El mundo perdido – giorno 17: Ollantaytambo, la Stalingrado degli Inca

Corre l’anno domini 1536. La campagna di invasione spagnola prosegue trionfalmente, il conquistador Francisco Pizarro risale le valli andine radendo al suolo intere città e sterminando dal primo all’ultimo i suoi abitanti. Poi un giorno le truppe spagnole arrivano qui, in una città chiamata Ollantaytambo, il cui re è conosciuto col nome di Manco Incaa Manco Inca non passa manco per il cazzo di arrendersi, anche perché perfettamente consapevole che gli toccherebbe alcuna sorte diversa dalla morte laddove deponesse pacificamente le armi. Ma per mantenere vivo se stesso e il suo regno bisogna sconfiggere gli spagnoli e l’impresa non pare alla portata dei suoi miseri e mal equipaggiati soldati. Soprattutto pare impossible fermare quella che è l’arma di distruzione di massa dei tempi , la cavalleria spagnola che già a Vilcabamba e a Cajamarca tre anni prima aveva fatto strage a migliaia di nativi, che mai prima avevano visto un cavallo. Atahualpa, re di Cuzco, era stato giustiziato tre anni prima, catturato in battaglia e Manco Inca deve escogitare qualcosa se vuole evitare la stessa sorte. Può giocare solo d’astuzia contro nemici così superiori per armamento. Così ai piedi di quella gigantesca fortezza fa costruire una serie di condotti allagabili ancora oggi visibili . Quando arriva la cavalleria spagnola, guidata dal fratellastro di Pizarro Hernando, si trova un muro d’acqua che gli viene incontro, mentre una pioggia di frecce e lance dagli spalti seppellisce gli sterminatori spagnoli nella tomba che meritano di trovare la vittoria fu netta anche se piuttosto effimera, perché dopo un anno le truppe spagnole si ripresentano con effettivi quadruplicati espugnando facilmente la città e mandando il coraggioso te incontro allo stesso destino del suo predecessore, la decapitazione. Resta comunque impresso il coraggio del valoroso re e visitare ancora oggi i luoghi di quella eroica resistenza assume un fascino indescrivibile anche il paese di Ollantaytambo, appena alla base della imponente fortezza, è assai gradevole a visitarsi, solvato dalle acque del fiume Urubamba che annegó gli spagnoli coi loro cavalli. Col mio solito culo becco un bellissimo alberghetto con vista sulle rovine Inca. A gestirlo è un artista, un certo Wow, che da il nome anche alla pensione, che vanta il libro degli ospiti a suo dire più grande del mondo. Ma l’attrativa principale è data da questa “hall” davvero incredibile, dove stare ore a rilassarsi contemplando gli scavi e ascoltare il rumore del fiume. E poi la cucina locale, lontana dalla “fighetta” Cuzco, capitale della cucina “novoandina” coi suoi bellissimi ristoranti fusion dalle atmosfere patinate. Qui le porzioni sostanziose servite dai fratelli Marquez contemplano piatti dal sapore robusto come il ceviche di trota appena pescata e poi lui, il povero animaletto domestico che qui in Perù è il piatto nazionale. Parlo del cuy, la cavia peruviana, finita nel forno sigh

El mundo perdido – giorno 16: la montagna dell’arcobaleno triste

La montagna del Vinicunca, meglio conosciuta come Rainbow Mountain, è un’attrazione divenuta nota in tempi estremamente recenti e che vede la sua popolarità implementare di anno in anno in misura esponenziale. Il motivo di questa fama è facilmente intuibile già guardando una qualsiasi fotografia dei luoghi, anche quando il soggetto pare una via di mezzo tra Sbirulino e uno sciatore sfigato della ex Ddr :

Le nette striature ferrose nella montagna di differenti colori donano un effetto scenico oggettivamente magico e senza eguali. Altrettanto facile a intuirsi è il soprannome di Rainbow Mountain, la montagna arcobaleno, per la ricorrenza di ben sette colori .

Per una mia descrizione dei luoghi io invece di colori ne adopererò due, che sono quelli del chiaroscuro, perché sulla montagna a mio avviso si addensano luci ed ombre nonché un enorme motivo di riflessione finale. La montagna tocca una quota di 5025 metri sul livello del mare e questa non può rimanere una curiosità fine a se stessa. Proviamo a spiegare cosa possano essere 5000 metri: la cima più alta d’Europa, il Monte Bianco arriva a 4780 e ci sono voluti secoli prima che un uomo riuscisse a issarsi su di esso. Ovviamente nel caso di specie contano le difficili condizioni climatiche col ghiaccio e la neve ma vi è anche un altro enorme ostacolo a quelle quote: l’ossigeno. Ogni forma vivente necessità di ossigeno. Gli alberi, che pure di ossigeno ne producono a loro volta, non arrivano oltre i 2.000-2200 metri, perché al di sopra di quella quota ve ne è troppo poco. Salendo incontriamo solo erba e cespugli, un tipo di vegetazione chiamato in Sudamerica “paramo” e che da luoghi a spettacolari scenari ad alta quota, fino ai quattromila metri circa. Sopra i quattromila i cespugli si fanno sempre più radi e solo l’erba, fatta di muschi e licheni, riesce blandamente ad attecchire. All’approssimarsi dei 4700-4800metri qualsiasi forma di vegetazione comincia a latitare. Salendo ancora è il deserto: a cinquemila metri di quota non sopravvive un filo d’erba ne null’altro. La superficie è pietrosa e morta, come quella della Luna. Significa che esso è un luogo dove la vita non può esistere. E se non può sopravvivere un filo d’erba, figuriamoci se può farlo un uomo. La circostanza invece pare non preoccupare minimamene la miriade di agenzie turistiche sparse per Cuzco, che propinano a frotte di turisti la escursione giornaliera alle Rainbow Mountain con la massima serenità ed allegria, senza peraltro che le autorità esigano un certificato medico o qualcosa comprovante uno stato di salute, una abitudine a resistere a certe quote. Nulla di nulla: una escursione a 5000 mila metri con un dislivello finale di 500 metri da percorrersi a piedi per una lunghezza di circa 6 km e per una durata di 5-6 ore a quella altitudine folle viene offerta e venduta per una quarantina di dollari come una gita a Disneyland per famigliole o una ascesa in seggiovia alla sagra della castagna di Cetrella. Non che sia io una persona che brilli per scrupolosità e prudenza: ho un carnet di “imprese” folli compiute in viaggio che evito di iniziare a raccontare perché ho la batteria al 30%.. Ma è l’approccio iniziale che è completamente diverso : se compri un escursione per sorvolare in ultraleggero le cascate Vittoria in Zambia lo metti in conto che puoi pure precipitare, se ti infili in Amazzonia a piedi lo sai che ci puoi pure rimanere secco. Insomma sono cose precluse a chi non ha grosso amore per l’avventura e non ha voglia di correre rischi, persone di una certa età o madri con figli al seguito, per esempio. Alla Rainbow Mountain arriva invece una folla giornaliera di vacanzieri per lo più ignari del rischio, capita di trovarsi a fianco di una bella famigliola di argentini dove ai due ragazzi comincia a sanguinare copiosamente il naso che manco sono scesi dal bus, il cui parcheggio è intorno ai 4500m per un’ascesa finale da farsi a piedi come dicevo. La stessa faciloneria (interessata ovviamente) la incontrai l’anno scorso negli operatori nepalesi che vendevano la escursione al campo base dell’Everest in modo molto easy, dove però ad onore del vero una documentazione medica era richiesta e l’ascesa è graduale perché dura diversi giorni a piedi, che consentono al corpo di acclimatarsi alla rarefazione dell’aria. Nondimeno l’escursione al campo base dell’Everest miete cento morti l’anno, qualcosa mi dice che il numero rischia di essere raggiunto di questo passo dalla gita alla Raimbow Mountain, con ricoveri a decine in una precaria tenda da campo di pronto soccorso posta a fondo valle, a molte ore di cammino dalla cima . Ad ogni modo ora mettiamo via questo pesantume da impiegato del catasto di Düsseldorf e proviamo a raccontare la visita alla montagna che, al netto della perplessità, è bellissima. Si lascia il bus e la civiltà a 6km dalla vetta, al fondo di una valle in quota che altro non è che la morena scavata da un ghiacciaio precipitato a valle. Vive qui una comunità di indios dediti all’allevamento dei cavalli, usati ora per il trasbordo, almeno fino ai piedi del muro finale, dei turisti più affaticati.

