Napoli violenta- part 2: l’underwear degli equivoci

Sulla popolare e affollatissima via Toledo, camminavo intento ad acquistare due mutandoni per me medesimo. Mi accosto ad un negozio di una nota casa di intimo, per la verità dubitoso che quella fosse una marca di solo intimo femminile. In effetti la presenza all’interno di sole donne, arragiatissime dai saldi, implementa il mio dubbio, così mi risolvo a chiedere lumi ad uno che pare un commesso, al quale giustappunto domando: “scusi ma questo negozio vende solo intimo femminile, vero?” Lui senza profferire parola fa con la testa un gesto che significa chiaramente “no”, come forse per dire “no, e’ anche da uomo”, così io rassicurato e rinfrancato nello spirito, prendo a calibrare le mie esigenze sulla merce esposta e controbatto: ” ok però guardi io cercavo solo due mutandone senza pretesa, due boxer senza troppi fronzoli, mentre tutti i capi che avete qui in vendita mi sembrano per così dire un po artefatti….” Di fronte a noi in effetti sono in esposizione variopinti tanga, perizoma che richiamano il derma di felini della savana, mutande che esibiscono strani piumaggi….ma a questo punto il Sales assistant putativo esclama : “ma pecche’, teng’ a facc di uno che venne i’mutande io?!?!?” A me non viene di meglio che fargli notare: ” non so, sarò sincero ma non mi sono mai chiesto che faccia abbia chi faccia questo lavoro” Il tipo resta interdetto per qualche secondo, dopodiché controbatte non senza una punta di sarcasmo: ” comunque te lo può accatta o stesso nu bell tanga, cu nu bell parafessa annanz magari…..che tu tiene proprio a facc i chill che stanotte su piglia ‘ncul!” ……che poi stanotte sarebbe pure il mio compleanno.
L’omofobia, un tunnel senza ritorno

Napoli violenta – part. 1 : la dieci euro nderra

Quest’oggi ho preso la dieci euro da terra. Ma non nel senso figurato rimandante ad un improvviso slittone o a pericolosi capiomboli. Proprio in senso letterale ho visto di colpo dieci euro a terra, a piazza Olivella, quella della metro di montesanto a Napoli. Me la stavo guardando per vedere se non fosse falsa o sporca di merda per via di qualche buontempone, Ma tosto non ebbi fatto dieci passi, che a sbarrarmi l’undicesimo mi si parano innanzi due che sembrano i Bravi di Don Rodrigo. Il capo dei due, il Griso, con un sorriso beffardo mi fa cenno di “restituirgliela”, io pur dubbioso che fossero sue, eseguo senza battere ciglio, tanto non mi cambiano certo la vita dieci euro….. Poi lui non contento chiosa: ” te pensav’ che uno cumm’ e te veniva a casa mia bello bello a si piglia dieci euro!!!???” Piuttosto indispettito mi limito a rispondere: “e perché no? La fortuna, si sa, e’ cieca”. L’immagine della dea bendata di classica matrice deve piacere poco al tipo, il quale rincara la dose: “se non ti levi annanz o cazz te li ciek io a te l’okkio”. A questo punto ho la tentazione di esporre il concetto giuridico di res nullius e res derelicta risalenti al mondo romano, in virtù dei quali ben avrei potuto reclamare il possesso di quelle dieci euro, ma in un anelito di pragmaticita’ lascio perdere, anche perché mi sovviene alla mente un’illluninazione geniale: la cicatrice che ho in questi giorni sul naso mi conferisce un’aria da duro come non mai, sicché mi basterà guardarlo torvo negli occhi per incenerirlo e fargli rimangiare il suo turpiloquio. Così faccio, impostandomi pettoruto con la mia stazza fisica di gran lunga superiore alla sua e inarcando il sopracciglio da vero figlio della strada incazzato. Il Griso pare colto di sopresa nello scoprire che Don Abbondio aveva invece si il suor di leone, ma a questo punto irrompe sulla scena l’altro bravo, fino ad allora una mera comparsa, il quale osserva: “ma tu, oltre che strunz, fusse pure rikkione???”
Napoli una città difficile

