L’orizzonte perduto- Giorno 24 : Chitwan, welcome to the jungle!

Il rumore di fondo che accompagna questo mio segmento di viaggio in Nepal, divenuto ahimè ormai usuale, è quello assai simile ad una macchina da caffè di quelle in uso nei bar un tempo, quelle azionabili con una leva che innescava il procedimento di riscaldamento dell’acqua e infusione coi chicchi. Niente di troppo complicato o desueto, lo avrete sicuramente presente quel suono roco onomatopeicamente trasferibile in un “Cohhhhiiiii”. Ecco qui tra i nepalesi il caffè espresso va poco di modo (sostituito dall”eccellente Masala Tea!) ma quel rumore o qualcosa di assai simile è onnipresente e ciò perché è quello con cui rimestano il loro cavo orale per tirarne poi fuori delle gigantesche e francamente schifose rascate. Ora avrete sicuramente capito : “Cohhhhiiii……Ppu”. Sembra davvero che qui non possano farne a meno, è un’abitudine deprecabile ma consueta come il lavarsi le mani prima di sedersi a tavola, anche se questa catarsi della faringe ha luogo principalmente dopo pranzo, persino nei ristoranti attrezzati con apposite sputacchiere…..Non fanno eccezione altri luoghi pubblici come ad esempio autobus e infatti quello su cui mi trovo lancia dai finestrini scaracchi a ripetizione come proiettili da un blindato nella battaglia delle Ardenne. Ad ogni modo vale la pena di vedere dove sia diretta questa sputacchiera a motore, il che è assolutamente entusiasmante: la mia meta è il selvaggio Chitwan, letteralmente in lingua locale “cuore della Giungla”, una regione a sud- ovest di Katmandu appena fuori dalle catene montuose himalayane e ormai a ridosso delle pianure alluvionali indiane; la stessa India dista pochi chilometri in linea d’area dal Chitwan.

Il problema è arrivarci un attimo …

Il Nepal è un paese adagiato su un territorio che, ad eccezione della peraltro molto isolata valle di Kathmandu (dove vivono credo i 3/4 della popolazione), presenta asperità davvero notevoli e difficili a valicarsi, quadro reso ancor più difficile dalla pessima situazione delle strade, nella maggior parte dei casi delle fangaie non asfaltate e soggette ad ogni intemperie atmosferica. Il Chitwan dista da Katmandu forse 100km ma qui si tratta di una distanza siderale. Ad ogni modo il viaggio per arrivarci è molto ma molto bello ed inoltre, come ogni viaggiatore sa, esso è il viaggio stesso, a differenza di un turista che considera tutto ciò solo un come un seccante “spostamento “. Usciamo dalla verde valle di Katmandu all’altezza di un passo di montagna oltre il quale la strada precipita giù per parecchi chilometri fino ad inforcare il fondo-valle disegnato dal fiume Trisghuli dalle bianche spume tempestose e sul quale dovrei produrmi, udite udite, in una discesa in rafting. Già, proprio così, senza neanche bene capire dove e come (anzi senza capirlo per niente), alla partenza del bus ho sentito parlare di sto rafting da farsi a metà percorso, scendendo un pezzo di fiume e poi proseguendo il percorso verso il Chitwan o Pokhara all’arrivo del gommone (su un altro autobus?è quello che mi domando) Mah, per adesso la vivo con disinvoltura, so già che sarà una di quelle cose a cui ripenserò una volta a casa fuori dalla mistura di incoscienza e adrenalina che mi pervade durante i viaggi: su un pullman da Katmandu alla giungla del Chitwan ed ad un certo punto peraltro ignoto del percorso scendi a fare rafting su un fiume himalayano in piena. E a chi sto aspettando? In effetti ad un certo momento, con il Trishugli a fianco alla strada che si agita come un demonio, il conducente prende a urlare in una cadenza difficile a distinguersi “Roooftaaang”. È la nostra ora, ci ritroviamo in sei ed è uno di quegli equipaggi che ti rimangono proprio nell’anima: c’è un timoniere locale cicciotello sui diciotto anni, io e due ragazzi spagnoli, e fin qui nulla di troppo strano; poi arriva un ragazzo israeliano e due che sembrano Stanlio e Olio…..dell’Arabia Saudita. Israeliani e arabi intrattengono notoriamente relazioni tutt’altro che amichevoli anzi si odiano reciprocamente e ora devono scendere un fiume in piena in una gola dell’Himalaya. Nessuna paura: dopo l’imbarazzo iniziale leghiamo tutti alla grande creando l’amalgama necessario in una tale situazione e aiutandoci a vicenda in quella che è una discesa in gommone tutt’altro che esente da rischi. Il fiume ci spara subito in faccia una rapida che per poco non ci sommerge poi prendiamo ritmo e la sfanghiamo alla grande. A turno diamo il tempo di vogata dicendo ognuno nella propria lingua i numeri da uno a quattro, con l’israeliajixhe dice i numeri in arabo e i sauditi che rispondono in ebreo. Un vecchio motto in voga tra i backpackers recita: “Chi viaggia non è mai razzista”: sul fiume Trishuli in Nepal questa frase mi è sembrata più vera che mai .