Sono bellissimi nei loro costumi variopinti e gli incredibili copricapo, sopratutto quelli femminili, somiglianti a delle orchidee tropicali. Le non troppe volte che mi sono trovato difronte a questi meravigliosi superstiti di un mondo scomparso ho constatato una duplice cosa: vi è sempre come una smorfia di sofferenza ad imprigionarvi il volto, sia per la dura vita cui sono sempre sottoposti o forse anche per la percezione di essere come le lucciole di Pasolini, parte di un mondo destinato a scomparire ed in gran parte già scomparso, travolto da un altro, il nostro che lascia loro solo angusti ed inospitali angoli in mezzo ad una malsana giungla e sul crinale di una gelida montagna. Ancora di loro mi colpisce l’ingenuità estrema, da far quasi rabbia: dopo 500 anni di stermini e persecuzioni, si fidano ancora di noi, si pongono gentili e deferenti, non hanno ancora capito quanto facciamo schifo e che ci prenderemo fino all’ultimo cm di terra e all’ultima goccia d’acqua, se la cosa avrà una qualsiasi convenienza economica. Qui assicurano il loro servizio taxi fino ai piedi della montagna, accompagnando a piedi il cavallo e riuscendo in qualcosa che a noi dell’altro mondo è completamente preclusa: correre. Noi avanziamo a passi di pietra in questa morena che per ora sale dolcemente ed è orlata da un monte a est ove poggia un segmento di ghiacciaio mentre ad ovest sta questa enorme montagna priva di ghiacci e piena di ferro rossastro che più avanti, su un suo lembo, che guarda a Sud, di fronte al maestoso ghiacciaio dell’ Asaungate, darà luogo al famoso gioco cromatico. L’avanzata di questa torna scalcagnata di turisti in questa valle comincia ad assumere i contorni truci della ritirata di Russia del corpo di armata italiano nella seconda guerra mondiale. Instupiditi dalla mancanza di ossigeno, avanziamo come fanti allo sbando nella steppa. Ci hanno pure diviso per reparti con nomignoli stupidì, di cui ora capiamo il motivo: ogni guida da un nome al suo gruppo, da richiamare poi accompagnati da un fischio tipo vacche al pascolo nell’enorme vallata, dove le persone procedono con passo troppo diverso per andare di gruppo. Noi siamo il gruppo “Wi-ki”, che in dialetto quechua dovrebbe significare “amici” e ci disperdiamo molto presto: ci sono due fratelli belgi super allenati che schizzano avanti come scheggie, una coppia di brasiliani che si abbuffa di sti pasticconi alla coca (la pianta molto usata per il mal d’altura), io che faccio una fatica della madonna e ricorro al cavallo degli indios, una russa che si scopre giusto oggi cardiopatica e che si sente male quasi subito , e gli argentini che rinunciano coi figli che sanguinano dal naso. Quando arriviamo all’erta finale, dove bisogna lasciare il cavallo, mi rendo conto che sembriamo degli automi e la scena di quella folla che avanza al ritmo di un passo al minuto comincia ad assumere dei contorni distopici. Una donna spagnola con due occhi sgranati come un pesce di profondità preso all’amo mi afferra il braccio e mi chiede se credo in Dio, la ragazza della coppia brasiliana colta da tachicardia e conseguente isteria confessa al fidanzato qualcosa che deve essere risultato sgradevole perché quello comincia a urlare, o almeno a provare a farlo: l’immagine del voler gridare qualcosa tipo “puttana” e non avere il fiato per farlo credo possa suggerire il testo di una canzone strappacuore a chi ne è capace di scriverne. Alla fine, dopo un’ulteriore scrematura data dall’irreperibile ossigeno, la torma di automi da “dope show” di Marylan Manson raggiunge la vetta, dove si insinua un vento fortissimo e fa davvero freddo. Ma lo spettacolo, per cogliere il quale bisogna inerpicarsi sulle pendici della montagna di fianco, è quello che è Ma subentra adesso in me un’altro motivo di tristezza, quello principale al di là delle difficoltà ad arrivare qui. Questa attrazione turistica fino a pochissimi anni fa non esisteva per niente, figurarsi che sulla mia guida Lonely Planet manco è riportata ed il motivo è presto spiegato: quella montagna multicolore fino a meno di venti anni fa era sepolta sotto un ghiacciaio ed era quindi invisibile all’occhio umano. Questo, come migliaia di ghiacciai nel mondo, si è sciolto ed è scomparso per sempre. L’acqua intrappolata lassù da milioni di anni, da quando si sono innalzate dal mare le Ande, è scappata via. L’effetto cromatico stesso della montagna è una sorta di hard disk di varie epoche geologiche, con i vari strati di depositi di ferro ed un differente livello di ossidazione cui corrisponde una diversa gradazione cromatica. Ora che sono all’aria aperta, si arrugginiranno presto come una bici dimenticata sotto la pioggia, finendo probabilmente per assumere un unico colore rossastro, anzi proprio il colore cd “ruggine” questa incredibile montagna è l’osso monco uscito fuori alla nostra vista da una ferita che abbiamo noi stessi inferto alla Madre Terra, una piaga in cui continuiamo a infilare le dita infette. È stupenda, coi colori dell’arcobaleno che piacciono sempre a tutti grandi e piccini, ma è un arcobaleno triste