Il Vello d’oro – giorno 15: Ani, una città-fantasma alla fine del mondo

Giorno 15
La cosa che mi pare più assurda di questo assurdo luogo ove mi trovo sono i cartelli stradali. Si, avete letto bene, i cartelli stradali. Davvero, quando si è qui, assuefatti a questo spazio sconfinato e agorafobico, in questa steppa senza fine che ti assorbe e sovrasta, finisce per apparire poco credibile che un cartello possa indicare che da qualche parte li, da una qualsiasi parte, possa trovarsi una città, un qualcosa ove stanno gli uomini. Pochi chilometri fuori dall’abitato di Kars ci troviamo di nuovo immersi e sovrastati da questa lunare pianura immersa in una luce lattiginosa che stordisce, un nulla senza soluzione di continuità. La compagnia comprende una coppia di inglesi ricercatori presso l’università di Oxford, e una giapponesina anche ella ricercatrice in campo gastronomico del raro sushi turco, nel senso che il pesce lo prende la sera dal portiere di notte della locanda, nella stanza giusto di fianco alla mia, tra lancianti urla che fanno pensare più ad uno smembramento anatomico che ad un amplesso. Vi è poi un giovane autista improvvisato, con scarsa previggenza del futuro, visto che dopo una decina di km restiamo a secco, fermi senza benzina. Per quel che mi pare, il tipo che dovrebbe arrivare da chissà dove con la tanica di carburante potrebbe anche chiamarsi Godot, e noi essere diventati per incanto i protagonisti dell’opera di Beckett fermi li a aspettarlo per l’eternita’ in questo luogo informe e spaventoso. Stormì di corvi oscurano il sole in quanto di più vicino ricordi alla fine del mondo. Ad un tratto avvistiamo appunto un cartello, recita “Ani 43 km”. No dai e’ uno scherzo, volete farci credere che a 43 km esiste qualcosa oltre questo nulla? In effetti di un piccolo scherzo un po’si tratta: Ani e’ il Nulla, scritto con la maiuscola. Forse già il nome, inteso come plurale di ani può fare pensare ad un luogo di deiezione della materia, ormai morta e informe ma atta a rigenararsi sottoterra. L’arrivo ad Ani lascia senza fiato: alla fine di uno sterminato pianoro appaiono possenti mura ciclopiche affrescate e adorne di giganteschi bastioni cilindrici. Ma varcata la porta, sulla quale è effigiato un leone caucasico ( ne vivevano qui), si pone il problema: oltre quelle mura c’è solo il Nulla. Case crollate, colonne infrante, chiese e moschee bruciate.
Ani era la capitale del mitico regno Urartu, fiorente e potente città posta sulla via della Seta, che contava 10.000 abitanti intorno all’anno mille ( un’enormita’ per quei tempi) e che gareggiava in potenza addirittura con Costantinopoli, situata quasi duemila km ad ovest. Dello splendore e della vestigia di Ani sono piene le cronache del tempo. Ma un evento inatteso e terribile mina le fondamenta del suo potere: un cataclisma di eccezionale portata la distrugge quasi completamente e la rende debole ai suoi molti nemici, dai Persiani ai rozzi Cimmeri fino alla nascente stella di Coatantinopoli. Ma Ani si riprende presto:la sua posizione strategica sulla via della seta, prima dei deserti dell’odierno Iran e a sud del selvaggio e intransitabile Caucaso la rendono una sosta irrinunciabile per i mercanti in viaggio sulla direttrice est- ovest. Ma un nuovo evento, assai più imprevedibile e terribile persino di un terremoto, attende Ani. E’un invasione mongola, orde spietate di guerrieri a cavallo che si abbattono sulla città. E’ Tamerlano in persona, il Gran Khan, a comandare l’ordalia. Nessuno sopravvive ad essa, della mitica capitale Urartu restano solo macerie e morte.
E’da ritenere che per i popoli che si imbatterono in essi, l’arrivo dei Mongoli ebbe un impatto analogo ad un’invasione aliena. I Mongoli sono uno scherzo della Storia, non sono un comune esercito invasore, sono una sorta di meteorite impazzito che intorno al 1200 colpisce l’Europa e l’Asia minore incenerendoli. Cronache del tempo narrano di interi villaggi rasi al suolo nel tempo di una notte, in uno spazio geografico compreso tra la Finlandia e Israele. Si narra di diavoli a cavallo capaci di muoversi nelle tenebre e in assoluto silenzio.. I Mongoli dispongono di formidabili arcieri a cavallo, chiamati mi pare Mandugai, innovazione assoluta nella arte militare, capaci di travolgere qualsiasi statica linea di difesa. Si narra che i Mongoli a cavallo sappiano fare tutto, anche dormire e fare l’amore. Hanno un aspetto strano e mostruoso, non si lavano e emanano un terribile odore equino. I Mongoli non fanno prigionieri, non vi hanno interesse, sono nomadi e vivono di saccheggio. Gli uomini delle città conquistate vengono uccisi, le donne orrendamente mutilate e deportate, costrette ad una filiazione forzata come vacche da monta per fornire nuovi soldati. Non edificano città, sono un popolo in movimento. E’ancora un segreto invidiato a tutt’oggi dai migliori strateghi militari capire come un intero popolo abbia potuto percorrere una distanza si decine di migliaia di km e travolgere centinaia di eserciti senza incappare in una sola sconfitta. I Mandugai mongoli straripano nelle pianure della Rumelia, tracimano in Anatolia, deflagrano in Pannonia, l’odierna Ungheria. Ormai sono alle porte di Vienna. Contro di loro l’Europa secolarmente divisa in guerre fratricide trova uno dei rari suoi momenti di unione. Molti km più a est l’Impero cinese erige la più grande opera mai realizzata dall’essere umano, la Muraglia cinese, nel tentativo peraltro vano di arginare le orde mongole.
660 anni dopo il passaggio dell’orda distruttrice, Ani e’ ferma a 5 minuti dopo il passaggio dei Mongoli. Visitare Ani e’un’esperienza che vale un viaggio, anche se andasse fatto dal l’angolo più remoto del pianeta o anche dalla Luna, da cui si vede pure la Muraglia cinese costruita per fermare i Mongoli. Ad Ani si sta sospesi in un limbo immaginario, si galleggia tra macerie che sembrano odoreare ancora di incendi e sangue, e si sta impauriti: si ha l’impressione che dal fiume in fondo alla gola o dalla sterminata steppa possano comparire da un momento all’altro i Mandugai mongoli, e magari farti fare la stessa fine dell’ultimo re Urartu di Ani, che fu cosparso di miele e lasciato li a essere mangiato dagli insetti….nondimeno al di la della barbarie, e’un vero peccato sprecare del miele così! Si’ perché il miele di queste parti e di eccezionale bontà, tra i piu pregiati al mondo, forse perche imbevuto del sangue del povero re di Ani chissà . Ani & honey, un binomio magico. Nel pomeriggio, tornato a Kars ci aggiungo sopra pure un bel hammam e la sera un pasticcio di carne melanzane e peperoni, mi pare si chiami Astakalipi, che lo farebbe diventare duro pure a Lele Mora. Mi regalo pure un’ultima cosa: sono solito pensare spesso ad un luogo immaginario, la Fortezza Bastiani ove è ambientato il “deserto dei Tartari” di Buzzati. Ci penso perché mi rapisce con la mente e ne vado alla ricerca per il mondo. Smetterò di farlo: l’ho trovata! La rocca di Kars domina questa sterminata steppa, e li stettero a lungo i soldati russi, anche molto dopo la fine della prima guerra mondiale, ad aspettare gli Ottomani che però non arrivarono mai. Non arrivarono perché l’impero ottomano non esisteva più….
Io penso che quando torno in Italia dovrò farmi per una settimana di fila lunghe camminate a piedi nella zona di Gianturco, tra la zona industriale e Barra, oppure mettermi a fare jogging intorno al perimetro dell’Italsider di Bagnoli, magari la mattina presto quando la luce del sole bagna le ciminiere dandogli quella sfumatura color marrone merda. Poi dovrò mangiare mattina e sera al Mac donald ed ascoltare a palla cd di Tiziano Ferro: in qualche modo devo lavare via questa overdose di bellezza, smaltire questa sbornie di meraviglie che sto vivendo in questa fantastica avventura. E la cosa forte e’che, come canta quel tamarro di Ligabue, il meglio deve ancora venire!