Ad ogni modo sto ancora aspettando le riprese fatto dallo spagnolo dietro di me con la Go pro, dove io che siedo a prua esco secondo davvero in scene epiche, vedremo. Alla fine tra il tennista israeliano, gli Stanlio e Olio della Mecca e la coppia gay spagnola diventiamo tanto amici che, passato un ponte tibetano, andiamo tutti a mangiare in un postaccio chiamato Mugling ungo il percorso, giusto al bivio tra il Chitwan e la più gettonata Pokhara, in attesa dei rispettivi bus.

Io sono l’unico che prosegue per il Chitwan e quindi mi tocca un’attesa piuttosto lunga fino a che non mi carichi su uno sgangherato bus locale: in Nepal gli autobus si dividono in tourist-bus, appena appena più acconciatelli, e local-bus, dei catorci senza finestre in cui piove dentro e che ragliano sulla strada con un rumore così forte da poter essere solo anestetizzato con una musica locale perennemente a palla.

La risposta himalayana ancora più radical (ma giammai chic) ai cd “Chicken bus” sudamericani che forse qualcuno tra voi conoscerà. Ad ogni modo il viaggio è strepitoso: superata Mugling il bus gira subito a sinistra ovvero Sud e si infila nella gola di un altro fiume che disegna un paesaggio sempre più tropicale precipitando giù. Dopo 35 km a capofitto si arriva nel Chitwan: la mia meta è una città chiamata Sauraha, base di partenza per una serie di esplorazioni nella giungla.

È un luogo noto per i safari e l’avvistamento di animali. Qui, in un ecosistema paludoso vivono migliaia di uccelli, elefanti, orsi tibetani, coccodrilli in grande quantità e stupendi rinoceronti da un solo corno. Ma la parte del leone, quindi del cugino nel suo caso, la fa la tigre: qui vive la quasi estinta tigre del Bengala, e vederla sarebbe una di quelle esperienze da ricordare a vita.

Per adesso mi accoccolo in quello che con molto coraggio viene definito resort e gli avvistamenti principali riguardano ragni e insetti vari che affollano la stanza, costringendo a non voluti combattimenti alla Polifemo contro i prodi marinai di Ulisse. Già perché proprio come il Ciclope solo cieco dal momento che la luce la sera va via, l’acqua calda invece non si è mai vista e le condizioni igieniche ricordano quelle di un bagno chimico dopo il concerto del Primo Maggio. Eh…..però non manda il buonumore e dopo un primo bird-watching sul fiume riesco ad avvistare già il primo coccodrillo, che placidamente pare gustarsi il tramonto sul fiume ,ignaro o incurante del fatto che sta per scatenarsi un pandemonio di monsone che costringerà almeno me ad un frettoloso rientro al “Marriott”, su una strada che al buio è sconsigliata a percorrersi per la presenza di animali selvatici. In particolare pare che proprio i bellissimi rinoceronti ad un solo corno amino sguazzare in in pozza situata proprio all’ingresso, dal quale per ora l’unica fauna pervenuta sono zanzare che si librano è una Luftwaffe di zanzare grandi quanto una Malboro. A proposito quelle pure servono: a staccare le sanguisughe che quasi inevitabilmente si attaccano ai piedi. Ora mi lamento ma Axl mi aveva avvisato:

You know where you are? You’re in the jungle baby!

