Napoli violenta- part 2: l’underwear degli equivoci

Sulla popolare e affollatissima via Toledo, camminavo intento ad acquistare due mutandoni per me medesimo. Mi accosto ad un negozio di una nota casa di intimo, per la verità dubitoso che quella fosse una marca di solo intimo femminile. In effetti la presenza all’interno di sole donne, arragiatissime dai saldi, implementa il mio dubbio, così mi risolvo a chiedere lumi ad uno che pare un commesso, al quale giustappunto domando: “scusi ma questo negozio vende solo intimo femminile, vero?” Lui senza profferire parola fa con la testa un gesto che significa chiaramente “no”, come forse per dire “no, e’ anche da uomo”, così io rassicurato e rinfrancato nello spirito, prendo a calibrare le mie esigenze sulla merce esposta e controbatto: ” ok però guardi io cercavo solo due mutandone senza pretesa, due boxer senza troppi fronzoli, mentre tutti i capi che avete qui in vendita mi sembrano per così dire un po artefatti….” Di fronte a noi in effetti sono in esposizione variopinti tanga, perizoma che richiamano il derma di felini della savana, mutande che esibiscono strani piumaggi….ma a questo punto il Sales assistant putativo esclama : “ma pecche’, teng’ a facc di uno che venne i’mutande io?!?!?” A me non viene di meglio che fargli notare: ” non so, sarò sincero ma non mi sono mai chiesto che faccia abbia chi faccia questo lavoro” Il tipo resta interdetto per qualche secondo, dopodiché controbatte non senza una punta di sarcasmo: ” comunque te lo può accatta o stesso nu bell tanga, cu nu bell parafessa annanz magari…..che tu tiene proprio a facc i chill che stanotte su piglia ‘ncul!” ……che poi stanotte sarebbe pure il mio compleanno.
L’omofobia, un tunnel senza ritorno

Napoli violenta – part. 1 : la dieci euro nderra

Quest’oggi ho preso la dieci euro da terra. Ma non nel senso figurato rimandante ad un improvviso slittone o a pericolosi capiomboli. Proprio in senso letterale ho visto di colpo dieci euro a terra, a piazza Olivella, quella della metro di montesanto a Napoli. Me la stavo guardando per vedere se non fosse falsa o sporca di merda per via di qualche buontempone, Ma tosto non ebbi fatto dieci passi, che a sbarrarmi l’undicesimo mi si parano innanzi due che sembrano i Bravi di Don Rodrigo. Il capo dei due, il Griso, con un sorriso beffardo mi fa cenno di “restituirgliela”, io pur dubbioso che fossero sue, eseguo senza battere ciglio, tanto non mi cambiano certo la vita dieci euro….. Poi lui non contento chiosa: ” te pensav’ che uno cumm’ e te veniva a casa mia bello bello a si piglia dieci euro!!!???” Piuttosto indispettito mi limito a rispondere: “e perché no? La fortuna, si sa, e’ cieca”. L’immagine della dea bendata di classica matrice deve piacere poco al tipo, il quale rincara la dose: “se non ti levi annanz o cazz te li ciek io a te l’okkio”. A questo punto ho la tentazione di esporre il concetto giuridico di res nullius e res derelicta risalenti al mondo romano, in virtù dei quali ben avrei potuto reclamare il possesso di quelle dieci euro, ma in un anelito di pragmaticita’ lascio perdere, anche perché mi sovviene alla mente un’illluninazione geniale: la cicatrice che ho in questi giorni sul naso mi conferisce un’aria da duro come non mai, sicché mi basterà guardarlo torvo negli occhi per incenerirlo e fargli rimangiare il suo turpiloquio. Così faccio, impostandomi pettoruto con la mia stazza fisica di gran lunga superiore alla sua e inarcando il sopracciglio da vero figlio della strada incazzato. Il Griso pare colto di sopresa nello scoprire che Don Abbondio aveva invece si il suor di leone, ma a questo punto irrompe sulla scena l’altro bravo, fino ad allora una mera comparsa, il quale osserva: “ma tu, oltre che strunz, fusse pure rikkione???”
Napoli una città difficile

