Napoli violenta – part. 1 : la dieci euro nderra

Quest’oggi ho preso la dieci euro da terra. Ma non nel senso figurato rimandante ad un improvviso slittone o a pericolosi capiomboli. Proprio in senso letterale ho visto di colpo dieci euro a terra, a piazza Olivella, quella della metro di montesanto a Napoli. Me la stavo guardando per vedere se non fosse falsa o sporca di merda per via di qualche buontempone, Ma tosto non ebbi fatto dieci passi, che a sbarrarmi l’undicesimo mi si parano innanzi due che sembrano i Bravi di Don Rodrigo. Il capo dei due, il Griso, con un sorriso beffardo mi fa cenno di “restituirgliela”, io pur dubbioso che fossero sue, eseguo senza battere ciglio, tanto non mi cambiano certo la vita dieci euro….. Poi lui non contento chiosa: ” te pensav’ che uno cumm’ e te veniva a casa mia bello bello a si piglia dieci euro!!!???” Piuttosto indispettito mi limito a rispondere: “e perché no? La fortuna, si sa, e’ cieca”. L’immagine della dea bendata di classica matrice deve piacere poco al tipo, il quale rincara la dose: “se non ti levi annanz o cazz te li ciek io a te l’okkio”. A questo punto ho la tentazione di esporre il concetto giuridico di res nullius e res derelicta risalenti al mondo romano, in virtù dei quali ben avrei potuto reclamare il possesso di quelle dieci euro, ma in un anelito di pragmaticita’ lascio perdere, anche perché mi sovviene alla mente un’illluninazione geniale: la cicatrice che ho in questi giorni sul naso mi conferisce un’aria da duro come non mai, sicché mi basterà guardarlo torvo negli occhi per incenerirlo e fargli rimangiare il suo turpiloquio. Così faccio, impostandomi pettoruto con la mia stazza fisica di gran lunga superiore alla sua e inarcando il sopracciglio da vero figlio della strada incazzato. Il Griso pare colto di sopresa nello scoprire che Don Abbondio aveva invece si il suor di leone, ma a questo punto irrompe sulla scena l’altro bravo, fino ad allora una mera comparsa, il quale osserva: “ma tu, oltre che strunz, fusse pure rikkione???”
Napoli una città difficile

Il Vello d’oro – giorno 14: la Steppa

Giorno 14
La Steppa. E chi l’aveva mai vista la Steppa, almeno chi l’aveva vista così tanta così grande! Ne avevo sentito parlare in un racconto di Herman Hesse o in un giochino divertente che facevamo al bar con gli amici, quando imitando un conoscente comune, canzonavamo: ” ahah ja ja mi ricordo quando stavo nella steppa con Franz, aha ja ja che bello ragazzi, ah si….” . Ora a trovarmici dentro la steppa ho quasi paura, tutto questo spazio immenso e sconsiderato, dentro cui un uomo si sente immensamente piccolo, immensamente poco, specie se è solo col suo zaino. La Steppa mi comunica una sensazione che affonda in qualcosa di filosofico, un concetto che per qualche motivo l’uomo occidentale ha lasciato perdere per strada: la percezione del Nulla. Tutta l’Anatolia centrale che si snoda sotto i miei piedi e’un’immensa, sciagurata steppa. Ad un certo punto della steppa, nel bel mezzo di uno sconfinato altopiano battuto da un vento feroce e ove trombe d’aria s’agitano così come fosse niente, sta un luogo chiamato Erzurum. Dico la verità, l’ho scelta come tappa del viaggio quasi per caso , quasi per sbaglio e quasi per gioco: mi piaceva il nome, Erzurum, duro e dolce al tempo stesso. Erzurum e’ un crocevia di strade che per noi occidentali non portano da nessuna parte, un caravanserraglio di popoli da noi poco o nulla considerati. Erzurum e’ un accampamento, un fortilizio conquistato, perso e riconquistato cento volte da cento eserciti diversi: armeni, persiani, romani, bizantini, arabi, saltuk, selgiuicidi, mongoli e russi…Vi è purtroppo una cosa che dalla notte dei tempi ad oggi gli eserciti vincitori fanno quando entrano in una città: si prendono le donne dei vinti. Lo fanno prima di ogni altra cosa, prima di spartirsi il bottino e il denaro, per prima cosa gli eserciti vincitori struprano le donne dei soccombenti. La terribile ricorrenza storica deve avere assai segnato gli abitanti della mille volte violata Erzurum, che ora hanno verso le proprie donne uno spasmodico senso di protezione che colgo in mille modi. Giusto per capirci, siamo nell’Anatolia orientale, non lontani dall’Iraq e dall’Iran, dal Caucaso e da altri luoghi appartenenti ad un immaginario geografico confuso per noi occidentali. Per le vie di Erzurum cammino senza riuscire a vedere un solo viso di donna: stanno tutte trincerate dietro abiti scuri che ne nascondono qualsiasi fattezza anatomica e anche gli occhi, e tuttora mi chiedo come facciano mai a vedere da dietro quelle vesti totalizzanti. La cosa più sbagliata che possa mai saltare in testa di fare ad un turista occidentale sbarcato qui garrulo e felice in bermuda e infradito e’ provare mai a fotografarle: mi avvertono di non farlo già’ alla stazione degli autobus, casomai mi saltasse per la testa. E non è il caso nemmeno di mettersi a fotografare le secolari madrasse di Erzurum, le scuole coraniche di antica istituzione che propagandano qui una rigida interpretazione del Corano, poco o niente debordante verso mollezze occidentali. Una di queste madrasse, la Cifti Minareli Medrese, e’ un capolavoro di architettura araba, fondata nel 1200 da uno dei tanti dominatori di turno del città, un re selgiuicida dal nome rassicurante e illuminato di Selim il Crudele.