L’orizzonte perduto – Giorno 23: Unbelievable Bhaktapur, la Firenze dell’Himalaya

Il titolo odierno reca già due marchiani errori: il primo è quello di voler affibbiare un aggettivo a Bhaktapur, seppur quello di incredibile, perché per Bhaktapur non ci sono aggettivi; il secondo è quello di voler fare un raffronto suggestivo certo con la Firenze medicea, che nella magnificenza e splendore dei suoi palazzi e corti mi è sembrato trasportato qui ai piedi di montagne eterne e altissime.

A voler trovare per forza un paragone calzante con qualcosa accaduto nella nostra parte di mondo, si potrebbe fare un raffronto allora con la antica Grecia, dove la parte di Atene e Sparta la recitano le antiche città-stato di Katmandu e Patan, in perenne guerra tra loro, e poi sta Tebe che , sul declinare delle due eterne rivali fiaccate dal loro incessante combattersi, emerge a prendersi il dominio. Bhaktapur novella Tebe allora?

La città visse il suo apogeo sotto la reggenza di Re Malla, venuto dall’India come i tanti mercanti che appunto percorrevano la antica via da e verso il sub-continente indiano che qui aveva inizio o fine. La posizione favorevole donó a Bhaktapur prosperità e ricchezza per lunghi secoli tra il 1200 e il 1500 del nostro calendario .

Ritengo importante specificare che la divisione del tempo e degli anni sia diversa rispetto alla nostra perche credo che la misurazione del Tempo sia uno dei fattori principali di comprensione di una cultura: qui il tempo veniva misurato secondo altri criteri

e direi che tuttora il Nepal ha un suo Tempo quasi interiore, personalizzato direi: giammai avrei immaginato che esistono persino i quarti d’ora nella ripartizione dei fusi orari e non so quanti paesi scelgano di adottarne uno simile con frazioni di ore così scomodo rispetto ai paesi circostanti. Ma il Nepal vuole essere e non può altro che essere un mondo a se, così ha rispetto al fuso orario di Roma e dell’Europa occidentale per esempio 3 ore e 45 minuti di differenza. Detto questo torniamo a Bhaktapur

che un suo tempo tragico lo ha vissuto alle 18:31 ora locale del 25 aprile 2015, quando il sub-continente indiano posto oltre la via ha voluto avvicinarsi ancora un po’ a Bhaktapur e all’Himalaya generando un terremoto di sconvolgente potenza che ne ha devastato molti palazzi.

Sebbene le ferite siano evidenti, Bhaktapur rimane un gioiello assoluto e incantevole è davvero non riesco nemmeno a immaginarne la bellezza precedente se, come leggo, nel terremoto è andato perduto circa il 70% dei suoi edifici storici.

Lo stile architettonico mi pare risenta molto dell’influenza indiana con questi rimandi ad animali sacri quali l’elefante e la tigre. Lo stesso simbolo della città è costituito dai cosiddetti “elefanti erotici” riportati vicino la porta di accesso e su molti templi: pare che guidati dalla forza suprema del Dio Ganesh, sti elefanti trombassero alla grande alla corte di re Malla tanto da generare indomabili guerrieri (quelli raffigurati infatti sempre sotto gli elefanti). La commistione tra induismo e buddismo è quanto mai evidente in alcuni edifici

e la stessa concezione architettonica di fondo, con questa sua maggiore spazialità rispetto alla angusta architettura “di montagna” tibetana, rimanda più chiaramente all’India e alle faraoniche piramidi del Taj Mahal per dirne una.

Lo stesso Palazzo Reale di Bhaktapur, detto delle 55 finestre, è tutt’ora accessibile solo ale persone di comprovata fede Hindu.

Come si faccia poi a dimostrare ad un poliziotto di fronte ad uno splendido portale d’oro di essere di una religione anziché un’altra, non ne ho idea. Capisco che un occidentale difficilmente possa apparire di fede hindu ma un locale o più genericamente un asiatico?