Il Vello d’oro – giorno 15: Ani, una città-fantasma alla fine del mondo

Giorno 15
La cosa che mi pare più assurda di questo assurdo luogo ove mi trovo sono i cartelli stradali. Si, avete letto bene, i cartelli stradali. Davvero, quando si è qui, assuefatti a questo spazio sconfinato e agorafobico, in questa steppa senza fine che ti assorbe e sovrasta, finisce per apparire poco credibile che un cartello possa indicare che da qualche parte li, da una qualsiasi parte, possa trovarsi una città, un qualcosa ove stanno gli uomini. Pochi chilometri fuori dall’abitato di Kars ci troviamo di nuovo immersi e sovrastati da questa lunare pianura immersa in una luce lattiginosa che stordisce, un nulla senza soluzione di continuità. La compagnia comprende una coppia di inglesi ricercatori presso l’università di Oxford, e una giapponesina anche ella ricercatrice in campo gastronomico del raro sushi turco, nel senso che il pesce lo prende la sera dal portiere di notte della locanda, nella stanza giusto di fianco alla mia, tra lancianti urla che fanno pensare più ad uno smembramento anatomico che ad un amplesso. Vi è poi un giovane autista improvvisato, con scarsa previggenza del futuro, visto che dopo una decina di km restiamo a secco, fermi senza benzina. Per quel che mi pare, il tipo che dovrebbe arrivare da chissà dove con la tanica di carburante potrebbe anche chiamarsi Godot, e noi essere diventati per incanto i protagonisti dell’opera di Beckett fermi li a aspettarlo per l’eternita’ in questo luogo informe e spaventoso. Stormì di corvi oscurano il sole in quanto di più vicino ricordi alla fine del mondo. Ad un tratto avvistiamo appunto un cartello, recita “Ani 43 km”. No dai e’ uno scherzo, volete farci credere che a 43 km esiste qualcosa oltre questo nulla? In effetti di un piccolo scherzo un po’si tratta: Ani e’ il Nulla, scritto con la maiuscola. Forse già il nome, inteso come plurale di ani può fare pensare ad un luogo di deiezione della materia, ormai morta e informe ma atta a rigenararsi sottoterra. L’arrivo ad Ani lascia senza fiato: alla fine di uno sterminato pianoro appaiono possenti mura ciclopiche affrescate e adorne di giganteschi bastioni cilindrici. Ma varcata la porta, sulla quale è effigiato un leone caucasico ( ne vivevano qui), si pone il problema: oltre quelle mura c’è solo il Nulla. Case crollate, colonne infrante, chiese e moschee bruciate.
Ani era la capitale del mitico regno Urartu, fiorente e potente città posta sulla via della Seta, che contava 10.000 abitanti intorno all’anno mille ( un’enormita’ per quei tempi) e che gareggiava in potenza addirittura con Costantinopoli, situata quasi duemila km ad ovest. Dello splendore e della vestigia di Ani sono piene le cronache del tempo. Ma un evento inatteso e terribile mina le fondamenta del suo potere: un cataclisma di eccezionale portata la distrugge quasi completamente e la rende debole ai suoi molti nemici, dai Persiani ai rozzi Cimmeri fino alla nascente stella di Coatantinopoli. Ma Ani si riprende presto:la sua posizione strategica sulla via della seta, prima dei deserti dell’odierno Iran e a sud del selvaggio e intransitabile Caucaso la rendono una sosta irrinunciabile per i mercanti in viaggio sulla direttrice est- ovest. Ma un nuovo evento, assai più imprevedibile e terribile persino di un terremoto, attende Ani. E’un invasione mongola, orde spietate di guerrieri a cavallo che si abbattono sulla città. E’ Tamerlano in persona, il Gran Khan, a comandare l’ordalia. Nessuno sopravvive ad essa, della mitica capitale Urartu restano solo macerie e morte.
E’da ritenere che per i popoli che si imbatterono in essi, l’arrivo dei Mongoli ebbe un impatto analogo ad un’invasione aliena. I Mongoli sono uno scherzo della Storia, non sono un comune esercito invasore, sono una sorta di meteorite impazzito che intorno al 1200 colpisce l’Europa e l’Asia minore incenerendoli. Cronache del tempo narrano di interi villaggi rasi al suolo nel tempo di una notte, in uno spazio geografico compreso tra la Finlandia e Israele. Si narra di diavoli a cavallo capaci di muoversi nelle tenebre e in assoluto silenzio.. I Mongoli dispongono di formidabili arcieri a cavallo, chiamati mi pare Mandugai, innovazione assoluta nella arte militare, capaci di travolgere qualsiasi statica linea di difesa. Si narra che i Mongoli a cavallo sappiano fare tutto, anche dormire e fare l’amore. Hanno un aspetto strano e mostruoso, non si lavano e emanano un terribile odore equino. I Mongoli non fanno prigionieri, non vi hanno interesse, sono nomadi e vivono di saccheggio. Gli uomini delle città conquistate vengono uccisi, le donne orrendamente mutilate e deportate, costrette ad una filiazione forzata come vacche da monta per fornire nuovi soldati. Non edificano città, sono un popolo in movimento. E’ancora un segreto invidiato a tutt’oggi dai migliori strateghi militari capire come un intero popolo abbia potuto percorrere una distanza si decine di migliaia di km e travolgere centinaia di eserciti senza incappare in una sola sconfitta. I Mandugai mongoli straripano nelle pianure della Rumelia, tracimano in Anatolia, deflagrano in Pannonia, l’odierna Ungheria. Ormai sono alle porte di Vienna. Contro di loro l’Europa secolarmente divisa in guerre fratricide trova uno dei rari suoi momenti di unione. Molti km più a est l’Impero cinese erige la più grande opera mai realizzata dall’essere umano, la Muraglia cinese, nel tentativo peraltro vano di arginare le orde mongole.
660 anni dopo il passaggio dell’orda distruttrice, Ani e’ ferma a 5 minuti dopo il passaggio dei Mongoli. Visitare Ani e’un’esperienza che vale un viaggio, anche se andasse fatto dal l’angolo più remoto del pianeta o anche dalla Luna, da cui si vede pure la Muraglia cinese costruita per fermare i Mongoli. Ad Ani si sta sospesi in un limbo immaginario, si galleggia tra macerie che sembrano odoreare ancora di incendi e sangue, e si sta impauriti: si ha l’impressione che dal fiume in fondo alla gola o dalla sterminata steppa possano comparire da un momento all’altro i Mandugai mongoli, e magari farti fare la stessa fine dell’ultimo re Urartu di Ani, che fu cosparso di miele e lasciato li a essere mangiato dagli insetti….nondimeno al di la della barbarie, e’un vero peccato sprecare del miele così! Si’ perché il miele di queste parti e di eccezionale bontà, tra i piu pregiati al mondo, forse perche imbevuto del sangue del povero re di Ani chissà . Ani & honey, un binomio magico. Nel pomeriggio, tornato a Kars ci aggiungo sopra pure un bel hammam e la sera un pasticcio di carne melanzane e peperoni, mi pare si chiami Astakalipi, che lo farebbe diventare duro pure a Lele Mora. Mi regalo pure un’ultima cosa: sono solito pensare spesso ad un luogo immaginario, la Fortezza Bastiani ove è ambientato il “deserto dei Tartari” di Buzzati. Ci penso perché mi rapisce con la mente e ne vado alla ricerca per il mondo. Smetterò di farlo: l’ho trovata! La rocca di Kars domina questa sterminata steppa, e li stettero a lungo i soldati russi, anche molto dopo la fine della prima guerra mondiale, ad aspettare gli Ottomani che però non arrivarono mai. Non arrivarono perché l’impero ottomano non esisteva più….
Io penso che quando torno in Italia dovrò farmi per una settimana di fila lunghe camminate a piedi nella zona di Gianturco, tra la zona industriale e Barra, oppure mettermi a fare jogging intorno al perimetro dell’Italsider di Bagnoli, magari la mattina presto quando la luce del sole bagna le ciminiere dandogli quella sfumatura color marrone merda. Poi dovrò mangiare mattina e sera al Mac donald ed ascoltare a palla cd di Tiziano Ferro: in qualche modo devo lavare via questa overdose di bellezza, smaltire questa sbornie di meraviglie che sto vivendo in questa fantastica avventura. E la cosa forte e’che, come canta quel tamarro di Ligabue, il meglio deve ancora venire!

