El mundo perdido- giorno 18: in bici tra le Montagne Sacre

È patrimonio comune dai tempi incaici la proprietà terapeutica della foglia della pianta di coca nel curare l’organismo e abituarlo all’altura. Così ancora oggi qui in Perù come in altri paesi andini si usa servire questo tea ricavato dall’infusione di foglie di coca, che vengono messe nella tazza così intere bevuta così la pianta non rilascia alcun effetto allucinogeno, quelli dati dalla famigerata cocaina, per ottenere la quale è necessaria una reazione con sostanza alcaline. Può ancora oggi capitare di vedere indios della costa raccogliere conchiglie dal mare, perché sminuzzandole e mescolandole con la foglia di coca, si ottiene una sorta di droga grezza. La sola foglia è invece un vero toccasana per l’altura ed è consumata pressoché ovunque dai tempi degli Incas. È doppiamente un peccato che questo popolo si sia estinto perché non ha fatto tuttavia a tramandare la conoscenza di un secondo effetto che la pianta assicura all’organismo: la cacarella. Bere sto tea ne assicura, almeno a me, una da record, un brutto viatico oggi che si torna in altura per un fantastico cross in Mountain bike di diversi siti Inca. a condurmi sulla cima di questa montagna, di fronte al ghiacciaio Veronica, è una scalcagnata brigata di ragazzi locali, che da improvvisarsi agenzia per sport estremi: uno guida, l’altro viene con me in bici e il terzo cazzeggia tutto il tempo a tel. Da qui scenderò in due siti diversi non troppo distanti l’uno dall’altro e accomunati dal comune denominatore di essere delle testimonianze dell’altissimo livello scientifico raggiunto da questo popolo, una sorta di livello proto-industriale. Apro la porta ad un insensato rimpianto: se avessero sviluppato la loro tecnologia in direzione degli armamenti, chissà forse questa magnifica cultura sarebbe riuscita a rintuzzare l’invasione dei bastardi venuti dall’Europa a sterminarli ma preferirono dedicarsi allo studio delle leggi della natura e della produzione compatibile, come nel caso di questo straordinario sito abbiamo qui di fronte un vero e proprio laboratorio di produzione alimentare ad altissimo livello di scientificità: ognuno di quegli anelli concentrici ospitava una specie di pianta da coltivare è studiato che ad ogni livello corrisponde una certa temperatura per via dell’esposizione al sole e per effetto dell’irrigazione che ne era fatta. Così andando dal basso verso l’alto ogni cerchio aveva una temperatura di 0,5 gradi più bassa del precedente: le piante venivano allevate e piantumate da un cerchio all’altro di anno in anno, per studiarne la crescita e il livello di produttività. Riuscite a realizzare di cosa erano capaci i “selvaggi”, “gli uomini-scimmia” come erano descritti dalla stampa dell’epoca nonché dai filosofi ed esponenti del clero e della chiesa? il sito prende il nome di Moray, che in lingua quechua indica una patata essiccata, di cui presumibilmente venivano ottenuti qui tantissimi esemplari anche nei secoli seguenti all’invasione. È un luogo incedibile, credetemi. ma è tempo di saltare in sella alla bici e buttarsi a capofitto lungo una pietraia verso il nuovo sito. Col mio fidato sherpa della bici, un ragazzino indio di nome Richard, raggiungiamo infine un paese chiamato Moras un luogo bellissimo, con viali assolati che paiono perdersi nel cielo. Qui le donne del paese vendono l’unico prodotto che questa terra donaqualcosa che ai tempi era fonte di straordinaria ricchezza e prosperità, tanto da essere venerato come un Dio: il sale dopo un’altra galoppata in bici si apre alla vista una striscia bianca rilucente. Pare una sorta di vagina della Madre Terra da cui viene partorita questa enorme ricchezza. siamo in mezzo a montagne di 4000 mila metri, lontanissime dal mare ma piene di questo oro bianco rimasto intrappolato qui in epoche geologiche precedenti. Il ragazzo mi spiega che questa miniera, ovviamente risalente agli Inca, basta ancora oggi al fabbisogno di sale di tutto il Perù. Gli Inca si sono estinti ma hanno lasciato le basi per lo sviluppo industriale della terra che abitavano. Segue poi un momento che mi ha commosso: il ragazzo entra nella miniera e prende a parlare con una donna che vi lavora era una conoscente di sua nonna, che ha lavorato qui 60 anni fino a morire per complicazioni polmonari, dovute suppongo al troppo inteso lavoro qui. Percorrendo la miniera da sotto a sopra su una strada deserta, abbiamo pure tempo per uno “sciavichiello” del prezioso sale, che affiora dal terreno come rugiada la via fino a valle si fa ora davvero bruttina e ripida ed è davvero dura rimanere in sella ma eccoci ormai al fiume Urubamba, dove una comunità di indio prepara un afrodisiaco cioccolato al sale di tempo ne resta poco, quello necessario a saltare giù dalla bici e partire in treno per la prossima destinazione, non proprio una qualunque…..Io ho sempre amato il treno, ricordo da bambino i viaggi con la famiglia verso la neve: passavo le notti sveglie a guardare dal finestrino il treno risalire l’Italia e ancora oggi saprei dire a memoria i nomi delle stazioni una ad una. Ora mi sta per toccare quello che è reputato il viaggio in treno più bello del mondo, e non riesco a trattenere le lacrime si, sono diretto lì e so di essere un uomo estremamente fortunato