Di posti belli come Bhaktapur non ce ne sono poi tanti, è davvero sensazionale anche perché più raccolta di Katmandu, davvero uno scrigno magico fuori dal tempo.

Se poi volete qualche altra dritta gastronomica, allora vi consiglio il “king curd”, uno yogurt burroso fatto con latte di bufalo, capra e yak, il bue tibetano che vive sulle pendici dell’Himalaya.

Lo gustate e tutta la successiva notte la passate in intimità col signor Ginori. Ma parlare di cessi è un affronto alla bellezza di Bhaktapur, quindi chiudiamo con una bella sua immagine, anche perché di brutte non ne esistono

L’orizzonte perduto – Giorno 22 : Katmandu, “un altro mondo”

Esiste un espressione certo estremamente ricorrente, adoperata in contesti diversi è divenuta di uso ormai familiare: “è un altro mondo”. Limitandola al solo contesto geografico la si adopera con uso frequente e disinvolto anche a sottolineare differenze per la verità piuttosto esigue: così Anacapri rispetto a Capri sarebbe un altro mondo, il nord rispetto dal Sud Italia è un altro mondo, la Germania o un altro paese europeo rispetto all’Italia è un altro mondo. Certo sono innegabili alcune differenze ma viste da qui appaiono tutte assai appiattite; insomma tutta l’Europa, quella occidentale almeno sicuramente, ha un modo di vivere nel bene o nel male sostanzialmente simile e non credo possano il sistema fiscale, la gastronomia o la minore o maggiore puntualità della rete di trasporti a far delineare un mondo completamente diverso rispetto ad un altro. Dicevo che tali differenze appaiono in effetti irrilevanti se guardate da qui: il “qui” si chiama Katmandu, capitale del Nepal, che è davvero “un altro mondo ” la vita dei locali pare organizzata secondo schemi completamente diversi, dove in un contesto di base rurale avere una influenza enorme l’impostazione religiosa e l’aspetto meditativo. Non esiste la grande distribuzione e non esistono supermercati in Nepal: i generi alimentari arrivano da piccolissimi fornitori, nello specifico contadini, allevatori, fattori. Le banche esistono ma hanno una gittata estremante limitata, pensata più per gli occidentali turisti che per i locali, i quali si fermano davanti agli sportelli bancomat a capire cosa mai siano quegli aggeggi che sputano fuori soldi. Anche la moda occidentale pare lambire assai poco il Nepal: gli uomini vestono più o meno alla occidentale ma le donne girano ancora avvolte in magnifici “sari” colorati

È un luogo magnifico e misterioso Katmandu che sulle prime davvero disorienta, pare impossibile che ci si trovi davvero dinanzi ad un sacrario buddista ricoperto d’oro, si tende a pensare che sia una riproduzione da luna-park dello stesso ma quello invece è reale.

E la spiritualità locale inoltre non è tutta appaltata a Buddha: questa è la terra di convergenza di buddhismo e induismo e non mancano templi e luoghi sacri anche della seconda corrente religiosa. Certo Buddha fa sentire il “fattore campo” essendo nato proprio in Nepal, a Lumbini, ma l’India è vicina e Shiva fa sentire la sua .

Durbar square è una delle piazze più belle del mondo con la sua successione di templi e pagode in un ordine apparentemente asimmetrico (ecco un’altra differenza sostanziale col mondo occidentale: la geometria!), che pare somigliare ad un vortice o una spirale al fondo della quale, confuso con i templi , sta il palazzo reale.

La sensazione davvero è quella di trovarsi in un vortice quando si è a Durbar square, anche per la sua animata umanità sempre a metà tra il laico e religioso. La sensazione non muta poi tanto nella città- gemella Patan, nata come città- stato in antitesi a Katmandu ma ormai assorbita dal suo sviluppo urbano. Le scene dunque di epiche battaglie tra i cavalieri e gli spadaccini delle due città rivali raffigurate sui templi nulla hanno potuto contro il nemico urbanizzatore, Patan è ormai un sobborgo di Katmandu raggiungibile in taxi .