Il Vello d’oro – giorno 14: la Steppa

Giorno 14
La Steppa. E chi l’aveva mai vista la Steppa, almeno chi l’aveva vista così tanta così grande! Ne avevo sentito parlare in un racconto di Herman Hesse o in un giochino divertente che facevamo al bar con gli amici, quando imitando un conoscente comune, canzonavamo: ” ahah ja ja mi ricordo quando stavo nella steppa con Franz, aha ja ja che bello ragazzi, ah si….” . Ora a trovarmici dentro la steppa ho quasi paura, tutto questo spazio immenso e sconsiderato, dentro cui un uomo si sente immensamente piccolo, immensamente poco, specie se è solo col suo zaino. La Steppa mi comunica una sensazione che affonda in qualcosa di filosofico, un concetto che per qualche motivo l’uomo occidentale ha lasciato perdere per strada: la percezione del Nulla. Tutta l’Anatolia centrale che si snoda sotto i miei piedi e’un’immensa, sciagurata steppa. Ad un certo punto della steppa, nel bel mezzo di uno sconfinato altopiano battuto da un vento feroce e ove trombe d’aria s’agitano così come fosse niente, sta un luogo chiamato Erzurum. Dico la verità, l’ho scelta come tappa del viaggio quasi per caso , quasi per sbaglio e quasi per gioco: mi piaceva il nome, Erzurum, duro e dolce al tempo stesso. Erzurum e’ un crocevia di strade che per noi occidentali non portano da nessuna parte, un caravanserraglio di popoli da noi poco o nulla considerati. Erzurum e’ un accampamento, un fortilizio conquistato, perso e riconquistato cento volte da cento eserciti diversi: armeni, persiani, romani, bizantini, arabi, saltuk, selgiuicidi, mongoli e russi…Vi è purtroppo una cosa che dalla notte dei tempi ad oggi gli eserciti vincitori fanno quando entrano in una città: si prendono le donne dei vinti. Lo fanno prima di ogni altra cosa, prima di spartirsi il bottino e il denaro, per prima cosa gli eserciti vincitori struprano le donne dei soccombenti. La terribile ricorrenza storica deve avere assai segnato gli abitanti della mille volte violata Erzurum, che ora hanno verso le proprie donne uno spasmodico senso di protezione che colgo in mille modi. Giusto per capirci, siamo nell’Anatolia orientale, non lontani dall’Iraq e dall’Iran, dal Caucaso e da altri luoghi appartenenti ad un immaginario geografico confuso per noi occidentali. Per le vie di Erzurum cammino senza riuscire a vedere un solo viso di donna: stanno tutte trincerate dietro abiti scuri che ne nascondono qualsiasi fattezza anatomica e anche gli occhi, e tuttora mi chiedo come facciano mai a vedere da dietro quelle vesti totalizzanti. La cosa più sbagliata che possa mai saltare in testa di fare ad un turista occidentale sbarcato qui garrulo e felice in bermuda e infradito e’ provare mai a fotografarle: mi avvertono di non farlo già’ alla stazione degli autobus, casomai mi saltasse per la testa. E non è il caso nemmeno di mettersi a fotografare le secolari madrasse di Erzurum, le scuole coraniche di antica istituzione che propagandano qui una rigida interpretazione del Corano, poco o niente debordante verso mollezze occidentali. Una di queste madrasse, la Cifti Minareli Medrese, e’ un capolavoro di architettura araba, fondata nel 1200 da uno dei tanti dominatori di turno del città, un re selgiuicida dal nome rassicurante e illuminato di Selim il Crudele.
Erzurum e’ un crocevia di popoli sconosciuti ma è nel mio piccolo un crocevia anche per me, che la scelgo anche in attesa di decidermi a cosa fare, a dove andare. Già’, da qui in avanti per marciare verso la Colchide e il Vello d’Oro le opzioni sono due, e sono molto combattuto. La prima strada punta a nord-est, verso i selvaggi monti del Kackar, antipasto dei monti per antonomasia del Caucaso, verso una località chiamata Yusufeli adagiata sul fiume Coruh, uno dei migliori al mondo dicono per fare rafting. Poi da qui potrei facilmente ( si fa per dire) tagliare verso la costa e raggiungere Trebisonda, da cui raggiungere la frontiera con la Georgia sul Mar Nero. La seconda strada marcia secca verso est, rimanendo all’interno dentro questa lunare steppa e nel solco della secolare Via della Seta. Si tratterebbe di far rotta verso un luogo chiamato Kars e da li poi verso Ani, la mitica capitale del misterioso regno Urartu, una città fantasma saccheggiata e distrutta dai Mongoli nel 1200, e da allora rimasta pressoché uguale. Una figata pazzesca, ma presenta un gigantesco problema: temo che la mitica Ani mi faccia finire in un cul de sac, un vicolo cieco. La città,’o meglio quel che ne resta, sta proprio lungo il confine con l’Armenia, ma in Armenia non si entra venendo dalla Turchia: Turchi e Armeni si sono scannati per secoli, o meglio i primi hanno a più riprese massacrato e sterminato i secondi, hanno rubato loro i 4/5 del loro territorio ed un terribile genocidio armeno si è consumato neanche 100 anni fa. Fatto sta che la frontiera turco-armena e’chiusa e invalicabile. Per andare dunque nel Caucaso attraverso questa strada dovrei piegare verso un valico montano della Georgia, all’altezza di due città frontaliere chiamate Posof e Vale. Ma si tratta di un valico estremamente difficile d raggiungere, nel nel mezzo di una gola caucasica male o per niente servita da mezzi di trasporto. Sul valico di Posof/ Vale girano sui forum di viaggiatori informazioni assolutamente contraddittorie e icoferenti, c’è chi dice di esser passato in fretta, chi dice di averci perso 3 giorni. La stessa Lonely Planet fa un gran casino, dicendo sulla guida della Turchia che a Posof/ Vale si passa facile ma poi asserendo sulla guida della Georgia che da li non si passa. Da giorni mi scervello su questo bivio ed ho indicato sulla mappa questo punto come “il buco di Posof/ Vale”. Ad ogni modo se riuscissi a passare di la, appena dopo il confine troverei in Georgia un’altra città fantasma, scavata sottoterra nella montagna, chiamata Vardzia, roba da Signore degli Anelli! Ma a chi sto aspettando? Si va per la seconda strada, in qualche modo caverò fuori il ragno dal buco di Posof/ Vale, mi aspettano la mitica Ani e Vardzia, nella vita una volta mi capita di passarci da qui! Prendo dunque un bus alla volta di questa città chiamata Kars, avamposto verso Ani e il valico, nonché avamposto al contrario dell’esercito russo che li è calato a più riprese facendone una propria roccaforte in pieno territorio ottomano. La strada tra Erzurum e Kars non avrebbe nulla ma proprio nulla da invidiare a quella più famosa che bordeggia il Gran Canyon in Colorado, la sua bellezza aspra mi spinge più volte alla commozione. La percorro a bordo di un minibus pieno come un uovo e che presenta a bordo un campionario di odori e fragranze capaci di annichilire la più rinomata profumeria francese. Mi sembra che tutti gli odori di sterco di animali domestici siano ivi rinvenibili: si va dall ‘Huile de Merde de Bouef all’ Coco Chanel de Sciord de Gallin, passando per il Puork numero 5 alla Sgummatell de Pasteur Curdo dentr’la mutanda giall’. Ma fa niente, a me pare di stare sopra un astronavicella spaziale che attraversa quel territorio lunare. E alla fine,dopo una marcia serrata, molto dopo il tramonto, giungo qui in questo strano avamposto chiamato Kars, dove i soldati russi dello Zar hanno lasciato questi bizzarri casermoni color pastello, giusto per non farsi mancare niente nel collage di popoli che colora questo remoto angolo di Turchia lungo una traversa laterale della Via della Seta. Ai confini confini con il Caucaso, ai confini con l’Armenia, ai confini con l’Iran e con l’enclave azera del Nanichevan, ai confini pure delle mie possibilità ma non della mia morbosa fantasia. Si, perche’ vi è pure qualcosa di altro che mi ha portato fin qui, un motivo ulteriore anzi due. Kars e’ la città delle cento donne suicide, ove vive la bellissima Ipak e ove torna dalla Germania Ka lo scrittore: Kars e’ la città ove è ambientato il bellissimo romanzo di Pamuk “Neve”, che infatti in turco si pronuncia “kar”.
Poi vi è un secondo motivo che mi ha fatto optare per questa via e riguarda il senso finale del mio viaggio, il Vello d’Oro: le divinità ostili come già visto mi aspettano alle frontiere, per provare ad arrestarmi con le loro trappole e i loro emissari. Ma gli dei ostili si aspettano che il prode Palillo passi la frontiera a nord da Trebisonda, io invece glielo metto a quel servizio ed entro in Caucaso attraverso questi luoghi remoti e questo valico infernale interno. E se riesco a passare il buco di Posof/ Vale, non c’è più niente e nessuno che mi ferma fino al Vello d’Oro, ma questo per favore agli Dei non raccontatelo…