El mundo perdido – giorno 15: Cuzco, la Firenze del Nuovo Mondo

Dovendovi parlare di Cuzco, scelgo di iniziare dal cielo che la sovrasta, anche se sarei tentato di scegliere un verbo più dolce , perché questo cielo pare quasi fondersi in un abbraccio con la città

In esso sembra di scorgere la sapiente mano di qualche pittore del secolo d’oro fiammingo, anche se siamo dall’altra parte del mondo. Van Eyck, ad esempio, ben potrebbe essere l’autore

di queste nuvole che pare quasi di poter toccare. Beh ad analizzar la cosa, non saremmo manco cosi lontani dal poterlo fare, nel senso che siamo talmente alti sul livello del mare, che persino le nuvole devono essere più vicine.

Cuzco sorge ad un’altitudine di 3450 metri sul livello del mare, che sono davvero parecchi. Ecco, quella che sto per dirvi è l’unica nota stonata di una città che ho sin da subito trovato tra le più belle mai viste: l’altitudine, ahimè, si fa sentire. La testa duole e il fisico fatica, almeno i primi giorni . Salire una scala o portare un bagaglio può rivelarsi un fardello inaspettato. Evitate di mangiare troppo pesante che la digestione si fa sentire, scordatevi le sigarette e, se siete in dolce compagnia e proprio non riuscite a fare a meno di tuffarvi tra le braccia di Eros, magari scegliete qualche tecnica amatoria meno dispendiosa, tipo un “dirty Chewbacca” o “un “timone olandese”, giusto per restare in tema con la pittura fiamminga 😂😂

Certo, è un dato soggettivo, ma a meno che non siate nati in un paese andino o siate sherpa tibetani e pakistani, appare del tutto improbabile che possiate essere abituati ad un’ altitudine alla quale in Europa ci sono o purtroppo c’erano solo i ghiacciai. Ma veniamo alle cose belle, tante, tantissime e predominanti:

Cuzco è davvero un posto magico, che con un azzardo ho definito una Firenze andina, sebbene il suo stile prevalente non rinascimentale ma barocco.

Della splendida città di Dante e dei Medici, Cuzco riprende quella forte uniformità architettonica tendente al bello, dove ogni strada, ogni spigolo di un palazzo pare realizzato con la dovizia di un maestro d’arte. Non dissimile anche la conformazione urbanistica con questo centro come sdraiato tra dolci colline (qui per la verità si tratta di cime sui 4000m…). Guardate qui: non sembra di rimirare il Duomo di Firenze dalla collina di Fiesole? Non chiedetemi cosa ci sia in quel piatto, perché certi dolci creature preferisco ricordarle così.

La fenomenale Plaza de las armas reca due gioielli architettonici assoluti, frutto della competizione serrata tra il governatore della città, Francisco Pizarro, e i missionari gesuiti accorsi ad evangelizzare il nuovo mondo. Ma la posizione del missionario, come analizzato già prima sotto differenti profili, può risultare ostica e faticosa a queste quote, cosicché i gesuiti dovettero acconsentire a che la cattedrale, edificando per mano di Pizarro, fosse l’edificio più alto della città, mentre il loro Tempio della Compagnia di Gesù potette gareggiare solo in bellezza, verso la quale i gesuiti indirizzarono tutti i loro sforzi richiamando fin qui sulle Ande i migliori architetti e artisti da Spagna e Italia.

La forma della piazza e la sua posizione le conferiscono quel riuscito effetto di contenitore di luce, una sorta di incavo, di coppa in cui la luce sembra bagnarsi come vino pregiato in un calice. Credo di aver visto uno stesso effetto ottico, in dimensioni più ridotte, nella magnifica piazza barocca di Noto, in Sicilia.

Ma credo che basti per oggi spendersi in paragoni, perché Cuzco è Cuzco

El mundo perdido- giorno 13 : Cocora, una “frattura” surrealista tra le Ande

Una definizione molto semplice di surrealismo ci è offerta da quello che è il suo genio fondatore, Andre Breton, il quale ci dice che è il surrealismo altro non è che la trasposizione di un qualcosa o di un gesto assolutamente comuni in un contesto del tutto inusuale e difficile ad immaginarsi. Ed ecco dunque che il vate del surrealismo su tela, Renè Magritte prende un comune uomo in giacca e un’ ancor più comune mela e li sovrappone, creando un impulso surrealista.

Esistono a mio avviso anche luoghi ammantati di surrealismo: uno di questi mi è sempre apparso la basilica di Santa Maria della Salute a Venezia,

che pare ergersi dalle acque scure e salmastre dei canali come un fossile scolpito su un blocco calcareo. A mio avviso anche la villa Malaparte a Capri crea un certo effetto surrealista

anche se il criterio architettonico cui è ispirata, il razionalismo, dovrebbe esserne l’esatto negazione. Nel corso dei miei viaggi un luogo assolutamente pregno di surrealismo, ai confini dell’assurdo e del paradosso, lo incontrai in Namibia. Immaginatevi il deserto del Namib, il secondo più arido al mondo (il primo non è il Sahara ma sta in Antartide) e quello con le dune di sabbia più alte del mondo