Erzurum e’ un crocevia di popoli sconosciuti ma è nel mio piccolo un crocevia anche per me, che la scelgo anche in attesa di decidermi a cosa fare, a dove andare. Già’, da qui in avanti per marciare verso la Colchide e il Vello d’Oro le opzioni sono due, e sono molto combattuto. La prima strada punta a nord-est, verso i selvaggi monti del Kackar, antipasto dei monti per antonomasia del Caucaso, verso una località chiamata Yusufeli adagiata sul fiume Coruh, uno dei migliori al mondo dicono per fare rafting. Poi da qui potrei facilmente ( si fa per dire) tagliare verso la costa e raggiungere Trebisonda, da cui raggiungere la frontiera con la Georgia sul Mar Nero. La seconda strada marcia secca verso est, rimanendo all’interno dentro questa lunare steppa e nel solco della secolare Via della Seta. Si tratterebbe di far rotta verso un luogo chiamato Kars e da li poi verso Ani, la mitica capitale del misterioso regno Urartu, una città fantasma saccheggiata e distrutta dai Mongoli nel 1200, e da allora rimasta pressoché uguale. Una figata pazzesca, ma presenta un gigantesco problema: temo che la mitica Ani mi faccia finire in un cul de sac, un vicolo cieco. La città,’o meglio quel che ne resta, sta proprio lungo il confine con l’Armenia, ma in Armenia non si entra venendo dalla Turchia: Turchi e Armeni si sono scannati per secoli, o meglio i primi hanno a più riprese massacrato e sterminato i secondi, hanno rubato loro i 4/5 del loro territorio ed un terribile genocidio armeno si è consumato neanche 100 anni fa. Fatto sta che la frontiera turco-armena e’chiusa e invalicabile. Per andare dunque nel Caucaso attraverso questa strada dovrei piegare verso un valico montano della Georgia, all’altezza di due città frontaliere chiamate Posof e Vale. Ma si tratta di un valico estremamente difficile d raggiungere, nel nel mezzo di una gola caucasica male o per niente servita da mezzi di trasporto. Sul valico di Posof/ Vale girano sui forum di viaggiatori informazioni assolutamente contraddittorie e icoferenti, c’è chi dice di esser passato in fretta, chi dice di averci perso 3 giorni. La stessa Lonely Planet fa un gran casino, dicendo sulla guida della Turchia che a Posof/ Vale si passa facile ma poi asserendo sulla guida della Georgia che da li non si passa. Da giorni mi scervello su questo bivio ed ho indicato sulla mappa questo punto come “il buco di Posof/ Vale”. Ad ogni modo se riuscissi a passare di la, appena dopo il confine troverei in Georgia un’altra città fantasma, scavata sottoterra nella montagna, chiamata Vardzia, roba da Signore degli Anelli! Ma a chi sto aspettando? Si va per la seconda strada, in qualche modo caverò fuori il ragno dal buco di Posof/ Vale, mi aspettano la mitica Ani e Vardzia, nella vita una volta mi capita di passarci da qui! Prendo dunque un bus alla volta di questa città chiamata Kars, avamposto verso Ani e il valico, nonché avamposto al contrario dell’esercito russo che li è calato a più riprese facendone una propria roccaforte in pieno territorio ottomano. La strada tra Erzurum e Kars non avrebbe nulla ma proprio nulla da invidiare a quella più famosa che bordeggia il Gran Canyon in Colorado, la sua bellezza aspra mi spinge più volte alla commozione. La percorro a bordo di un minibus pieno come un uovo e che presenta a bordo un campionario di odori e fragranze capaci di annichilire la più rinomata profumeria francese. Mi sembra che tutti gli odori di sterco di animali domestici siano ivi rinvenibili: si va dall ‘Huile de Merde de Bouef all’ Coco Chanel de Sciord de Gallin, passando per il Puork numero 5 alla Sgummatell de Pasteur Curdo dentr’la mutanda giall’. Ma fa niente, a me pare di stare sopra un astronavicella spaziale che attraversa quel territorio lunare. E alla fine,dopo una marcia serrata, molto dopo il tramonto, giungo qui in questo strano avamposto chiamato Kars, dove i soldati russi dello Zar hanno lasciato questi bizzarri casermoni color pastello, giusto per non farsi mancare niente nel collage di popoli che colora questo remoto angolo di Turchia lungo una traversa laterale della Via della Seta. Ai confini confini con il Caucaso, ai confini con l’Armenia, ai confini con l’Iran e con l’enclave azera del Nanichevan, ai confini pure delle mie possibilità ma non della mia morbosa fantasia. Si, perche’ vi è pure qualcosa di altro che mi ha portato fin qui, un motivo ulteriore anzi due. Kars e’ la città delle cento donne suicide, ove vive la bellissima Ipak e ove torna dalla Germania Ka lo scrittore: Kars e’ la città ove è ambientato il bellissimo romanzo di Pamuk “Neve”, che infatti in turco si pronuncia “kar”.
Poi vi è un secondo motivo che mi ha fatto optare per questa via e riguarda il senso finale del mio viaggio, il Vello d’Oro: le divinità ostili come già visto mi aspettano alle frontiere, per provare ad arrestarmi con le loro trappole e i loro emissari. Ma gli dei ostili si aspettano che il prode Palillo passi la frontiera a nord da Trebisonda, io invece glielo metto a quel servizio ed entro in Caucaso attraverso questi luoghi remoti e questo valico infernale interno. E se riesco a passare il buco di Posof/ Vale, non c’è più niente e nessuno che mi ferma fino al Vello d’Oro, ma questo per favore agli Dei non raccontatelo…