Il Vello d’oro – giorno 13: Istanbul, porta liquida d’Oriente

Giorno 13
Istanbul, porta liquida d’Oriente, con le tue sponde adagiate sul Bosforo come le labbra di una vagina e in mezzo sta il clito del Corno d’oro. Istanbul sa essere tutto, reggia da mille e una notte e letamaio, calda e fredda, ricca e miserabile. Vi ritorno dopo 15 anni, il che equivale a dire che vi giunsi che avevo da poco passato la ventina e da allora ne conservo un ricordo incantato poiché la trovai magica. Ma a 20 si trovano magiche molte cose ed è bello così, io ricordo che trovavo magico pure andare ad un concerto a Roma e dormire in stazione fino alle 5 di mattina quando partiva il primo treno….nondimeno Istanbul e’bellissima ancora adesso, intendiamoci, e credo di esservi passato in un momento particolare della sua storia millenaria. Tutto adesso sembra bagnato da una nuova ricchezza, un’opulenza sorprendente e inaspettata . A milioni le persone sciamano sulle avenue principali tra una fila infinita di banche e negozi di grande catene, i nuovi ricchi venuti qui da ogni angolo della Turchia a bordo dei loro Suv sembrano non credono ai loro occhi quando realizzano che e’venuto il loro momento a potersi sedere ad un ristorante all’ultimo piano di un grattacielo a mezzanotte e ordinare una bottiglia di champagne, invece di mangiare alle 18 e 30 dietro la cucina e sciacquare poi i piatti di quelli venuti dopo. Costantinopoli e’ da secoli un gigante che a volte si allarga a volte si contrae. Quando si allarga, assorbe dentro di se molto del mondo circostante, allungando i tentacoli anche in Europa : ho cominciato ad avvistare il gonfalone di Costantinopoli gia dalle coste albanesi, con le banche turche le uniche sul terreno. Poi dentro i Balcani era una processione di camion turchi, di ditte edili turche, progetti di sviluppo turchi. Qui e’l’epicentro di tutto cio’, la parte di filetto piu pregiata della vacca. Un cameriere curdo scappato qui dall’Iraq guarda a tutto ciò’ come ad un paradiso e benedice il premier turco Erdogan, a suo dire autore di questo miracolo e per il quale ha una venerazione simile a quella verso un faraone. Io azzardo un paragone tra Erdogan e Berlusconi ma non certo per eventuali miracoli e lui mi risponde che no, assolutamente no! Uno così, un vecchio mafioso che va a letto con le minorenni nel suo villaggio in Kurdistan l’avrebbero appeso per le palle! Berlusconi is like Saddam Hussein, not like Erdogan! E dalle parti sue pare che nessuno riesca a spiegarsi come un paese evoluto e civile come l’Italia sia ancora alle prese con un personaggio del genere. Neanche in Iraq riescono più a spiegarselo. A suo dire inoltre Erdogan e’amato e venerato dal 95% della popolazione turca, solo un 5% lo osteggia ed sarebbe quella esigua minoranza che ha dato luogo ai disordini del Geci Park. Nondimeno quel 5%, posto che sia solo tale, si vede eccome se si vede. Lontano ma non troppo dallo scintillio delle strade principali, nel quartiere bohémien di Beyoglu centinaia di giovani si assiepano a terra sotto la torre di Galata la sera e, ad un dato segnale, si scambiano un bacio tra persone dello stesso sesso. Può sembrare un gesto estemporaneo privo di senso ma le cose stanno diversamente a queste latitudini, dove teoricamente si rischia l’arresto per una cosa del genere. La nuova borghesia intellettuale turca si ritrova qui, in minuscoli caffè abbarbicati lungo le ripide discese che dalla torre di Galata portano giù al ponte; in poche centinaia di metri conto una ventina di librerie, decine di gallerie d’arte e mostre di fotografia e il clima e’quello di una metropoli occidentale, con giovani che diffondono volantini e opuscoli antigovernativi. Sarà forse il prodotto anche questo della nuova ricchezza: non mi piace pensarlo ma trovo che a volte particolari evoluzioni e fasi di sviluppo del pensiero siano per così dire innescate dalla prosperità economica. La ricca Firenze dei mercanti diede vita al Rinascimento, la potente e agiata Atene creò la filosofia e diede impulso alle arti, il boom economico in Italia precede il ’68. Ecco, qui il clima mi sembra vagamente quello che precede il 68, la nuova intellighenzia turca si ribella alla rigida educazione conservatrice dei padri.
Poi oltre il ponte sta il Corno d’oro, la parte museale sempre bellissima e il cd centro storico, che forse non è proprio più tale. Sarebbe l’area dei bazar, i secolari bazar di Istanbul raccontati da migliaia di viaggiatori ove si scambiano merci e spezie di ogni sorta. Vi dirò, il Bazar egiziano, quello delle spezie, e’rimasto come lo ricordavo un luogo autentico, mentre il più famoso Gran Bazar, un labirinto di vicoli e negozi senza fine sotto i portici, mi è parso abbastanza posticcio, un posto ove per lo più si rimedia in vendita la stessa cianfrusaglia cinese che trovi in ogni quasi ogni angolo della terra. Ma qui ritrovo ad un ogni modo un qualcosa che avevo perso di visto,sono gli italiani. Gli italiani li avevo persi di vista sulla nave per la Grecia alla partenza, nella mia percezione ormai pare un secolo fa, poi dentro i Balcani di loro non vi ho trovato traccia, qui ricompaiono in pletora e paiono assai contenti, entusiasti di trovare le stesse stronzate che trovano pure sotto casa loro. Una cosa su tutte sembra rapirli: il falso, le borse o altri gadget simili contraffatti. Quando tra secoli i sociologi studieranno questa ossessione e attrazione morbosa per il brand e addirittura per la sua copia falsa, credo che forse si scoprirà una cosa: secondo me il falso tira così non solo per, come si può pensare in prima analisi, chi lo compra vuol far credere all’altro di essere sufficientemente ricco da poterselo permettere. Secondo me c’è un motivo ulteriore, più intimistico, personale: il falso piace a chi lo compra per un motivo scaramantico, e’un modo per esorcizzare la miseria, come un corno portafortuna o qualcosa di simile. E tra gli italiani, qual è infatti il popolo scaramantico per eccellenza, che più scaramantico non ce ne sta? I napoletani ovvio! Difatti qui nel Gran Bazar i napulegni battono in numero cospicuo, decisi e competenti sul mercato del Pezzotto, sanno riconoscere cuciture, varie qualita di pellame, ingaggiano contrattazioni che sembrano dei corpo a corpo coi mercanti ottomani, dove uno parla turco e l’altro napoletano stretto ma ovviamente si intendono alla perfezione. Non vi è luogo al mondo che lascia percepire meglio la derivazione turca di noi meridionali. I napulegni se la giocano alla grande, sembrano avere la convinzione della squadra emergente che va al Santiago Bernabeu sentendo di potercela fare, e chillo e’o pezzott da Vuitton cinese, e chist e’ a stessa stoffa da Hoga’n favesa, o Pirellino gv, o Pirellino 2 e venti ( suppongo si tratti di occhiali da sole) . C’è una coppia di napoletani che pare voglia fare una sorta di lista di nozze qui. Intendiamoci questa qui non è la manfrina cui si può assistere pure in un villaggio turistico della Tunisia o del Mar Rosso, ove uno studente per arrotondare entra vestito da beduino e comincia a inscenare quella puchiarella del tira e molla sul prezzo coi turisti per vendergli delle collanine. Qui e’una roba più seria, i napulegni sono interessati a grandi partite di merce e per entrambe le parti in causa vi è un forte motivo di orgoglio. Ricorda la lotta tra la mangusta e il cobra, cui una volta ho assistito in Cambogia presso dei tizi per strada. Il Cobra si erge maestoso e punta la mangusta in un angolo avventandosi sopra con velocità ed esperienza, ma la mangusta e’ancora più veloce e scappa pochi cm oltre, il cobra si rialza e riparte, la mangusta scappa ancora ma sempre e solo di pochi cm, il cobra attacca ancora ma poco dopo e’ sfinito e crolla a terra: solo allora la mangusta di lato lo morde e gli stacca il collo. I Rettili ottomani, che stanno qui da sette secoli, attaccano ribassano e rialzano il prezzo, ma le manguste napoletane scappano ribaltano la discussione, tirano fuori borse false fatte meglio a Napoli. Alla fine, quando intorno si è fatto un capannello enorme, i napulegni se ne vanno via tutti bardati di occhiali di Prada, borse Vuitton e altri ammenicoli simili. Camminano fieri scambiandosi il cinque e fotografandosi coi nuovi gadget indosso. Secondo loro, la mangusta ha mangiato il cobra