il clima è talmente arido che le dune arrivano fino al mare, dove giacciono a decine di relitti affondati tanto da dare al posto il nome sinistro di costa degli scheletrì. Bene, qui dopo ore di deserto sormontati da dune vidi apparire, avvolta nelle nebbie, una città in perfetto stile tedesco, con in balconi in legno lavorato e la popolazione tedesca vestita col costume tipico bavarese, quello da Oktoberfest per capirci . Quel posto si chiama Swakmund un miraggio surrealista per davvero ! Ma veniamo ai “tempi nostri “: siamo sulle Ande, montagne altissime, capaci di toccare altitudini impensabili in Europa, con tante cime sopra i 6000 metri. La vegetazione non può che essere brulla a quelle quote ed infatti gli alberi cedono il passo al “paramo”, l’endemico ecosistema andino di giunchi e piante grasse ve le immaginereste mai qui su degli alberi che assocereste immediatamente a delle spiagge assolate come le palme? No, sicuramente. Invece qui nella valle del Cocora,’ce ne sono di altissime, le più alte del mondo si chiamano “palme della cera”, nome scientifico Ceroxylon quinduense, e sono le più alte del mondo, arrivando a misurare fino a 61 metri insomma delle palme- Palillo!Il viaggio per arrivarci è sin da subito bellissimo, a bordo di una di queste jeep residuate al secondo conflitto piove che Dio la manda ma fa niente. Siamo ai piedi del Nevado del Ruiz, uno scorbutico vulcano che nel 1989 eruttó, causando lo scioglimento del ghiacciaio e il conseguente fiume di fango, che travolse un villaggio sottostante, quello di Armero. Ricordo ancora perfettamente la terribile vicenda di una bambina incastrata nel fango per giorni, Oymara, cui fece seguito un tragico finale. Pochi anni fa invece un terremoto distrusse la quasi assonnante città di Armenia . Qui la natura sa essere amorevole e violenta , nel suo fratturarsi e ricomporsi . Quando si apre dinanzi a noi la valle, con tutti questi pinnacoli alieni, pare di trovarsi in un film di fantascienza la nebbia che le ammanta è ciò che ne garantisce anche l’esistenza, che si protrae per un bel po. Crescono di circa 50 cm l’anno, il che significa che per arrivare a 60 metri ci mettono 120 anni. Le popolazioni precolombiane ne estraevano una cera dal fusto, oggi sono specie protetta ed è vietato. Per addentrarsi nel parco, è molto pubblicizzata la visita a cavallo: sono indeciso e provo a salire a piedi ma poi il noleggio del quadrupede diviene una scelta obbligata, perché sulla unica via di accesso ad un certo punto si para innanzi un muro di merda equina e fango, che le mie già martoriate espadrillas non possono affrontare. Così mi noleggio per un paio di ore la vecchia Julianaa dispetto dell’aria placida, la vecchia cavalla è piuttosto nervosetta e si piglia questioni con gli altri destrieri, tutti più giovani e aitanti per la verità che incontriamo. la poverina riesce comunque a regalarmi del bellissimo tempo, in questo posto fantastico. La valle del Cocora si mostra come uno scenario tra i più belli che abbia mai visto. Una gemma nascosta, dove conto di tornare. Ma ora è tempo di andare, mi attende un lungo viaggio verso una meta molto lontana, anche essa sicuramente fantastica

El mundo perdido: giorno 12: a place called Salento, un far west 2.0

No, quando parlo del Salento non mi riferisco al bellissimo “tacco dello stivale” italiano, terra che per altro prediligo e dove ho due care e bellissime amiche vi sto parlando altresì di un posto sulle Ande colombiane, non proprio la metà più facile a raggiungersi che si ricordi nondimeno bellissimo, estremamente affascinante. il periglioso modo per accedervi passa necessariamente attraverso un viaggio nell’Eje Cafetero colombiano, una regione di fitte giungle sub-tropicali recentemente riconvertite alla fiorente industria del caffè. Tutta la regione, su cui l’uomo ha affermato in tempi piuttosto recenti il suo primato sulla natura indomita, appare ancora pervasa da uno spirito pionieristico di conquista, percepibile già solo al passaggio per il capoluogo della regione, la città di Pereira. La sua stazione degli autobus è un formicaio di umani in viaggi per mete dai nomi insoliti e che rimandano inequivocabilmente al etnia o il paese di chi giunse qui per primo e dovette piantare una bandierina nel suolo, al fine di far sua la terra, come accadeva nel vecchio west o anche quando si è andati sulla luna. Così ci sono Portugal e Armenia Finlandia e Circassia, Cartago e Vindobona (odierna Vienna), persino una Palestina e una Sion: ecco, dubito che il derby tra le rispettive rappresentative sportive di calcio si svolga in un clima decoubertiniano di serenità. E pure parecchi italiani, come sempre d’altra parte, devono essere partiti a fine Ottocento alla conquista di queste terre vergini, se abbiano da ste parti una Amalfi, una Toscana e pure una Viterbo persino Capri compare sulla mappa geografica , sebbene solo come nome di un quartiere di Pereira e nome di un autolavaggio ma la mia meta, come già anticipato, è un’altra la strada si inerpica abbastanza ripida su delle colline che diventano con un certo zelo montagne, con la pioggia e la nebbia che passano ad esigere il loro tributo fino alla destinazione finale, cui giungo giusto sul far della sera vista dal “mirador” in alto, che da un lato contempla uno spettacolare paesaggio andino e dall’altro esattamente alle spalle la città, si mostra non dissimile da una Spaccanapoli in rilettura andina, con questa via centrale che sega in due il paesello fino a confluire nella piazza centrale, epicentro di ogni attività. E contemplo fra esse certo la ronda per le strade del paese con le jeeep willys del secondo conflitto mondiale , finite qui per qualche motivo a centinaia e ora impiegate per mansioni lavorative come per il corteggiamento alle signorine. Diciamo che ste jeep svolgono a Salento una funzione analoga a quella che il trerrote assicura nella società ciammurra. Sarà su una di esse che l’indomani partirò alla volta di uno dei posti più incredibili mai visti, la valle del Cocora, ma andiamo con ordine. A Salento la dieta locale poggia, in maniera non disismile da quello che è l’albero di eucalipto per i koala, su un unico piatto che pare racchiudere tutta la gastronomia del creato appare difficile immaginarlo ma sotto quello strato di formaggio, prosciutto, mais e altro è sepolta una squisita trota dalla carne rosa pescata in uno dei tanti fiumi che bagnano queste colline; quello strato superiore prende invece il nome di “pataccon” e rimanda, almeno per i conoscitori dell’idioma linguistico napoletano, all’altro aspetto basilare della società salentina andina, che è il reperimento del pataccone femminile nel fine settimana. Il corteggiamento inizia come dicevano a bordo delle jeep scampate al secondo conflitto mondiale ma prevede poi il suo D day finale nelle ore tarde della sera, quando si aprono le danze nei diversi saloon da vecchio west, ove si entra facendo sbattere sul pavimento gli speroni e mostrando in alcuni casi la pistola nel cinturone. Un giorno mi piacerebbe tornare a Salento e sfidare a biliardo qualche eminenza locale in questo posto il caffè Danubio il cui interno pare davvero uscito da un film di Sergio Leone. Per ora mi è bastato bere qui un aguardiente per sentirmi come in un film, con i vecchi locali che ne tracannavano una bottiglia col cinturone con pistola e gli speroni, dicendo poi al barista di offrirne un altro al Gringo, che ero io.

El mundo perdido – giorno 6 : ”questa è Sparta!!”…..o Recanati?