Il Vello d’oro – giorno 14: la Steppa

Giorno 14
La Steppa. E chi l’aveva mai vista la Steppa, almeno chi l’aveva vista così tanta così grande! Ne avevo sentito parlare in un racconto di Herman Hesse o in un giochino divertente che facevamo al bar con gli amici, quando imitando un conoscente comune, canzonavamo: ” ahah ja ja mi ricordo quando stavo nella steppa con Franz, aha ja ja che bello ragazzi, ah si….” . Ora a trovarmici dentro la steppa ho quasi paura, tutto questo spazio immenso e sconsiderato, dentro cui un uomo si sente immensamente piccolo, immensamente poco, specie se è solo col suo zaino. La Steppa mi comunica una sensazione che affonda in qualcosa di filosofico, un concetto che per qualche motivo l’uomo occidentale ha lasciato perdere per strada: la percezione del Nulla. Tutta l’Anatolia centrale che si snoda sotto i miei piedi e’un’immensa, sciagurata steppa. Ad un certo punto della steppa, nel bel mezzo di uno sconfinato altopiano battuto da un vento feroce e ove trombe d’aria s’agitano così come fosse niente, sta un luogo chiamato Erzurum. Dico la verità, l’ho scelta come tappa del viaggio quasi per caso , quasi per sbaglio e quasi per gioco: mi piaceva il nome, Erzurum, duro e dolce al tempo stesso. Erzurum e’ un crocevia di strade che per noi occidentali non portano da nessuna parte, un caravanserraglio di popoli da noi poco o nulla considerati. Erzurum e’ un accampamento, un fortilizio conquistato, perso e riconquistato cento volte da cento eserciti diversi: armeni, persiani, romani, bizantini, arabi, saltuk, selgiuicidi, mongoli e russi…Vi è purtroppo una cosa che dalla notte dei tempi ad oggi gli eserciti vincitori fanno quando entrano in una città: si prendono le donne dei vinti. Lo fanno prima di ogni altra cosa, prima di spartirsi il bottino e il denaro, per prima cosa gli eserciti vincitori struprano le donne dei soccombenti. La terribile ricorrenza storica deve avere assai segnato gli abitanti della mille volte violata Erzurum, che ora hanno verso le proprie donne uno spasmodico senso di protezione che colgo in mille modi. Giusto per capirci, siamo nell’Anatolia orientale, non lontani dall’Iraq e dall’Iran, dal Caucaso e da altri luoghi appartenenti ad un immaginario geografico confuso per noi occidentali. Per le vie di Erzurum cammino senza riuscire a vedere un solo viso di donna: stanno tutte trincerate dietro abiti scuri che ne nascondono qualsiasi fattezza anatomica e anche gli occhi, e tuttora mi chiedo come facciano mai a vedere da dietro quelle vesti totalizzanti. La cosa più sbagliata che possa mai saltare in testa di fare ad un turista occidentale sbarcato qui garrulo e felice in bermuda e infradito e’ provare mai a fotografarle: mi avvertono di non farlo già’ alla stazione degli autobus, casomai mi saltasse per la testa. E non è il caso nemmeno di mettersi a fotografare le secolari madrasse di Erzurum, le scuole coraniche di antica istituzione che propagandano qui una rigida interpretazione del Corano, poco o niente debordante verso mollezze occidentali. Una di queste madrasse, la Cifti Minareli Medrese, e’ un capolavoro di architettura araba, fondata nel 1200 da uno dei tanti dominatori di turno del città, un re selgiuicida dal nome rassicurante e illuminato di Selim il Crudele.
Erzurum e’ un crocevia di popoli sconosciuti ma è nel mio piccolo un crocevia anche per me, che la scelgo anche in attesa di decidermi a cosa fare, a dove andare. Già’, da qui in avanti per marciare verso la Colchide e il Vello d’Oro le opzioni sono due, e sono molto combattuto. La prima strada punta a nord-est, verso i selvaggi monti del Kackar, antipasto dei monti per antonomasia del Caucaso, verso una località chiamata Yusufeli adagiata sul fiume Coruh, uno dei migliori al mondo dicono per fare rafting. Poi da qui potrei facilmente ( si fa per dire) tagliare verso la costa e raggiungere Trebisonda, da cui raggiungere la frontiera con la Georgia sul Mar Nero. La seconda strada marcia secca verso est, rimanendo all’interno dentro questa lunare steppa e nel solco della secolare Via della Seta. Si tratterebbe di far rotta verso un luogo chiamato Kars e da li poi verso Ani, la mitica capitale del misterioso regno Urartu, una città fantasma saccheggiata e distrutta dai Mongoli