Anche qui sorge una magnifica Durbar square con annesso palazzo reale; credo appunto che prendano questo nome le piazze site davanti ai palazzo reali e quella di Patan è architettonicamente ancora più bella, anche perché meno danneggiata dal devastante terremoto del 2015.

Nemmeno sfiorato dallo stesso terremoto è stato invece il “Golden temple” sito a pochi metri dalla Durbar square di Patan, un luogo di spiritualità e fascino indescrivibili .

I segni del terremoto sono visibili invece eccome a Katmandu, ovunque segnata da buche e lacerazioni che paiono ferite sanguinanti sulla sua pelle. I soldi per ricostruire sono davvero pochi ed in molti casi l’opera di riassemblamento di edifici di mille anni prima (la Golden Age di Katmandu è intorno al 1200 del nostro calendario) è impossible. Non l’ho trovata poi cambiata tanto questa città dalla mia prima visita del 2005, se non per un aspetto : allora andavamo tutti a piedi, ora tutti in moto anche qui, come in Vietnam e Thailandia.

Comincio a realizzare che queste motociclette cinesi vendute a 4 soldi siano una sorta di cavallo di Troia del gigante cinese che comincia così a seminare inquinamento e odore di se. Anzi non cavallo di Troia ma cavaletta, giacche l’effetto sonoro e visivo è quello dello sciame metallico già ampiamente percepito altrove.

Detto questo amo Katmandu alla follia

L’orizzonte perduto – Giorno 21 : “Solo le montagne non si incontrano mai più”

Nel mio primo viaggio in Nepal, ben 13 anni fa nel 2005, in compagnia della cara amica Annalisa e di mio zio Umberto, finimmo per legare con una esperta guida tibetana locale, Shiva Simkhada. Il Nepal è uno dei pochi posti della terra dove ha un senso a mio avviso affidarsi ad una guida: non stiamo mica parlando di una scontata guida turistica, qui il ruolo riveste uno spessore culturale, ci sono gli “sherpa”, coloro che sanno condurti negli anfratti e per i sentieri accidentati di questo paese a buon titolo definito “il tetto del mondo”. Lo sherpa è qualcosa a metà tra una guida ed un maestro dell’anima. Se vuoi capirci qualcosa di questo pezzo di mondo insinuato su montagne 4 volte più alte delle Alpi, dove si fondono le divinità hindu e quelle buddiste, dove Buddha è fisicamente nato e ogni villaggio pare un mondo a se stante, non leggere internet: trovati uno sherpa.

Quando 13 anni orsono ci congedammo dal nostro sherpa, io pensavo ad un addio e giammai ad un arrivederci ma lui mi disse: ” Amico mio, solo le montagne non si incontrano mai più” E’ un adagio nepalese che allude alla ferma imperturbabilità delle montagne eterne che poggiano in questo paese in confronto alla piccola vita degli umani sottostanti, destinati invece prima o poi a rincontrarsi. Quindi ora ho davanti una settimana poco meno per godermi la magnifica Katmandu, uno dei posti piu belli della terra con la sua Durbar square che è forse la piazza più bella del mondo poi farò un salto giù nel selvaggio Chitwan tra tigri e rinoceronti nella giungla a confine con l’India. Poi forse saliró verso il massiccio dell’Annapurna sostando sul magnifico lago glaciale di Pokhara ma sarà alla fine mio amico sherpa Shiva a condurmi tra le montagne eterne, di fronte al tetto del mondo, dove potrò dare un senso finale a questo magnifico viaggio e portare finalmente a casa qualcun’altro che è con me sin dalla prima tappa, dalla Thailandia. Pare essere passato un secolo . Avanti così, solo le montagne non si incontrano mai più. Lassù sulle nevi eterne dell’Everest, l’orizzonte perduto comincia a dipanarsi

L’orizzonte perduto: Giorno 20: a day at the Royal Citadel, a night in Khaosan Road