Già, questa è Sparta, e non è una battuta gettata lì a caso ne un’allusione ad una presunta vigoria belluina dei residenti, i cui modi gentili, placidi e sonnolenti hanno davvero poco a che vedere con il rigore marziale dei Lacedemoni. Questa è Sparta da un punto di visto amministrativo, nel senso che la regione anzi lo stato federale in cui ricade la isla Margarita e altre piccole isole vicine prende appunto il nome di Nueva Esparta. la cosa non può mancare di incuriosirmi e cerco sin dal primo giorno qualcuno in grado di placare la mia curiosità, trovandolo solo l’ultimo giorno in un consunto insegnante in pensione che sbarca il lunario con piccole spiegazioni di storia presso il castello spagnolo di Asuncion, che domina l’isola qui insomma stavano gli spagnoli, piuttosto bene armati come si può notare. Ma i locali insorsero, decisi a rompere il giogo della tirannia, e costrinsero con un furbo espediente la legione spagnola ad una battaglia fuori dalle solide mura e alle pendici del monte che rimiro in foto, che da allora prese il nome di Matasiete, perché la sproporzione tra soldati spagnoli e truppe locali era di sette ad uno, quindi ad ogni partigiano locale fu impartito l’ordine o forse la preghiera di uccidere almeno sette spagnoli , matar siete, Matasiete. Siamo nel 1817, il reame spagnolo da qui a poco avrebbe perso la sovranità su tutto il territorio sudamericano ma Isla Margarita fu il primo territorio del continente liberato dagli spagnoli. La battaglia del Matasiete, nell’epica locale, fu paragonata anche all’eroica resistenza degli Spartani alle Termopili ed ecco spiegato dunque il tonitruante epiteto di “Nueva Esparta”.

A Leonida e gli Spartani, nonostante tutto il coraggio del mondo, toccó come ben sappiamo tuttavia di capitolare contro i Persiani, diversamente che dai Margariteni al Cerro Matasiete. E perché? Facciamo un passo indietro, al “furbo espediente” di cui sopra: al povero Leonida esso mancó, anzi furono i nemici a trovarlo corrompendo il turpe Efialte e spingendolo a rivelargli un passaggio segreto. Qui l’astuzia invece fu un fattore ad appannaggio dei locali, e quando parliamo di “furbo espediente” per far uscire fuori i soldati dal castello parliamo di uno dei prodotti locali maggiormente apprezzati e di altissima qualità da sempre: la pucchiacca. quell’elegante ufficiale a cavallo, a sinistra nella stampa, dovrà presumibilmente essere quel manzo del comandante della legione spagnola, il quale adescato dalla bella eroina locale Luisa Arismendi ad un appuntamento di vrachetta stile “due cuori e una capanna” in un villaggio sperduto , per fare lo splendido come era solito, si mosse con tutto il seguito di cavalieri e soldati in alta uniforme. Era proprio quello che i partigiani locali aspettavano per fargli una bella festa. Chissà, se il coraggioso Leonida ai 300 opliti avesse aggiunto anche qualche bella snacchera greca come sarebbe andata a finire . il castello domina il bel paesino coloniale di Asuncion, nella cui piazza troneggia un tizio che da qui in avanti vedrò penso parecchie volte Simon Bolivar, eroe combattente e liberatore di tutto il Sudamerica, ma di lui parleremo un’altra volta

Proseguo l’esplorazione dell’isola, assai grande e con una densità di popolazione enorme: circa 800 mila una quindicina di anni fa, con l’economia turistica alle stelle; scarsi 400mila attuali, con la crisi e la fuga di massa all’estero. Si stima che 5 milioni su di Venezuelani su 28 siamo emigrati all’estero negli ultimi dieci anni. Questa isola in 20 anni ha dimezzato la popolazione. I centri abitati principali, Pampatar e Juan Griego, per la verità lasciano piuttosto a desiderare con palazzacci e scorci da periferia degradata ed un considerevole livello di criminalità. Scorgo alcune edificazioni che hanno una somiglianza spiccata con le Vele di Scampia. Nella periferia della gradevole Porlamar tuttavia, ho la possibilità e l’onore di essere accolto a casa di una straordinaria famiglia locale, con legami di parentela con una mia amica . Hanno origine italiana, e che origine! Di cognome fanno Leopardi e vengono dalla provincia di Macerata: si, ho beccato seduti a quella tavola in Venezuela i parenti del sommo poeta Giacomo. E vi è di più: sono tutti figli di una incredibile signora che troneggia a centro sala e che conta la bellezza di 105 primavere, cento-cinque!!!! È lucidissima ed in grado di ricordare episodi vissuti di infanzia con quelli che, mi pare di capire debbano essere stati i figli dei figli di secondo letto del padre di Leopardi. Il capofamiglia Silvio, detto Silvio Stone per la sua passionaccia giovanile per la formazione di Mick Jagger, intona pezzi napoletani con questa chitarra locale, detta il Cuatro, mentre le gentilissime sorelle mi servono un dolce di origine napoletana, appreso e tramandato tanti anni orsono da avi italiani appassionatissimi di Napoli e la sua gastronomia. …..Mi pare di sapere che Giacomino sia vissuto e amasse assai Napoli, come no! Loro preparano questo dolce ma non ne ricordano più il nome , avendolo appreso dalla madre . La povera senora Leopardi ultracentenaria, sola depositaria della antica ricetta di avi italiani, lo ha ora dimenticato. Li aiuto a risolvere così l’arcano, mi ci vuole molto poco

Oggi in Venezuela sono stato tra gli artefici di una scoperta che potrebbe riscrivere la storia della letteratura italiana : Giacomo Leopardi amava gli strufoli!!!!

