva ,incontenibile, deflagrante. Ecco quella di Kiruna è una bruttezza deflagrante, poi approfondiremo perché. Diciamo subito che Kiruna, 200km a nord del circolo polare artico, entrerebbe nella top five dei posti più brutti mai visti. Ma io lo sapevo e me la sono andata cercando. Avevo preso d’occhio questa città di minatori dal clima impossible epicentro della regione Sami circondata da una bellissima natura ma posta come una sorta di tazza di cesso al centro di una sfilata di modelle, un cratere infernale che si apre nel centro di una foresta a delle viscere ricolme di metallo. Le città dei minatori sono quasi tutte bruttissime: recano la fretta di insediamenti pioneristici ma poveri, baracche buttate lì alla rinfusa per accogliere sciagurati di mezzo pianeta disposta per salari men che accettabili a seppellirsi nelle viscere della terra per l’estrazione di qualcosa di prezioso . La distopia assoluta dove prima o poi andrò si chiama Omyakon, in Jacuzia a nord figuriamoci della Siberia: il posto più freddo abitato, temperature di meno 57 per pochi nugoli di baraccati chiamati a lavorare lo in miniera. In questo Kiruna ha un primato : sorge sopra la miniera più grande de mondo, un gigante grande quanto Milano di nera pietra gelata che ogni tanto trema, vibra, si contrae e si allarga quasi vivesse di vita propria. A Kiruna ci sono i sismografi. E tra poco Kiruna, almeno il suo antico insediamento, non esisterà più: verrà spostata di peso qualche km più in là, in questo immenso pianoro gelato dove lo spazio non manca. Tutto verrà trasportato, le case, la chiesa e persino il cimitero . E tutto molto in fretta, perché sta per scendersene tutto. Trasloco gentilmente offerto dalla potentissima azienda che gestisce la miniera e che ha bisogno di allargare lo scavo così da risucchiare la città dentro il gigante sotterraneo di ferro. La cosa credo sia perlomeno traumatica per la popolazione locale, che provo a fissare negli occhi ora in un caffè, in effetti paiono come depressi, disorientati, spiantati. Il pavimento su cui siediamo tra qualche mese si aprirà è finita dentro una miniera profonda km e km . in questa opera di trasformazione e alterazione completa della natura e dei luoghi per mano umana, Kiruna vive una tragedia a basso impatto, controllata e ammorbidita ma pur sempre dolorosa , una sorta di Chernobyl dell’Occidente. Inviato da iPhone

Northern lights – Uppsala, un quadro di lontananza

Un modo abbastanza usuale per descrivere un luogo e perlomeno per
cominciare a farlo e´quello di appiccicarsi una immagine metaforica o
meglio dire allegorica, spesso mutuata dall´iconografia femminile.
Cosi´, se Stoccolma era una nordica sirena protesa sulle acque,
l´immagine più che mi sovviene per questa Uppsala e´quello del cd
“quadro di lontananza”, definizione sovente abbinata a donne o anche
uomini ( lo hanno detto spesso anche a me) che paiono belli visti da
lontano o in foto, poi da vicino…..nzomm.
Ecco Uppsala “la dotta”, capitale culturale del paese con la sua
università considerata da alcuni la più antica del mondo (primato per
la verità rivendicato da Bologna), cuore pulsante della enorme
attività di ricerca e di studio di questo paese colto e che ha dato
ovviamente i natali o perlomeno e’ divenuto la casa di molte eminenze
del pensiero e della scienza. Spicca tra essi Carol Linneo, il biologo
che si pigliö la briga di dare una classificazione a tutte le specie
di flora e fauna al suo tempo conosciute. Ma l´ínteressantissimo museo
a lui dedicato, pieno di ammenicoli, animali imbalsamati e stranezze
provenienti dai 5 continenti. e´chiuso per restauro, cosi come moltr
altre attrattive del posto, probabilmente per la bassa stagione. Cosi
da vedere resta poco come il grazioso centro storico snidato lungo le
anse di un bel fiume che lo attraversa, tra il fogliame rossastro e
migliaia di castagne riverse al suolo. La città e´pervasa da un
gradevole e allegro clima studentesco, essendo sede di oltre 40.000
studenti, e capita di imbattersi in carovane di giovinastri tedeschi
vestiti in stile Oktober fest parecchio avanti con le birre gia dalle
prime ore del giorno, ed il ricordo va a quando mi imbatte´anni orsono
in un´analoga coitiva in quel di Firenze, finendo poi di li a poco a
fare i versi del cavallo e i passi di dressage ein- zwei- dei galopp!
con una di esse appassionata di questo sport…ma sono ricordi di una
gioventù ormia lontana. Il problema di fondo e che piovono i cani
morti da cielo e fa uno sfaccimma di freddo , combo che spegne presto
gli entusiasmi facendomi rippiegare in una davvero bella osteria dove
mi cimnto con l´eccellenza della cucina svedese nella sua versatilità
tra terra e mare: zuppa di aragosta e per secondo polpette di alce,
binomio inslito quanto soddisfacente. In un+ansa del fiume raccatto
pure uno studente assai avanti negli anni bello intorzato di sidro di
mele, che mi racconta di essere stato messo alla porta dalla moglie e
ha deciso di passare il sabato all´addiaccio sotto la pioggia. Statt
buon. Nella piazza del paese una manifestazione della comunità di
immigrati armeni che protesta contro l+aggressione militare da parte
del vicino Azerbaijan, luoghi ricordo di viaggi passati. Tutta la
città ospita una eterogenea comunita di immigrati medio- orientali
per un modello di integrazione che pare meglio riuscito che altrove.
Nel complesso un posto gradevole ma un po spento