El mundo perdido – giorno 17: Ollantaytambo, la Stalingrado degli Inca

Corre l’anno domini 1536. La campagna di invasione spagnola prosegue trionfalmente, il conquistador Francisco Pizarro risale le valli andine radendo al suolo intere città e sterminando dal primo all’ultimo i suoi abitanti. Poi un giorno le truppe spagnole arrivano qui, in una città chiamata Ollantaytambo, il cui re è conosciuto col nome di Manco Incaa Manco Inca non passa manco per il cazzo di arrendersi, anche perché perfettamente consapevole che gli toccherebbe alcuna sorte diversa dalla morte laddove deponesse pacificamente le armi. Ma per mantenere vivo se stesso e il suo regno bisogna sconfiggere gli spagnoli e l’impresa non pare alla portata dei suoi miseri e mal equipaggiati soldati. Soprattutto pare impossible fermare quella che è l’arma di distruzione di massa dei tempi , la cavalleria spagnola che già a Vilcabamba e a Cajamarca tre anni prima aveva fatto strage a migliaia di nativi, che mai prima avevano visto un cavallo. Atahualpa, re di Cuzco, era stato giustiziato tre anni prima, catturato in battaglia e Manco Inca deve escogitare qualcosa se vuole evitare la stessa sorte. Può giocare solo d’astuzia contro nemici così superiori per armamento. Così ai piedi di quella gigantesca fortezza fa costruire una serie di condotti allagabili ancora oggi visibili . Quando arriva la cavalleria spagnola, guidata dal fratellastro di Pizarro Hernando, si trova un muro d’acqua che gli viene incontro, mentre una pioggia di frecce e lance dagli spalti seppellisce gli sterminatori spagnoli nella tomba che meritano di trovare la vittoria fu netta anche se piuttosto effimera, perché dopo un anno le truppe spagnole si ripresentano con effettivi quadruplicati espugnando facilmente la città e mandando il coraggioso te incontro allo stesso destino del suo predecessore, la decapitazione. Resta comunque impresso il coraggio del valoroso re e visitare ancora oggi i luoghi di quella eroica resistenza assume un fascino indescrivibile anche il paese di Ollantaytambo, appena alla base della imponente fortezza, è assai gradevole a visitarsi, solvato dalle acque del fiume Urubamba che annegó gli spagnoli coi loro cavalli. Col mio solito culo becco un bellissimo alberghetto con vista sulle rovine Inca. A gestirlo è un artista, un certo Wow, che da il nome anche alla pensione, che vanta il libro degli ospiti a suo dire più grande del mondo. Ma l’attrativa principale è data da questa “hall” davvero incredibile, dove stare ore a rilassarsi contemplando gli scavi e ascoltare il rumore del fiume. E poi la cucina locale, lontana dalla “fighetta” Cuzco, capitale della cucina “novoandina” coi suoi bellissimi ristoranti fusion dalle atmosfere patinate. Qui le porzioni sostanziose servite dai fratelli Marquez contemplano piatti dal sapore robusto come il ceviche di trota appena pescata e poi lui, il povero animaletto domestico che qui in Perù è il piatto nazionale. Parlo del cuy, la cavia peruviana, finita nel forno sigh

El mundo perdido – giorno 16: la montagna dell’arcobaleno triste

La montagna del Vinicunca, meglio conosciuta come Rainbow Mountain, è un’attrazione divenuta nota in tempi estremamente recenti e che vede la sua popolarità implementare di anno in anno in misura esponenziale. Il motivo di questa fama è facilmente intuibile già guardando una qualsiasi fotografia dei luoghi, anche quando il soggetto pare una via di mezzo tra Sbirulino e uno sciatore sfigato della ex Ddr :

Le nette striature ferrose nella montagna di differenti colori donano un effetto scenico oggettivamente magico e senza eguali. Altrettanto facile a intuirsi è il soprannome di Rainbow Mountain, la montagna arcobaleno, per la ricorrenza di ben sette colori .

Per una mia descrizione dei luoghi io invece di colori ne adopererò due, che sono quelli del chiaroscuro, perché sulla montagna a mio avviso si addensano luci ed ombre nonché un enorme motivo di riflessione finale. La montagna tocca una quota di 5025 metri sul livello del mare e questa non può rimanere una curiosità fine a se stessa. Proviamo a spiegare cosa possano essere 5000 metri: la cima più alta d’Europa, il Monte Bianco arriva a 4780 e ci sono voluti secoli prima che un uomo riuscisse a issarsi su di esso. Ovviamente nel caso di specie contano le difficili condizioni climatiche col ghiaccio e la neve ma vi è anche un altro enorme ostacolo a quelle quote: l’ossigeno. Ogni forma vivente necessità di ossigeno. Gli alberi, che pure di ossigeno ne producono a loro volta, non arrivano oltre i 2.000-2200 metri, perché al di sopra di quella quota ve ne è troppo poco. Salendo incontriamo solo erba e cespugli, un tipo di vegetazione chiamato in Sudamerica “paramo” e che da luoghi a spettacolari scenari ad alta quota, fino ai quattromila metri circa. Sopra i quattromila i cespugli si fanno sempre più radi e solo l’erba, fatta di muschi e licheni, riesce blandamente ad attecchire. All’approssimarsi dei 4700-4800metri qualsiasi forma di vegetazione comincia a latitare. Salendo ancora è il deserto: a cinquemila metri di quota non sopravvive un filo d’erba ne null’altro. La superficie è pietrosa e morta, come quella della Luna. Significa che esso è un luogo dove la vita non può esistere. E se non può sopravvivere un filo d’erba, figuriamoci se può farlo un uomo. La circostanza invece pare non preoccupare minimamene la miriade di agenzie turistiche sparse per Cuzco, che propinano a frotte di turisti la escursione giornaliera alle Rainbow Mountain con la massima serenità ed allegria, senza peraltro che le autorità esigano un certificato medico o qualcosa comprovante uno stato di salute, una abitudine a resistere a certe quote. Nulla di nulla: una escursione a 5000 mila metri con un dislivello finale di 500 metri da percorrersi a piedi per una lunghezza di circa 6 km e per una durata di 5-6 ore a quella altitudine folle viene offerta e venduta per una quarantina di dollari come una gita a Disneyland per famigliole o una ascesa in seggiovia alla sagra della castagna di Cetrella. Non che sia io una persona che brilli per scrupolosità e prudenza: ho un carnet di “imprese” folli compiute in viaggio che evito di iniziare a raccontare perché ho la batteria al 30%.. Ma è l’approccio iniziale che è completamente diverso : se compri un escursione per sorvolare in ultraleggero le cascate Vittoria in Zambia lo metti in conto che puoi pure precipitare, se ti infili in Amazzonia a piedi lo sai che ci puoi pure rimanere secco. Insomma sono cose precluse a chi non ha grosso amore per l’avventura e non ha voglia di correre rischi, persone di una certa età o madri con figli al seguito, per esempio. Alla Rainbow Mountain arriva invece una folla giornaliera di vacanzieri per lo più ignari del rischio, capita di trovarsi a fianco di una bella famigliola di argentini dove ai due ragazzi comincia a sanguinare copiosamente il naso che manco sono scesi dal bus, il cui parcheggio è intorno ai 4500m per un’ascesa finale da farsi a piedi come dicevo. La stessa faciloneria (interessata ovviamente) la incontrai l’anno scorso negli operatori nepalesi che vendevano la escursione al campo base dell’Everest in modo molto easy, dove però ad onore del vero una documentazione medica era richiesta e l’ascesa è graduale perché dura diversi giorni a piedi, che consentono al corpo di acclimatarsi alla rarefazione dell’aria. Nondimeno l’escursione al campo base dell’Everest miete cento morti l’anno, qualcosa mi dice che il numero rischia di essere raggiunto di questo passo dalla gita alla Raimbow Mountain, con ricoveri a decine in una precaria tenda da campo di pronto soccorso posta a fondo valle, a molte ore di cammino dalla cima . Ad ogni modo ora mettiamo via questo pesantume da impiegato del catasto di Düsseldorf e proviamo a raccontare la visita alla montagna che, al netto della perplessità, è bellissima. Si lascia il bus e la civiltà a 6km dalla vetta, al fondo di una valle in quota che altro non è che la morena scavata da un ghiacciaio precipitato a valle. Vive qui una comunità di indios dediti all’allevamento dei cavalli, usati ora per il trasbordo, almeno fino ai piedi del muro finale, dei turisti più affaticati.