Il Vello d’oro – giorno 13: Istanbul, porta liquida d’Oriente

Giorno 13
Istanbul, porta liquida d’Oriente, con le tue sponde adagiate sul Bosforo come le labbra di una vagina e in mezzo sta il clito del Corno d’oro. Istanbul sa essere tutto, reggia da mille e una notte e letamaio, calda e fredda, ricca e miserabile. Vi ritorno dopo 15 anni, il che equivale a dire che vi giunsi che avevo da poco passato la ventina e da allora ne conservo un ricordo incantato poiché la trovai magica. Ma a 20 si trovano magiche molte cose ed è bello così, io ricordo che trovavo magico pure andare ad un concerto a Roma e dormire in stazione fino alle 5 di mattina quando partiva il primo treno….nondimeno Istanbul e’bellissima ancora adesso, intendiamoci, e credo di esservi passato in un momento particolare della sua storia millenaria. Tutto adesso sembra bagnato da una nuova ricchezza, un’opulenza sorprendente e inaspettata . A milioni le persone sciamano sulle avenue principali tra una fila infinita di banche e negozi di grande catene, i nuovi ricchi venuti qui da ogni angolo della Turchia a bordo dei loro Suv sembrano non credono ai loro occhi quando realizzano che e’venuto il loro momento a potersi sedere ad un ristorante all’ultimo piano di un grattacielo a mezzanotte e ordinare una bottiglia di champagne, invece di mangiare alle 18 e 30 dietro la cucina e sciacquare poi i piatti di quelli venuti dopo. Costantinopoli e’ da secoli un gigante che a volte si allarga a volte si contrae. Quando si allarga, assorbe dentro di se molto del mondo circostante, allungando i tentacoli anche in Europa : ho cominciato ad avvistare il gonfalone di Costantinopoli gia dalle coste albanesi, con le banche turche le uniche sul terreno. Poi dentro i Balcani era una processione di camion turchi, di ditte edili turche, progetti di sviluppo turchi. Qui e’l’epicentro di tutto cio’, la parte di filetto piu pregiata della vacca. Un cameriere curdo scappato qui dall’Iraq guarda a tutto ciò’ come ad un paradiso e benedice il premier turco Erdogan, a suo dire autore di questo miracolo e per il quale ha una venerazione simile a quella verso un faraone. Io azzardo un paragone tra Erdogan e Berlusconi ma non certo per eventuali miracoli e lui mi risponde che no, assolutamente no! Uno così, un vecchio mafioso che va a letto con le minorenni nel suo villaggio in Kurdistan l’avrebbero appeso per le palle! Berlusconi is like Saddam Hussein, not like Erdogan! E dalle parti sue pare che nessuno riesca a spiegarsi come un paese evoluto e civile come l’Italia sia ancora alle prese con un personaggio del genere. Neanche in Iraq riescono più a spiegarselo. A suo dire inoltre Erdogan e’amato e venerato dal 95% della popolazione turca, solo un 5% lo osteggia ed sarebbe quella esigua minoranza che ha dato luogo ai disordini del Geci Park. Nondimeno quel 5%, posto che sia solo tale, si vede eccome se si vede. Lontano ma non troppo dallo scintillio delle strade principali, nel quartiere bohémien di Beyoglu centinaia di giovani si assiepano a terra sotto la torre di Galata la sera e, ad un dato segnale, si scambiano un bacio tra persone dello stesso sesso. Può sembrare un gesto estemporaneo privo di senso ma le cose stanno diversamente a queste latitudini, dove teoricamente si rischia l’arresto per una cosa del genere. La nuova borghesia intellettuale turca si ritrova qui, in minuscoli caffè abbarbicati lungo le ripide discese che dalla torre di Galata portano giù al ponte; in poche centinaia di metri conto una ventina di librerie, decine di gallerie d’arte e mostre di fotografia e il clima e’quello di una metropoli occidentale, con giovani che diffondono volantini e opuscoli antigovernativi. Sarà forse il prodotto anche questo della nuova ricchezza: non mi piace pensarlo ma trovo che a volte particolari evoluzioni e fasi di sviluppo del pensiero siano per così dire innescate dalla prosperità economica. La ricca Firenze dei mercanti diede vita al Rinascimento, la potente e agiata Atene creò la filosofia e diede impulso alle arti, il boom economico in Italia precede il ’68. Ecco, qui il clima mi sembra vagamente quello che precede il 68, la nuova intellighenzia turca si ribella alla rigida educazione conservatrice dei padri.
Poi oltre il ponte sta il Corno d’oro, la parte museale sempre bellissima e il cd centro storico, che forse non è proprio più tale. Sarebbe l’area dei bazar, i secolari bazar di Istanbul raccontati da migliaia di viaggiatori ove si scambiano merci e spezie di ogni sorta. Vi dirò, il Bazar egiziano, quello delle spezie, e’rimasto come lo ricordavo un luogo autentico, mentre il più famoso Gran Bazar, un labirinto di vicoli e negozi senza fine sotto i portici, mi è parso abbastanza posticcio, un posto ove per lo più si rimedia in vendita la stessa cianfrusaglia cinese che trovi in ogni quasi ogni angolo della terra. Ma qui ritrovo ad un ogni modo un qualcosa che avevo perso di visto,sono gli italiani. Gli italiani li avevo persi di vista sulla nave per la Grecia alla partenza, nella mia percezione ormai pare un secolo fa, poi dentro i Balcani di loro non vi ho trovato traccia, qui ricompaiono in pletora e paiono assai contenti, entusiasti di trovare le stesse stronzate che trovano pure sotto casa loro. Una cosa su tutte sembra rapirli: il falso, le borse o altri gadget simili contraffatti. Quando tra secoli i sociologi studieranno questa ossessione e attrazione morbosa per il brand e addirittura per la sua copia falsa, credo che forse si scoprirà una cosa: secondo me il falso tira così non solo per, come si può pensare in prima analisi, chi lo compra vuol far credere all’altro di essere sufficientemente ricco da poterselo permettere. Secondo me c’è un motivo ulteriore, più intimistico, personale: il falso piace a chi lo compra per un motivo scaramantico, e’un modo per esorcizzare la miseria, come un corno portafortuna o qualcosa di simile. E tra gli italiani, qual è infatti il popolo scaramantico per eccellenza, che più scaramantico non ce ne sta? I napoletani ovvio! Difatti qui nel Gran Bazar i napulegni battono in numero cospicuo, decisi e competenti sul mercato del Pezzotto, sanno riconoscere cuciture, varie qualita di pellame, ingaggiano contrattazioni che sembrano dei corpo a corpo coi mercanti ottomani, dove uno parla turco e l’altro napoletano stretto ma ovviamente si intendono alla perfezione. Non vi è luogo al mondo che lascia percepire meglio la derivazione turca di noi meridionali. I napulegni se la giocano alla grande, sembrano avere la convinzione della squadra emergente che va al Santiago Bernabeu sentendo di potercela fare, e chillo e’o pezzott da Vuitton cinese, e chist e’ a stessa stoffa da Hoga’n favesa, o Pirellino gv, o Pirellino 2 e venti ( suppongo si tratti di occhiali da sole) . C’è una coppia di napoletani che pare voglia fare una sorta di lista di nozze qui. Intendiamoci questa qui non è la manfrina cui si può assistere pure in un villaggio turistico della Tunisia o del Mar Rosso, ove uno studente per arrotondare entra vestito da beduino e comincia a inscenare quella puchiarella del tira e molla sul prezzo coi turisti per vendergli delle collanine. Qui e’una roba più seria, i napulegni sono interessati a grandi partite di merce e per entrambe le parti in causa vi è un forte motivo di orgoglio. Ricorda la lotta tra la mangusta e il cobra, cui una volta ho assistito in Cambogia presso dei tizi per strada. Il Cobra si erge maestoso e punta la mangusta in un angolo avventandosi sopra con velocità ed esperienza, ma la mangusta e’ancora più veloce e scappa pochi cm oltre, il cobra si rialza e riparte, la mangusta scappa ancora ma sempre e solo di pochi cm, il cobra attacca ancora ma poco dopo e’ sfinito e crolla a terra: solo allora la mangusta di lato lo morde e gli stacca il collo. I Rettili ottomani, che stanno qui da sette secoli, attaccano ribassano e rialzano il prezzo, ma le manguste napoletane scappano ribaltano la discussione, tirano fuori borse false fatte meglio a Napoli. Alla fine, quando intorno si è fatto un capannello enorme, i napulegni se ne vanno via tutti bardati di occhiali di Prada, borse Vuitton e altri ammenicoli simili. Camminano fieri scambiandosi il cinque e fotografandosi coi nuovi gadget indosso. Secondo loro, la mangusta ha mangiato il cobra