Northern lights – Stockholm, beauty on water

Ogni luogo si lega irrimediabilmente ad uno dei 4 elementi alchilici
( terra. aria, acqua e fuoco) ed esso e´per Stoccolma
inequivocabilmente l´Acqua: la vedrete apparire come una sorta di
pavimento liquido già all´uscita del tunnel della metropolitana e non
scomparirà mai più dalla vostr vista ovunque vi rechiate. I tanti ed
eleganti palazzi poggiati agli angoli del difforme manto color
cristallo paiono la ovvia traslazione delle vecchie palafitte dei
Vichinghi che colonizzarono anticamente il sito per erigerlo a base di
partenza per le mete più disparate, una rampa di lancio per un futuro
di potenza. Il panorama architettonico per la verità si presenta in
maniera piuttosto eterogenea, unendo a scorci di architettura gotica
avventure sul genere design ipermoderno che talvolta scade in
albergoni trash consacrati a quel gusto che pare esistere come tempio
innalzato all´ Italiano tamarro medio che sverna tra Dubai e Sharm El
Sheik, ma sono eccezioni.
Si, perche´cominciamo a dirlo a chiare lettere: Stoccolma
e´bellissima, protes sull´acqua come una sirena nordica e dispiegate
su tante isole una diversa dall´altra. Si, ognuna delle isole di
quelle che e´un vero e proprio arcipelago pare consacrata ad un gusto
ed incarnare un suo stile, un suo messaggio di innovazione o
conservazione. Io scelgo quella di Gamla Stan, il centro storico e
vecchio cuore pulsante di quella divenuta col tempo una mordiba
metropoli a misura d´uomo. Ci metto un po´a scegliere l´albergo
giusto, riservandomi come sempre la felice prerogativa di non
affidarmi alla selezione via internet ne all´ansia prenotatrice di
tutto in anticipo, ed alla fine la scelta giusta la azzecco: un
bellissimo alberghetto in peino centro storico denominato The
Collector, i “collezionisti”, giacche´ogni angolo e´addobbato con
centinaia di oggeti collezionati lungo le rote nautiche dei mari di
mezzo mondo, in particolare i mari del Nord. Ancore, sestanti,
ottanti, mappe nautiche, ossi di balena e narvalo, qui al Collectors
non viene mai voglia di prendere l´ascensore perche´salire le scale
e´come aggirarsi per un museo. Un bel pezzo da collezione lo tengono
pure alla reception devo dire con sto gentilissimo esemplare di
biondona scandinava che rende la scelta pressoche´irrinunciabile. Dopo
poco realizzo pure di essere a pochi metri dall´Accademia del Nobel,
dove questa settimana assegnano i premi. Vedo le luci di quello ch
pare un normale ufficio, a trati pare quasi di sentirli confabulare,
eminenze della scienza e della letteratura e altri disparati rami del
sapere. Abituato da mesi a Capri al chiacchiericcio isterico del
toto-contagiati, se e´stato infettao questo o quel cristiano,
evoluzione patologica del toto-cornuti e della narrazione di tutte le
infedeltà coniugali endemica dei piccoli posti di provincia, mi pare
un balzo in avanti enorme..
Una cosa che colpisce da subito di Stoccolma e´come paia pensata per
essere vissuta tutta all´ aperto, un po come notato in altre capitali
nordiche come Copenaghen o anche Amsterdam, sebbene la latitudine o il
meteo certo non favoriscano almeno a prima impressione una simile
impostazione. Ma il vedere centinaia di locali correre all´aperto alla
prima vrenzola di sole, i bambini sciamare nei tanti bellissimi ed
attrezzatissimi parchi vale a rendere più salda l´ímpressione. Forse
e´un pregiudizio di noi latini quello di immaginare qualsiasi cosa a
nord di Milano come una tundra ghiacciata dove regnano orsi polari e
foche. Queste ultime per la verità ci stanno e fanno capolino ogni
tanto nel limpidissimo mare. Stupendi ed allestiti con eccezionale
maestria i musei, danno un´impressione che persino da una pantosca di
terreno con un po di muschio sopra riuscirebbero a trarre qualcosa di
appassionante alla vista di un turista. Eterogenea e multiculturale la
vita notturna, almeno a prima vista un modello assai ben riuscito di
integrazione e melting pot. Difficilmente ho visto una città più
vivibile, a condizione ovviamente di avere risorse perche´i prezzi
sono piuttosto scandinavi. Stockholm, beauty on water

Northern lights

Ritengo che la visione del mio zaino lurido e difformemente rigonfio di vestiti rigorosamente stipati a casaccio abbia innescato in me una reazione equiparabile a quella del sottoposto alla misura carceraria del 41bis che si trova a contemplare la sua mogliettina uscire ammiccante dalla doccia .