Sono bellissimi nei loro costumi variopinti e gli incredibili copricapo, sopratutto quelli femminili, somiglianti a delle orchidee tropicali. Le non troppe volte che mi sono trovato difronte a questi meravigliosi superstiti di un mondo scomparso ho constatato una duplice cosa: vi è sempre come una smorfia di sofferenza ad imprigionarvi il volto, sia per la dura vita cui sono sempre sottoposti o forse anche per la percezione di essere come le lucciole di Pasolini, parte di un mondo destinato a scomparire ed in gran parte già scomparso, travolto da un altro, il nostro che lascia loro solo angusti ed inospitali angoli in mezzo ad una malsana giungla e sul crinale di una gelida montagna. Ancora di loro mi colpisce l’ingenuità estrema, da far quasi rabbia: dopo 500 anni di stermini e persecuzioni, si fidano ancora di noi, si pongono gentili e deferenti, non hanno ancora capito quanto facciamo schifo e che ci prenderemo fino all’ultimo cm di terra e all’ultima goccia d’acqua, se la cosa avrà una qualsiasi convenienza economica. Qui assicurano il loro servizio taxi fino ai piedi della montagna, accompagnando a piedi il cavallo e riuscendo in qualcosa che a noi dell’altro mondo è completamente preclusa: correre. Noi avanziamo a passi di pietra in questa morena che per ora sale dolcemente ed è orlata da un monte a est ove poggia un segmento di ghiacciaio mentre ad ovest sta questa enorme montagna priva di ghiacci e piena di ferro rossastro che più avanti, su un suo lembo, che guarda a Sud, di fronte al maestoso ghiacciaio dell’ Asaungate, darà luogo al famoso gioco cromatico. L’avanzata di questa torna scalcagnata di turisti in questa valle comincia ad assumere i contorni truci della ritirata di Russia del corpo di armata italiano nella seconda guerra mondiale. Instupiditi dalla mancanza di ossigeno, avanziamo come fanti allo sbando nella steppa. Ci hanno pure diviso per reparti con nomignoli stupidì, di cui ora capiamo il motivo: ogni guida da un nome al suo gruppo, da richiamare poi accompagnati da un fischio tipo vacche al pascolo nell’enorme vallata, dove le persone procedono con passo troppo diverso per andare di gruppo. Noi siamo il gruppo “Wi-ki”, che in dialetto quechua dovrebbe significare “amici” e ci disperdiamo molto presto: ci sono due fratelli belgi super allenati che schizzano avanti come scheggie, una coppia di brasiliani che si abbuffa di sti pasticconi alla coca (la pianta molto usata per il mal d’altura), io che faccio una fatica della madonna e ricorro al cavallo degli indios, una russa che si scopre giusto oggi cardiopatica e che si sente male quasi subito , e gli argentini che rinunciano coi figli che sanguinano dal naso. Quando arriviamo all’erta finale, dove bisogna lasciare il cavallo, mi rendo conto che sembriamo degli automi e la scena di quella folla che avanza al ritmo di un passo al minuto comincia ad assumere dei contorni distopici. Una donna spagnola con due occhi sgranati come un pesce di profondità preso all’amo mi afferra il braccio e mi chiede se credo in Dio, la ragazza della coppia brasiliana colta da tachicardia e conseguente isteria confessa al fidanzato qualcosa che deve essere risultato sgradevole perché quello comincia a urlare, o almeno a provare a farlo: l’immagine del voler gridare qualcosa tipo “puttana” e non avere il fiato per farlo credo possa suggerire il testo di una canzone strappacuore a chi ne è capace di scriverne. Alla fine, dopo un’ulteriore scrematura data dall’irreperibile ossigeno, la torma di automi da “dope show” di Marylan Manson raggiunge la vetta, dove si insinua un vento fortissimo e fa davvero freddo. Ma lo spettacolo, per cogliere il quale bisogna inerpicarsi sulle pendici della montagna di fianco, è quello che è Ma subentra adesso in me un’altro motivo di tristezza, quello principale al di là delle difficoltà ad arrivare qui. Questa attrazione turistica fino a pochissimi anni fa non esisteva per niente, figurarsi che sulla mia guida Lonely Planet manco è riportata ed il motivo è presto spiegato: quella montagna multicolore fino a meno di venti anni fa era sepolta sotto un ghiacciaio ed era quindi invisibile all’occhio umano. Questo, come migliaia di ghiacciai nel mondo, si è sciolto ed è scomparso per sempre. L’acqua intrappolata lassù da milioni di anni, da quando si sono innalzate dal mare le Ande, è scappata via. L’effetto cromatico stesso della montagna è una sorta di hard disk di varie epoche geologiche, con i vari strati di depositi di ferro ed un differente livello di ossidazione cui corrisponde una diversa gradazione cromatica. Ora che sono all’aria aperta, si arrugginiranno presto come una bici dimenticata sotto la pioggia, finendo probabilmente per assumere un unico colore rossastro, anzi proprio il colore cd “ruggine” questa incredibile montagna è l’osso monco uscito fuori alla nostra vista da una ferita che abbiamo noi stessi inferto alla Madre Terra, una piaga in cui continuiamo a infilare le dita infette. È stupenda, coi colori dell’arcobaleno che piacciono sempre a tutti grandi e piccini, ma è un arcobaleno triste

El mundo perdido – giorno 15: Cuzco, la Firenze del Nuovo Mondo

Dovendovi parlare di Cuzco, scelgo di iniziare dal cielo che la sovrasta, anche se sarei tentato di scegliere un verbo più dolce , perché questo cielo pare quasi fondersi in un abbraccio con la città

In esso sembra di scorgere la sapiente mano di qualche pittore del secolo d’oro fiammingo, anche se siamo dall’altra parte del mondo. Van Eyck, ad esempio, ben potrebbe essere l’autore

di queste nuvole che pare quasi di poter toccare. Beh ad analizzar la cosa, non saremmo manco cosi lontani dal poterlo fare, nel senso che siamo talmente alti sul livello del mare, che persino le nuvole devono essere più vicine.