Il Vello d’oro – giorno 12: tracce di Tracia

Giorno 12 Un mio amico che vive al Nord Italia mi raccontava di avere spesso la sua quiete e il suo riposo notturno disturbati da due esuberanti vicini di casa veneziani , i quali rapiti da una passione travolgente si lasciavano andare a performance di tipo dannunziani molto rumorose. Capitava così di essere svegliato da grida provenienti dal vicinato del tenore di “pippami la fessa!”… Ovviamente nulla di tutto ciò mi riguarda, tuttavia sono riuscito con tutte altre modalità a rendermi causa anche io di immissioni sonore sopra la soglia di normale tollerabilità e devastare il sonno di un intero ostello. Il contesto e’ l’ostello di Plovdiv, di cui vi parlavo ieri, quello in cui divido la camera con gente di diversa nazionalità. Ad un tratto durante la notte vedo le due ninfe saffiche austriache alzarsi dal loro giaciglio d’amore e avvicinarsi leggiadre al mio letto e poggiarvisi sopra come una farfalla su un fiore. Ma il motivo della visita non risiedeva purtroppo in nessuna delle 1200 fantasie che fino a poco prima io avevo partorito, bensì in un dato molto più prosaico. Una delle due prende a dirmi: “du bist ein grosseeeee bar!” Dove bar andrebbe scritto alla tedesca con la umlaut, quei due punti sopra la vocale, e che fanno significare la parola orso. “Tu sei un graaaaaande orsoooo!” . E il paragone non poggiava ahimè neanche su una mia presunta dolcezza o aspetto da orsacchiotto, che ne so una cosa così. Ero un graaaaande orso perché stavo russando mooooolto forte e non le facevo dormire. A loro dire era qualcosa di infernale. In effetti ho pure il raffreddore sti giorni….a dargli manforte arriva pure la milfona scozzese ugualmente arrabbiata perché la perdita del sonno alterava i suoi bioritmi circadiani e non so quale altro ingrippo stronzo da salutisti del cazzo. Soltanto il musicista francese dorme placido, tutto abbabbiato dai drink che mi ha scroccato….provo a scusarmi e a dire che mi sarei girato sul lato in modo da non russare ma niente da fare. Durante il mio grasso sonno si è già tenuto un processo in contumacia con l’intervento del portiere di notte nelle vesti di giudice, anzi a voler essere tecnici di Ctu, giacché lo hanno esortato a fare un check sonoro e constatare egli stesso l’insostenjbilita della situazione….vengo condannato al l’esilio dalla camerata e mandato al confino nella stanzetta vuota del proprietario, dove posso vedere anche la tv. Stanno trasmettendo un’edizione di un cabaret italiano degli anni’80, si chiamava Fantastico con Raffaela Carra’, il tutto sottotitolato in bulgaro…..Si riparte ciao Plovdiv e a bordo di un bus iper moderno mi lascio alle spalle i monti Rodopi, ove sta la caverna in cui Orfeo discese negli inferi e dove è moto facile sembra avvistare un orso, un orso vero intendo non uno che russa un po’ di più, mannaggia quelle due stronze di austriache! La Tracia comincia ove finiscono i Balcani, e’ un immenso pianoro giallo al termine del quale compare lei, la regina, Istanbul. Vi torno dopo 15 anni e per una via assai insolita. I romani per arrivare qui, che al tempo si chiamava Costantinopoli, costruirono la via Egnatia. Ci si imbarcava a Brundisium, si sbarcava nel l’odierna Durazzo poi si piegava verso il lago di Prespa e la Tessaglia in Grecia fino a Tessalonica e poi la costa dell’egeo fino a qui. La via Palilla e’ molto più bella della via Egnatia: dalla Ciammuria verso la Sorgente dell’Occhio Blu poi su per i monti dell’Albania fino alla piana di Pelagonia poi il Kossovo, la Valle delle Bambole di pietra, le Montagne d’acqua e tutto il resto. Non c’è gara, spiacente per i Romani. Ah Istanbul Istanbul, già mi abbracci con le tue spire come un serpente addomesticato ma solo in parte, e qui altre gesta del prode Palillo sicuro avranno luogo, ma questo, se vorrete, ve lo racconto nella prossima storia di questa mia grande avventura