Probabile e legittimo invero che il contesto possa suggerire immagini più suggestive ed edulcorate ma preferirei rimanere su quella delle pulsioni sessuali dell’ex ergastolano che accede al regime di semilibertà, perché pare compendiare tutti gli aspetti dell’epifania “zainesca” incluso quello sprigionarsi di endorfine del buon umore tipico dell’after sex.

Insomma me ne parto, finalmente e nonostante tutto; e aggiungerei pure che mai come stavolta sento sia giunto il momento di farlo, al termine di un’estate che pare come essermi collassata dentro nonché con la poco lieta sensazione di essere attorniato da una (pur comprensibile) nevrosi dilagante. Più che altro credo sia giunto il momento di rompere con un certo ordine di idee, quello in cui la forza motrice di ogni azione anche la più banale è la Paura. O meglio la Paura pare essere divenuta inevitabilmente il motore di ogni inazione, un lento rotolare verso la Stasi, intesa non come polizia segreta della ex Germania est ma come incapacità di muoversi, poco congeniale a me personalmente che manco quando dormo riesco a stare fermo . Ma meglio tralasciare i chiasmi pseudo-filosofanti e non infilarsi nelle sabbie mobili di discorsi complessi, ben consapevole che alla parola “paura” ben potrebbe sostituirsi quella di “ragionevolezza” o “responsabilità”. Diciamo che mi sono limitato a constatare con sufficiente criterio che prendere un aliscafo o un vagone della circumvesuviana gremito di ineleganti corpi sudaticci, come per forza di cose si deve per necessità, non è meno insicuro di un trekking in una landa semideserta oltre il circolo polare artico . E con questo d’ora in avanti faccio valere la cd “regola zero” già adottata con successo per le cacce al tesoro: quella per cui non faró più alcuna menzione a nulla attinente il Covid. Il problema che si pone è tuttavia ora un altro: è che mi sono fatto sgamare dove sono diretto, quando parlo di passeggiate in posto freddi e pieni di natura. Insomma è arrivato il momento di spiattellare il programma, almeno in linea di massima. Sto per atterrare a Stoccolma, che si preannuncia bellissima come una nordica sirena protesa sull’acqua: qui le cose da fare si preannunciano davvero tante ma meglio non spoilerare e andarle a scoprire un po’ per volta .
Di lì mi sposterò poi nella regione centrale, quella più tipicamente svedese di Umea e Upsala e dei grandi laghi per poi deviare verso il mare occidentale, ove affiora una bellissima e relativamente selvaggia costa detta del Bohuslan. Con un cuoppo di gamberi bolliti ben saldo tra le mani mi dovrò poi spingere verso la metà ultima e meglio caratterizzante del viaggio: il Grande Nord svedese, quella entità geografica trasversale a vari stati conosciuta come Lapponia e ove vive la minoranza etnica dei simpatici Sami, grandi allevatori di renne e a cui è ricollegabile anche la leggenda di Babbo Natale. Dalla loro capitale, Kiruna, si riparte uno sgangherato ed obsoleto treno a vapore, residuato di epoche passate e che puzza ancora di miniera, diretto ad un paesino chiamato Abisko. Esso pare sia, per svariate ragioni climatiche, il posto migliore per l’osservazione di un fenomeno atmosferico che cattura la vista e la fantasia, nella sua assoluta incomprensibilità almeno a noi profani: quello delle northern lights, le magnifiche aurore boreali . Insomma, non sarà accattivante come una calata in Amazzonia o una corsa a cavallo nella steppa mongola ma chest passa il convento anzi il virus e, carta geografica alla mano, questo è il posto più lontano dove attualmente ci si può spingere al netto di restrizioni.
Ah vi sarebbe un’altra cosetta: dal paesino di Abisko si dipana un percorso giudicato tra i più belli al mondo , un trekking di 240km fino al fiordo norvegese di Narvik, detto il sentiero del Re perché percorso all’epoca da un regnante in fuga braccato dai nemici . Vista la stagione e l’inclemenza dell’inverno scandinavo appare impensabile percorrerlo ora per intero, tuttavia vi è una chicca segreta che non può catturare la mia attenzione. Pare infatti che il nostro re fuggitivo abbia nascosto da quelle parti un mai rinvenuto tesoro…

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El mundo perdido- giorni 19 e 20: la fine del mondo