Cuzco sorge ad un’altitudine di 3450 metri sul livello del mare, che sono davvero parecchi. Ecco, quella che sto per dirvi è l’unica nota stonata di una città che ho sin da subito trovato tra le più belle mai viste: l’altitudine, ahimè, si fa sentire. La testa duole e il fisico fatica, almeno i primi giorni . Salire una scala o portare un bagaglio può rivelarsi un fardello inaspettato. Evitate di mangiare troppo pesante che la digestione si fa sentire, scordatevi le sigarette e, se siete in dolce compagnia e proprio non riuscite a fare a meno di tuffarvi tra le braccia di Eros, magari scegliete qualche tecnica amatoria meno dispendiosa, tipo un “dirty Chewbacca” o “un “timone olandese”, giusto per restare in tema con la pittura fiamminga 😂😂

Certo, è un dato soggettivo, ma a meno che non siate nati in un paese andino o siate sherpa tibetani e pakistani, appare del tutto improbabile che possiate essere abituati ad un’ altitudine alla quale in Europa ci sono o purtroppo c’erano solo i ghiacciai. Ma veniamo alle cose belle, tante, tantissime e predominanti:

Cuzco è davvero un posto magico, che con un azzardo ho definito una Firenze andina, sebbene il suo stile prevalente non rinascimentale ma barocco.

Della splendida città di Dante e dei Medici, Cuzco riprende quella forte uniformità architettonica tendente al bello, dove ogni strada, ogni spigolo di un palazzo pare realizzato con la dovizia di un maestro d’arte. Non dissimile anche la conformazione urbanistica con questo centro come sdraiato tra dolci colline (qui per la verità si tratta di cime sui 4000m…). Guardate qui: non sembra di rimirare il Duomo di Firenze dalla collina di Fiesole? Non chiedetemi cosa ci sia in quel piatto, perché certi dolci creature preferisco ricordarle così.

La fenomenale Plaza de las armas reca due gioielli architettonici assoluti, frutto della competizione serrata tra il governatore della città, Francisco Pizarro, e i missionari gesuiti accorsi ad evangelizzare il nuovo mondo. Ma la posizione del missionario, come analizzato già prima sotto differenti profili, può risultare ostica e faticosa a queste quote, cosicché i gesuiti dovettero acconsentire a che la cattedrale, edificando per mano di Pizarro, fosse l’edificio più alto della città, mentre il loro Tempio della Compagnia di Gesù potette gareggiare solo in bellezza, verso la quale i gesuiti indirizzarono tutti i loro sforzi richiamando fin qui sulle Ande i migliori architetti e artisti da Spagna e Italia.

La forma della piazza e la sua posizione le conferiscono quel riuscito effetto di contenitore di luce, una sorta di incavo, di coppa in cui la luce sembra bagnarsi come vino pregiato in un calice. Credo di aver visto uno stesso effetto ottico, in dimensioni più ridotte, nella magnifica piazza barocca di Noto, in Sicilia.

Ma credo che basti per oggi spendersi in paragoni, perché Cuzco è Cuzco

El mundo perdido- giorno 14: Perù i come to you

Il cielo terso mi regala la possibilità di un viaggio aereo tra i più belli che ricordi, col jet che sorvola prima la regione dei Llanos colombiani per poi addentrarsi in volo sopra la Amazzonia più piena quello che pare fendere il cielo oltre che la terra, è lui, Sua Maestà il Rio della Amazzoni, che sorvoliamo in una regione che è una sorta di enclave colombiano in territorio brasiliano. La città si chiama Leticia, dista da Bogotà quanto Napoli da Stoccolma e da lì si può arrivare in barca in Brasile o in Perù. Già, il Perù: ho scelto il Perù alla fine, rinunciando proprio a Leticia e l’Amazzonia, ma sono sicuro che la mia scelta verrà ripagata. Il verde bottiglia dell’Amazzonia lascia il posto al beige delle Ande, che deflagrano poi in bianco di ghiacciai eterni, sebbene siamo pressoché all’equatore ed ecco le aspre morene andine, scavate dal ghiaccio e che ci regalano forti turbolenze il pensiero va presto a quella storia incredibile di quell’aereo precipitato sulle Ande con a bordo una squadra di rugby uruguaiana in viaggio verso il Cile. una delle storie più incredibili del secolo scorso: gran parte dei ragazzi riuscì a sopravvivere per settandue giorni, quando ormai le ricerche erano cessate ed erano dati per dispersi. Il coraggio di due di essi, che attraversarono le Ande a piedi, fino a chiamare i soccorsi fornì il buon esito della vicenda, ma per molti giorni i superstiti furono costretti a cibarsi con i corpi dei compagni morti . ma ecco il mare, anzi l’oceano: si tratta del Pacifico, che vedo per la seconda volta . Lima sorge su una sorta di piccolo piano rialzato di poche centinaia di metri rispetto al mare. Il tragitto dall’aeroporto in centro è reso un incubo dal traffico davvero assurdo e fuori controllo di questa città nonché dal solito tassista abusivo arraffone, che prova a farmi una sola con i soles, la valuta locale. Ad ogni modo, dopo tanto troppo traffico, si apre poi una bella piazza, intitolata a Saint Martin da lì si prosegue poi lungo un corso per la piazza più famosa del Perù, Plaza dos Armas. costruita come piazza marziale da Francisco Pizarro, le cui spoglie sono custodite mummificate nella splendida cattedrale alle mie spalle. Capiró poi che tutte le piazze del Perù prendono questo nome e devono la loro edificazione al periodo dell’invasione spagnola. Sulle prime Lima non mi lascia troppo favorevolmente impressionato, troppo affogata nel traffico e nel rumore. Vanta comunque eccellenti ristorante per una cucina, quella peruviana, che sta esplodendo meritatamente nel mondo. Bellissima tuttavia la luce in cui è immersa, una luce diversa, biancastra e accecante Vi tornerò a Lima, alla fine del viaggio, e spero di averne una impressione diversa. Per adesso proseguo verso un posto che si rivela subito magico. ma ne parleremo poi. Si, ho l’impressione di essere arrivato in uno dei posti più belli del mondo

El mundo perdido- giorno 13 : Cocora, una “frattura” surrealista tra le Ande

Una definizione molto semplice di surrealismo ci è offerta da quello che è il suo genio fondatore, Andre Breton, il quale ci dice che è il surrealismo altro non è che la trasposizione di un qualcosa o di un gesto assolutamente comuni in un contesto del tutto inusuale e difficile ad immaginarsi. Ed ecco dunque che il vate del surrealismo su tela, Renè Magritte prende un comune uomo in giacca e un’ ancor più comune mela e li sovrappone, creando un impulso surrealista.