El mundo perdido – giorno 5: la cara al viento

Smaltiti che furono i bagordi dei 3 giorni e 3 notti di libagioni del matrimonio caraibico, il viaggio torna ad assumere ora una conformazione più consona al canovaccio, con destinazioni più inusuali e tanta tanta strada da percorrere Per adesso siamo ancora sulla Isla Margarita, che è di dimensioni piuttosto estese e dalla formula simile ad un ameba o qualche microorganismo da cui ad un tratto germina un’altra cellula: ho sulla punta della lingua il nome di quel mamozietto ma al momento non mi sovviene, il Luciano Onder che è in me stamattina latita. Una roba del genere insomma che messa su una carta geografica a voler per forza esaudire questa farraginosa metafora si tradurrebbe in questo oggi me ne vado dunque nella “capocchia” di sinistra, pressoché inedifcata e disabitata per vie delle condizioni climatiche assai differenti. Giusto nel mezzo tra i due corpi dell’isola, come a tenerle insieme con la sputazza , si trova tuttavia un luogo molto singolare e per molti versi unico: la laguna della Restinga, un ecosistema a se stante composto da un’area umida di oltre 18 ettari dove crescono a milioni queste mangrovie giganti e con esse tutta una serie conseguente di animali, animaletti e prodigi della natura . Si, si tratta di un albero davvero miracoloso, capace di una serie di serie di mirabilie degne di un’astronave di fantascienza, di quelle dove si sale a bordo e si prospera in un clima alieno . cominciamo col dire che quella in foto sulla cima dell’albero, “in cabina di comando dell’astronave” è una magnifica aquila testa calva, intenta ad una facile pesca nelle acque da cui a decine pasciuti pasciuti pescioli saltano in continuazione. Sotto, poi l’arca magica dell’astronave, la mangrovia che incrocia le sue radici aeree e i suoi giunchi dando luogo a delle vere e proprie isole. Alla pianta riesce poi di filtrare l’acqua di mare meglio di un desalinizzatore, per restituire poi acqua dolce. È l’ecosistema perfetto per una serie di animali quali cavallucci marini e stelle marine , presenti in numero cospicuo a la Restinga anche le ostriche si accoccolano ai terminali magici di questa pianta e vengono coltivate qui in gran numero per essere poi offerte dagli ambulanti sulle spiagge di Playa El Agua ed El Jaque.il giro in battello prende le mosse da un traballante pontile da chi inoltrarsi nella fitta rete di canali, a cui qualcuno con una profusione d’animo shakespeariano ha donato nomi estremamente dolci e melensi quali “Canale del primo bacio”, “laguna degli amori perduti” etcil sito è oggettivamente un posto magico, ove talvolta il forte sole viene coperto dai migliaia di pellicani in volo, venuti con aquile e altri rapaci a dividersi il facile bottino di pescatornati alla base, nel punto detto “Boca de rio”, perché ivi il fiume incontra il mare, riparto per la estremità dell’isolotto, in quella che viene definita la penisola di Macanao. Il paesaggio è davvero affascinante e degno del vecchio west, con migliaia di giganteschi cactus che spuntano dal suolo ora divenuto arido in conformità all’aria da selvaggio Far west, la attempata guida mi dice che è pericoloso fermarmi in questa area per possibili assalti di banditi armati. insisto per una sosta, sicuro che i luoghi pressoché deserti non possano poi nascondere decine di briganti armati ad ogni angolo, ma il povero signore mi racconta allora la sua esperienza di vita davvero triste, allorquando da queste parti fu travolto da un auto di banditi in fuga e vide la sua gamba maciullata, tanto è che ora cammina con una precaria protesi in legno. È davvero una persona dal grande spessore, el senor Gustavo, decano delle guide locali, dallo stile e l’eleganza di tempi antichi. Ora mi conduce all’estremità occidentale dell’isola,’ove sorge un minuscolo “pueblo” di pescatori per la verità ormai quasi tutti emigrati , Punta Arenas

In effetti il villaggio sembra memore di una prosperità che fu, come tutta l’isola d’altra parte, con decine di chiringuitos e capanni ormai chiusi per scarsa o ormai inesistente affluenza di turisti. La pastura di socialismo in salsa chavista all’equatore pare talvolta aver solo ridotto i luoghi a quei tristi tropici di cui parla Levi Strauss per altri motivi detto questo, essere l’unico essere umano o quasi nel raggio di qualche km quadrato o quasi, in un posto de genere è un piacere che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

Dalla piccola imbarcazione salta giù, attorniato da famelici pellicani, anche un giovanissimo pescatore che intona con voce estremamente “suave” quella che pare hit impazzante a latitudine musicale raggaeton (una piaga sociale per quanto mi riguarda) ma che cela un testo gradevole e suggestivo, perché, come scopro ora, è in realtà una canzone della tradizione locale

“lento y contiento, la cara al viento”

El mundo perdido – giorno 3: la boda del siglo

“Boda” è un vocabolo spagnolo che non si traduce nell’italiano “botta” bensì viene usato , in un linguaggio gergale e informale credo, per indicare il matrimonio.

Si, le nozze. Sono venuto in Venezuela a prender parte ad un bellissimo matrimonio. Ho trovato tuttavia tempo e modo di rendere il termine “boda” traducibile nel più assonante “botta”, nel senso che ho chiavato una capata pazzesca dentro una porta. Ma di questo parleremo poi, concentriamoci adesso sull’evento. Siamo in Venezuela, a Isla Margarita nel punto in cui il Mar del Caribe incontra l’Oceano Atlantico dando luogo a marosi di consistente portata, gioia dei surfisti. L’isola viene decantata per le sue spiagge ma la mia prima personale impressione è che offra il meglio di se nell’interno, verso il quale mi volgo spesso a contemplare questa scenario davvero spettacolare di vulcani più o meno sopiti ammantanti di una natura rigogliosissima. Dedicherò ad ogni modo i prossimi giorni alla scoperta di essa. Per ora mi sveglio, pervaso finalmente dalla piacevole sensazione di essere ai Caraibi e riesco a rubare qualche ora in spiaggia dove mi concedo un piacevole massaggio, atteso che dopo quasi tre giorni di aerei e sale di attesa ho il corpo incriccato come un rotolo di filo spinato e mi gusto un delizioso ceviche cucinato al momento da un pescatore col suo ultimo bottino, un delizioso Dorado, una sorta di orata. poi si parte per le nozze, che si terranno nella vicina è bellissima chiesetta coloniale di Paraguachi molto gradevole anche l’interno in stile caraibico col tetto in legno

Fa caldo, tanto caldo e poco dopo realizzo di essere l’unico fesso con la cravatta ma provo a resistere il tempo necessario per qualche foto, in modo da mettere a tacere anche varie amiche “tracine” use ad ironizzare sul mio rivedibile gusto in materia.

Il posto del matrimonio è bellissimo e il cielo regala anche una luna quasi piena che con le palme e il mare disegna un quadretto niente male

Molto belli anche gli sposi, cari ragazzi venezuelani molto legati alla loro terra martoriata. La propensione alla fiesta dei sudamericani non si lascia attendere e la festa diventa subito incandescente, con una sequela di vari balli caraibici quali salsa, merengue e varianti talmente sensuali che ho l’impressione talvolta che da tutti quegli sfregamenti di bacino qualcuna sia rimasta incinta.

