Il Vello d’oro- Giorno 10- Le Montagne d’acqua

Giorno 10 Una ragazza bulgara che studia a Perugia mi ha fatto notare una cosa non stupida: il 99,9% degli italiani che arriva in Bulgaria, viene per chiavare, io sono stato cazzo di finire a 2400 metri su una montagna dove sta una setta che predica la castità assoluta…..un fenomeno. Comunque se volete il resoconto della giornata, mettetevi comodi che qua la giornata e’stata lunga, e soprattutto non ancora finita. Cominciamo dall’alba, a Kyustendil. Si, addio Kyustedil ci siamo visti mo’, e quando ci vediamo più! Dovevo capire dall’etimologia del nome “terra di Costantino” che non era roba per me, perché a me sto nome rievoca il giardino pieno di erbacce lamiere e rotticcio appena sotto casa mia….proprio un posto del cazzo, volevo provare a rivalutarlo con un bagno all’alba nelle antiche terme romane di Pautalia, ma non ho trovato una persona una che parlasse inglese o una qualsiasi lingua occidentale, e manco che sapesse leggere il nostro alfabeto ( qui usano il cirillico). Così ho provato a far capire a gesti il concetto ma era un’impresa ardua ( provate voi quando fare il gioco dei mimi a far capire “terme romane di Pautalia), così e’ successo un Big misunderstanding, where you switch the cock for the bank of water….e invece che alle terme romane mi sono trovato in un centro di analisi dove stavano tutti sti vecchi, chi si doveva fare le analisi del sangue, chi il tampone delle orine, chi stava in dialisi….Vabbe, andiamo avanti. Parto alla volta delle Montagne d’acqua, i sette laghi di Rila. Prendo un primo bus che mi porta ad una città chiamata Dupnitsa, dove trovo il tempo di rinnovare la mia collezione di lingerie intima comprando uno stock di boxer talmente tamarri da avere potenzialmente sulle donne lo stesso potere che ha la citronella sulle zanzare, le fa scappare. Poi monto su altro bus, dove sta un altro vecchio che ha appena calpestato una cagata ma non provo a spiegarglielo a gesti, dopo lo scotto delle terme romane di Pautalia…alla fine il viaggio finale per le Montagne d’Acqua lo faccio di un taxi improvvisato dove ci sta gente che però l’acqua di una doccia non la vede da un secolo e un vecchio vicino a me con l’alito che tiene sarebbe in grado di far divenire la Bulgaria una potenza nucleare. Sono alla Pionerska e da qui per arrivare sopra, dai Bogomiti, devo prendere una seggiovia fino a quota 2.100 metri. Poi sopra un ulteriore dislivello di 300 metri sarà colmato attraverso un arduo sentiero di montagna. Questa via, una difficile pietraia, può essere percorsa a cavallo ed io già fantastico: il capo delegazione del sud Italia dei Bogomiti che arriva all’accampamento in sella ad un cavallo, uao un figurone! Ma c’è un problema: la famiglia Rom che affitta i cavalli, a me il cavallo non vuole darmelo. Dicono che sta per venire a piovere, io insisto faccio notare che ci sta un sole che spacca le pietre e per poco non mi lascio andare a squallide battute razziste del tipo: ” ah si e chi ve lo ha detto che ora viene a piovere, la zingara?”