Esistono a mio avviso anche luoghi ammantati di surrealismo: uno di questi mi è sempre apparso la basilica di Santa Maria della Salute a Venezia,

che pare ergersi dalle acque scure e salmastre dei canali come un fossile scolpito su un blocco calcareo. A mio avviso anche la villa Malaparte a Capri crea un certo effetto surrealista

anche se il criterio architettonico cui è ispirata, il razionalismo, dovrebbe esserne l’esatto negazione. Nel corso dei miei viaggi un luogo assolutamente pregno di surrealismo, ai confini dell’assurdo e del paradosso, lo incontrai in Namibia. Immaginatevi il deserto del Namib, il secondo più arido al mondo (il primo non è il Sahara ma sta in Antartide) e quello con le dune di sabbia più alte del mondo

il clima è talmente arido che le dune arrivano fino al mare, dove giacciono a decine di relitti affondati tanto da dare al posto il nome sinistro di costa degli scheletrì. Bene, qui dopo ore di deserto sormontati da dune vidi apparire, avvolta nelle nebbie, una città in perfetto stile tedesco, con in balconi in legno lavorato e la popolazione tedesca vestita col costume tipico bavarese, quello da Oktoberfest per capirci . Quel posto si chiama Swakmund un miraggio surrealista per davvero ! Ma veniamo ai “tempi nostri “: siamo sulle Ande, montagne altissime, capaci di toccare altitudini impensabili in Europa, con tante cime sopra i 6000 metri. La vegetazione non può che essere brulla a quelle quote ed infatti gli alberi cedono il passo al “paramo”, l’endemico ecosistema andino di giunchi e piante grasse ve le immaginereste mai qui su degli alberi che assocereste immediatamente a delle spiagge assolate come le palme? No, sicuramente. Invece qui nella valle del Cocora,’ce ne sono di altissime, le più alte del mondo si chiamano “palme della cera”, nome scientifico Ceroxylon quinduense, e sono le più alte del mondo, arrivando a misurare fino a 61 metri insomma delle palme- Palillo!Il viaggio per arrivarci è sin da subito bellissimo, a bordo di una di queste jeep residuate al secondo conflitto piove che Dio la manda ma fa niente. Siamo ai piedi del Nevado del Ruiz, uno scorbutico vulcano che nel 1989 eruttó, causando lo scioglimento del ghiacciaio e il conseguente fiume di fango, che travolse un villaggio sottostante, quello di Armero. Ricordo ancora perfettamente la terribile vicenda di una bambina incastrata nel fango per giorni, Oymara, cui fece seguito un tragico finale. Pochi anni fa invece un terremoto distrusse la quasi assonnante città di Armenia . Qui la natura sa essere amorevole e violenta , nel suo fratturarsi e ricomporsi . Quando si apre dinanzi a noi la valle, con tutti questi pinnacoli alieni, pare di trovarsi in un film di fantascienza la nebbia che le ammanta è ciò che ne garantisce anche l’esistenza, che si protrae per un bel po. Crescono di circa 50 cm l’anno, il che significa che per arrivare a 60 metri ci mettono 120 anni. Le popolazioni precolombiane ne estraevano una cera dal fusto, oggi sono specie protetta ed è vietato. Per addentrarsi nel parco, è molto pubblicizzata la visita a cavallo: sono indeciso e provo a salire a piedi ma poi il noleggio del quadrupede diviene una scelta obbligata, perché sulla unica via di accesso ad un certo punto si para innanzi un muro di merda equina e fango, che le mie già martoriate espadrillas non possono affrontare. Così mi noleggio per un paio di ore la vecchia Julianaa dispetto dell’aria placida, la vecchia cavalla è piuttosto nervosetta e si piglia questioni con gli altri destrieri, tutti più giovani e aitanti per la verità che incontriamo. la poverina riesce comunque a regalarmi del bellissimo tempo, in questo posto fantastico. La valle del Cocora si mostra come uno scenario tra i più belli che abbia mai visto. Una gemma nascosta, dove conto di tornare. Ma ora è tempo di andare, mi attende un lungo viaggio verso una meta molto lontana, anche essa sicuramente fantastica

El mundo perdido – giorno 11: buongiornissimo kafesito

Dovesse mai esistere una competizione internazionale di quel complesso ed eclettico fenomeno socio-culturale conosciuto col nome di “Buongiornissimo kaffee”, beh, senza false modestie, credo che a sto punto della storia potrei gareggiare per un podio o anche qualcosa di più

Parlo della modalità di “Buongiornissimo kaffee” che si esplicita presso terzi, di solito con un augurio o una frase abbastanza trasha mezzo social o da vicino, attraverso l’offerta svaccata di un caffè o di un dolcino, non senza una punta di innocente rattusamma. Ecco di solito mi diletto a fare i “Buongiornissimo Kaffee” a Capri alle amiche che lavorano per negozi e uffici in centro, presentandomi col caffè e le pasterelle dell’albergo.

Stavolta ho deciso di alzare un po’ l’asticella. Poco prima di imbarcarmi per sto viaggio ho appreso che da qualche parte nell’Eje Cafetero, la regione ove si concentra la maggiore produzione di caffè del mondo, vive un mio procugino mai conosciuto prima, che ha installato qui un “jardin exotico” ispirato a principi filosofici mutuati dal buddismo e dove è presente una straordinaria moltitudine di piante provenienti da ogni angolo del mondo nonché da animali rarissimi. Dalla pagina del sito web è dato ad esempio di capire della presenza di tartarughe giganti e piante carnivore. Questo almeno è quanto so in partenza e nulla più….Diciamo che il problema appare il dato che dall’inizio del viaggio non ho ancora assorbito il jet lag, così da ormai dieci e più giorni, qualsiasi cosa abbia fatto la sera prima, prendo a svegliarmi di soprassalto alle 5 di mattina che in Italia corrisponderebbero alla tarda mattinata: è l’ora in cui mi si affollano in testa le idee più brillanti e partorisco disastri. Quello del giorno poggia sulla solida e razionale equazione regione della produzione del caffè- Buongiornissimo Kaffee, insomma comincia a sembrarmi irresistibile l’idea di andare a conoscere il mio cugino nelle alture colombiane senza dargli preavviso, fare quindi un Buongiornissimo Kaffee nella patria mondiale del Caffè!!! Vamos a poner un Buenas dias cafesito!! Adelante! Ora si tratta però di andare un attimo un attimo a beccarlo.

L’Eje Cafetero è una regione dell’interno ad ovest di Bogotà, prevalentemente montuosa e scarsamente collegata col resto del paese, piuttosto lontano dalle rotte turistiche, se per esse almeno intendiamo località come Cartagena e la costa del Caribe, su cui adesso mi trovo.

Insomma, un paio di ore scarse prima del decollo prenoto sto aereo per sta città chiamata Pereira, capitale della regione, da cui poi muovermi alla ricerca del Jardin di famiglia. In volo con sta low cost colombiana a fronte della quale la Ryan Air appare una congrega di frati dolciniani non interessati agli averi terreni, faccio pure la pensata di ordinarmi un nauseante caffè di qualche miscela industriale quando sto giusto per atterrare nel posto dove si coltivano le migliori qualità di esso al mondo: il contrappasso per una tale negligenza sarà una dissenteria che fa rima con compagnia, nel senso che la nostra amicizia perdura ancora adesso. Ma quella delle viscere in tempesta non è l’unica stimolazione sensoriale, per così dire, che avverto non appena sbarco in sta Pereira.