Fino ad oggi ero solito ripetere a me stesso e a chi me lo chiedesse che il posto più bello del mondo fosse la baia dei Faraglioni di Capri non lo dirò più e non certo perché non ami più quel luogo, ma il motivo è presto detto Machu Picchu prima ancora che un luogo magico è un luogo comune. Nel senso che possono adoperarsi per esso tante di quelle frasi fatte definibili come tali ed ognuna di esse qui riesce a trovare un fondo di verità. Proviamo a vedere quali: “è un luogo che toglie il fiato”, vero e a quello ci pensa già l’altitudine tra l’altro; “è un luogo ove andare almeno nella vita”: assolutamente, capisco chi non ne ha possibilità, diversamente potreste un giorno finire a rimpiangere fino all’ultimo minuto e all’ultimo spicciolo buttati su qualche cesso di spiaggia di Sharm El Sheik o delle Canarie, pensateci finché siete in tempo; “non vi sono parole per descrivere un luogo così”, no, questo non lo accetto, non è un luogo comune ma una menzogna: vi sono sempre parole per descrivere la bellezza, proviamo a trovare quali. La prima cosa che noti arrivando qui è che si tratti di un luogo davvero inaccessibile, di conseguenza questo arrivare è lungo e tortuoso perché gli elementi della natura paiono essersi messi di impegno a disegnare un paesaggio impossible. Passata Ollantaytambo, il fiume Urubamba si incassa entro montagne altissime orlate da ghiacciai, solcando una valle sempre piu profonda stretta si che a fatica si riesce a vedere il cielo la valle è così angusta che vi è posto solo per la ferrovia e un cammino a piedi mentre nessuna strada carrozzabile arriva qui. Già il treno: questo è davvero il viaggio in treno più bello del mondo, a capofitto in queste valli come trascinati dal fiume verso una destinazione finale così leggendaria. Della bellezza paiono consapevoli anche gli operatori ferroviari peruviani che applicano a questa tratta tariffe da paesi scandinavi. Il fiume prende poi a disegnare come una spirale inarrestabile in una giungla sempre più fitta, fino a sbattere contro una diga, opera di ingegno notevole attesa la conformazione dei luoghi. Da questo punto, noto a tutti gli appassionati di trekking come “la Hidroeletrica” si scende come lungo una specie di cascata soft all’univo insediamento umano nel raggio di un centinaio di km, Aguas Calientes. A tale suggestivo nome non fa seguito alcun bellezza ahimè del luogo, sviluppatosi frettolosamente come un groviglio di calcestruzzo per l’offerta ai turisti in visita al Machu Picchu. Nella sua bruttezza e nella sua spendita di cemento mi ha ricordato certe città turistiche della Thailandia. Eppure il borgo avrebbe avuto modo di essere assai più bello, bagnato da questo fiume magico che qui incontra certe bellissime pietre dalla forma rotonda su cui si infrange in bianche spume ma fa niente, la sua bruttezza verrà dimenticata presto dallo tsunami di bellezza che sta per travolgervi. L’alba del giorno di ascesa alla montagna sacra vengo svegliato dal cinguettio di un bellissimo uccellino rimasto prigioniero nel bagno ha la testa variopinta di mille colori e lo associo ad un messaggero divino mandato dagli dei che sovraintendono alla Vecchia Montagna. Lo leggo come un presagio benigno. Assai più funesto si rivelerà nella lunga e faticosa ascesa alla Porta del Sole l’invio divino di certi inafferrabili moscerini verdi simili a diavoli volanti che mi tempestano di dolorosi morsi le mani . Ah già la Porta del Sole: un nome così lascia molte aspettative in chi legge, che credo di poter ripagare è il luogo da cui vedrete apparire il sito noto come Machu Picchu, anche se esso è in verità il nome della grande montagna su cui si trova la Porta del Sole e da cui è scattata questa foto stessa. Quel famoso colle che domina la città ha invece il nome di Wayna Picchu, che significa “giovane cima” mentre “Machu” sta per vecchia. da qui tocca finalmente scendere e tuffarsi in qualcosa dalla bellezza irreale. L’ultima parola che viene da usare per descriverlo è “rovine” o “resti”, perché quelle mura, quei templi incredibili, quelle pietre pare di sentirle respirare, sanguinare la torma vociante di turisti riesce qui a scalfire solo minimamente la bellezza e il rapimento estatico. State pur certi che se avrete la fortuna di venire qui e scendere dalla Porta del Sole a Machu Picchu, vi passerà tutta la vita davanti e non potrete fare a meno di piangere. simbolicamente il mio viaggio finisce qui, nel posto dove un viaggio può solo finire, non iniziare. Per la verità mi aspetta ancora qualche giorno dove dovrò recuperare un bagaglio sparpagliato per mezzo Sudamerica, tra Lima, Cartagena e Bogotà, l’emozione di un tramonto sul Pacifico e qualche altra avventura che eviterò di raccontarci, perché Machu Picchu è il luogo dove tutto ha fine E’ stata una gigantesca avventura vissuta a 1000 all’ora tra scenari che è difficile immaginare più diversi, rimbalzando per 3 settimane tra i Caraibi e le Ande, le giungle avvolte dalle nebbie e le città soffocate dallo smog.Scrivere il diario mi aiutava come sempre a ricostruire ciò che stavo facendo ma stavolta è stato difficile perché davvero gli stacchi drastici di scenari incredibili rendevano arduo il compito. Ognuno di essi è stato a suo modo un “mundo perdido”, dove tuttavia ho capito di non aver perso la mia Libertà