Il Vello d’oro – giorno 12: tracce di Tracia

Giorno 12 Un mio amico che vive al Nord Italia mi raccontava di avere spesso la sua quiete e il suo riposo notturno disturbati da due esuberanti vicini di casa veneziani , i quali rapiti da una passione travolgente si lasciavano andare a performance di tipo dannunziani molto rumorose. Capitava così di essere svegliato da grida provenienti dal vicinato del tenore di “pippami la fessa!”… Ovviamente nulla di tutto ciò mi riguarda, tuttavia sono riuscito con tutte altre modalità a rendermi causa anche io di immissioni sonore sopra la soglia di normale tollerabilità e devastare il sonno di un intero ostello. Il contesto e’ l’ostello di Plovdiv, di cui vi parlavo ieri, quello in cui divido la camera con gente di diversa nazionalità. Ad un tratto durante la notte vedo le due ninfe saffiche austriache alzarsi dal loro giaciglio d’amore e avvicinarsi leggiadre al mio letto e poggiarvisi sopra come una farfalla su un fiore. Ma il motivo della visita non risiedeva purtroppo in nessuna delle 1200 fantasie che fino a poco prima io avevo partorito, bensì in un dato molto più prosaico. Una delle due prende a dirmi: “du bist ein grosseeeee bar!” Dove bar andrebbe scritto alla tedesca con la umlaut, quei due punti sopra la vocale, e che fanno significare la parola orso. “Tu sei un graaaaaande orsoooo!” . E il paragone non poggiava ahimè neanche su una mia presunta dolcezza o aspetto da orsacchiotto, che ne so una cosa così. Ero un graaaaande orso perché stavo russando mooooolto forte e non le facevo dormire. A loro dire era qualcosa di infernale. In effetti ho pure il raffreddore sti giorni….a dargli manforte arriva pure la milfona scozzese ugualmente arrabbiata perché la perdita del sonno alterava i suoi bioritmi circadiani e non so quale altro ingrippo stronzo da salutisti del cazzo. Soltanto il musicista francese dorme placido, tutto abbabbiato dai drink che mi ha scroccato….provo a scusarmi e a dire che mi sarei girato sul lato in modo da non russare ma niente da fare. Durante il mio grasso sonno si è già tenuto un processo in contumacia con l’intervento del portiere di notte nelle vesti di giudice, anzi a voler essere tecnici di Ctu, giacché lo hanno esortato a fare un check sonoro e constatare egli stesso l’insostenjbilita della situazione….vengo condannato al l’esilio dalla camerata e mandato al confino nella stanzetta vuota del proprietario, dove posso vedere anche la tv. Stanno trasmettendo un’edizione di un cabaret italiano degli anni’80, si chiamava Fantastico con Raffaela Carra’, il tutto sottotitolato in bulgaro…..Si riparte ciao Plovdiv e a bordo di un bus iper moderno mi lascio alle spalle i monti Rodopi, ove sta la caverna in cui Orfeo discese negli inferi e dove è moto facile sembra avvistare un orso, un orso vero intendo non uno che russa un po’ di più, mannaggia quelle due stronze di austriache! La Tracia comincia ove finiscono i Balcani, e’ un immenso pianoro giallo al termine del quale compare lei, la regina, Istanbul. Vi torno dopo 15 anni e per una via assai insolita. I romani per arrivare qui, che al tempo si chiamava Costantinopoli, costruirono la via Egnatia. Ci si imbarcava a Brundisium, si sbarcava nel l’odierna Durazzo poi si piegava verso il lago di Prespa e la Tessaglia in Grecia fino a Tessalonica e poi la costa dell’egeo fino a qui. La via Palilla e’ molto più bella della via Egnatia: dalla Ciammuria verso la Sorgente dell’Occhio Blu poi su per i monti dell’Albania fino alla piana di Pelagonia poi il Kossovo, la Valle delle Bambole di pietra, le Montagne d’acqua e tutto il resto. Non c’è gara, spiacente per i Romani. Ah Istanbul Istanbul, già mi abbracci con le tue spire come un serpente addomesticato ma solo in parte, e qui altre gesta del prode Palillo sicuro avranno luogo, ma questo, se vorrete, ve lo racconto nella prossima storia di questa mia grande avventura

La saga dei chiattilli -cap.III

I CHIATTILLI E LA VIA DEI PASTORI
Come già ben saprete, una delle attrattive del Natale napoletano è costituta da una passeggiata a San Gregorio Armeno e nei vicoli limitrofi, “le vie dei pastori” per l’essere adibite all’esposizione appunto dei lavori in arte presepiale. Per la verità la trovo una cosa piuttosto stucchevole e stereotipata, che concede molto al kitsch e attrae una folla improponibile di persone che tracima nelle vie circostanze tra tranci di pizza e lattine vuote, rendendo il tutto simile più ad uno di quei falansteri di centri commerciali di periferia che ad un decumano medievale, ma vabbè sarà un’impressione mia. Ad ogni modo la cosa, forse perché nel solco di una tradizione partenopea forse per un inusitato afflato di “apertura mentale” verso qualcosa “popolare”, attrae stranamente pure i chiattilli, disposti finanche a varcare le Colonne d’Ercole della zona Posillipo- Chiaia e a sobbarcarsi un viaggio in un’area semi-sconosciuta pur di non mancare l’appuntamento con la Tradizione. Naturalmente non stiamo parlando di altro che di un banalissimo spostamento da una zona all’altra (manco periferica) della città in cui essi vivono, ma la cosa si riveste di un’enfasi particolare e si colora di slanci filantropici d’occasione, tipo la nobildonna inglese del Kent che si reca in visita alle sue piantagioni di cacao in Congo, o l’alto rappresentante delle Nazioni Unite che verifica di persona la situazione di un campo profughi in Cisgiordania. La perigliosa trasferta va naturalmente accuratamente programmata in ragionevole anticipo, mica ci si può arrisicare così, fremono dunque i preparativi, e fanno:
“Ue Amore”
“Ueeeeeee Zizzy proprio oggi ti avevo pensato, tu non puoi capire: stavo dall’estetista quando ad un certo punto è entrata una con la bors…..”
“ Senti Cessy, senza perdere tempo, voglio fare una pazzia…….e devi farla pure tu con meeeee”
“ sta disgraziata, io ti conosco troppo bene a teeee: tu-vuoi-andare-a-vedere-i-presepi-al-centro-storicooooooo!!!!!”
“Siiiiiiiii, come hai fatto a capireeeee”
“Tu sei pazzaaaaa: due anni fa è andata Commuogly ed è stata due ore per trovare posto perché non stava manco un parcheggiatore abusivo” (N.B: l’eventualita di servirsi del mezzo pubblico, indice di povertà e mediocrità, è rigorosamente scartata dai chiattilli come la peste )
“Ma sei pazza a lasciare la macchina in quei posti: in taxiiiiiiii”
“Ah daiiiii, che dici?glielo dico pure a Baldracchy?”
“Nooooo quella già ci è stata, è stata lei che mi ha messo sta pulce nell’orecchio. Pensa, ha raccontato ahahahahahaha che nientedimeno vicino a Gesù e il bambinello hanno messo nel presepe pure quel giocatore del Napoli, come si chiama, quello che segna sempre”
“Ma chiii, Maradona, quello è un drogato!!!!”
“No Maradona stava una volta, quello che gioca oggi, come si chiama Lorenzo…..”
“Ah ho capito, quello che fa uscire pazzo il mio portiere del parco, Lorenzo Insinna!!!!!”
“Ma no scema!!!!!!!! Insinna è quello che fa su Raiuno il programma dei pacchiiiiiiiiii”
Segue risatina multipla della durata di minuti sei con annessa lacrima sciogli-rimmel, oneroso ma inevitabile dazio da pagare ad uno scambio di battute così irresistibile