Il primo senso coinvolto è l’olfatto, giacché l’aria ovunque è inebriata di un odore fortissimo di caffè tostato, non dissimile da quello che capita di sentire quando si lascia troppo tempo sul fuoco la macchinetta della moka, che finisce per assumere quell’odore un po’ bruciacchiato

Viene poi coinvolta la vista, giacché dalle sfumature amaranto delle mura di Cartagena appoggiate al blu turchese del Caribe, mi trovo proiettato nel verde più verde di una natura che si mostra subito rigogliosa quasi fino a dare la sensazione di esplodere, con alberi e piante giganti che sembrano voler assalire le strade e i palazzi, come a volersi riprendere qualcosa che da molto poco tempo le è stato tolto: tutta la regione infatti è stata colonizzata ed edificata solo a fine ottocento, essendo prima una fitta giungla.

È poi la volta del mio sesto senso, che non è un potere paranormale particolare ma una facoltà comune a molti uomini e anche donne seppur solo metaforicamente, che è quella roteazione accelerata dei testicoli che mi prende allorquando mi imbatto in una delle categorie che devo dire maggiormente a livello statistico sia riuscita ad innescare tale sesto senso, quella dei tassisti. Ecco, per qualche motivo che mi sfugge, nella amena città di Pereira in Colombia il mestiere di tassista è svolto solo da malridotti ottuagenari, che considerano esso un diversivo saltuario alla partita a bocce ed alle bocce (tante) di vino o aguardiente. Quello che becco io davvero a confronto riuscirebbe a far apparire Vallansasca come un salutista istruttore di cross-fit, con un ciatillo alcolico alle nove di mattina e la prontezza di riflessi di un pachiderma abbuffato di chetamina del circo Togni. Non proprio un bel viatico dovendo partire per una meta sconosciuta in mezzo ad una campagna a tratti simile ad una giungla. Quello che so è che dobbiamo raggiungere un luogo chiamato Marsiglia e da lì attraversare un ponte, operazione che si rivelerà meno scontata di quanto si immagini.

Poi chiedere a qualche passante, visto che manco per il cazzo abbiamo un gps o una semplice connessione a Google maps, che il Vallansasca al volante manco sa cosa sia. Il problema è che del reperimento delle info ai passanti se ne occupa lui e per i primi 3-4 tentativi non ne riceviamo di utili per un semplice motivo: perché lui non formula come domanda il nome del posto dove siamo diretti ma di altri posti a cazzo. Chissà, forse l’indirizzo della sua fidanzata ai tempi del catechismo o del medico di fiducia ove sarà in cura per la cirrosi epatica, fatto sta che ovviamente a domanda sbagliata corrisponde risposta sbagliata dei passanti e cominciamo sto andirivieni su e giù per ste campagne ricolme di banani e canneti, ma del mio jardin exotico manco l’ombra. Quando poi intraversa la macchina nella carreggiata per fare una inversione a U all’ennesima indicazione errata, capisco che si è fatta ora di mandare un po’ a fanculo Vallansasca e proseguire a piedi, dopotutto sento che siamo in zona ormai. E infatti poco dopo, su una via sterrata, riconosco il logo del luogo che cercavo. Do una voce e vedo apparire da un patio una persona con un volto così simile a mia nonna e tanti altri miei familiari da eliminare ogni margine di errore. Anche il tono della voce e la camminata mi sembrano assolutamente quelli che contrassegnano la mia famiglia paterna, circostanza che realizzo solo adesso. Tra l’altro siamo parenti due volte, giacché una sorella di mio nonno sposó un fratello di mia nonna, ed il suo cognome è Ferraro. L’esordio è un po’ imbarazzato per entrambi ma poi ci stabilizziamo presto su una sintonia verso cui si incanalano due viaggiatori, tra mete raggiunte e “ferite di guerra”. Raffaele comincia a dischiudermi il suo mondo con una passione e una dedizione che trapelano da ogni parola e ogni suo gesto: ha ricreato in questo luogo un po’ fuori mano non uno ma una molteplicità di ecosistemi che accolgono migliaia di piante e decine di specie animali. È un giardino Kamala di ispirazione orientale, ove l’elemento caratterizzante è l’unicità delle specie custodite e accudite. Figurarsi che il giardino accoglie persino una palma estinta in natura nonché la pianta di felce più grande del mondo . Ma non siamo che all’inizio delle scoperte: uno stagno all’ingresso accoglie una moltitudine di piante acquatiche di almeno 3 continenti diverse, dalla Victoria amazzonica a specie di Zanzibar ed Etiopia passando per un enorme fiore di loto a sette veli appena schiuso. Si, il loto….semp’iss

Ma ecco che come Castore e Polluce le due custodi della casa si approssimano di buon grado incontro all’ospite.

Vengono dalle Seychelles e a dispetto delle dimensioni sono poco più che teenager di una esistenza che, secondo le stime medie, dovrebbe vederle per quasi un secolo e mezzo calpestare e tosare i prati. Ecco, ricordo questa storia esistente nel mondo del rock circa “i dannati 27” , l’età in cui le rockstar, almeno quelle più trasgressive e nichiliste o muoiono o si redimono dalla loro vita di sesso&vizi.

Per le tartarughe giganti delle Seychelles vale una regola inversa: al compimento del 27 anno (che cade proprio quest’anno!) gli animali diventano sessualmente fertili e atti alla riproduzione. Tra l’altro, piccola nota a margine, ricordo di aver già assistito al sonoro di una riproduzione tra tartarughe e davvero è notevole: urlano ed emettono gemiti peggio dei peggiori assatanati, gli manca solo di dare qualche porcata a denti stretti per essere davvero umane quando trombano.

E chissà sti due giganti quando si accoppieranno che concerto rock che sarà….

La visita prosegue alterando ecosistemi aridi, ove regnano cactus e le acacie

a umidi, dove le regine sono le passiflore e le specie acquatiche ma di certo le guest star più attese sono, almeno per chi è profano come me, loro:

le piante carnivore, capaci di inghiottire pure un uccello, con tecniche di “caccia” così sofisticate da racchiudere in un esile stelo principi di secoli di sviluppo tecnologico umano. Anche se sta da dire che in sto scatto sembro Bocelli che coglie il rosmarino

A proposito di inghiottire chissà quanto avrebbe avuto piacere a farlo con le mie dite la tartaruga alligatrice che siamo andati a scocciare. Ah e per finire il filone trash vi dico che è ospitato in giardino pure un esemplare di black bamboo

Beh a dire il vero neanche il tegu, un combattivo lucertolone argentino, ha gradito molto la visita, mentre più affabile si è dimostrato Thomas, l’iguana australiano. Ma è tempo di andare: mi ha riempito di gioia conoscere mio cugino Raffaele e scoprire la sua “utopia”, nel senso pieno di un mondo a se stante ricreato secondo leggi naturali. Abbiamo anche riflettuto su una certa componente creativa presente nella nostra famiglia e che si esplica in modi diversi nei vari interpreti. E il pensiero è volato subito ad un altro membro della nostra famiglia , creativo e di talento immenso oltre tutti noi altri: il nostro cugino scomparso Gianluigi.