Il Vello d’oro- giorno 11: la danza sacra del Paneurythmia

Se un giorno dovessi decidermi a scrivere un libro, potrei ambientarlo qui, in questa polverosa città di confine posta su tre diverse frontiere e dal nome irresistibile, Capitan Andreev, che mi rimanda con la mente alla Fortezza Bastiani del “Deserto dei Tartari”. Qui, tra chilometri di TIR in attesa, mentre sono sul “terreno fertile” (anagramma de “le tre frontiere”), incredibilmente per la terza volta in questo viaggio mentre passo una frontiera, vengo assalito da un’ape. Credo di aver capito come funziona la storia: mi muovo troppo velocemente e gli dei ostili non riescono a seguirmi, mi aspettano dunque a punti di passaggio obbligati, i valichi di frontiera, ove inviano i loro emissari armati di pungiglione. Questa volta provo a dibattermi come Laooconte ma nella pugna omerica ci rimetto gli infradito che si sfondano. L’ultimo paio di scarpe rimastomi sta nella stiva del bus ma la tipa mi dice che adesso sono, come dico spesso, impossibilitato a prenderlo, il che vuol dire che stasera arriverò a Costantinopoli scalzo, come San Paolo o un pellegrino viandante dell’anno mille….ora sono su un bus iper moderno che pare un aereo ed ha anche il wi fi, ma la narrazione deve riprendere da dove ci eravamo lasciati, da un luogo che di moderno aveva quasi nulla. La storia riprende dalle Montagne d’Acqua di Rila, dai Bogomiti. L’alba arriva quando i Bogomiti la stanno già aspettando, distesi su un Prato in preghiera e intonando una nenia di benvenuto al Sole che diventa subito un insopportabile taluorno. Poi comincia l’ascesa verso il lago chiamato “rene”, ove si darà luogo alla danza del Paneurytmia. Lungo il crinale della montagna si scorgono migliaia di Bogomiti in ascesa vestiti di bianco e con un drappo viola al collo, la loro divisa. Io apparo con una camicia di lino 100% Capri che poco dopo si stracciera’ e verrà seppellita su queste montagne. Al posto del drappo invece tiro fuori la Rossa. La Rossa e’una sciarpa di cotone bisunta e lacera ch porto con me in ogni viaggio. La Rossa era con me in Amazzonia e in Tibet, in Cambogia e in Transilvania; una volta la Rossa e’caduta in un fiume amazzonico infestato di animali pericolosi ma sono andato a ripescarla, ora salirà con me sulla montagna sacra dei Bogomiti. In un altopiano presso un avvallamento glaciale, su un Prato fiorito, alle 10 comincia la Paneurytmia, la danza sacra. I Bogomiti si dispongono in 3 cerchi concentrici: sul cerchio più esterno danzano camminando in senso antiorario i novizi, le scartine come me che non conoscono neanche bene i passi (Nondimeno divento subito abbastanza bravo a ballare sta Panerytmia, mo che torno devo dire a Gerry se la scarica e la mette il sabato sera, molto meglio di Bohemian Rapsody e degli Squallor). Sul secondo cerchio stanno i Bogomiti già più cazzuti, militanti da più tempo, mentre sul cerchio più interno sta l’ala estrema, i pasdaran Bogomiti, i più infervorati. Si tratta in massima parte di donnone bulgare di mezza età’ che danzano in una sorta di trance ipnotica e soprattutto anelano a volersi trombare quello che sta ancora più al centro del cerchio: il Santone. Effettivamente si tratta di un uomo affascinante con una lunga barba bianca tipo Gandalf, perfettamente calato nel ruolo, e sono sicuro che a parecchie di queste tardone a fine serata il Santone le fa pure contenta e gli appoggia un po’ il bastone magico: nella camerata con me ci stava una Bogomita con un figlio piccolo di 5-6 che teneva la stessa faccia uguale del Santone…..la danza va avanti tutta la giornata fino al tramonto ma io francamente dopo un’ oretta ho le palle come due Supersantos e dico addio ai Bogomiti. Opto pure per un bel tuffo nelle acque ghiacciate del Rene, il loro lago sacro, anche perché la doccia allo chalet non l’ho potuta fare, il bagno faceva troppo schifo. Questo e’un problema che tutti i viaggiatori zaino in spalla conoscono molto bene nella sua cruciale importanza: disegnare gli spostamenti in modo da mettere sul cammino ogni 7/8 ore un bagno agibile e pulito e’un’esigenza fondamentale come spostarsi da un’oasi all’altra per una carovana che attraversa il deserto. Sopporto tutto in viaggio ma l’idea di infilarmi in una doccia sporca o sedermi sopra una tazza del cesso dove si sono seduti prima centinaia di cristiani mi devasta la vita. Ad ogni modo, per forza di cose la modalità di viaggio d’ora in avanti questa sarà: se voglio arrivare al Vello d’Oro, con sti 4 soldi rimasti posso domire solo in ostelli e camerate condivise….che poi e’bello, si fa amicizia, corre un clima di solidarietà. Oddio dipende da chi trovi: qui su ste montagne stavo in camerata con una decina di donnone di mezza eta’ bulgare, che si erano portate tutto da casa. Mi hanno adottato e fatto mangiare la loro marmellata di castagne, il dolce alle mele, il formaggio, il salame di vacca e la sera e’spuntata pure una bottiglia di grappa di prugne, ed,casomai decidessi mai di prendere moglie, hanno insistito per darmi i contatti di 5/6 loro nipoti o figlie di amici, che sarebbero liete di ammogliare con quello che credevano essere un vero gentiluomo italiano….Sta povera gente ci crede ancora al mito del italiano ricco principe azzurro da sposare, non se lo immaginano ancora su ste montagne che in Italia stiamo con le pezze al culo. D’altra parte l’idolo più gettonato qui e’ancora Adriano Celentano, per capirci….Ad ogni modo riprendo la strada, lasciando alle spalle le incantate Montagne d’Acqua, luogo tra i più belli visitato al mondo. Il cammino riprende un po’ difficilmente: scendo la seggiovia e con un primo passaggio finisco in un cittadina termale dal nome sfizioso, Separeva Bagna ma che si pronuncia Separava Bagna. In entrambi i casi e’un nome da suggestioni enigmistiche notevoli: nel primo caso il diagramma di una crittografia potrebbe essere “il Ghiaccio” ( se pareva, bagna); nel secondo potrebbe essere “perizoma usato in vendita in sexy shop per clientela femminile” (separava, bagna nel senso di eccita)…..poi un coglione di autista mi lascia in un posto che in capa a lui sta sulla direttrice dei bus per la mia prossima destinazione, ma in realtà e’un luogo scordato dal Padreterno e dagli uomini, si chiama Kilcera. E chi c’era a Kilcera erano degli umani dall’aspetto uno più mostruoso dell’altro, che sorridendo mi fanno capire che tutti insieme apparano in dieci i 32 denti che un uomo ha normalmente in una bocca sola. Tra l’altro in questa zona vive una minoranza etnica particolare, i valacchi, che parlano una strana lingua imparentata col romano chiamato aromeno. La colonizzazione di sta zona da parte dei romani avvenne ai tempi di Tiberio e io dopo il fatto della Ciammuria in Albania non mi sorprendo più di nulla: vuoi vedere che il buon Tiberio ha mandato qualche centurione qua pure dal fondo Poma o da Vanassina? Ci sta il tizio della locanda del paese che è tale e quale ad un signore della zona di Tiberio dall’aspetto molto singolare, ma siete un po’ troppi a segurmi e non dico chi è’….il paese davvero pare uscito dai Simpson, con distesi infinite di quei fiori che Morellino di Scansano, i girasoli che scansano un di privo di sole e quindi un po’ scuro moro….ed in mezzo un gigantesco cementificio che però pare la centrale nucleare dei Simpson…a veder li abitanti si è’ propensi a credere a qualche fuga radioattiva da filmetto americani del terrore. Da questo posto, dopo un’oretta abbondante, mi carica in autostop una famiglia di rom dentro un Suv pieno zeppo di selle e oggetti da equitazione: e’ la terza volta che trovo una famiglia Rom addetta ai cavalli e pure sulla copertina Lonely Planet della Bukgaria ci sta un Rom a cavallo, sarà una tradizione locale. Alla fine giungo alla metà, la romantica città di Plovdiv, anche essa una città termale fondata dai Romani che vi costruirono anche un bellissimo anfiteatro da poco scoperto. Credo di aver capito che la fascinazione recente per le città termali dell’est Europa nasce da un bellissimo libro letto di recente, Valzer degli addì di Kundera. Ad ogni modo la città e’bellissima, con un centro storico posto su sette colli come Roma ( e anche Rio di Janeiro e San Pietroburgo apprendo da un tassista). qui si respira un’aria più cosmopolita e anche il clima del nuovo ostello e’informato a ciò’, con una composizione sociale della camerata molto diversa da quelle delle donnone bulgare. Divido la stanza con due angeliche puledre austriache, perdutamente innamorate una dell’altro e che si lasciano andare di continuo a dolci effusioni saffiche, poi ci sta una milfona scozzese che sarebbe simpaticissima se non fosse che assomma in se tutti gli ingrippi scemi dei palestrati, dai cereali all’acqua distillata, dallo yogurt allo yoga alle 5 di mattina. E poi ci sta un musicista francese venuto qui per un importante seminario sulla musica balcanica tenuto in un monastero, ma sopratutto venuto per un altro motivo molto più basso o alto a seconda dei punto di vista: la pukkiakka. Già dalla prima birra condivisa capisco che passare la serata con questo sarà piacevole come calpestare una merda di cane con l’infradito, ma mi si azzecca addosso, motivato al suo scopo precipuo: scroccarmi quante più birre e drink possibili. Giusto quello che ci voleva! Comunque alla fine ce ne andiamo a fare casino fino a tarda notte per le splendide vie di Plovdiv e qualche drink da me riesce a incularselo.Chiudo con un suggerimento: Plovdiv, e’una città bellissima e romantica, pervasa da un’atmosfera bohémien difficile a trovarsi. Qui mi pare e’ nato pure Moni Ovadia e qui capita di trovare quegli intellettuali che 20 anni fa andavano in Toscana, 40 anni fa andavano Ale Eolie e 60 anni fa venivano a Capri. La città e’ora servita pure dalla Ryan Air, e’una gemma nascosta e vicina ad altri luoghi d’interesse. Io vi do sto suggerimento, poi se volete continuare ad andare a Sharm el Sheik e alla Thailandia, io che vi devo dire!