. Ma non c’è verso, niente cavallo e mi devo sciroppare a piedi la camminata che fa circa 3 km su un terreno accidentato e con un zaino di 20kg in groppa. Naturalmente dopo poco si avvera la divinazione della zingara e si scatena il pata-pata dell’acqua, e come se non bastasse attaccano i fulmini e scende una nebbia pesta, che riduce la visibilità a pochi metri. Sono solo nella tormenta in alta montagna e giusto per non farmi mancare niente, col mio abbigliamento assolutamente inadeguato e le scarpe basse, sono un potenziale boccone perfetto per le vipere che qui dilagano. Penso che se sono qua a scrivervi lo devo a chi ha avuto l’idea di segnare di rosso le pietre sui sentieri battuti, qualsiasi altro colore non era riconoscibile nella tormenta e a quest’ora stavo ancora la’. Ho pensato davvero che non ce l’avrei fatta in parecchi momenti, poi dopo circa un’ora e mezza ho udito nella nebbia il nitrire di un cavallo, e poi e’ apparsa un tenda. Era color acqua marina ma io la rivedo ora come rossa, come quella dell’ammiraglio Nobile, perso al Polo Nord. Poi appaiono altre tende, una moltitudine: ho raggiunto l’accampamento della setta dei Bogomiti! La nebbia si dirada e la pioggia cessa, ed appare un luogo di bellezza maestosa: 7 laghi glaciali di alta montagna, ognuno con un proprio nome e ammantati di esoterismo, il lago Occhio, il Rene, la Lacrima , il Fegato, il Cuore, il Pesce, quello di Sotto, gli altri non li ricordo. Per ora ho visto solo il Pesce e il di Sotto ( il primo che fa la battuta il pesce di sotto e’espulso dalla pagina), domani vedo gli altri. Qui vi sta uno chalet in legno nel quale soggiorno in camerata con altri dieci cristiani e dove non ci sta l’acqua calda ma il wi fi si. nella mia camerata ci stanno 5-6 bogomiti, ms il resto delle truppe sta accampato fuori, in tenda al freddo e al gelo. in mezzo a due di questi laghi, domani alle 10 i Bogomiti daranno vita al Paneurytmia, una danza evocativa magica….sono un po’ diversi da come li immaginavo sti Bogomiti. Io pensavo fossero una setta New Age, sono molto di più: sono degli eretici. Il Bogomilismo ( da cui il corretto nome di Bogomili) e’ un’eresia svilippatasi nel X secolo, per opera di un certo Basilio, che spingeva per una rilettura delle Sacre Scritture in senso originario, con una divisione strutturale tra il Bene e il Male. Le due idee si diffusero veloci come l’umidita in un muro nel regno di Costantinopoli e ben presto Basilio fu condannato a morte in pubblica piazza a Bisanzio. I molto suoi seguaci Bogomili furono dichiarati eretici e braccati per due continenti, arsi sul rogo e torturati a migliaia….ogni anno, e la ricorrenza e’ domani, i discendenti dei Bogomili massacrati si radunano qui sui sette laghi di Rila e danno luogo a questa danza evocativa dei loro morti, ch credono nascosti nelle profondità di uno dei laghi, il Rene. La danza si chiama il Paneurytmia e comincia domani alle 10. Potete pure verificare il tutto su google se credete. Bravo Palillo volevi qualcosa di originale, sei finito in mezzo ai discendenti di una setta di eretici del X secolo su una montagna sperduta in Bulgaria….ma che capa di merda che tengo…..questa notte e’atteso l’arrivo del Re dei Bogomiti, il discendente di Basilio il Saggio. la seggiovia riapre apposta per lui e noi scenderemo con le fiaccole a prenderlo, poi domani all ‘Alba cominciera la danza attorno al lago…..ok ma niente paura, questi sono stati dieci secoli fa sterminati dal Vaticano, che grosso modo in Italia sta come me. Ma in Italia c’è stato pure un filosofo, nato a Nola, e bruciato sul rogo come eretico il primo gennaio del 1600. Si chiamava Giordano Bruno. Ora mi tornano tutti i conti: le fiaccole di notte, il girare in circolo….in girum imus nocte, et consuminur igni, la frase palindroma più bella mai scritta. Andiamo in giro di notte, e il fuoco ci consuma. Che abbia inizio: questa sarà la Notte dei Bogomiti viventi