nel 1200, e da allora rimasta pressoché uguale. Una figata pazzesca, ma presenta un gigantesco problema: temo che la mitica Ani mi faccia finire in un cul de sac, un vicolo cieco. La città,’o meglio quel che ne resta, sta proprio lungo il confine con l’Armenia, ma in Armenia non si entra venendo dalla Turchia: Turchi e Armeni si sono scannati per secoli, o meglio i primi hanno a più riprese massacrato e sterminato i secondi, hanno rubato loro i 4/5 del loro territorio ed un terribile genocidio armeno si è consumato neanche 100 anni fa. Fatto sta che la frontiera turco-armena e’chiusa e invalicabile. Per andare dunque nel Caucaso attraverso questa strada dovrei piegare verso un valico montano della Georgia, all’altezza di due città frontaliere chiamate Posof e Vale. Ma si tratta di un valico estremamente difficile d raggiungere, nel nel mezzo di una gola caucasica male o per niente servita da mezzi di trasporto. Sul valico di Posof/ Vale girano sui forum di viaggiatori informazioni assolutamente contraddittorie e icoferenti, c’è chi dice di esser passato in fretta, chi dice di averci perso 3 giorni. La stessa Lonely Planet fa un gran casino, dicendo sulla guida della Turchia che a Posof/ Vale si passa facile ma poi asserendo sulla guida della Georgia che da li non si passa. Da giorni mi scervello su questo bivio ed ho indicato sulla mappa questo punto come “il buco di Posof/ Vale”. Ad ogni modo se riuscissi a passare di la, appena dopo il confine troverei in Georgia un’altra città fantasma, scavata sottoterra nella montagna, chiamata Vardzia, roba da Signore degli Anelli! Ma a chi sto aspettando? Si va per la seconda strada, in qualche modo caverò fuori il ragno dal buco di Posof/ Vale, mi aspettano la mitica Ani e Vardzia, nella vita una volta mi capita di passarci da qui! Prendo dunque un bus alla volta di questa città chiamata Kars, avamposto verso Ani e il valico, nonché avamposto al contrario dell’esercito russo che li è calato a più riprese facendone una propria roccaforte in pieno territorio ottomano. La strada tra Erzurum e Kars non avrebbe nulla ma proprio nulla da invidiare a quella più famosa che bordeggia il Gran Canyon in Colorado, la sua bellezza aspra mi spinge più volte alla commozione. La percorro a bordo di un minibus pieno come un uovo e che presenta a bordo un campionario di odori e fragranze capaci di annichilire la più rinomata profumeria francese. Mi sembra che tutti gli odori di sterco di animali domestici siano ivi rinvenibili: si va dall ‘Huile de Merde de Bouef all’ Coco Chanel de Sciord de Gallin, passando per il Puork numero 5 alla Sgummatell de Pasteur Curdo dentr’la mutanda giall’. Ma fa niente, a me pare di stare sopra un astronavicella spaziale che attraversa quel territorio lunare. E alla fine,dopo una marcia serrata, molto dopo il tramonto, giungo qui in questo strano avamposto chiamato Kars, dove i soldati russi dello Zar hanno lasciato questi bizzarri casermoni color pastello, giusto per non farsi mancare niente nel collage di popoli che colora questo remoto angolo di Turchia lungo una traversa laterale della Via della Seta. Ai confini confini con il Caucaso, ai confini con l’Armenia, ai confini con l’Iran e con l’enclave azera del Nanichevan, ai confini pure delle mie possibilità ma non della mia morbosa fantasia. Si, perche’ vi è pure qualcosa di altro che mi ha portato fin qui, un motivo ulteriore anzi due. Kars e’ la città delle cento donne suicide, ove vive la bellissima Ipak e ove torna dalla Germania Ka lo scrittore: Kars e’ la città ove è ambientato il bellissimo romanzo di Pamuk “Neve”, che infatti in turco si pronuncia “kar”.
Poi vi è un secondo motivo che mi ha fatto optare per questa via e riguarda il senso finale del mio viaggio, il Vello d’Oro: le divinità ostili come già visto mi aspettano alle frontiere, per provare ad arrestarmi con le loro trappole e i loro emissari. Ma gli dei ostili si aspettano che il prode Palillo passi la frontiera a nord da Trebisonda, io invece glielo metto a quel servizio ed entro in Caucaso attraverso questi luoghi remoti e questo valico infernale interno. E se riesco a passare il buco di Posof/ Vale, non c’è più niente e nessuno che mi ferma fino al Vello d’Oro, ma questo per favore agli Dei non raccontatelo…