El mundo perdido- giorno 18: in bici tra le Montagne Sacre

È patrimonio comune dai tempi incaici la proprietà terapeutica della foglia della pianta di coca nel curare l’organismo e abituarlo all’altura. Così ancora oggi qui in Perù come in altri paesi andini si usa servire questo tea ricavato dall’infusione di foglie di coca, che vengono messe nella tazza così intere bevuta così la pianta non rilascia alcun effetto allucinogeno, quelli dati dalla famigerata cocaina, per ottenere la quale è necessaria una reazione con sostanza alcaline. Può ancora oggi capitare di vedere indios della costa raccogliere conchiglie dal mare, perché sminuzzandole e mescolandole con la foglia di coca, si ottiene una sorta di droga grezza. La sola foglia è invece un vero toccasana per l’altura ed è consumata pressoché ovunque dai tempi degli Incas. È doppiamente un peccato che questo popolo si sia estinto perché non ha fatto tuttavia a tramandare la conoscenza di un secondo effetto che la pianta assicura all’organismo: la cacarella. Bere sto tea ne assicura, almeno a me, una da record, un brutto viatico oggi che si torna in altura per un fantastico cross in Mountain bike di diversi siti Inca. a condurmi sulla cima di questa montagna, di fronte al ghiacciaio Veronica, è una scalcagnata brigata di ragazzi locali, che da improvvisarsi agenzia per sport estremi: uno guida, l’altro viene con me in bici e il terzo cazzeggia tutto il tempo a tel. Da qui scenderò in due siti diversi non troppo distanti l’uno dall’altro e accomunati dal comune denominatore di essere delle testimonianze dell’altissimo livello scientifico raggiunto da questo popolo, una sorta di livello proto-industriale. Apro la porta ad un insensato rimpianto: se avessero sviluppato la loro tecnologia in direzione degli armamenti, chissà forse questa magnifica cultura sarebbe riuscita a rintuzzare l’invasione dei bastardi venuti dall’Europa a sterminarli ma preferirono dedicarsi allo studio delle leggi della natura e della produzione compatibile, come nel caso di questo straordinario sito abbiamo qui di fronte un vero e proprio laboratorio di produzione alimentare ad altissimo livello di scientificità: ognuno di quegli anelli concentrici ospitava una specie di pianta da coltivare è studiato che ad ogni livello corrisponde una certa temperatura per via dell’esposizione al sole e per effetto dell’irrigazione che ne era fatta. Così andando dal basso verso l’alto ogni cerchio aveva una temperatura di 0,5 gradi più bassa del precedente: le piante venivano allevate e piantumate da un cerchio all’altro di anno in anno, per studiarne la crescita e il livello di produttività. Riuscite a realizzare di cosa erano capaci i “selvaggi”, “gli uomini-scimmia” come erano descritti dalla stampa dell’epoca nonché dai filosofi ed esponenti del clero e della chiesa? il sito prende il nome di Moray, che in lingua quechua indica una patata essiccata, di cui presumibilmente venivano ottenuti qui tantissimi esemplari anche nei secoli seguenti all’invasione. È un luogo incedibile, credetemi. ma è tempo di saltare in sella alla bici e buttarsi a capofitto lungo una pietraia verso il nuovo sito. Col mio fidato sherpa della bici, un ragazzino indio di nome Richard, raggiungiamo infine un paese chiamato Moras un luogo bellissimo, con viali assolati che paiono perdersi nel cielo. Qui le donne del paese vendono l’unico prodotto che questa terra donaqualcosa che ai tempi era fonte di straordinaria ricchezza e prosperità, tanto da essere venerato come un Dio: il sale dopo un’altra galoppata in bici si apre alla vista una striscia bianca rilucente. Pare una sorta di vagina della Madre Terra da cui viene partorita questa enorme ricchezza. siamo in mezzo a montagne di 4000 mila metri, lontanissime dal mare ma piene di questo oro bianco rimasto intrappolato qui in epoche geologiche precedenti. Il ragazzo mi spiega che questa miniera, ovviamente risalente agli Inca, basta ancora oggi al fabbisogno di sale di tutto il Perù. Gli Inca si sono estinti ma hanno lasciato le basi per lo sviluppo industriale della terra che abitavano. Segue poi un momento che mi ha commosso: il ragazzo entra nella miniera e prende a parlare con una donna che vi lavora era una conoscente di sua nonna, che ha lavorato qui 60 anni fino a morire per complicazioni polmonari, dovute suppongo al troppo inteso lavoro qui. Percorrendo la miniera da sotto a sopra su una strada deserta, abbiamo pure tempo per uno “sciavichiello” del prezioso sale, che affiora dal terreno come rugiada la via fino a valle si fa ora davvero bruttina e ripida ed è davvero dura rimanere in sella ma eccoci ormai al fiume Urubamba, dove una comunità di indio prepara un afrodisiaco cioccolato al sale di tempo ne resta poco, quello necessario a saltare giù dalla bici e partire in treno per la prossima destinazione, non proprio una qualunque…..Io ho sempre amato il treno, ricordo da bambino i viaggi con la famiglia verso la neve: passavo le notti sveglie a guardare dal finestrino il treno risalire l’Italia e ancora oggi saprei dire a memoria i nomi delle stazioni una ad una. Ora mi sta per toccare quello che è reputato il viaggio in treno più bello del mondo, e non riesco a trattenere le lacrime si, sono diretto lì e so di essere un uomo estremamente fortunato

El mundo perdido – giorno 15: Cuzco, la Firenze del Nuovo Mondo

Dovendovi parlare di Cuzco, scelgo di iniziare dal cielo che la sovrasta, anche se sarei tentato di scegliere un verbo più dolce , perché questo cielo pare quasi fondersi in un abbraccio con la città

In esso sembra di scorgere la sapiente mano di qualche pittore del secolo d’oro fiammingo, anche se siamo dall’altra parte del mondo. Van Eyck, ad esempio, ben potrebbe essere l’autore

di queste nuvole che pare quasi di poter toccare. Beh ad analizzar la cosa, non saremmo manco cosi lontani dal poterlo fare, nel senso che siamo talmente alti sul livello del mare, che persino le nuvole devono essere più vicine.