Il Vello d’oro- giorno 11: la danza sacra del Paneurythmia

Se un giorno dovessi decidermi a scrivere un libro, potrei ambientarlo qui, in questa polverosa città di confine posta su tre diverse frontiere e dal nome irresistibile, Capitan Andreev, che mi rimanda con la mente alla Fortezza Bastiani del “Deserto dei Tartari”. Qui, tra chilometri di TIR in attesa, mentre sono sul “terreno fertile” (anagramma de “le tre frontiere”), incredibilmente per la terza volta in questo viaggio mentre passo una frontiera, vengo assalito da un’ape. Credo di aver capito come funziona la storia: mi muovo troppo velocemente e gli dei ostili non riescono a seguirmi, mi aspettano dunque a punti di passaggio obbligati, i valichi di frontiera, ove inviano i loro emissari armati di pungiglione. Questa volta provo a dibattermi come Laooconte ma nella pugna omerica ci rimetto gli infradito che si sfondano. L’ultimo paio di scarpe rimastomi sta nella stiva del bus ma la tipa mi dice che adesso sono, come dico spesso, impossibilitato a prenderlo, il che vuol dire che stasera arriverò a Costantinopoli scalzo, come San Paolo o un pellegrino viandante dell’anno mille….ora sono su un bus iper moderno che pare un aereo ed ha anche il wi fi, ma la narrazione deve riprendere da dove ci eravamo lasciati, da un luogo che di moderno aveva quasi nulla. La storia riprende dalle Montagne d’Acqua di Rila, dai Bogomiti. L’alba arriva quando i Bogomiti la stanno già aspettando, distesi su un Prato in preghiera e intonando una nenia di benvenuto al Sole che diventa subito un insopportabile taluorno. Poi comincia l’ascesa verso il lago chiamato “rene”, ove si darà luogo alla danza del Paneurytmia. Lungo il crinale della montagna si scorgono migliaia di Bogomiti in ascesa vestiti di bianco e con un drappo viola al collo, la loro divisa. Io apparo con una camicia di lino 100% Capri che poco dopo si stracciera’ e verrà seppellita su queste montagne. Al posto del drappo invece tiro fuori la Rossa. La Rossa e’una sciarpa di cotone bisunta e lacera ch porto con me in ogni viaggio. La Rossa era con me in Amazzonia e in Tibet, in Cambogia e in Transilvania; una volta la Rossa e’caduta in un fiume amazzonico infestato di animali pericolosi ma sono andato a ripescarla, ora salirà con me sulla montagna sacra dei Bogomiti. In un altopiano presso un avvallamento glaciale, su un Prato fiorito, alle 10 comincia la Paneurytmia, la danza sacra. I Bogomiti si dispongono in 3 cerchi concentrici: sul cerchio più esterno danzano camminando in senso antiorario i novizi, le scartine come me che non conoscono neanche bene i passi (Nondimeno divento subito abbastanza bravo a ballare sta Panerytmia, mo che torno devo dire a Gerry se la scarica e la mette il sabato sera, molto meglio di Bohemian Rapsody e degli Squallor). Sul secondo cerchio stanno i Bogomiti già più cazzuti, militanti da più tempo, mentre sul cerchio più interno sta l’ala estrema, i pasdaran Bogomiti, i più infervorati. Si tratta in massima parte di donnone bulgare di mezza età’ che danzano in una sorta di trance ipnotica e soprattutto anelano a volersi trombare quello che sta ancora più al centro del cerchio: il Santone. Effettivamente si tratta di un uomo affascinante con una lunga barba bianca tipo Gandalf, perfettamente calato nel ruolo, e sono sicuro che a parecchie di queste tardone a fine serata il Santone le fa pure contenta e gli appoggia un po’ il bastone magico: nella camerata con me ci stava una Bogomita con un figlio piccolo di 5-6 che teneva la stessa faccia uguale del Santone…..la danza va avanti tutta la giornata fino al tramonto ma io francamente dopo un’ oretta ho le palle come due Supersantos e dico addio ai Bogomiti. Opto pure per un bel tuffo nelle acque ghiacciate del Rene, il loro lago sacro, anche perché la doccia allo chalet non l’ho potuta fare, il bagno faceva troppo schifo. Questo e’un problema che tutti i viaggiatori zaino in spalla conoscono molto bene nella sua cruciale importanza: disegnare gli spostamenti in modo da mettere sul cammino ogni 7/8 ore un bagno agibile e pulito e’un’esigenza fondamentale come spostarsi da un’oasi all’altra per una carovana che attraversa il deserto. Sopporto tutto in viaggio ma l’idea di infilarmi in una doccia sporca o sedermi sopra una tazza del cesso dove si sono seduti prima centinaia di cristiani mi devasta la vita. Ad ogni modo, per forza di cose la modalità di viaggio d’ora in avanti questa sarà: se voglio arrivare al Vello d’Oro, con sti 4 soldi rimasti posso domire solo in ostelli e camerate condivise….che poi e’bello, si fa amicizia, corre un clima di solidarietà. Oddio dipende da chi trovi: qui su ste montagne stavo in camerata con una decina di donnone di mezza eta’ bulgare, che si erano portate tutto da casa. Mi hanno adottato e fatto mangiare la loro marmellata di castagne, il dolce alle mele, il formaggio, il salame di vacca e la sera e’spuntata pure una bottiglia di grappa di prugne, ed,casomai decidessi mai di prendere moglie, hanno insistito per darmi i contatti di 5/6 loro nipoti o figlie di amici, che sarebbero liete di ammogliare con quello che credevano essere un vero gentiluomo italiano….Sta povera gente ci crede ancora al mito del italiano ricco principe azzurro da sposare, non se lo immaginano ancora su ste montagne che in Italia stiamo con le pezze al culo. D’altra parte l’idolo più gettonato qui e’ancora Adriano Celentano, per capirci….Ad ogni modo riprendo la strada, lasciando alle spalle le incantate Montagne d’Acqua, luogo tra i più belli visitato al mondo. Il cammino riprende un po’ difficilmente: scendo la seggiovia e con un primo passaggio finisco in un cittadina termale dal nome sfizioso, Separeva Bagna ma che si pronuncia Separava Bagna. In entrambi i casi e’un nome da suggestioni enigmistiche notevoli: nel primo caso il diagramma di una crittografia potrebbe essere “il Ghiaccio” ( se pareva, bagna); nel secondo potrebbe essere “perizoma usato in vendita in sexy shop per clientela femminile” (separava, bagna nel senso di eccita)…..poi un coglione di autista mi lascia in un posto che in capa a lui sta sulla direttrice dei bus per la mia prossima destinazione, ma in realtà e’un luogo scordato dal Padreterno e dagli uomini, si chiama Kilcera. E chi c’era a Kilcera erano degli umani dall’aspetto uno più mostruoso dell’altro, che sorridendo mi fanno capire che tutti insieme apparano in dieci i 32 denti che un uomo ha normalmente in una bocca sola. Tra l’altro in questa zona vive una minoranza etnica particolare, i valacchi, che parlano una strana lingua imparentata col romano chiamato aromeno. La colonizzazione di sta zona da parte dei romani avvenne ai tempi di Tiberio e io dopo il fatto della Ciammuria in Albania non mi sorprendo più di nulla: vuoi vedere che il buon Tiberio ha mandato qualche centurione qua pure dal fondo Poma o da Vanassina? Ci sta il tizio della locanda del paese che è tale e quale ad un signore della zona di Tiberio dall’aspetto molto singolare, ma siete un po’ troppi a segurmi e non dico chi è’….il paese davvero pare uscito dai Simpson, con distesi infinite di quei fiori che Morellino di Scansano, i girasoli che scansano un di privo di sole e quindi un po’ scuro moro….ed in mezzo un gigantesco cementificio che però pare la centrale nucleare dei Simpson…a veder li abitanti si è’ propensi a credere a qualche fuga radioattiva da filmetto americani del terrore. Da questo posto, dopo un’oretta abbondante, mi carica in autostop una famiglia di rom dentro un Suv pieno zeppo di selle e oggetti da equitazione: e’ la terza volta che trovo una famiglia Rom addetta ai cavalli e pure sulla copertina Lonely Planet della Bukgaria ci sta un Rom a cavallo, sarà una tradizione locale. Alla fine giungo alla metà, la romantica città di Plovdiv, anche essa una città termale fondata dai Romani che vi costruirono anche un bellissimo anfiteatro da poco scoperto. Credo di aver capito che la fascinazione recente per le città termali dell’est Europa nasce da un bellissimo libro letto di recente, Valzer degli addì di Kundera. Ad ogni modo la città e’bellissima, con un centro storico posto su sette colli come Roma ( e anche Rio di Janeiro e San Pietroburgo apprendo da un tassista). qui si respira un’aria più cosmopolita e anche il clima del nuovo ostello e’informato a ciò’, con una composizione sociale della camerata molto diversa da quelle delle donnone bulgare. Divido la stanza con due angeliche puledre austriache, perdutamente innamorate una dell’altro e che si lasciano andare di continuo a dolci effusioni saffiche, poi ci sta una milfona scozzese che sarebbe simpaticissima se non fosse che assomma in se tutti gli ingrippi scemi dei palestrati, dai cereali all’acqua distillata, dallo yogurt allo yoga alle 5 di mattina. E poi ci sta un musicista francese venuto qui per un importante seminario sulla musica balcanica tenuto in un monastero, ma sopratutto venuto per un altro motivo molto più basso o alto a seconda dei punto di vista: la pukkiakka. Già dalla prima birra condivisa capisco che passare la serata con questo sarà piacevole come calpestare una merda di cane con l’infradito, ma mi si azzecca addosso, motivato al suo scopo precipuo: scroccarmi quante più birre e drink possibili. Giusto quello che ci voleva! Comunque alla fine ce ne andiamo a fare casino fino a tarda notte per le splendide vie di Plovdiv e qualche drink da me riesce a incularselo.Chiudo con un suggerimento: Plovdiv, e’una città bellissima e romantica, pervasa da un’atmosfera bohémien difficile a trovarsi. Qui mi pare e’ nato pure Moni Ovadia e qui capita di trovare quegli intellettuali che 20 anni fa andavano in Toscana, 40 anni fa andavano Ale Eolie e 60 anni fa venivano a Capri. La città e’ora servita pure dalla Ryan Air, e’una gemma nascosta e vicina ad altri luoghi d’interesse. Io vi do sto suggerimento, poi se volete continuare ad andare a Sharm el Sheik e alla Thailandia, io che vi devo dire!