La saga dei chiattilli- cap.I

I CHIATTILLI E Il WHITE PARTY
Una fenomenologia interessante da osservare è quella dei chiattilli che organizzano o parlano dell’organizzazione del cd “white party”. Trattasi di una festa cd a tema, in cui agli invitati viene chiesto di informarsi appunto al leit motivo della serata, ma nel caso di specie la spendita di creatività richiesta è davvero simile alle gocce di acqua che una ad una si riversano asfittiche da un rubinetto rotto durante una siccità sahariana, giacchè per vestirsi di bianco basta una qualsiasi pezza di quel colore che in armadio hanno praticamente tutti. Eppure, in un mondo conformato come una lattina di coca-cola, a sentirli parlare il white party assume la valenza di un festival di Loollapaloza o di una rivoluzione culturale dadaista, e fanno:
“Ueeee Dodiiiii, bella. Mi raccomando tu e Umbi il diciotto non prendete impegni”
“Ueeeee Zizzi, e perchè?”
“No, tu non hai capito……insieme con Amy ci siamo messi in testa una pazzia: vogliamo fare il white party!”
“Noooooooo troppo forteeeee, davvero fai Zizzi????”
“Siiii l’ho già detto pure a Costy, Cessy, Bidy, Sciaquy e Commuogly”
“No, madonna ci sto, io poi lo sai sono più pazza di teeeee”
“Siiiii ma tu non hai capito: noi vogliamo fare il white party proprio quello vero. Cioè non solo che ti metti la camicia bianca….ma tutto bianco!”
“Cioè ma davvero fai?Tutto bianco???? Pure il pantalone, le scarpe…. tutto tutto???”
“Tutto”
“No. Ma voi siete dei pazziii, voi non state bene.”
“Mi raccomando, comincia a vedere bene che vi dovete mettere”
“Eh ma stavo pensando, io penso che riesco a gestire ma Cessy non so: per il pezzo di sotto al massimo tiene un pantalaccio che non è proprio bianco bianco…..”
“Scusa, e come è?”
“E’ un bianco sporco, champagne, diciamo quasi ecrù”
“Ecrù? Come quelli che si mangiano i leoni nella savana??”
“Noooo, scemaaaaa che hai capito??? Quelli non sono gli ecrù!!!! Quelli sono gli gnuuuuuu!!!!”
Segue, con tanto di lacrime agli occhi per la raccapricciante ironia, risata isterica di coppia della durata di minuti quattro sulla modalità audio “iiiihhhhhhhhiiihhhh” simile agli spasmi di un ornitorinco durante la stagione degli amori, o degli orrori.

Northern lights – Uppsala, un quadro di lontananza

Un modo abbastanza usuale per descrivere un luogo e perlomeno per
cominciare a farlo e´quello di appiccicarsi una immagine metaforica o
meglio dire allegorica, spesso mutuata dall´iconografia femminile.
Cosi´, se Stoccolma era una nordica sirena protesa sulle acque,
l´immagine più che mi sovviene per questa Uppsala e´quello del cd
“quadro di lontananza”, definizione sovente abbinata a donne o anche
uomini ( lo hanno detto spesso anche a me) che paiono belli visti da
lontano o in foto, poi da vicino…..nzomm.
Ecco Uppsala “la dotta”, capitale culturale del paese con la sua
università considerata da alcuni la più antica del mondo (primato per
la verità rivendicato da Bologna), cuore pulsante della enorme
attività di ricerca e di studio di questo paese colto e che ha dato
ovviamente i natali o perlomeno e’ divenuto la casa di molte eminenze
del pensiero e della scienza. Spicca tra essi Carol Linneo, il biologo
che si pigliö la briga di dare una classificazione a tutte le specie
di flora e fauna al suo tempo conosciute. Ma l´ínteressantissimo museo
a lui dedicato, pieno di ammenicoli, animali imbalsamati e stranezze
provenienti dai 5 continenti. e´chiuso per restauro, cosi come moltr
altre attrattive del posto, probabilmente per la bassa stagione. Cosi
da vedere resta poco come il grazioso centro storico snidato lungo le
anse di un bel fiume che lo attraversa, tra il fogliame rossastro e
migliaia di castagne riverse al suolo. La città e´pervasa da un
gradevole e allegro clima studentesco, essendo sede di oltre 40.000
studenti, e capita di imbattersi in carovane di giovinastri tedeschi
vestiti in stile Oktober fest parecchio avanti con le birre gia dalle
prime ore del giorno, ed il ricordo va a quando mi imbatte´anni orsono
in un´analoga coitiva in quel di Firenze, finendo poi di li a poco a
fare i versi del cavallo e i passi di dressage ein- zwei- dei galopp!
con una di esse appassionata di questo sport…ma sono ricordi di una
gioventù ormia lontana. Il problema di fondo e che piovono i cani
morti da cielo e fa uno sfaccimma di freddo , combo che spegne presto
gli entusiasmi facendomi rippiegare in una davvero bella osteria dove
mi cimnto con l´eccellenza della cucina svedese nella sua versatilità
tra terra e mare: zuppa di aragosta e per secondo polpette di alce,
binomio inslito quanto soddisfacente. In un+ansa del fiume raccatto
pure uno studente assai avanti negli anni bello intorzato di sidro di
mele, che mi racconta di essere stato messo alla porta dalla moglie e
ha deciso di passare il sabato all´addiaccio sotto la pioggia. Statt
buon. Nella piazza del paese una manifestazione della comunità di
immigrati armeni che protesta contro l+aggressione militare da parte
del vicino Azerbaijan, luoghi ricordo di viaggi passati. Tutta la
città ospita una eterogenea comunita di immigrati medio- orientali
per un modello di integrazione che pare meglio riuscito che altrove.
Nel complesso un posto gradevole ma un po spento