Cuzco sorge ad un’altitudine di 3450 metri sul livello del mare, che sono davvero parecchi. Ecco, quella che sto per dirvi è l’unica nota stonata di una città che ho sin da subito trovato tra le più belle mai viste: l’altitudine, ahimè, si fa sentire. La testa duole e il fisico fatica, almeno i primi giorni . Salire una scala o portare un bagaglio può rivelarsi un fardello inaspettato. Evitate di mangiare troppo pesante che la digestione si fa sentire, scordatevi le sigarette e, se siete in dolce compagnia e proprio non riuscite a fare a meno di tuffarvi tra le braccia di Eros, magari scegliete qualche tecnica amatoria meno dispendiosa, tipo un “dirty Chewbacca” o “un “timone olandese”, giusto per restare in tema con la pittura fiamminga 😂😂

Certo, è un dato soggettivo, ma a meno che non siate nati in un paese andino o siate sherpa tibetani e pakistani, appare del tutto improbabile che possiate essere abituati ad un’ altitudine alla quale in Europa ci sono o purtroppo c’erano solo i ghiacciai. Ma veniamo alle cose belle, tante, tantissime e predominanti:

Cuzco è davvero un posto magico, che con un azzardo ho definito una Firenze andina, sebbene il suo stile prevalente non rinascimentale ma barocco.

Della splendida città di Dante e dei Medici, Cuzco riprende quella forte uniformità architettonica tendente al bello, dove ogni strada, ogni spigolo di un palazzo pare realizzato con la dovizia di un maestro d’arte. Non dissimile anche la conformazione urbanistica con questo centro come sdraiato tra dolci colline (qui per la verità si tratta di cime sui 4000m…). Guardate qui: non sembra di rimirare il Duomo di Firenze dalla collina di Fiesole? Non chiedetemi cosa ci sia in quel piatto, perché certi dolci creature preferisco ricordarle così.

La fenomenale Plaza de las armas reca due gioielli architettonici assoluti, frutto della competizione serrata tra il governatore della città, Francisco Pizarro, e i missionari gesuiti accorsi ad evangelizzare il nuovo mondo. Ma la posizione del missionario, come analizzato già prima sotto differenti profili, può risultare ostica e faticosa a queste quote, cosicché i gesuiti dovettero acconsentire a che la cattedrale, edificando per mano di Pizarro, fosse l’edificio più alto della città, mentre il loro Tempio della Compagnia di Gesù potette gareggiare solo in bellezza, verso la quale i gesuiti indirizzarono tutti i loro sforzi richiamando fin qui sulle Ande i migliori architetti e artisti da Spagna e Italia.

La forma della piazza e la sua posizione le conferiscono quel riuscito effetto di contenitore di luce, una sorta di incavo, di coppa in cui la luce sembra bagnarsi come vino pregiato in un calice. Credo di aver visto uno stesso effetto ottico, in dimensioni più ridotte, nella magnifica piazza barocca di Noto, in Sicilia.

Ma credo che basti per oggi spendersi in paragoni, perché Cuzco è Cuzco

El mundo perdido- giorno 14: Perù i come to you

Il cielo terso mi regala la possibilità di un viaggio aereo tra i più belli che ricordi, col jet che sorvola prima la regione dei Llanos colombiani per poi addentrarsi in volo sopra la Amazzonia più piena quello che pare fendere il cielo oltre che la terra, è lui, Sua Maestà il Rio della Amazzoni, che sorvoliamo in una regione che è una sorta di enclave colombiano in territorio brasiliano. La città si chiama Leticia, dista da Bogotà quanto Napoli da Stoccolma e da lì si può arrivare in barca in Brasile o in Perù. Già, il Perù: ho scelto il Perù alla fine, rinunciando proprio a Leticia e l’Amazzonia, ma sono sicuro che la mia scelta verrà ripagata. Il verde bottiglia dell’Amazzonia lascia il posto al beige delle Ande, che deflagrano poi in bianco di ghiacciai eterni, sebbene siamo pressoché all’equatore ed ecco le aspre morene andine, scavate dal ghiaccio e che ci regalano forti turbolenze il pensiero va presto a quella storia incredibile di quell’aereo precipitato sulle Ande con a bordo una squadra di rugby uruguaiana in viaggio verso il Cile. una delle storie più incredibili del secolo scorso: gran parte dei ragazzi riuscì a sopravvivere per settandue giorni, quando ormai le ricerche erano cessate ed erano dati per dispersi. Il coraggio di due di essi, che attraversarono le Ande a piedi, fino a chiamare i soccorsi fornì il buon esito della vicenda, ma per molti giorni i superstiti furono costretti a cibarsi con i corpi dei compagni morti . ma ecco il mare, anzi l’oceano: si tratta del Pacifico, che vedo per la seconda volta . Lima sorge su una sorta di piccolo piano rialzato di poche centinaia di metri rispetto al mare. Il tragitto dall’aeroporto in centro è reso un incubo dal traffico davvero assurdo e fuori controllo di questa città nonché dal solito tassista abusivo arraffone, che prova a farmi una sola con i soles, la valuta locale. Ad ogni modo, dopo tanto troppo traffico, si apre poi una bella piazza, intitolata a Saint Martin da lì si prosegue poi lungo un corso per la piazza più famosa del Perù, Plaza dos Armas. costruita come piazza marziale da Francisco Pizarro, le cui spoglie sono custodite mummificate nella splendida cattedrale alle mie spalle. Capiró poi che tutte le piazze del Perù prendono questo nome e devono la loro edificazione al periodo dell’invasione spagnola. Sulle prime Lima non mi lascia troppo favorevolmente impressionato, troppo affogata nel traffico e nel rumore. Vanta comunque eccellenti ristorante per una cucina, quella peruviana, che sta esplodendo meritatamente nel mondo. Bellissima tuttavia la luce in cui è immersa, una luce diversa, biancastra e accecante Vi tornerò a Lima, alla fine del viaggio, e spero di averne una impressione diversa. Per adesso proseguo verso un posto che si rivela subito magico. ma ne parleremo poi. Si, ho l’impressione di essere arrivato in uno dei posti più belli del mondo