Il titolo di giornata riecheggia quello di un album dei Queen e riassume tutto sommato bene due parti distinte ed assai diverse della stessa giornata legato tra loro da un aereo, quello che mi conduce da Hue in Vietnam a Bangcock in Thailandia , da cui l’indomani ripartiró con un nuovo aereo verso una nuova tappa. dunque il risveglio avviene nella città di Hue, luogo che non ha alcun altro motivo di visita se non la magnifica cittadella reale che sorge vicina l’insignificante paesone, nel quale ho il piacere di subire non uno ma due tentativi di furto nella stessa sera, uno solo dei quali andato parzialmente a segno, nel senso che il primo l’ho schivato con la sensibilità di pacca alla Tiziano Ferro che mi ritrovo mentre stava sfilando il portafoglio, per il secondo dove erano in due in una strada buia mi sono accordato per la consegna ai due furfanti di una somma ragionevole per così dire (una 60€ con cui compreranno tante medicine per la propria cura e quella dei loro familiari). Ma tant’è, capita e non è che qua uno può girare il mondo con la forma mentis di un drappano che vota Salvini e trarne odiose conseguenze. Capita, come dicevo.

Dunque la cittadella reale di Hue (che si pronuncia proprio alla napoletana “Ue!” )si tratta di un sito bellissimo, una sorta di reggia di Versailles di un imperatore locale,che provó a spostare la capitale da Hanoi, qui a Hue ed operare una prima riunificazione del Vietnam intorno alla fine del Settecentosecondo uno schema abbastanza ricorrente nei templi e nei palazzi reali di questa area di mondo, la Cittadella è fatta a livelli concentrici uno dentro l’altro, passando da quelli esterni dove stanno i cortigiani per arrivare poi a quelli dei mandarini e dignitari di corte, fino alla corte più interna, dove siede il re e e gli altri unici uomini oltre lui ammessi sono gli eunuchi preposti alla cura dell’harem. Si tratta di un luogo dal magico nome di Città Purpurea Proibita

A proposito di harem, eunuchi e città purpurea (mica tanto) proibite, si è fatta una certa e devo quindi volare verso un altro luogo sede contemporanea se non proprio di harem, per lo meno di Bordelli e lupanare a votamobile, Bangcock. E se al posto dei raffinati eunuchi di corte ci mettiamo i famigerati kathoi thailandesi dalla proboscide basso-ventrale talvolta poco intuibile, forse può tentassi questa strana equazione tra la cittadella reale di Hue in Vietnam e la capitale Thai. Dovendo stare solo una notte, scelgo la via definita con eccessiva enfasi “the centre of backpacking universe” nel fortunato film “The beach” con Leonardo Di Caprio. Beh, diciamo che per dover essere il centro dell’universo dei viaggiatori zaino in spalla, Khaosan Road è un luogo un po’ troppo turistico e banale, con ristoranti dozzinali, venditori di ogni cianfrusaglie, discoteche con musica a palla, bancarelle che vendono scorpioni e tarantole fritte e gli immancabili ircocerci thailandesi metà donna e metà pomo di Adamo che adescano turisti ubriachi obnubilati dal non vedere le troppe protuberanze del loro partner per una notte. ad ogni modo, devo dire che Khaosan Road, al netto delle fesserie dei fumetti con Di Caprio, una certa enorme energia da trasmetterla eccome, con migliaia di ragazzoni di tutte le razze che festeggiano e ballano in strada ogni sera come fosse Capodanno. Bangcock è infatti un po’ il punto di arrivo in una vasta area di mondo di viaggiatori diretti per le mete più disparate, dalla Birmania al Tibet passando per Cambogia e remoti arcipelaghi del Mar delle Andamane. Poi, come si faccia ad arrivare fin qui e con un’infinità di posti belli a portata di mano, starsene gettati tre-quattro mesi su un lettino di un troiao come Phuket, è una domanda a cui forse sapranno rispondere decine di miei concittadini. Io domattina me ne vado in Nepal! Sawadee ka, anzi namaste!