Northern lights- Kiruna, la Chernobyl dell’Occidente

La Bruttezza è un valore secondo me. Può esserlo quando essa è assoluta, oggettiva ,incontenibile, deflagrante. Ecco quella di Kiruna è una bruttezza deflagrante, poi approfondiremo perché. Diciamo subito che Kiruna, 200km a nord del circolo polare artico, entrerebbe nella top five dei posti più brutti mai visti. Ma io lo sapevo e me la sono andata cercando. Avevo preso d’occhio questa città di minatori dal clima impossible epicentro della regione Sami circondata da una bellissima natura ma posta come una sorta di tazza di cesso al centro di una sfilata di modelle, un cratere infernale che si apre nel centro di una foresta a delle viscere ricolme di metallo. Le città dei minatori sono quasi tutte bruttissime: recano la fretta di insediamenti pioneristici ma poveri, baracche buttate lì alla rinfusa per accogliere sciagurati di mezzo pianeta disposta per salari men che accettabili a seppellirsi nelle viscere della terra per l’estrazione di qualcosa di prezioso . La distopia assoluta dove prima o poi andrò si chiama Omyakon, in Jacuzia a nord figuriamoci della Siberia: il posto più freddo abitato, temperature di meno 57 per pochi nugoli di baraccati chiamati a lavorare lo in miniera. In questo Kiruna ha un primato : sorge sopra la miniera più grande de mondo, un gigante grande quanto Milano di nera pietra gelata che ogni tanto trema, vibra, si contrae e si allarga quasi vivesse di vita propria. A Kiruna ci sono i sismografi. E tra poco Kiruna, almeno il suo antico insediamento, non esisterà più: verrà spostata di peso qualche km più in là, in questo immenso pianoro gelato dove lo spazio non manca. Tutto verrà trasportato, le case, la chiesa e persino il cimitero . E tutto molto in fretta, perché sta per scendersene tutto. Trasloco gentilmente offerto dalla potentissima azienda che gestisce la miniera e che ha bisogno di allargare lo scavo così da risucchiare la città dentro il gigante sotterraneo di ferro. La cosa credo sia perlomeno traumatica per la popolazione locale, che provo a fissare negli occhi ora in un caffè, in effetti paiono come depressi, disorientati, spiantati. Il pavimento su cui siediamo tra qualche mese si aprirà è finita dentro una miniera profonda km e km . in questa opera di trasformazione e alterazione completa della natura e dei luoghi per mano umana, Kiruna vive una tragedia a basso impatto, controllata e ammorbidita ma pur sempre dolorosa , una sorta di Chernobyl dell’Occidente. Inviato da iPhone

Northern lights – Stockholm, beauty on water

Ogni luogo si lega irrimediabilmente ad uno dei 4 elementi alchilici
( terra. aria, acqua e fuoco) ed esso e´per Stoccolma
inequivocabilmente l´Acqua: la vedrete apparire come una sorta di
pavimento liquido già all´uscita del tunnel della metropolitana e non
scomparirà mai più dalla vostr vista ovunque vi rechiate. I tanti ed
eleganti palazzi poggiati agli angoli del difforme manto color
cristallo paiono la ovvia traslazione delle vecchie palafitte dei
Vichinghi che colonizzarono anticamente il sito per erigerlo a base di
partenza per le mete più disparate, una rampa di lancio per un futuro
di potenza. Il panorama architettonico per la verità si presenta in
maniera piuttosto eterogenea, unendo a scorci di architettura gotica
avventure sul genere design ipermoderno che talvolta scade in
albergoni trash consacrati a quel gusto che pare esistere come tempio
innalzato all´ Italiano tamarro medio che sverna tra Dubai e Sharm El
Sheik, ma sono eccezioni.
Si, perche´cominciamo a dirlo a chiare lettere: Stoccolma
e´bellissima, protes sull´acqua come una sirena nordica e dispiegate
su tante isole una diversa dall´altra. Si, ognuna delle isole di
quelle che e´un vero e proprio arcipelago pare consacrata ad un gusto
ed incarnare un suo stile, un suo messaggio di innovazione o
conservazione. Io scelgo quella di Gamla Stan, il centro storico e
vecchio cuore pulsante di quella divenuta col tempo una mordiba
metropoli a misura d´uomo. Ci metto un po´a scegliere l´albergo
giusto, riservandomi come sempre la felice prerogativa di non
affidarmi alla selezione via internet ne all´ansia prenotatrice di
tutto in anticipo, ed alla fine la scelta giusta la azzecco: un
bellissimo alberghetto in peino centro storico denominato The
Collector, i “collezionisti”, giacche´ogni angolo e´addobbato con
centinaia di oggeti collezionati lungo le rote nautiche dei mari di
mezzo mondo, in particolare i mari del Nord. Ancore, sestanti,
ottanti, mappe nautiche, ossi di balena e narvalo, qui al Collectors
non viene mai voglia di prendere l´ascensore perche´salire le scale
e´come aggirarsi per un museo. Un bel pezzo da collezione lo tengono
pure alla reception devo dire con sto gentilissimo esemplare di
biondona scandinava che rende la scelta pressoche´irrinunciabile. Dopo
poco realizzo pure di essere a pochi metri dall´Accademia del Nobel,
dove questa settimana assegnano i premi. Vedo le luci di quello ch
pare un normale ufficio, a trati pare quasi di sentirli confabulare,
eminenze della scienza e della letteratura e altri disparati rami del
sapere. Abituato da mesi a Capri al chiacchiericcio isterico del
toto-contagiati, se e´stato infettao questo o quel cristiano,
evoluzione patologica del toto-cornuti e della narrazione di tutte le
infedeltà coniugali endemica dei piccoli posti di provincia, mi pare
un balzo in avanti enorme..
Una cosa che colpisce da subito di Stoccolma e´come paia pensata per
essere vissuta tutta all´ aperto, un po come notato in altre capitali
nordiche come Copenaghen o anche Amsterdam, sebbene la latitudine o il
meteo certo non favoriscano almeno a prima impressione una simile
impostazione. Ma il vedere centinaia di locali correre all´aperto alla
prima vrenzola di sole, i bambini sciamare nei tanti bellissimi ed
attrezzatissimi parchi vale a rendere più salda l´ímpressione. Forse
e´un pregiudizio di noi latini quello di immaginare qualsiasi cosa a
nord di Milano come una tundra ghiacciata dove regnano orsi polari e
foche. Queste ultime per la verità ci stanno e fanno capolino ogni
tanto nel limpidissimo mare. Stupendi ed allestiti con eccezionale
maestria i musei, danno un´impressione che persino da una pantosca di
terreno con un po di muschio sopra riuscirebbero a trarre qualcosa di
appassionante alla vista di un turista. Eterogenea e multiculturale la
vita notturna, almeno a prima vista un modello assai ben riuscito di
integrazione e melting pot. Difficilmente ho visto una città più
vivibile, a condizione ovviamente di avere risorse perche´i prezzi
sono piuttosto scandinavi. Stockholm, beauty on water