El mundo perdido: giorno 12: a place called Salento, un far west 2.0

No, quando parlo del Salento non mi riferisco al bellissimo “tacco dello stivale” italiano, terra che per altro prediligo e dove ho due care e bellissime amiche vi sto parlando altresì di un posto sulle Ande colombiane, non proprio la metà più facile a raggiungersi che si ricordi nondimeno bellissimo, estremamente affascinante. il periglioso modo per accedervi passa necessariamente attraverso un viaggio nell’Eje Cafetero colombiano, una regione di fitte giungle sub-tropicali recentemente riconvertite alla fiorente industria del caffè. Tutta la regione, su cui l’uomo ha affermato in tempi piuttosto recenti il suo primato sulla natura indomita, appare ancora pervasa da uno spirito pionieristico di conquista, percepibile già solo al passaggio per il capoluogo della regione, la città di Pereira. La sua stazione degli autobus è un formicaio di umani in viaggi per mete dai nomi insoliti e che rimandano inequivocabilmente al etnia o il paese di chi giunse qui per primo e dovette piantare una bandierina nel suolo, al fine di far sua la terra, come accadeva nel vecchio west o anche quando si è andati sulla luna. Così ci sono Portugal e Armenia Finlandia e Circassia, Cartago e Vindobona (odierna Vienna), persino una Palestina e una Sion: ecco, dubito che il derby tra le rispettive rappresentative sportive di calcio si svolga in un clima decoubertiniano di serenità. E pure parecchi italiani, come sempre d’altra parte, devono essere partiti a fine Ottocento alla conquista di queste terre vergini, se abbiano da ste parti una Amalfi, una Toscana e pure una Viterbo persino Capri compare sulla mappa geografica , sebbene solo come nome di un quartiere di Pereira e nome di un autolavaggio ma la mia meta, come già anticipato, è un’altra la strada si inerpica abbastanza ripida su delle colline che diventano con un certo zelo montagne, con la pioggia e la nebbia che passano ad esigere il loro tributo fino alla destinazione finale, cui giungo giusto sul far della sera vista dal “mirador” in alto, che da un lato contempla uno spettacolare paesaggio andino e dall’altro esattamente alle spalle la città, si mostra non dissimile da una Spaccanapoli in rilettura andina, con questa via centrale che sega in due il paesello fino a confluire nella piazza centrale, epicentro di ogni attività. E contemplo fra esse certo la ronda per le strade del paese con le jeeep willys del secondo conflitto mondiale , finite qui per qualche motivo a centinaia e ora impiegate per mansioni lavorative come per il corteggiamento alle signorine. Diciamo che ste jeep svolgono a Salento una funzione analoga a quella che il trerrote assicura nella società ciammurra. Sarà su una di esse che l’indomani partirò alla volta di uno dei posti più incredibili mai visti, la valle del Cocora, ma andiamo con ordine. A Salento la dieta locale poggia, in maniera non disismile da quello che è l’albero di eucalipto per i koala, su un unico piatto che pare racchiudere tutta la gastronomia del creato appare difficile immaginarlo ma sotto quello strato di formaggio, prosciutto, mais e altro è sepolta una squisita trota dalla carne rosa pescata in uno dei tanti fiumi che bagnano queste colline; quello strato superiore prende invece il nome di “pataccon” e rimanda, almeno per i conoscitori dell’idioma linguistico napoletano, all’altro aspetto basilare della società salentina andina, che è il reperimento del pataccone femminile nel fine settimana. Il corteggiamento inizia come dicevano a bordo delle jeep scampate al secondo conflitto mondiale ma prevede poi il suo D day finale nelle ore tarde della sera, quando si aprono le danze nei diversi saloon da vecchio west, ove si entra facendo sbattere sul pavimento gli speroni e mostrando in alcuni casi la pistola nel cinturone. Un giorno mi piacerebbe tornare a Salento e sfidare a biliardo qualche eminenza locale in questo posto il caffè Danubio il cui interno pare davvero uscito da un film di Sergio Leone. Per ora mi è bastato bere qui un aguardiente per sentirmi come in un film, con i vecchi locali che ne tracannavano una bottiglia col cinturone con pistola e gli speroni, dicendo poi al barista di offrirne un altro al Gringo, che ero io.