Il Vello d’oro – giorno 12: tracce di Tracia

Giorno 12 Un mio amico che vive al Nord Italia mi raccontava di avere spesso la sua quiete e il suo riposo notturno disturbati da due esuberanti vicini di casa veneziani , i quali rapiti da una passione travolgente si lasciavano andare a performance di tipo dannunziani molto rumorose. Capitava così di essere svegliato da grida provenienti dal vicinato del tenore di “pippami la fessa!”… Ovviamente nulla di tutto ciò mi riguarda, tuttavia sono riuscito con tutte altre modalità a rendermi causa anche io di immissioni sonore sopra la soglia di normale tollerabilità e devastare il sonno di un intero ostello. Il contesto e’ l’ostello di Plovdiv, di cui vi parlavo ieri, quello in cui divido la camera con gente di diversa nazionalità. Ad un tratto durante la notte vedo le due ninfe saffiche austriache alzarsi dal loro giaciglio d’amore e avvicinarsi leggiadre al mio letto e poggiarvisi sopra come una farfalla su un fiore. Ma il motivo della visita non risiedeva purtroppo in nessuna delle 1200 fantasie che fino a poco prima io avevo partorito, bensì in un dato molto più prosaico. Una delle due prende a dirmi: “du bist ein grosseeeee bar!” Dove bar andrebbe scritto alla tedesca con la umlaut, quei due punti sopra la vocale, e che fanno significare la parola orso. “Tu sei un graaaaaande orsoooo!” . E il paragone non poggiava ahimè neanche su una mia presunta dolcezza o aspetto da orsacchiotto, che ne so una cosa così. Ero un graaaaande orso perché stavo russando mooooolto forte e non le facevo dormire. A loro dire era qualcosa di infernale. In effetti ho pure il raffreddore sti giorni….a dargli manforte arriva pure la milfona scozzese ugualmente arrabbiata perché la perdita del sonno alterava i suoi bioritmi circadiani e non so quale altro ingrippo stronzo da salutisti del cazzo. Soltanto il musicista francese dorme placido, tutto abbabbiato dai drink che mi ha scroccato….provo a scusarmi e a dire che mi sarei girato sul lato in modo da non russare ma niente da fare. Durante il mio grasso sonno si è già tenuto un processo in contumacia con l’intervento del portiere di notte nelle vesti di giudice, anzi a voler essere tecnici di Ctu, giacché lo hanno esortato a fare un check sonoro e constatare egli stesso l’insostenjbilita della situazione….vengo condannato al l’esilio dalla camerata e mandato al confino nella stanzetta vuota del proprietario, dove posso vedere anche la tv. Stanno trasmettendo un’edizione di un cabaret italiano degli anni’80, si chiamava Fantastico con Raffaela Carra’, il tutto sottotitolato in bulgaro…..Si riparte ciao Plovdiv e a bordo di un bus iper moderno mi lascio alle spalle i monti Rodopi, ove sta la caverna in cui Orfeo discese negli inferi e dove è moto facile sembra avvistare un orso, un orso vero intendo non uno che russa un po’ di più, mannaggia quelle due stronze di austriache! La Tracia comincia ove finiscono i Balcani, e’ un immenso pianoro giallo al termine del quale compare lei, la regina, Istanbul. Vi torno dopo 15 anni e per una via assai insolita. I romani per arrivare qui, che al tempo si chiamava Costantinopoli, costruirono la via Egnatia. Ci si imbarcava a Brundisium, si sbarcava nel l’odierna Durazzo poi si piegava verso il lago di Prespa e la Tessaglia in Grecia fino a Tessalonica e poi la costa dell’egeo fino a qui. La via Palilla e’ molto più bella della via Egnatia: dalla Ciammuria verso la Sorgente dell’Occhio Blu poi su per i monti dell’Albania fino alla piana di Pelagonia poi il Kossovo, la Valle delle Bambole di pietra, le Montagne d’acqua e tutto il resto. Non c’è gara, spiacente per i Romani. Ah Istanbul Istanbul, già mi abbracci con le tue spire come un serpente addomesticato ma solo in parte, e qui altre gesta del prode Palillo sicuro avranno luogo, ma questo, se vorrete, ve lo racconto nella prossima storia di questa mia grande avventura