Il Vello d’oro- Giorno 10- Le Montagne d’acqua

Giorno 10 Una ragazza bulgara che studia a Perugia mi ha fatto notare una cosa non stupida: il 99,9% degli italiani che arriva in Bulgaria, viene per chiavare, io sono stato cazzo di finire a 2400 metri su una montagna dove sta una setta che predica la castità assoluta…..un fenomeno. Comunque se volete il resoconto della giornata, mettetevi comodi che qua la giornata e’stata lunga, e soprattutto non ancora finita. Cominciamo dall’alba, a Kyustendil. Si, addio Kyustedil ci siamo visti mo’, e quando ci vediamo più! Dovevo capire dall’etimologia del nome “terra di Costantino” che non era roba per me, perché a me sto nome rievoca il giardino pieno di erbacce lamiere e rotticcio appena sotto casa mia….proprio un posto del cazzo, volevo provare a rivalutarlo con un bagno all’alba nelle antiche terme romane di Pautalia, ma non ho trovato una persona una che parlasse inglese o una qualsiasi lingua occidentale, e manco che sapesse leggere il nostro alfabeto ( qui usano il cirillico). Così ho provato a far capire a gesti il concetto ma era un’impresa ardua ( provate voi quando fare il gioco dei mimi a far capire “terme romane di Pautalia), così e’ successo un Big misunderstanding, where you switch the cock for the bank of water….e invece che alle terme romane mi sono trovato in un centro di analisi dove stavano tutti sti vecchi, chi si doveva fare le analisi del sangue, chi il tampone delle orine, chi stava in dialisi….Vabbe, andiamo avanti. Parto alla volta delle Montagne d’acqua, i sette laghi di Rila. Prendo un primo bus che mi porta ad una città chiamata Dupnitsa, dove trovo il tempo di rinnovare la mia collezione di lingerie intima comprando uno stock di boxer talmente tamarri da avere potenzialmente sulle donne lo stesso potere che ha la citronella sulle zanzare, le fa scappare. Poi monto su altro bus, dove sta un altro vecchio che ha appena calpestato una cagata ma non provo a spiegarglielo a gesti, dopo lo scotto delle terme romane di Pautalia…alla fine il viaggio finale per le Montagne d’Acqua lo faccio di un taxi improvvisato dove ci sta gente che però l’acqua di una doccia non la vede da un secolo e un vecchio vicino a me con l’alito che tiene sarebbe in grado di far divenire la Bulgaria una potenza nucleare. Sono alla Pionerska e da qui per arrivare sopra, dai Bogomiti, devo prendere una seggiovia fino a quota 2.100 metri. Poi sopra un ulteriore dislivello di 300 metri sarà colmato attraverso un arduo sentiero di montagna. Questa via, una difficile pietraia, può essere percorsa a cavallo ed io già fantastico: il capo delegazione del sud Italia dei Bogomiti che arriva all’accampamento in sella ad un cavallo, uao un figurone! Ma c’è un problema: la famiglia Rom che affitta i cavalli, a me il cavallo non vuole darmelo. Dicono che sta per venire a piovere, io insisto faccio notare che ci sta un sole che spacca le pietre e per poco non mi lascio andare a squallide battute razziste del tipo: ” ah si e chi ve lo ha detto che ora viene a piovere, la zingara?”. Ma non c’è verso, niente cavallo e mi devo sciroppare a piedi la camminata che fa circa 3 km su un terreno accidentato e con un zaino di 20kg in groppa. Naturalmente dopo poco si avvera la divinazione della zingara e si scatena il pata-pata dell’acqua, e come se non bastasse attaccano i fulmini e scende una nebbia pesta, che riduce la visibilità a pochi metri. Sono solo nella tormenta in alta montagna e giusto per non farmi mancare niente, col mio abbigliamento assolutamente inadeguato e le scarpe basse, sono un potenziale boccone perfetto per le vipere che qui dilagano. Penso che se sono qua a scrivervi lo devo a chi ha avuto l’idea di segnare di rosso le pietre sui sentieri battuti, qualsiasi altro colore non era riconoscibile nella tormenta e a quest’ora stavo ancora la’. Ho pensato davvero che non ce l’avrei fatta in parecchi momenti, poi dopo circa un’ora e mezza ho udito nella nebbia il nitrire di un cavallo, e poi e’ apparsa un tenda. Era color acqua marina ma io la rivedo ora come rossa, come quella dell’ammiraglio Nobile, perso al Polo Nord. Poi appaiono altre tende, una moltitudine: ho raggiunto l’accampamento della setta dei Bogomiti! La nebbia si dirada e la pioggia cessa, ed appare un luogo di bellezza maestosa: 7 laghi glaciali di alta montagna, ognuno con un proprio nome e ammantati di esoterismo, il lago Occhio, il Rene, la Lacrima , il Fegato, il Cuore, il Pesce, quello di Sotto, gli altri non li ricordo. Per ora ho visto solo il Pesce e il di Sotto ( il primo che fa la battuta il pesce di sotto e’espulso dalla pagina), domani vedo gli altri. Qui vi sta uno chalet in legno nel quale soggiorno in camerata con altri dieci cristiani e dove non ci sta l’acqua calda ma il wi fi si. nella mia camerata ci stanno 5-6 bogomiti, ms il resto delle truppe sta accampato fuori, in tenda al freddo e al gelo. in mezzo a due di questi laghi, domani alle 10 i Bogomiti daranno vita al Paneurytmia, una danza evocativa magica….sono un po’ diversi da come li immaginavo sti Bogomiti. Io pensavo fossero una setta New Age, sono molto di più: sono degli eretici. Il Bogomilismo ( da cui il corretto nome di Bogomili) e’ un’eresia svilippatasi nel X secolo, per opera di un certo Basilio, che spingeva per una rilettura delle Sacre Scritture in senso originario, con una divisione strutturale tra il Bene e il Male. Le due idee si diffusero veloci come l’umidita in un muro nel regno di Costantinopoli e ben presto Basilio fu condannato a morte in pubblica piazza a Bisanzio. I molto suoi seguaci Bogomili furono dichiarati eretici e braccati per due continenti, arsi sul rogo e torturati a migliaia….ogni anno, e la ricorrenza e’ domani, i discendenti dei Bogomili massacrati si radunano qui sui sette laghi di Rila e danno luogo a questa danza evocativa dei loro morti, ch credono nascosti nelle profondità di uno dei laghi, il Rene. La danza si chiama il Paneurytmia e comincia domani alle 10. Potete pure verificare il tutto su google se credete. Bravo Palillo volevi qualcosa di originale, sei finito in mezzo ai discendenti di una setta di eretici del X secolo su una montagna sperduta in Bulgaria….ma che capa di merda che tengo…..questa notte e’atteso l’arrivo del Re dei Bogomiti, il discendente di Basilio il Saggio. la seggiovia riapre apposta per lui e noi scenderemo con le fiaccole a prenderlo, poi domani all ‘Alba cominciera la danza attorno al lago…..ok ma niente paura, questi sono stati dieci secoli fa sterminati dal Vaticano, che grosso modo in Italia sta come me. Ma in Italia c’è stato pure un filosofo, nato a Nola, e bruciato sul rogo come eretico il primo gennaio del 1600. Si chiamava Giordano Bruno. Ora mi tornano tutti i conti: le fiaccole di notte, il girare in circolo….in girum imus nocte, et consuminur igni, la frase palindroma più bella mai scritta. Andiamo in giro di notte, e il fuoco ci consuma. Che abbia inizio: questa sarà la Notte dei Bogomiti viventi