Northern lights – Stockholm, beauty on water

Ogni luogo si lega irrimediabilmente ad uno dei 4 elementi alchilici
( terra. aria, acqua e fuoco) ed esso e´per Stoccolma
inequivocabilmente l´Acqua: la vedrete apparire come una sorta di
pavimento liquido già all´uscita del tunnel della metropolitana e non
scomparirà mai più dalla vostr vista ovunque vi rechiate. I tanti ed
eleganti palazzi poggiati agli angoli del difforme manto color
cristallo paiono la ovvia traslazione delle vecchie palafitte dei
Vichinghi che colonizzarono anticamente il sito per erigerlo a base di
partenza per le mete più disparate, una rampa di lancio per un futuro
di potenza. Il panorama architettonico per la verità si presenta in
maniera piuttosto eterogenea, unendo a scorci di architettura gotica
avventure sul genere design ipermoderno che talvolta scade in
albergoni trash consacrati a quel gusto che pare esistere come tempio
innalzato all´ Italiano tamarro medio che sverna tra Dubai e Sharm El
Sheik, ma sono eccezioni.
Si, perche´cominciamo a dirlo a chiare lettere: Stoccolma
e´bellissima, protes sull´acqua come una sirena nordica e dispiegate
su tante isole una diversa dall´altra. Si, ognuna delle isole di
quelle che e´un vero e proprio arcipelago pare consacrata ad un gusto
ed incarnare un suo stile, un suo messaggio di innovazione o
conservazione. Io scelgo quella di Gamla Stan, il centro storico e
vecchio cuore pulsante di quella divenuta col tempo una mordiba
metropoli a misura d´uomo. Ci metto un po´a scegliere l´albergo
giusto, riservandomi come sempre la felice prerogativa di non
affidarmi alla selezione via internet ne all´ansia prenotatrice di
tutto in anticipo, ed alla fine la scelta giusta la azzecco: un
bellissimo alberghetto in peino centro storico denominato The
Collector, i “collezionisti”, giacche´ogni angolo e´addobbato con
centinaia di oggeti collezionati lungo le rote nautiche dei mari di
mezzo mondo, in particolare i mari del Nord. Ancore, sestanti,
ottanti, mappe nautiche, ossi di balena e narvalo, qui al Collectors
non viene mai voglia di prendere l´ascensore perche´salire le scale
e´come aggirarsi per un museo. Un bel pezzo da collezione lo tengono
pure alla reception devo dire con sto gentilissimo esemplare di
biondona scandinava che rende la scelta pressoche´irrinunciabile. Dopo
poco realizzo pure di essere a pochi metri dall´Accademia del Nobel,
dove questa settimana assegnano i premi. Vedo le luci di quello ch
pare un normale ufficio, a trati pare quasi di sentirli confabulare,
eminenze della scienza e della letteratura e altri disparati rami del
sapere. Abituato da mesi a Capri al chiacchiericcio isterico del
toto-contagiati, se e´stato infettao questo o quel cristiano,
evoluzione patologica del toto-cornuti e della narrazione di tutte le
infedeltà coniugali endemica dei piccoli posti di provincia, mi pare
un balzo in avanti enorme..
Una cosa che colpisce da subito di Stoccolma e´come paia pensata per
essere vissuta tutta all´ aperto, un po come notato in altre capitali
nordiche come Copenaghen o anche Amsterdam, sebbene la latitudine o il
meteo certo non favoriscano almeno a prima impressione una simile
impostazione. Ma il vedere centinaia di locali correre all´aperto alla
prima vrenzola di sole, i bambini sciamare nei tanti bellissimi ed
attrezzatissimi parchi vale a rendere più salda l´ímpressione. Forse
e´un pregiudizio di noi latini quello di immaginare qualsiasi cosa a
nord di Milano come una tundra ghiacciata dove regnano orsi polari e
foche. Queste ultime per la verità ci stanno e fanno capolino ogni
tanto nel limpidissimo mare. Stupendi ed allestiti con eccezionale
maestria i musei, danno un´impressione che persino da una pantosca di
terreno con un po di muschio sopra riuscirebbero a trarre qualcosa di
appassionante alla vista di un turista. Eterogenea e multiculturale la
vita notturna, almeno a prima vista un modello assai ben riuscito di
integrazione e melting pot. Difficilmente ho visto una città più
vivibile, a condizione ovviamente di avere risorse perche´i prezzi
sono piuttosto scandinavi. Stockholm, beauty on water

Northern lights

Ritengo che la visione del mio zaino lurido e difformemente rigonfio di vestiti rigorosamente stipati a casaccio abbia innescato in me una reazione equiparabile a quella del sottoposto alla misura carceraria del 41bis che si trova a contemplare la sua mogliettina uscire ammiccante dalla doccia .

Probabile e legittimo invero che il contesto possa suggerire immagini più suggestive ed edulcorate ma preferirei rimanere su quella delle pulsioni sessuali dell’ex ergastolano che accede al regime di semilibertà, perché pare compendiare tutti gli aspetti dell’epifania “zainesca” incluso quello sprigionarsi di endorfine del buon umore tipico dell’after sex.

Insomma me ne parto, finalmente e nonostante tutto; e aggiungerei pure che mai come stavolta sento sia giunto il momento di farlo, al termine di un’estate che pare come essermi collassata dentro nonché con la poco lieta sensazione di essere attorniato da una (pur comprensibile) nevrosi dilagante. Più che altro credo sia giunto il momento di rompere con un certo ordine di idee, quello in cui la forza motrice di ogni azione anche la più banale è la Paura. O meglio la Paura pare essere divenuta inevitabilmente il motore di ogni inazione, un lento rotolare verso la Stasi, intesa non come polizia segreta della ex Germania est ma come incapacità di muoversi, poco congeniale a me personalmente che manco quando dormo riesco a stare fermo . Ma meglio tralasciare i chiasmi pseudo-filosofanti e non infilarsi nelle sabbie mobili di discorsi complessi, ben consapevole che alla parola “paura” ben potrebbe sostituirsi quella di “ragionevolezza” o “responsabilità”. Diciamo che mi sono limitato a constatare con sufficiente criterio che prendere un aliscafo o un vagone della circumvesuviana gremito di ineleganti corpi sudaticci, come per forza di cose si deve per necessità, non è meno insicuro di un trekking in una landa semideserta oltre il circolo polare artico . E con questo d’ora in avanti faccio valere la cd “regola zero” già adottata con successo per le cacce al tesoro: quella per cui non faró più alcuna menzione a nulla attinente il Covid. Il problema che si pone è tuttavia ora un altro: è che mi sono fatto sgamare dove sono diretto, quando parlo di passeggiate in posto freddi e pieni di natura. Insomma è arrivato il momento di spiattellare il programma, almeno in linea di massima. Sto per atterrare a Stoccolma, che si preannuncia bellissima come una nordica sirena protesa sull’acqua: qui le cose da fare si preannunciano davvero tante ma meglio non spoilerare e andarle a scoprire un po’ per volta .
Di lì mi sposterò poi nella regione centrale, quella più tipicamente svedese di Umea e Upsala e dei grandi laghi per poi deviare verso il mare occidentale, ove affiora una bellissima e relativamente selvaggia costa detta del Bohuslan. Con un cuoppo di gamberi bolliti ben saldo tra le mani mi dovrò poi spingere verso la metà ultima e meglio caratterizzante del viaggio: il Grande Nord svedese, quella entità geografica trasversale a vari stati conosciuta come Lapponia e ove vive la minoranza etnica dei simpatici Sami, grandi allevatori di renne e a cui è ricollegabile anche la leggenda di Babbo Natale. Dalla loro capitale, Kiruna, si riparte uno sgangherato ed obsoleto treno a vapore, residuato di epoche passate e che puzza ancora di miniera, diretto ad un paesino chiamato Abisko. Esso pare sia, per svariate ragioni climatiche, il posto migliore per l’osservazione di un fenomeno atmosferico che cattura la vista e la fantasia, nella sua assoluta incomprensibilità almeno a noi profani: quello delle northern lights, le magnifiche aurore boreali . Insomma, non sarà accattivante come una calata in Amazzonia o una corsa a cavallo nella steppa mongola ma chest passa il convento anzi il virus e, carta geografica alla mano, questo è il posto più lontano dove attualmente ci si può spingere al netto di restrizioni.
Ah vi sarebbe un’altra cosetta: dal paesino di Abisko si dipana un percorso giudicato tra i più belli al mondo , un trekking di 240km fino al fiordo norvegese di Narvik, detto il sentiero del Re perché percorso all’epoca da un regnante in fuga braccato dai nemici . Vista la stagione e l’inclemenza dell’inverno scandinavo appare impensabile percorrerlo ora per intero, tuttavia vi è una chicca segreta che non può catturare la mia attenzione. Pare infatti che il nostro re fuggitivo abbia nascosto da quelle parti un mai rinvenuto tesoro…