L’orizzonte perduto – Giorno 19 : il ponte di Ba Na (…Le)

Una certa curiosità in Vietnam continuano a destarla i nomi: lo sapete ad esempio che il principale sito archeologico di questo paese, antica capitale del popolo Cham, prende il nome di My Son, letteralmente “mio figlio” casomai fosse stato un villaggio americano? A dirla tutto però proprio qui gli yankee hanno scritto una delle pagine più ingloriose della loro storia, riuscendo nell’impresa di bombardare per più volte e distruggere i tre quarti degli oltre sessanta templi un tempo presenti, si che ora se ne contano solo venti peraltro in malandate condizioni. E purtroppo non è manco la cosa peggiore fatta dall’esercito a stelle e striscie in questa zona di mondo : a poca distanza sorge l’altro villaggio dal nome simile di My Lai, dove i soldati americani si macchiarono di una carneficina nelle modalità e nei numeri vicina alle stragi naziste di Marzabotto o le Fosse Ardeatine, per pescarne un paio nel orrido mucchio. Il 16 marzo del ’68 un battaglione della 13esima divisione di fanteria americana, in gran parte composto da soldati ubriachi e sotto effetto di droghe, entró in questo remoto villaggio alla ricerca di guerriglieri vietcong e, per motivi mai chiariti, si dedicò per ore alla Barbara uccisione e addirittura mutilazione dei cadaveri di un numero impressionate di civili completamente disarmati: 514 secondo le autorità vietnamite, 347 le vittime ammesse dagli americani. Un numero piuttosto esiguo di soldati americani fu condotto a processo, terminato con la peraltro tenue condanna di un solo individuo, tale maggiore William Calley Jr. La nuova Sand Creek americana finì come è ovvio per far deflagrare ancor più le proteste in patria contro la assurda avventura neo-coloniale, accelerando il processo di dismissione .

Ma io come ci arrivo a My Son, distante circa 50 km dalla cittadina di Hoi An ? Se c’è una cosa che in viaggio non tollero è quella di essere trattato da turista babbeo, di quelli a cui rifilare pacchetti all-inclusive dove ti vengono a prendere in albergo e ti smollano a far vedere tutto ciò che dicono, compresi negozi di cianfrusaglie e ammennicoli inutili uguali a tutte le latitudini del pianeta. Bene l’escursione a My Son è pubblicizzata in ogni angolo di Hoi An dagli abilissimi mercanti locali secondo questa modalità, in particolare le addette al desk dell’albergo si spendono in parole melliflue per rifilarti sto pacchetto omni-comprensivo. Non è per i soldi (che sperpero per decine di altre cazzate) ma D un tratto mi ribello e mi sovviene che ho una carta magica da giocare un personaggio sulla sessantina suonata sempre della gamma del Grande Lebowsky che il pomeriggio mi ha dato uno strappo in moto fino alla spiaggia : lo contatto, concordo un prezzo e via !born to be wild !!!!

La visita è bellissima ma assai breve perché ho già nel carniere la prossima meta: da queste parti, nella regione collinare di Ba Na, sorge una vecchia “Hill station” edificata negli anni ’20 dai francesi per scappare dal caldo asfissiante della pianura. Sul sito ormai abbandonato pare che i vietnamiti abbiano edificato uno spettacolare ponte sospeso di recentissima inaugurazione, luglio 2018 addirittura, di cui parla tutto il mondo ….Mantengo un mio scetticismo perché dalle foto mi pareva una mezza tamarrata ma intanto mi avvio, chiedendo al mitico easy rider Mr Thai di dare una acceleratina al gas. Giunti a piedi delle colline, mi congedo da lui e mi precipito a prendere questa mastodontica funivia con cui scalare i duemila metri di dislivello e raggiungere il ponte Si tratta di una cabinovia entrata già per ben tre volte nel Guinness dei primati, per essere la più lunga (6,5 km), la più veloce (sembra di stare su un aereo) e la più complessa, con le sue articolazioni su 12 diversi settori collegati. La montagna invasa da questa ragnatela di cavi di acciaio rivela ad ogni modo ancora un paesaggio quasi vergine sotto la navicella spaziale sullo sfondo Da Nang con il suo skyline e il mare ma eccomi ormai alla prima stazione, questo benedetto ponte sospeso dall’altisonante nome di “Golden Bridge”due gigantesche mani di pietra levigata sembrano sospenderlo sull’abisso mentre una passerella sospesa nel vuoto è battuta da migliaia di persone per lo più vietnamiti venuti a contemplare l’ultimo disegno di una smisurata voglia di grandeurdevo dire che l’impressione di qualcosa di decisamente tamarro non è smentita ma ad ogni modo serve a rendermi l’idea meglio di tutto di cosa voglia essere una certa parte di Asia oggi uno sconfinato desiderio di sentirsi grandi in tutte le direzioni : grandi nei numeri, grandi nelle dimensioni e nelle citazioni . Pensate che al “Golden bridge” si accede con una stazione chiamata della mega- funivia chiamata “Louvre” e non è che la prima fermata: più in alto, in una sorta di “agorà” sulla collina i vietnamiti hanno costruito, al posto della malandata Hill station coloniale francese, una intera città-lunapark che è riproduzione di una città francese medievale. Sulla scia di Las Vegas e Macao, dove sono riprodotte Venezia a Pompei, qui sull'”agora ” c’è la copia di Notre Dame e del pont Neuf mentre tutto intorno sciamano bande musicali e bambini su slittini e montagne russe un posto di una pacchianaggine sconfortante e demenziale ma che alla fine, in un viaggio così lungo e variegato, sono contento di aver visto