Il Vello d’oro- Giorno 10- Le Montagne d’acqua

Giorno 10 Una ragazza bulgara che studia a Perugia mi ha fatto notare una cosa non stupida: il 99,9% degli italiani che arriva in Bulgaria, viene per chiavare, io sono stato cazzo di finire a 2400 metri su una montagna dove sta una setta che predica la castità assoluta…..un fenomeno. Comunque se volete il resoconto della giornata, mettetevi comodi che qua la giornata e’stata lunga, e soprattutto non ancora finita. Cominciamo dall’alba, a Kyustendil. Si, addio Kyustedil ci siamo visti mo’, e quando ci vediamo più! Dovevo capire dall’etimologia del nome “terra di Costantino” che non era roba per me, perché a me sto nome rievoca il giardino pieno di erbacce lamiere e rotticcio appena sotto casa mia….proprio un posto del cazzo, volevo provare a rivalutarlo con un bagno all’alba nelle antiche terme romane di Pautalia, ma non ho trovato una persona una che parlasse inglese o una qualsiasi lingua occidentale, e manco che sapesse leggere il nostro alfabeto ( qui usano il cirillico). Così ho provato a far capire a gesti il concetto ma era un’impresa ardua ( provate voi quando fare il gioco dei mimi a far capire “terme romane di Pautalia), così e’ successo un Big misunderstanding, where you switch the cock for the bank of water….e invece che alle terme romane mi sono trovato in un centro di analisi dove stavano tutti sti vecchi, chi si doveva fare le analisi del sangue, chi il tampone delle orine, chi stava in dialisi….Vabbe, andiamo avanti. Parto alla volta delle Montagne d’acqua, i sette laghi di Rila. Prendo un primo bus che mi porta ad una città chiamata Dupnitsa, dove trovo il tempo di rinnovare la mia collezione di lingerie intima comprando uno stock di boxer talmente tamarri da avere potenzialmente sulle donne lo stesso potere che ha la citronella sulle zanzare, le fa scappare. Poi monto su altro bus, dove sta un altro vecchio che ha appena calpestato una cagata ma non provo a spiegarglielo a gesti, dopo lo scotto delle terme romane di Pautalia…alla fine il viaggio finale per le Montagne d’Acqua lo faccio di un taxi improvvisato dove ci sta gente che però l’acqua di una doccia non la vede da un secolo e un vecchio vicino a me con l’alito che tiene sarebbe in grado di far divenire la Bulgaria una potenza nucleare. Sono alla Pionerska e da qui per arrivare sopra, dai Bogomiti, devo prendere una seggiovia fino a quota 2.100 metri. Poi sopra un ulteriore dislivello di 300 metri sarà colmato attraverso un arduo sentiero di montagna. Questa via, una difficile pietraia, può essere percorsa a cavallo ed io già fantastico: il capo delegazione del sud Italia dei Bogomiti che arriva all’accampamento in sella ad un cavallo, uao un figurone! Ma c’è un problema: la famiglia Rom che affitta i cavalli, a me il cavallo non vuole darmelo. Dicono che sta per venire a piovere, io insisto faccio notare che ci sta un sole che spacca le pietre e per poco non mi lascio andare a squallide battute razziste del tipo: ” ah si e chi ve lo ha detto che ora viene a piovere, la zingara?”. Ma non c’è verso, niente cavallo e mi devo sciroppare a piedi la camminata che fa circa 3 km su un terreno accidentato e con un zaino di 20kg in groppa. Naturalmente dopo poco si avvera la divinazione della zingara e si scatena il pata-pata dell’acqua, e come se non bastasse attaccano i fulmini e scende una nebbia pesta, che riduce la visibilità a pochi metri. Sono solo nella tormenta in alta montagna e giusto per non farmi mancare niente, col mio abbigliamento assolutamente inadeguato e le scarpe basse, sono un potenziale boccone perfetto per le vipere che qui dilagano. Penso che se sono qua a scrivervi lo devo a chi ha avuto l’idea di segnare di rosso le pietre sui sentieri battuti, qualsiasi altro colore non era riconoscibile nella tormenta e a quest’ora stavo ancora la’. Ho pensato davvero che non ce l’avrei fatta in parecchi momenti, poi dopo circa un’ora e mezza ho udito nella nebbia il nitrire di un cavallo, e poi e’ apparsa un tenda. Era color acqua marina ma io la rivedo ora come rossa, come quella dell’ammiraglio Nobile, perso al Polo Nord. Poi appaiono altre tende, una moltitudine: ho raggiunto l’accampamento della setta dei Bogomiti! La nebbia si dirada e la pioggia cessa, ed appare un luogo di bellezza maestosa: 7 laghi glaciali di alta montagna, ognuno con un proprio nome e ammantati di esoterismo, il lago Occhio, il Rene, la Lacrima , il Fegato, il Cuore, il Pesce, quello di Sotto, gli altri non li ricordo. Per ora ho visto solo il Pesce e il di Sotto ( il primo che fa la battuta il pesce di sotto e’espulso dalla pagina), domani vedo gli altri. Qui vi sta uno chalet in legno nel quale soggiorno in camerata con altri dieci cristiani e dove non ci sta l’acqua calda ma il wi fi si. nella mia camerata ci stanno 5-6 bogomiti, ms il resto delle truppe sta accampato fuori, in tenda al freddo e al gelo. in mezzo a due di questi laghi, domani alle 10 i Bogomiti daranno vita al Paneurytmia, una danza evocativa magica….sono un po’ diversi da come li immaginavo sti Bogomiti. Io pensavo fossero una setta New Age, sono molto di più: sono degli eretici. Il Bogomilismo ( da cui il corretto nome di Bogomili) e’ un’eresia svilippatasi nel X secolo, per opera di un certo Basilio, che spingeva per una rilettura delle Sacre Scritture in senso originario, con una divisione strutturale tra il Bene e il Male. Le due idee si diffusero veloci come l’umidita in un muro nel regno di Costantinopoli e ben presto Basilio fu condannato a morte in pubblica piazza a Bisanzio. I molto suoi seguaci Bogomili furono dichiarati eretici e braccati per due continenti, arsi sul rogo e torturati a migliaia….ogni anno, e la ricorrenza e’ domani, i discendenti dei Bogomili massacrati si radunano qui sui sette laghi di Rila e danno luogo a questa danza evocativa dei loro morti, ch credono nascosti nelle profondità di uno dei laghi, il Rene. La danza si chiama il Paneurytmia e comincia domani alle 10. Potete pure verificare il tutto su google se credete. Bravo Palillo volevi qualcosa di originale, sei finito in mezzo ai discendenti di una setta di eretici del X secolo su una montagna sperduta in Bulgaria….ma che capa di merda che tengo…..questa notte e’atteso l’arrivo del Re dei Bogomiti, il discendente di Basilio il Saggio. la seggiovia riapre apposta per lui e noi scenderemo con le fiaccole a prenderlo, poi domani all ‘Alba cominciera la danza attorno al lago…..ok ma niente paura, questi sono stati dieci secoli fa sterminati dal Vaticano, che grosso modo in Italia sta come me. Ma in Italia c’è stato pure un filosofo, nato a Nola, e bruciato sul rogo come eretico il primo gennaio del 1600. Si chiamava Giordano Bruno. Ora mi tornano tutti i conti: le fiaccole di notte, il girare in circolo….in girum imus nocte, et consuminur igni, la frase palindroma più bella mai scritta. Andiamo in giro di notte, e il fuoco ci consuma. Che abbia inizio: questa sarà la Notte dei Bogomiti viventi