Ma mi rendo perfettamente conto che a sto punto voi che leggete state aspettando solo una cosa: di saperne di più su sta storia della capata. E vi accontento, diciamo che è stato un numero di alta scuola palilliana: inutile nascondere che avevo bevuto un bicchierino di troppo ma la colpa va rintracciata nel caporalato e nei massacranti turni di lavoro cui vengono sottoposti i giovani venezuelani assunti a fare gli extra ai matrimoni . Sì, perché la sala aveva un dentro e un fuori, separati da una porta a vetri di quelle scorrevoli automatiche. Il sistema doveva essere difettoso, così avevano adibito un volenteroso ragazzo a fungere da congegno azionante ovvero che aprisse e chiudesse la porta….vabbè avrete già capito; breve storia triste: il tizio ad un certo punto, dopo ore e ore poverino sarà andato a pisciare un attimo ed io, mentre, invitato alle danze da una donna molto avvenente, con troppa foga rientravo per lanciarmi in qualche ballo salsero. Sdeng. K.o tecnico, a terra con la fronte scassata e una bella mulignana che mi porterò dietro per tutto il viaggio, sai come sarò carino nelle foto. Una discreta figura di merda. Fine

El mundo perdido – giorno 2: i peggiori bar di Caracas

Al mitico allenatore giramondo Vujadin Boskov, maestro di calcio e di vita, è attribuita una massima bellissima: ” Se uomo preferisce stare con sua fidanzata invece che con birra ghiacciata davanti televisione quando gioca finale di Champions League….forse vero amore, ma non vero uomo”

Ecco provando a mutuare anzi ad emulare la saggezza di cui era depositario e quella arguzia da personaggio del Decamerone slavo quale era, mi verrebbe da dire ora, cambiando completamente contesto: “Comunismo è quel sistema politico che quando tu ti trovi , poi subito sogna donna con bigodini in testa davanti a televisione che trasmette Grande Fratello mentre figli obesi mangiano patatine Mac Donald e giocano PlayStation invece di andare scuola”

Si, il mio rapporto col socialismo reale, quello visto da vicino, non è dei migliori. Ma mi sentirei di sbilanciarmi e dire che per gran parte degli occidentali di ultima generazione, certe logiche e una certa cultura della privazione sottesa alle dinamiche, vale subito ad innestare una reazione di segno opposto che ti fa rimpiangere gli aspetti anche più stupidi e beceri del consumismo più schiattato e pacchiano. Oddio sinora ne avevo visto degli esemplari morti:tutti i paesi dell’ex area sovietica , la Cambogia, il Vietnam o qualche d’uno con qualche retaggio ancora permanente come il Laos. Ora mi trovo in un paese che almeno nelle intenzioni si dichiara “repubblica socialista” come il Venezuela, aggiungendovi vicino quel “bolivariana” che sa più di nazionalismo e sovranismo che di socialismo ma tant’è,’ certe storture finiscono per somigliarsi sempre . D’altra parte Maduro, nel suo agitarsi e argomentare terra-terra ricorda molto più un Salvini che un leader sovietico, e tutto l’onda ormai agonizzante di socialismo alla sudamericana degli ultimi venti anni è intriso di un forte nazionalismo populista. Ad ogni modo, senza perderci in un trattato di scienza politica, limitiamoci a dire che quella attuale pare una Babele anzi una spirale che ha di fatto sprofondato il paese nel caos. È un caos economico, civile e anche sociale, con la vecchia aristocrazia locale travolta da una nuova classe dirigente legata al presidente e antitetica alla precedente anche da un punto di vista etnico : bianca e di diretta estrazione europea la vecchia, nera e mulatta, legata agli apparati militari e di gestione del potere la nuova.

L’aeroporto di Caracas è già di sua una finestra abbastanza triste e nitida della situazione del paese: nel lungo, infinito scalo che mi devo sciroppare provenendo d a Bogotà e con destino Isla Margarita, ho modo di assaporare tutto il difficile momento del paese, per usare un eufemismo. Più che altro il luogo, neanche troppo impermeabile rispetto all’esterno ove la situazione è comunque peggiore, appare informato ad una logica di contrappasso dantesco. Una sorta di Purgatorio dove, in attesa di voli verso altri destini che forse o molto spesso non partiranno mai, imperversa il supplizio cui è condannato il personaggio di Sisifo: vedere ma non toccare. Appena all’ingresso vi è una processione di bancomat con disegnati i loghi dei principali circuiti bancari mondiali ma nessuna di quelle macchinette emette da anni una sola delle svalutatissime banconote locali ne altra valuta; vi sono allora gli uffici di cambio, dove però avvenenti quanto ingenue signorine ti dicono che non hanno possibilità di cambiare manco 10 dollari, che corrisponderebbero in bolivar locali al corrispondente in dimensioni di un bagaglio di quelli non consentito da portare a mano; ci sono ovunque in vendita sigarette ma un editto a caratteri cubitali del Ministro del Potere Popolare proclama che ovunque il fumo è bandito nell’aeroporto (e posso capire in effetti). Ah, e poi stanno loro, i peggiori bar di Caracas: birra e whisky pubblicizzati ovunque, di quelli che ti farebbe davvero piacere sorseggiare per ingannare il tempo e lo sconforto di ore di ritardi e cancellazioni, ma…….non ne è possibile al momento la vendita al pubblico. Ah, parlavo di ritardi e cancellazioni: ad un tratto compare una bella scritta sul tabellone luminoso dei pochi, pochissimi voli previsti in giornata. Il nostro volo è cancellato, anzi no, anzi si di nuovo,’forse è spostato alla sera tardi,’forse al mattino dopo. Naturalmente vale anche qui il supplizio di Sisifo e ogni tanto passa qualche impegato o un’hostess della compagnia che, in mancanza di un ufficio o di una comunicazione, fornisce la sua versione dei fatti : “partiamo tra due ore, anzi tra 5, forse vi offriamo uno snack anzi no”…..Tutto difficile assai a immaginarsi secondo standard europei ma vale a farmi realizzare che sono all’equatore e non sono certo venuto quaggiù a fare il pensionato tedesco fuori porta che sta a reclamare sugli standard qualitativi della Lufthansa o della Swiss Air. Oddio,ad ogni modo, senza fare troppo gli scassacazzi, una risistematina dell’Ufficio controllo di volo locale, con annessa revisione degli aeromobili e controllatina delle licenze di volo concesse, la farei……Alle dieci di sera, dopo che il vulcanico pilota dell’unico velivolo al momento reperibile della mirabolante Avior Airlines ha deciso di andare prima ad un posto chiamato Barcellona, poi ad un altro in Amazzonia detto Puerto Ordaz e poi tornare indietro a prenderci, partiamo. Le ore di attesa in aeroporto ammontano a circa undici ma ad un certo punto si preventivava peggio.