Northern lights

Ritengo che la visione del mio zaino lurido e difformemente rigonfio di vestiti rigorosamente stipati a casaccio abbia innescato in me una reazione equiparabile a quella del sottoposto alla misura carceraria del 41bis che si trova a contemplare la sua mogliettina uscire ammiccante dalla doccia .

Probabile e legittimo invero che il contesto possa suggerire immagini più suggestive ed edulcorate ma preferirei rimanere su quella delle pulsioni sessuali dell’ex ergastolano che accede al regime di semilibertà, perché pare compendiare tutti gli aspetti dell’epifania “zainesca” incluso quello sprigionarsi di endorfine del buon umore tipico dell’after sex.

Insomma me ne parto, finalmente e nonostante tutto; e aggiungerei pure che mai come stavolta sento sia giunto il momento di farlo, al termine di un’estate che pare come essermi collassata dentro nonché con la poco lieta sensazione di essere attorniato da una (pur comprensibile) nevrosi dilagante. Più che altro credo sia giunto il momento di rompere con un certo ordine di idee, quello in cui la forza motrice di ogni azione anche la più banale è la Paura. O meglio la Paura pare essere divenuta inevitabilmente il motore di ogni inazione, un lento rotolare verso la Stasi, intesa non come polizia segreta della ex Germania est ma come incapacità di muoversi, poco congeniale a me personalmente che manco quando dormo riesco a stare fermo . Ma meglio tralasciare i chiasmi pseudo-filosofanti e non infilarsi nelle sabbie mobili di discorsi complessi, ben consapevole che alla parola “paura” ben potrebbe sostituirsi quella di “ragionevolezza” o “responsabilità”. Diciamo che mi sono limitato a constatare con sufficiente criterio che prendere un aliscafo o un vagone della circumvesuviana gremito di ineleganti corpi sudaticci, come per forza di cose si deve per necessità, non è meno insicuro di un trekking in una landa semideserta oltre il circolo polare artico . E con questo d’ora in avanti faccio valere la cd “regola zero” già adottata con successo per le cacce al tesoro: quella per cui non faró più alcuna menzione a nulla attinente il Covid. Il problema che si pone è tuttavia ora un altro: è che mi sono fatto sgamare dove sono diretto, quando parlo di passeggiate in posto freddi e pieni di natura. Insomma è arrivato il momento di spiattellare il programma, almeno in linea di massima. Sto per atterrare a Stoccolma, che si preannuncia bellissima come una nordica sirena protesa sull’acqua: qui le cose da fare si preannunciano davvero tante ma meglio non spoilerare e andarle a scoprire un po’ per volta .
Di lì mi sposterò poi nella regione centrale, quella più tipicamente svedese di Umea e Upsala e dei grandi laghi per poi deviare verso il mare occidentale, ove affiora una bellissima e relativamente selvaggia costa detta del Bohuslan. Con un cuoppo di gamberi bolliti ben saldo tra le mani mi dovrò poi spingere verso la metà ultima e meglio caratterizzante del viaggio: il Grande Nord svedese, quella entità geografica trasversale a vari stati conosciuta come Lapponia e ove vive la minoranza etnica dei simpatici Sami, grandi allevatori di renne e a cui è ricollegabile anche la leggenda di Babbo Natale. Dalla loro capitale, Kiruna, si riparte uno sgangherato ed obsoleto treno a vapore, residuato di epoche passate e che puzza ancora di miniera, diretto ad un paesino chiamato Abisko. Esso pare sia, per svariate ragioni climatiche, il posto migliore per l’osservazione di un fenomeno atmosferico che cattura la vista e la fantasia, nella sua assoluta incomprensibilità almeno a noi profani: quello delle northern lights, le magnifiche aurore boreali . Insomma, non sarà accattivante come una calata in Amazzonia o una corsa a cavallo nella steppa mongola ma chest passa il convento anzi il virus e, carta geografica alla mano, questo è il posto più lontano dove attualmente ci si può spingere al netto di restrizioni.
Ah vi sarebbe un’altra cosetta: dal paesino di Abisko si dipana un percorso giudicato tra i più belli al mondo , un trekking di 240km fino al fiordo norvegese di Narvik, detto il sentiero del Re perché percorso all’epoca da un regnante in fuga braccato dai nemici . Vista la stagione e l’inclemenza dell’inverno scandinavo appare impensabile percorrerlo ora per intero, tuttavia vi è una chicca segreta che non può catturare la mia attenzione. Pare infatti che il nostro re fuggitivo abbia nascosto da quelle parti un mai rinvenuto tesoro…