El mundo perdido – giorno 10: Carthago delenda est

Ci sono luoghi dove non appena metti piede o forse ancora prima senti che ti entrano dentro, e quando te ne vai giuri a te stesso che vi ritornerai. Non è molto difficile che ciò accada qualora visitiate una delle islas del Rosario, e basta anche la più sbilenca e storta delle foto a spiegare il perché

Acque di un nitore impareggiabile, sabbia finissima in molti casi bianchissima, barriere coralline affollate di pesci variopinti, vegetazione lussureggiante, palme da cocco, milioni di uccelli che si danno appuntamento all’alba e al tramonto per un polifonico canto.

Nulla più e nulla meno del classico paradiso caraibico insomma. Eh avete detto niente: l’isola deserta (e paradisiaca) è il luogo forse più ricorrente dove un uomo sogna di trovarsi, e questo da sempre. Il concetto di “utopia” modellatosi nei secoli rimanda appunto sempre ad un’isola, un luogo posto al fuori e capace di affermarsi come mondo a se stante

(anche se a voler far proprio i professoroni, sarebbe più giusto parlare di “ectopia”). La cosa che comunque mi cattura ancor più il cuore è che questi minuscoli atolli corallini (37 in tutto, molti dei quali poco più che scogli) possiedono pure una longeva storia, molto accattivante a leggersi e ovviamente connessa al gigante che sorge sulla costa innanzi: la città che porta il nome di colei che diede i natali ad Annibale, parliamo ovviamente di Cartagena.

Vista da qui tra l’altro o meglio lungo il tormentato tragitto in barca per arrivarci, Cartagena non offre proprio il meglio di se, schiudendo alla vista solo la parte nuova, che presenta uno skyline in stile Miami di grattacieli sul mare, che forse qualcuno troverà affascinanti ma a me sembrano nulla più che una tamarrata.

Con le chiappe che, per via delle onde e della velocità di crociera folle, sbattono sul sedile come manco durante una performance di spanking estremo, riesco comunque ad intuire la geografia dei luoghi ora sonmersi dalla colata di calcestruzzo dei cessi verticali. Quelle che costeggiamo uscendo dal porto sono la Boca Chica e la Boca Granda, una sorta di delta di un fiume sotterraneo, come nel caso di Venezia, che articola una serie di canali che vanno poi a morire nel mare aperto. Essi sono alla base dello sviluppo di Cartagena sin dai tempi della sua creazione.

Ciò che rese Cartagena sin da subito il porto di attracco principale di tutti i galeoni spagnoli proveniente dall’Europa o dall’Africa nonché il punto di raccolta e imbarco per la Spagna delle enormi ricchezze in oro e minerali strappate alle povere popolazioni indigene, era il fatto di essere pressoché inespugnabile. Una flotta nemica che avesse voluto sbarcare lì si sarebbe dovuta andare ad infilare in un vicolo cieco di uno stretto canale (una sorta di fiordo in verità) profondo una decina di miglia marine e ed esposto al tiro di cannone dei difensori da ogni lato. L’incubo di ogni ammiraglio . Solo un uomo riteneva che Cartagine poteva essere presa . Quell’uomo era Francis Drake

in una notte senza luna del febbraio 1586 il Drake, simulando per giorni un diversivo, alla riuscì a far trovare dinanzi al porto 50 navi inglesi pronte a far fuoco sulle navi spagnole inermi nel porto come “fagiani nella tana “, mentre la totalità dell’imponente schieramento di cannoni spagnoli era direzionato verso inesistenti obiettivi. Drake, inventore del lavoro di “intelligence ” militare con la sua serie di efficienti spie disseminate in loco, era riuscito a prender la imprendibile città con un numero estremamente esiguo di morti e colpi sparati da ambo le parti. Si narra anche della insolita amicizia che il lord pirata seppe poi stringere con il governatore spagnolo sconfitto e fatto prigioniero, Alfonso Bravo a cui concesse di accudire la moglie morente. Ma al di la del lato umano interpersonale, il Drake dovette poi mostrare il pugno di ferro agli spagnoli che non ne volevano sapere di sganciare tutti l’oro che custodivano nei loro forzieri. Alla fine, per “far scendere da cavallo” gli Spagnoli e farsi rivelare dove tenevano nascosti i dobloni, al baronetto Francis toccó pronunciare la stessa frase con cui Catone il censore arringó molti secoli prima il Senato Romano :”carthago delenda est”. Cartagine deve essere distrutta: e gli spagnoli cacciarono tutto e subito il cash che tenevano custodito. Pare che il Drake non si fidó di portare l’ingente bottino alla base operativa delle isole del Rosario, dove i suoi colleghi pirati non è che brillassero per rettitudine e onestà, ma imbarcó tutto l’oro su un galeone con viaggio di sola andata per l’Inghilterra. Ma torniamo alle islas del Rosario:ho impressione che una certa vocazione piratesca sia rimasta nei locali che girano per la spiaggia propinando a prezzi con oscillazioni telluriche le varie mercanzie in offerta . Perciò se ci andate, preparatevi a tirare molto sul prezzo, ma alla fine lasciatevi andare : non si tratta di acquistare cianfrusaglia ma questo tipo di delizie appena saltate fuori dalla spuma del mare, come la Venere di Botticelli