La saga dei chiattilli- cap. II

I CHIATTILLI ED IL PESSIMISMO COSMICO
Nella storia del pensiero filosofico e letterario si rinvengono, almeno a mia memoria, tre tipi di pessimismo : quello leopardiano, riconducibile cioè al Vate di Recanati (che poi a ben vedere appartiene a Scopenhauer) della gioia come pure illusione e che alimenta solo l’effimera brama di altra gioa, quello di Sartre dell’”esisto perché soffro”………e poi sta il pessimismo cosmico dei chiattilli. Si, perché forse non tutti lo avrete ancora colto ma il vero chiattillo è irrimediabilmente, inesorabilmente pessimista. Basta un infinitesimale intoppo, una imperscrutabile circostanza del Fato perché l’intero week-end assuma le forme di una valle di lacrime, un baratro di dolori e lamenti senza fondo . Oddio, non è che il novero delle variabili sia infinito atteso che il vero chiattillo più del mare e della serata non fa, e in molti casi l’una delle due attività basta a escludere l’altra perché è inconfutabilmente vero che il “mare stanca” o al contrario si preferisce tenersi freschi ed in forma per l’aperitivo, operazione che tra maquillage e convocazione di amici per conferme, chi viene , chi no, chi si, piglia pure 4-5 di warm up.
Ad ogni modo fermiamoci al pessimismo cosmico chiattillesco, con Cessy e Zizzy che sbarcano in piazzetta, e qui si spalancano le porte del Cocito infernale. L’interrogativo esistenziale è sempre quello: “Cessyyyy, ma dove andiamo a cena stasera???”
“Zizzy, ma ancora ??? Ha prenotato Boccalony il fidanzato di Commuogly, facciamo tavolo alle 22 da Stuzzichino”.
“Cessyyyy, ma stai da fuori???? Commuogly mi ha confermato che dovevi prendere tuuuu il tavolooooo!!!!! E ora come facciamooo????” Lo sgomento scolpito sul viso di Cessy, non si può che chiedere aiuto al prossimo che non potrà negarglielo vista l’immane tragedia che sta oer consumarsi .
“Madonna, ma come facciamo???? E quale è il numero di telefono mio diooo?? “
“lo si può rinvenire facilmente su google, ad ogni modo chiamo io……ma mi dicono che…..sono pieni”
Il cielo si oscura, il sole si spegne, si squarcia il baratro del pessimismo più cupo cala come una scure sulle loro fragilità teste.
“Madonnaaaaa e ora??? Io lo sapevo che quella Commuogly mi metteva in mezzo a sto casino, da quando si è lasciata con Catetery sta da fuoriiii!!!!Butta addosso a me tutte le responsabilitààaaaaa. E adesso????” “
“Mah signorina, può semplicemente prenotare da un’altra parte”
La voce rotta dal pianto, il tono della risposta irritato di chi deve controbattere ad una provocazione o una palese idiozia “ma doveeeeee????”
“Mah,si contano 117 attività di ristorazione sul territorio dell’isola , il che vale a dire che se una è completa possiamo provare in una delle rimanenti 116”
Cessy e Zizzy si guardano sempre più sgomente negli occhi, sicure ormai di aver di fronte un mostro cattivo ed insensibile che non riesce a comprendere il loro dramma esistenziale in corso, poi uniscono e le forze e, come le eroine di qualche cartone animato tipo le Winxxx quando annunciano qualche incantesimo, gridano all’unisono “ ma doveeeee????”
“Mah se Stuzzichino è pieno, potete provare da Barbablù e i sette dentici, che è molto buono, Dallo Scorfano di Sua Maestà che ha milletordici stelle Michelin, oppure potete provare dall’Ostricaro maledetto che pure ha il suo perché, però per un’esperienza davvero innovativa potreste provare dalla Murena a pois”.
Nessun argomento vale ovviamente a fare minimamente breccia e scalfire la granitica paura di trovarsi impantanate ad una serata fuori dai giri che contano. Non resta che varare la soluzione finale . È Zizzy, che finora ha mantenuto un low profile, ad annunciarla:
“No basta non abbiamo altra scelta, devo per forza chiamare il mio ex Tubettony, che ce l’ha con me per quella volta alla festa di Commuogly mi ammoccai con Capokky e feci ingelosire pure quella puttana di Perizomy”
“Ma sei pazza, Zizzyyyy, quella Perizomy ti schifaaaa, lo ha detto pure a Puzzy che ti schifaaa”
“Si ma tanto la schifo anche io a leiiii, e poi Tubettony fa il tavolo, non abbiamo sceltaaaaa,’lo vuoi capire o noooo???”
Arriva anche la presa di coscienza della irresponsabile Cessy, che si sobbarca una telefonata di mediazione con il cornuto Tubettony, con la eterna spada di Damocle che non assommi al tavolo il conteso Capokky e soprattuto la sua bella medea Perizomy.
Alla fine Tubettony dimostrerà un cuore grande anche più del suo portafoglio e acconsentirà ad aggregare le sciagurate Cessy e Zizzy al suo tavolo, ma il suo orgoglio da leone ferito lo farà optare per un attegiamento distaccato, poche frasi di convenienza ed una freddezza di fondo che Zizzy e Cessy sentiranno per tutta la serata sulla loro pelle, fino a precipitare nell’horror vacui del più cupo pessimismo cosmico chiattillesco