El mundo perdido – giorno 10: Carthago delenda est

Ci sono luoghi dove non appena metti piede o forse ancora prima senti che ti entrano dentro, e quando te ne vai giuri a te stesso che vi ritornerai. Non è molto difficile che ciò accada qualora visitiate una delle islas del Rosario, e basta anche la più sbilenca e storta delle foto a spiegare il perché

Acque di un nitore impareggiabile, sabbia finissima in molti casi bianchissima, barriere coralline affollate di pesci variopinti, vegetazione lussureggiante, palme da cocco, milioni di uccelli che si danno appuntamento all’alba e al tramonto per un polifonico canto.

Nulla più e nulla meno del classico paradiso caraibico insomma. Eh avete detto niente: l’isola deserta (e paradisiaca) è il luogo forse più ricorrente dove un uomo sogna di trovarsi, e questo da sempre. Il concetto di “utopia” modellatosi nei secoli rimanda appunto sempre ad un’isola, un luogo posto al fuori e capace di affermarsi come mondo a se stante

(anche se a voler far proprio i professoroni, sarebbe più giusto parlare di “ectopia”). La cosa che comunque mi cattura ancor più il cuore è che questi minuscoli atolli corallini (37 in tutto, molti dei quali poco più che scogli) possiedono pure una longeva storia, molto accattivante a leggersi e ovviamente connessa al gigante che sorge sulla costa innanzi: la città che porta il nome di colei che diede i natali ad Annibale, parliamo ovviamente di Cartagena.

Vista da qui tra l’altro o meglio lungo il tormentato tragitto in barca per arrivarci, Cartagena non offre proprio il meglio di se, schiudendo alla vista solo la parte nuova, che presenta uno skyline in stile Miami di grattacieli sul mare, che forse qualcuno troverà affascinanti ma a me sembrano nulla più che una tamarrata.

Con le chiappe che, per via delle onde e della velocità di crociera folle, sbattono sul sedile come manco durante una performance di spanking estremo, riesco comunque ad intuire la geografia dei luoghi ora sonmersi dalla colata di calcestruzzo dei cessi verticali. Quelle che costeggiamo uscendo dal porto sono la Boca Chica e la Boca Granda, una sorta di delta di un fiume sotterraneo, come nel caso di Venezia, che articola una serie di canali che vanno poi a morire nel mare aperto. Essi sono alla base dello sviluppo di Cartagena sin dai tempi della sua creazione.

Ciò che rese Cartagena sin da subito il porto di attracco principale di tutti i galeoni spagnoli proveniente dall’Europa o dall’Africa nonché il punto di raccolta e imbarco per la Spagna delle enormi ricchezze in oro e minerali strappate alle povere popolazioni indigene, era il fatto di essere pressoché inespugnabile. Una flotta nemica che avesse voluto sbarcare lì si sarebbe dovuta andare ad infilare in un vicolo cieco di uno stretto canale (una sorta di fiordo in verità) profondo una decina di miglia marine e ed esposto al tiro di cannone dei difensori da ogni lato. L’incubo di ogni ammiraglio . Solo un uomo riteneva che Cartagine poteva essere presa . Quell’uomo era Francis Drake

in una notte senza luna del febbraio 1586 il Drake, simulando per giorni un diversivo, alla riuscì a far trovare dinanzi al porto 50 navi inglesi pronte a far fuoco sulle navi spagnole inermi nel porto come “fagiani nella tana “, mentre la totalità dell’imponente schieramento di cannoni spagnoli era direzionato verso inesistenti obiettivi. Drake, inventore del lavoro di “intelligence ” militare con la sua serie di efficienti spie disseminate in loco, era riuscito a prender la imprendibile città con un numero estremamente esiguo di morti e colpi sparati da ambo le parti. Si narra anche della insolita amicizia che il lord pirata seppe poi stringere con il governatore spagnolo sconfitto e fatto prigioniero, Alfonso Bravo a cui concesse di accudire la moglie morente. Ma al di la del lato umano interpersonale, il Drake dovette poi mostrare il pugno di ferro agli spagnoli che non ne volevano sapere di sganciare tutti l’oro che custodivano nei loro forzieri. Alla fine, per “far scendere da cavallo” gli Spagnoli e farsi rivelare dove tenevano nascosti i dobloni, al baronetto Francis toccó pronunciare la stessa frase con cui Catone il censore arringó molti secoli prima il Senato Romano :”carthago delenda est”. Cartagine deve essere distrutta: e gli spagnoli cacciarono tutto e subito il cash che tenevano custodito. Pare che il Drake non si fidó di portare l’ingente bottino alla base operativa delle isole del Rosario, dove i suoi colleghi pirati non è che brillassero per rettitudine e onestà, ma imbarcó tutto l’oro su un galeone con viaggio di sola andata per l’Inghilterra. Ma torniamo alle islas del Rosario:ho impressione che una certa vocazione piratesca sia rimasta nei locali che girano per la spiaggia propinando a prezzi con oscillazioni telluriche le varie mercanzie in offerta . Perciò se ci andate, preparatevi a tirare molto sul prezzo, ma alla fine lasciatevi andare : non si tratta di acquistare cianfrusaglia ma questo tipo di delizie appena saltate fuori dalla spuma del mare, come la Venere di Botticelli

El mundo perdido – giorno 8: la Candelaria, una piccola “Macondo” racchiusa dentro una metropoli