La saga dei chiattilli- cap. II

I CHIATTILLI ED IL PESSIMISMO COSMICO
Nella storia del pensiero filosofico e letterario si rinvengono, almeno a mia memoria, tre tipi di pessimismo : quello leopardiano, riconducibile cioè al Vate di Recanati (che poi a ben vedere appartiene a Scopenhauer) della gioia come pure illusione e che alimenta solo l’effimera brama di altra gioa, quello di Sartre dell’”esisto perché soffro”………e poi sta il pessimismo cosmico dei chiattilli. Si, perché forse non tutti lo avrete ancora colto ma il vero chiattillo è irrimediabilmente, inesorabilmente pessimista. Basta un infinitesimale intoppo, una imperscrutabile circostanza del Fato perché l’intero week-end assuma le forme di una valle di lacrime, un baratro di dolori e lamenti senza fondo . Oddio, non è che il novero delle variabili sia infinito atteso che il vero chiattillo più del mare e della serata non fa, e in molti casi l’una delle due attività basta a escludere l’altra perché è inconfutabilmente vero che il “mare stanca” o al contrario si preferisce tenersi freschi ed in forma per l’aperitivo, operazione che tra maquillage e convocazione di amici per conferme, chi viene , chi no, chi si, piglia pure 4-5 di warm up.
Ad ogni modo fermiamoci al pessimismo cosmico chiattillesco, con Cessy e Zizzy che sbarcano in piazzetta, e qui si spalancano le porte del Cocito infernale. L’interrogativo esistenziale è sempre quello: “Cessyyyy, ma dove andiamo a cena stasera???”
“Zizzy, ma ancora ??? Ha prenotato Boccalony il fidanzato di Commuogly, facciamo tavolo alle 22 da Stuzzichino”.
“Cessyyyy, ma stai da fuori???? Commuogly mi ha confermato che dovevi prendere tuuuu il tavolooooo!!!!! E ora come facciamooo????” Lo sgomento scolpito sul viso di Cessy, non si può che chiedere aiuto al prossimo che non potrà negarglielo vista l’immane tragedia che sta oer consumarsi .
“Madonna, ma come facciamo???? E quale è il numero di telefono mio diooo?? “
“lo si può rinvenire facilmente su google, ad ogni modo chiamo io……ma mi dicono che…..sono pieni”
Il cielo si oscura, il sole si spegne, si squarcia il baratro del pessimismo più cupo cala come una scure sulle loro fragilità teste.
“Madonnaaaaa e ora??? Io lo sapevo che quella Commuogly mi metteva in mezzo a sto casino, da quando si è lasciata con Catetery sta da fuoriiii!!!!Butta addosso a me tutte le responsabilitààaaaaa. E adesso????” “
“Mah signorina, può semplicemente prenotare da un’altra parte”
La voce rotta dal pianto, il tono della risposta irritato di chi deve controbattere ad una provocazione o una palese idiozia “ma doveeeeee????”
“Mah,si contano 117 attività di ristorazione sul territorio dell’isola , il che vale a dire che se una è completa possiamo provare in una delle rimanenti 116”
Cessy e Zizzy si guardano sempre più sgomente negli occhi, sicure ormai di aver di fronte un mostro cattivo ed insensibile che non riesce a comprendere il loro dramma esistenziale in corso, poi uniscono e le forze e, come le eroine di qualche cartone animato tipo le Winxxx quando annunciano qualche incantesimo, gridano all’unisono “ ma doveeeee????”
“Mah se Stuzzichino è pieno, potete provare da Barbablù e i sette dentici, che è molto buono, Dallo Scorfano di Sua Maestà che ha milletordici stelle Michelin, oppure potete provare dall’Ostricaro maledetto che pure ha il suo perché, però per un’esperienza davvero innovativa potreste provare dalla Murena a pois”.
Nessun argomento vale ovviamente a fare minimamente breccia e scalfire la granitica paura di trovarsi impantanate ad una serata fuori dai giri che contano. Non resta che varare la soluzione finale . È Zizzy, che finora ha mantenuto un low profile, ad annunciarla:
“No basta non abbiamo altra scelta, devo per forza chiamare il mio ex Tubettony, che ce l’ha con me per quella volta alla festa di Commuogly mi ammoccai con Capokky e feci ingelosire pure quella puttana di Perizomy”
“Ma sei pazza, Zizzyyyy, quella Perizomy ti schifaaaa, lo ha detto pure a Puzzy che ti schifaaa”
“Si ma tanto la schifo anche io a leiiii, e poi Tubettony fa il tavolo, non abbiamo sceltaaaaa,’lo vuoi capire o noooo???”
Arriva anche la presa di coscienza della irresponsabile Cessy, che si sobbarca una telefonata di mediazione con il cornuto Tubettony, con la eterna spada di Damocle che non assommi al tavolo il conteso Capokky e soprattuto la sua bella medea Perizomy.
Alla fine Tubettony dimostrerà un cuore grande anche più del suo portafoglio e acconsentirà ad aggregare le sciagurate Cessy e Zizzy al suo tavolo, ma il suo orgoglio da leone ferito lo farà optare per un attegiamento distaccato, poche frasi di convenienza ed una freddezza di fondo che Zizzy e Cessy sentiranno per tutta la serata sulla loro pelle, fino a precipitare nell’horror vacui del più cupo pessimismo cosmico chiattillesco

La saga dei chiattilli- cap.I

I CHIATTILLI E Il WHITE PARTY
Una fenomenologia interessante da osservare è quella dei chiattilli che organizzano o parlano dell’organizzazione del cd “white party”. Trattasi di una festa cd a tema, in cui agli invitati viene chiesto di informarsi appunto al leit motivo della serata, ma nel caso di specie la spendita di creatività richiesta è davvero simile alle gocce di acqua che una ad una si riversano asfittiche da un rubinetto rotto durante una siccità sahariana, giacchè per vestirsi di bianco basta una qualsiasi pezza di quel colore che in armadio hanno praticamente tutti. Eppure, in un mondo conformato come una lattina di coca-cola, a sentirli parlare il white party assume la valenza di un festival di Loollapaloza o di una rivoluzione culturale dadaista, e fanno:
“Ueeee Dodiiiii, bella. Mi raccomando tu e Umbi il diciotto non prendete impegni”
“Ueeeee Zizzi, e perchè?”
“No, tu non hai capito……insieme con Amy ci siamo messi in testa una pazzia: vogliamo fare il white party!”
“Noooooooo troppo forteeeee, davvero fai Zizzi????”
“Siiii l’ho già detto pure a Costy, Cessy, Bidy, Sciaquy e Commuogly”
“No, madonna ci sto, io poi lo sai sono più pazza di teeeee”
“Siiiii ma tu non hai capito: noi vogliamo fare il white party proprio quello vero. Cioè non solo che ti metti la camicia bianca….ma tutto bianco!”
“Cioè ma davvero fai?Tutto bianco???? Pure il pantalone, le scarpe…. tutto tutto???”
“Tutto”
“No. Ma voi siete dei pazziii, voi non state bene.”
“Mi raccomando, comincia a vedere bene che vi dovete mettere”
“Eh ma stavo pensando, io penso che riesco a gestire ma Cessy non so: per il pezzo di sotto al massimo tiene un pantalaccio che non è proprio bianco bianco…..”
“Scusa, e come è?”
“E’ un bianco sporco, champagne, diciamo quasi ecrù”
“Ecrù? Come quelli che si mangiano i leoni nella savana??”
“Noooo, scemaaaaa che hai capito??? Quelli non sono gli ecrù!!!! Quelli sono gli gnuuuuuu!!!!”
Segue, con tanto di lacrime agli occhi per la raccapricciante ironia, risata isterica di coppia della durata di minuti quattro sulla modalità audio “iiiihhhhhhhhiiihhhh” simile agli spasmi di un ornitorinco durante la stagione degli amori, o degli orrori.