A bordo tutto appare informato ad criterio del fare presto e dell’amichevole complicità che si innesta quando un amico ti da uno strappo a tre sulla vespa o in sei in una panda, avvertendoti: “se vedete una volante dei carabinieri o i vigili abbassatevi e fate finta di niente”.

L’eleganza e la meticolosità nella cura dei dettagli all’interno mi ricorda quegli aliscafi scassati di fabbricazione russa degli anni ’80 in servizio sulla rotta Capri- Sorrento o meglio ancora un sottomarino sovietico anni’50. Non vado oltre nella descrizione. Ci si stipa alla meno peggio e si parte,’tempo di volo previsto la metà dell’ora da stima iniziale, si vola a quota molto bassa forse per fare presto, atterraggio che pare una panzata di un ippopotamo in una jacuzzi ma siamo fuori. Ecco, Isla Margarita. La musica, il mojito. Ora la festa può avere inizio

El mundo perdido – giorno 1: la febbre dell’oro Inca

Sogno un giorno di avere una fidanzata o perlomeno, non so, una trombamica terrapiattista; vabbe, andrebbe bene pure un caro amico esponente di questa filosofia con cui scambiarsi le idee. Insomma questa è la riflessione che mi si affaccia pigramente alla mente mentre nel corso di questa lunghissima giornata doppio una bella parte di globo. Già, quello insomma che per i succitati amici non sarebbe una sfera ma una linea dritta, come apparirebbe a prima vista dal finestrino del mio aereo da cui scorgo prima l’altopiano della Meseta madrileno, poi le città di Salamanca, Segovia e Avila, poi il confine col Portogallo dove il Duero spagnolo realizza delle “opere” e muta il suo nome in Douro (o-per-e think palillians!!!) . Stretto tra i monti, si lancia quindi in una serie di meandri inebrianti, sulle sponde dei quali annicchia la vite del pregiato porto, prima di perdersi nel mare all’altezza della città omonima. Un bel viaggio in cantiere di una settimana-dieci giorni polverizzato in una mezz’oretta scarsa visto dal cielo: l’aereo è così, una violenza ininterrotta alla geografia e la natura dei luoghi. E viene come dicevo la volta del mare, tanto mare quanto può esservene in un oceano che tagliamo tutto lungo una direttrice inclinata est-ovest nord-sud, fino a riveder la terra in prossimità delle Antille francesi. È l’isola della Martinica, con la sua capitale Fort de France, a farmi sussurrare “terra!”, anche se solo dal finestrino dell’aereo a circa 33mila piedi di altezza. Il fatto che la lettura che compio durante il viaggio mi asseconda un mai sopito e sempre vivissimo amore per le esplorazioni scientifiche e chi ha avuto il privilegio e il coraggio di compierle secoli addietro: si tratta infatti di un bel libro dedicato agli esploratori scientifici del Sudamerica nel Settecento, dal quale apprendo una succosa particolarità: la scoperta della Colombia è dovuta al fortissimo conflitto scientifico instauratosi in un’Accademia parigina tra sostenitori della sfericità della Terra o qualcosa di simile (per il momento si limitavano a dire che fosse un corpo oblungo di forma ellittica e si rifacevano al loro capo-stipite Cassini) e i loro rivali “terrapiattisti” che fornivano una loro rilettura dei calcoli di Newton e dicevano che il tutto andava appiattito. Alla fine il Chiarissimo Rettore dell’Accademia si ruppe le palle di sentire ste continue “iacuvelle” tra le due fazioni e decise di allestire una spedizione per la Colombo con i due più eminenti esponenti dell’una e l’altra fazione. Ma di questo parleremo più avanti nel viaggio magari; per adesso resto a crogiolarmi nel mio sogno erotico della trombamica terrapiattista mentre finalmente il volo Iberia atterra al mediaticamente famoso aeroporto El Dorado di Bogotà in effetti si presenta come una struttura piuttosto efficiente, dove il numero di cani-poliziotto intenti ad annusare i bagagli alla ricerca di droga (quale droga cerchino è pleonastico dirlo visto che siamo in Colombia) eguaglia quello dei bagnanti a Mappatella beach una domenica di agosto.

Ed ecco allora Bogotà, uno sconfinato pianoro incastonato tra monti altissimi che pullula di stradoni e tangenziali a perdita d’occhio, per poi inclinarsi di colpo come una pista per bambini e schiudere la vista ad un centro storico coloniale molto bello. Assai simile alla ecuadoregna Quito come prima impressione e anche come altitudine: qui siamo a 2.600 circa e se ci si trova a salire una scala con un bagaglio in spalla si sentono tutti.

Con un discreto fiuto che mi vanto di avere su ste cose per DNA familiare, azzecco un bell’alberghetto in stile coloniale, tutto in legno dipinto e con un fantastico patio spagnolo su cui affaccia la mia stanza. Siamo nel quartiere storico della Candelaria, sede di quasi tutte le università e che pullula quindi di studenti squattrinati . Ha sede qui anche il luogo già da tempo individuato come must di questa prima giornata o forse dello spezzone che mi resta:

parlo del fantastico Museo de l’Oro di Bogotà, un tesoro in tutti i sensi del termine attesa l’enorme quantità del metallo più pregiato che vi è custodito in un bellissimo edificio . Esso si trova qui nelle forme in cui lo lavorarono le sapienti mani delle tante culture andine pre-colombiane. Maschere funebri, ornamenti reali , oggetti votivi, arnesi per lavorare e fumare la coca. I Tayrona, i Narino, i Chicba, gli Incas e tanti altri realizzavano ogni cosa in oro e ciò costituì al tempo stesso il loro tesoro e la loro condanna: ove fosse mai possibile, la rilucenza dell’oro amplificó la bramosia e la crudeltà degli invasori europei, che accecati da essa, esitarono ancor meno a procedere allo sterminio dei proprietari del metallo come di quella terra da cui era estratto. Tra le tante raffigurazioni che mi hanno affascinato, il primato va a questa vista in diversi manufatti, appena dietro la mia faccia sfatta dal fuso orario

Guardate bene, a mio avviso si tratta di una sorta di “uomo vitruviano” pre-colombiano. Qui si vede meglio mi sa…per “uomo vitruviano” intendo quello di Leonardo, raffigurato anche sull’euro per capirci: simbolo umanistico e rinascimentale per eccellenza, si erge a simbolo delle facoltà dell’uomo ripotato al centro del mondo dopo l’oblio teocentrico medievale.

Per le culture dell’oro pre-colombiano probabile che il quadro si sia dunque invertito : il Rinascimento lo stavano vivendo già, fin quando non siamo arrivati noi a precipitarli in un Medioevo senza via d’uscita