Non sono ancora le sei della manana che un non troppo convinto sole bagna già il legno pastellato del patio della Casa della Vega. Sul banco della portineria sta un piccolo campanello, di quelli che si usano negli alberghi per richiamare l’attenzione del portiere ma il suo vibrarsi reiterato non pare sortire l’effetto sperato dagli ospiti anglosassoni, nel senso che nessuno fa capolino dalla portineria. Si affaccia invece dalla cucina la bellissima indios di etnia Muisca delle colazioni, col suo copricapo arancione annodato come un turbante, che spiega non senza difficoltà lessicali che la senorita Carla il giovedì accompagna il nino a scuola prima, poi regresa con la moto del suo novio per le 6: 20, 6:25 della manana. Non si sbaglia: non saranno le 6:30 che si ode un gracchiare di motoretta sul selciato della Calle de la Fatica, per poi inforcare Calle de la Paz alla spicciolata. Un bacio appassionato tra i due al momento del congedo vale a metter di buon umore il senor Carlito della panetteria di fronte, forte sostenitore dei valori della famiglia tradizionale, che invita la giovane coppia a mettere al mondo pargoli e convolare a giuste nozze. “Aqui non siamo nel Chapinero, dove nel week end todos los maricones si baciano ubriachi per strada. Questa è la Candelari: grazie alla protezione della Virgin Maria qui gli uomini stanno innamorati delle DONNE, non di altri uomini!”. Nell’invocare la protezione della sacra vergine Maria, l’uomo volge lo sguardo alla sovrastante altissima montagna, ove sorge un santuario cui tutti i locali sembrano assai devoti e a cui si accede con un teleferico, una funivia, la cui stazione sta giusto appena la bellissima Iglesia de las aguas, edificata su una sorgente non lontano, anzi in pratica in mezzo alle due costruzioni sorge anche la bella Quinta de Bolivar, lussuosa dimora dell’eroe del continente prima che in vecchiaia si sputtanasse tutto in donne e tavolo verde. L’ascesa al santuario merita, a condizione che non costituiscano un problema per il vostro organismo i 3.220 metri della stazione a monte, e permette di gustare una visuale apprezzabile sulla sconfinata città personalmente mi ci mancava poco davvero per rimanerci secco, atteso che manco uscito dalla funivia mi ha preso un quasi coccolone per via dell’altura: avrò bisogno di incamerare parecchi globuli rossi se voglio più avanti nel viaggio risalire le Ande fino al Machu Picchu. Ad ogni modo, eccoci sopra la sconfinata Bogotà megalopoli da 20 milioni di abitanti, più di Londra e New York. Roma, Milano e Napoli messe insieme arriverebbero a poco più della metà. In gran parte edificata in tempi moderni con grattacieli e grande spendita di calcestruzzo, la gigantesca bestia nasconde un cuore pulsante che pare fermo al Seicento, fatto di salite in selciato e chiese in legno edificate dagli Spagnoli al tempo dell’Inquisizione, il cui ultimo apostolo è l’inconsapevole panettiere Carlitos, quello che condanna e forse brucerebbe vivi los mariconazos del quartiere rivale, il più modaiolo Chapinero questo è il mondo incantato è lento, molto lento mentre tutto intorno si corre, del quartiere della Candelaria con le sue case colorate ognuna diversa dalle altre abbarbicate su pendi ripidissimi ed il suo saper disvelare subito un mondo, un mondo intimo e ciclico sospeso tra ricordi e una impronta di magia. Insomma la Candelaria è per me una Macondo, la città forse immaginaria di Gabriel Garcia Marquez in “Cent’anni di solitudine”. O ne è forse solo un gustoso primo assaggio, giacché tra i vari mondi perduti di cui sono alla ricerca vi è anche quello di rintracciare da qualche parte sull’altopiano ove scorre placido il rio Magdalena quel pueblo ove sotto un patio fumava la pipa il colonnello Aureliano Buendia e ove ogni secondo giovedì del mese gli zingari venivano a portare il ghiaccio. Ovviamente parlo ancora di Macondo

El mundo perdido – giorno 7: tante diverse strade su un piatto

Oggi torno dal Mar del Caribe sulle Ande, a Bogotà, e questo appare al momento l’unico punto certo di un viaggio che da qui in avanti può prendere le vie più disparate: nella mente mi frullano decine di mete e ognuna di esse è il punto di partenza di un nuovo itinerario possibile. La Colombia è un paese estremamente esteso e con una diversità quasi unica di habitat e scenari. Dove andrò dopo questa breve sosta a Bogotà? Scenderò di nuovo verso il Mar del Caribe presso la imperdibile Cartagena delle Indie e poi Santa Marta col vicino parco naturale di Tayrona che ospita le vestigia della “Ciudad perdida”o comincerò dalla regione collinare occidentale che ospita le fincas che producono il caffè e vanta scenari di alta montagna di incomparabile bellezza? Altra opzione potrebbe essere spingersi nel semi-inespolarato sud del paese, che accoglie le bellezze più disparate: dal deserto in alta quota di Tatacoa, ove rimirare le stelle nitide come in pochi altri posti al mondo , a siti archeologi che spuntano fuori dalla giungla per passare a fiumi che cambiano colore come per magia Altra via di cammino possibile è quella di scendere a sud in direzione delle città coloniali sugli altipiani con quei paesaggi degni di un romanzo di Garcia Marquez. Di sicuro nel corso del cammino devo ficcarci la regione amazzonica, che è un must che non posso mancare ma che non è proprio semplice come una gita domenicale all’Ikea

Essere dilaniato da questi dubbi su quale strada prendere l’indomani mattina è la sensazione che preferisco e cerco maggiormente in un viaggio, un piacere comprensibile solo ai viaggiatori quelli veri, che sanno gustare il piacere di poter decidere la propria strada sulle sensazioni del momento, senza farsi dilaniare dall’ansia di dover preventivare o peggio ancora prenotare tutto in anticipo, finendo per piallare le giornate di un viaggio in maniera non troppo dissimile alla routine di una mattinata in ufficio. Mentre penso tutte queste cose all’aeroporto El Dorado di Bogotà, vedo apparire sul monitor della restituzione bagagli una destinazione a cui non avevo pensato non parlo di Aruba, e nemmeno di Santo Domingo dove dubito metterò mai piede. Ma di quella che non si legge bene in grigio: Cuzco, in Perù! E se me ne andassi a fare il cammino Inca da lì fino a Machu Picchu? sarebbe certo un bel modo a dir poco per concludere un viaggio alla ricerca del “mundo perdido” .

Mah, chissà per ora sono contento di essere atterrato a sto El Dorado di Bogotà , che sto trabiccolo che volava da isla Margarita tutto pareva tranne qualcosa capace di giungere a destino. Ne ho prese di compagnie di merda ma sta Avior Airlines venezuelana gareggia davvero per la medaglia d’oro. E poi volete mettere il piacere di ritrovarvi il fratello scemo di Byron Moreno (l’arbitro “accattato” che ci scopo’ fuori da un mondiale di calcio) per due ore con una tosse compulsiva e crisi di panico continue per le molteplici turbolenze in volo?

ormai è notte e fa freddo qui sugli altipiani ma la Candelaria di Bogotà schiude ancor maggiormente il suo animo intimo e coloniale. Malbec argentino per scaldarsi e montaditos per decidere il da farsi: ognuno di quei tre nel piatto rappresenta per me una strada da prendere l’indomani . La costa, le colline o il deserto, chissà. Che magnifica cosa il viaggio!