Northern lights- Kiruna, la Chernobyl dell’Occidente

La Bruttezza è un valore secondo me. Può esserlo quando essa è assoluta, oggettiva ,incontenibile, deflagrante. Ecco quella di Kiruna è una bruttezza deflagrante, poi approfondiremo perché. Diciamo subito che Kiruna, 200km a nord del circolo polare artico, entrerebbe nella top five dei posti più brutti mai visti. Ma io lo sapevo e me la sono andata cercando. Avevo preso d’occhio questa città di minatori dal clima impossible epicentro della regione Sami circondata da una bellissima natura ma posta come una sorta di tazza di cesso al centro di una sfilata di modelle, un cratere infernale che si apre nel centro di una foresta a delle viscere ricolme di metallo. Le città dei minatori sono quasi tutte bruttissime: recano la fretta di insediamenti pioneristici ma poveri, baracche buttate lì alla rinfusa per accogliere sciagurati di mezzo pianeta disposta per salari men che accettabili a seppellirsi nelle viscere della terra per l’estrazione di qualcosa di prezioso . La distopia assoluta dove prima o poi andrò si chiama Omyakon, in Jacuzia a nord figuriamoci della Siberia: il posto più freddo abitato, temperature di meno 57 per pochi nugoli di baraccati chiamati a lavorare lo in miniera. In questo Kiruna ha un primato : sorge sopra la miniera più grande de mondo, un gigante grande quanto Milano di nera pietra gelata che ogni tanto trema, vibra, si contrae e si allarga quasi vivesse di vita propria. A Kiruna ci sono i sismografi. E tra poco Kiruna, almeno il suo antico insediamento, non esisterà più: verrà spostata di peso qualche km più in là, in questo immenso pianoro gelato dove lo spazio non manca. Tutto verrà trasportato, le case, la chiesa e persino il cimitero . E tutto molto in fretta, perché sta per scendersene tutto. Trasloco gentilmente offerto dalla potentissima azienda che gestisce la miniera e che ha bisogno di allargare lo scavo così da risucchiare la città dentro il gigante sotterraneo di ferro. La cosa credo sia perlomeno traumatica per la popolazione locale, che provo a fissare negli occhi ora in un caffè, in effetti paiono come depressi, disorientati, spiantati. Il pavimento su cui siediamo tra qualche mese si aprirà è finita dentro una miniera profonda km e km . in questa opera di trasformazione e alterazione completa della natura e dei luoghi per mano umana, Kiruna vive una tragedia a basso impatto, controllata e ammorbidita ma pur sempre dolorosa , una sorta di Chernobyl dell’Occidente. Inviato da iPhone

Northern lights – Uppsala, un quadro di lontananza

Un modo abbastanza usuale per descrivere un luogo e perlomeno per
cominciare a farlo e´quello di appiccicarsi una immagine metaforica o
meglio dire allegorica, spesso mutuata dall´iconografia femminile.
Cosi´, se Stoccolma era una nordica sirena protesa sulle acque,
l´immagine più che mi sovviene per questa Uppsala e´quello del cd
“quadro di lontananza”, definizione sovente abbinata a donne o anche
uomini ( lo hanno detto spesso anche a me) che paiono belli visti da
lontano o in foto, poi da vicino…..nzomm.
Ecco Uppsala “la dotta”, capitale culturale del paese con la sua
università considerata da alcuni la più antica del mondo (primato per
la verità rivendicato da Bologna), cuore pulsante della enorme
attività di ricerca e di studio di questo paese colto e che ha dato
ovviamente i natali o perlomeno e’ divenuto la casa di molte eminenze
del pensiero e della scienza. Spicca tra essi Carol Linneo, il biologo
che si pigliö la briga di dare una classificazione a tutte le specie
di flora e fauna al suo tempo conosciute. Ma l´ínteressantissimo museo
a lui dedicato, pieno di ammenicoli, animali imbalsamati e stranezze
provenienti dai 5 continenti. e´chiuso per restauro, cosi come moltr
altre attrattive del posto, probabilmente per la bassa stagione. Cosi
da vedere resta poco come il grazioso centro storico snidato lungo le
anse di un bel fiume che lo attraversa, tra il fogliame rossastro e
migliaia di castagne riverse al suolo. La città e´pervasa da un
gradevole e allegro clima studentesco, essendo sede di oltre 40.000
studenti, e capita di imbattersi in carovane di giovinastri tedeschi
vestiti in stile Oktober fest parecchio avanti con le birre gia dalle
prime ore del giorno, ed il ricordo va a quando mi imbatte´anni orsono
in un´analoga coitiva in quel di Firenze, finendo poi di li a poco a
fare i versi del cavallo e i passi di dressage ein- zwei- dei galopp!
con una di esse appassionata di questo sport…ma sono ricordi di una
gioventù ormia lontana. Il problema di fondo e che piovono i cani
morti da cielo e fa uno sfaccimma di freddo , combo che spegne presto
gli entusiasmi facendomi rippiegare in una davvero bella osteria dove
mi cimnto con l´eccellenza della cucina svedese nella sua versatilità
tra terra e mare: zuppa di aragosta e per secondo polpette di alce,
binomio inslito quanto soddisfacente. In un+ansa del fiume raccatto
pure uno studente assai avanti negli anni bello intorzato di sidro di
mele, che mi racconta di essere stato messo alla porta dalla moglie e
ha deciso di passare il sabato all´addiaccio sotto la pioggia. Statt
buon. Nella piazza del paese una manifestazione della comunità di
immigrati armeni che protesta contro l+aggressione militare da parte
del vicino Azerbaijan, luoghi ricordo di viaggi passati. Tutta la
città ospita una eterogenea comunita di immigrati medio- orientali
per un modello di integrazione che pare meglio riuscito che altrove.
Nel complesso un posto gradevole ma un po spento