L’orizzonte perduto – Giorno 18 : Hoi An, un anagramma di storia e bellezza

Bene, cominciamo subito col rivelare quale potrebbe essere mai quest’anagramma: semplice Hoi An, mia meta di arrivo, è l’anagramma della mia meta di partenza Hanoi. Simpatico no? Poi sarebbero possibili pure altri anagramma, il più criptico dei quali potrebbe avere come frase introduttiva ” la prima aspirazione del Califfo” (inteso come Franco Califano”: dunque come prima aspirazione avremo non ciò a cui state pensando ma la lettera aspirata H……e tutto il resto è noia (restano le lettere OI AN). Think palillians! Detto questo Hoi An è davvero bellissima: adagiata su un ansa dell’omonimo fiume, si compone di due parti su diverse isolette fluviali unite da ponti. Già i ponti i ponti sono la migliore chiave d’interpretazione per capire Hoi An. Questo bellissimo in foto è il famoso “Ponte coperto giapponese”, una sorta di Ponte Vecchio in salsa nipponica nel senso che come quello fiorentino ospita al suo interno spazi coperti e alloggi che erano la dimora dei mercanti giapponesi. Altri mercanti venuti dalla Cina provvidero invece ad edificare il più grande Ponte Cinese nei cui dintorni decine di barchette si agitano in antichi traffici e più recenti giri turistici. La città è storicamente infatti sede di mercanti sin dai tempi di Marco Polo: i venditori di seta venivano qui da ogni angolo dell’Asia per scambiarla con spezie o venderla a qualche intrepido mercante europeo. Molte infatti le abitazioni in stile francese Ma le case più belle di mercanti sono quelle che appartenevano alle ricche corporazioni di mercanti cinesi, simili quasi a dei templi Erano le sedi di gilde di mercanti divisi per regione di provenienza: quelli del Fujan, dell’isola di Hainan, del Guanzhou e fungevano anche da sacrari religiosi e tribunali. Il per la casa-bottega più bella va comunque ad un mercante locale, un certo Tan Kydi famiglia poverissima e rimasto orfano in giovane età, Tan Ky riuscì a mettere su un’enorme fortuna col commercio di seta, oltre a rivelarsi un benefattore ed un mecenate per la sua comunità. Alla sua morte migliaia di persone da ogni angolo del Vietnam portarono doni nella sua bellissima casa in legno pregiato.

Hoi An è davvero bella e come tutti i posti belli paga un dazio all’enorme sviluppo turistico ma ha saputo ad ogni modo mantenere la sua identità . Poi se il caldo opprimente diventa insopportabile, potete fare sempre un salto sulla bellissima spiaggia di An Bang, di fronte alle remote isole Cham paradiso dei sub per i fondali ricchi di coralli e pesci tropicali. Sorge nei pressi anche il bellissimo sito di My Son, antica capitale del regno ChamE poi sta la ricca cucina locale, una tradizione secolare che inventó secoli orsono il genere cd fusion. Specialità della casa ?nientedimeno il “totano abbuttunato”! Qui però lo guarniscono con carne di maiale, che con 35 gradi anche di notte e umidità vicina al 100% non se ne scende proprio easy ma va bene lo stesso.

Visitate Hoi An!