Inviato da iPhone

El mundo perdido- giorni 19 e 20: la fine del mondo

Fino ad oggi ero solito ripetere a me stesso e a chi me lo chiedesse che il posto più bello del mondo fosse la baia dei Faraglioni di Capri non lo dirò più e non certo perché non ami più quel luogo, ma il motivo è presto detto Machu Picchu prima ancora che un luogo magico è un luogo comune. Nel senso che possono adoperarsi per esso tante di quelle frasi fatte definibili come tali ed ognuna di esse qui riesce a trovare un fondo di verità. Proviamo a vedere quali: “è un luogo che toglie il fiato”, vero e a quello ci pensa già l’altitudine tra l’altro; “è un luogo ove andare almeno nella vita”: assolutamente, capisco chi non ne ha possibilità, diversamente potreste un giorno finire a rimpiangere fino all’ultimo minuto e all’ultimo spicciolo buttati su qualche cesso di spiaggia di Sharm El Sheik o delle Canarie, pensateci finché siete in tempo; “non vi sono parole per descrivere un luogo così”, no, questo non lo accetto, non è un luogo comune ma una menzogna: vi sono sempre parole per descrivere la bellezza, proviamo a trovare quali. La prima cosa che noti arrivando qui è che si tratti di un luogo davvero inaccessibile, di conseguenza questo arrivare è lungo e tortuoso perché gli elementi della natura paiono essersi messi di impegno a disegnare un paesaggio impossible. Passata Ollantaytambo, il fiume Urubamba si incassa entro montagne altissime orlate da ghiacciai, solcando una valle sempre piu profonda stretta si che a fatica si riesce a vedere il cielo la valle è così angusta che vi è posto solo per la ferrovia e un cammino a piedi mentre nessuna strada carrozzabile arriva qui. Già il treno: questo è davvero il viaggio in treno più bello del mondo, a capofitto in queste valli come trascinati dal fiume verso una destinazione finale così leggendaria. Della bellezza paiono consapevoli anche gli operatori ferroviari peruviani che applicano a questa tratta tariffe da paesi scandinavi. Il fiume prende poi a disegnare come una spirale inarrestabile in una giungla sempre più fitta, fino a sbattere contro una diga, opera di ingegno notevole attesa la conformazione dei luoghi. Da questo punto, noto a tutti gli appassionati di trekking come “la Hidroeletrica” si scende come lungo una specie di cascata soft all’univo insediamento umano nel raggio di un centinaio di km, Aguas Calientes. A tale suggestivo nome non fa seguito alcun bellezza ahimè del luogo, sviluppatosi frettolosamente come un groviglio di calcestruzzo per l’offerta ai turisti in visita al Machu Picchu. Nella sua bruttezza e nella sua spendita di cemento mi ha ricordato certe città turistiche della Thailandia. Eppure il borgo avrebbe avuto modo di essere assai più bello, bagnato da questo fiume magico che qui incontra certe bellissime pietre dalla forma rotonda su cui si infrange in bianche spume ma fa niente, la sua bruttezza verrà dimenticata presto dallo tsunami di bellezza che sta per travolgervi. L’alba del giorno di ascesa alla montagna sacra vengo svegliato dal cinguettio di un bellissimo uccellino rimasto prigioniero nel bagno ha la testa variopinta di mille colori e lo associo ad un messaggero divino mandato dagli dei che sovraintendono alla Vecchia Montagna. Lo leggo come un presagio benigno. Assai più funesto si rivelerà nella lunga e faticosa ascesa alla Porta del Sole l’invio divino di certi inafferrabili moscerini verdi simili a diavoli volanti che mi tempestano di dolorosi morsi le mani . Ah già la Porta del Sole: un nome così lascia molte aspettative in chi legge, che credo di poter ripagare è il luogo da cui vedrete apparire il sito noto come Machu Picchu, anche se esso è in verità il nome della grande montagna su cui si trova la Porta del Sole e da cui è scattata questa foto stessa. Quel famoso colle che domina la città ha invece il nome di Wayna Picchu, che significa “giovane cima” mentre “Machu” sta per vecchia. da qui tocca finalmente scendere e tuffarsi in qualcosa dalla bellezza irreale. L’ultima parola che viene da usare per descriverlo è “rovine” o “resti”, perché quelle mura, quei templi incredibili, quelle pietre pare di sentirle respirare, sanguinare la torma vociante di turisti riesce qui a scalfire solo minimamente la bellezza e il rapimento estatico. State pur certi che se avrete la fortuna di venire qui e scendere dalla Porta del Sole a Machu Picchu, vi passerà tutta la vita davanti e non potrete fare a meno di piangere. simbolicamente il mio viaggio finisce qui, nel posto dove un viaggio può solo finire, non iniziare. Per la verità mi aspetta ancora qualche giorno dove dovrò recuperare un bagaglio sparpagliato per mezzo Sudamerica, tra Lima, Cartagena e Bogotà, l’emozione di un tramonto sul Pacifico e qualche altra avventura che eviterò di raccontarci, perché Machu Picchu è il luogo dove tutto ha fine E’ stata una gigantesca avventura vissuta a 1000 all’ora tra scenari che è difficile immaginare più diversi, rimbalzando per 3 settimane tra i Caraibi e le Ande, le giungle avvolte dalle nebbie e le città soffocate dallo smog.Scrivere il diario mi aiutava come sempre a ricostruire ciò che stavo facendo ma stavolta è stato difficile perché davvero gli stacchi drastici di scenari incredibili rendevano arduo il compito. Ognuno di essi è stato a suo modo un “mundo perdido”, dove tuttavia ho capito di non aver perso la mia Libertà