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Il Vello d’oro- Prologo

che ci siamo! E’ alfine arrivato il tanto agognato momento, il giorno più bello dell’anno forse per quel che mi riguarda, di sicuro il momento che preferisco di ogni viaggio, quello in cui riempio lo zaino di cose e di sogni.
Dove vado? beh se vi armate di un bel di pazienza ve lo spiego….Mi sono inventato questo bel viaggione pieno zuppo di mitologia e imprese epiche degne di un eroe omerico, con cui il prode Palillo dovrà confrontarsi se vorrà arrivare alla meta finale.
Allora l’idea è quella di salpare domani da Bari alla volta dell’Epiro, Grecia del Nord, per raggiungere alla spicciolata la prima metà, una sorta di preludio al viaggio dal forte valore simbolico: l’Acheronte. Trattasi del fiume che gli antichi greci credevano delimitasse il regno dei morti e sul quale navigava Caronte (inteso non come anticiclone portatore di bafuogno ma come traghettatore portatore appunto delle anime dei defunti). Il fiume esiste realmente, in una regione al confine tra Grecia e l’Albania e ha una bella gola profonda (ahaha) che percorrerò a piedi fino ad un sito di necromanzia ove è l’ingresso al regno dei Morti; lì evocherò a me le anime di coloro che devono guidarmi e darmi la luce in questa folle avventura: Giasone e gli Argonauti.
Volgerò poi a nord e, attraverso un luogo chiamato la Foresta di Pietra, raqgiungerò la prima tappa vera e propria, l’Albania. Qui incontrerò un mare cristallino e coste tra le più selvagge e inesplorate del mediterraneo e u bellissimo sito archeologico di recente tirato alla luce, Butrinto. Ancora qui sul tempio di Athena chiederò agli dei di non essermi ostili. Mi lascero poi alle spalle il mare Nostrum e mi addentrerò nel paese delle Aquile. Poco dopo dovrei raggiungere un luogo pieno di mistero e di mitologia, la Sorgente dell’Occhio Blu. Si tratta di una sorta di geyser che da origine ad un lago di cui nessuno è riuscito ancora a misurare il fondo. M’imbatterò poi nella Fortezza d’Argento, Argirocastro, città medievale albanese che ha ispirato la saga dell’Armata Brancaleone ( ricordate io feudo di Aurocastro’). Da qui si diparte poi una strada impervia e unica attraverso centinai di km per monti, bunker e fortificazioni. Chi l’ha percorsa parla di una sorta di Muraglia Cinese, ma a costruirla furono gli italiani durante la poco gloriosa campagna della seconda Guerra Mondiale, tant’è che ancora oggi si chiama la Strada Fascista. Giunto bello stracquato che sarò alla fine sulla sommità di una montagna (ove dicono fanno una birra che non ha nulla da invidiare alla Guiness), vedrò apririsi sotto i miei occhi la mitica piana di Pelagonia e due laghi, uno più bello dell’altro ma entrambi in un altro paese, la Macedonia. Varcata la frontiera, farò rotta sul lago di Prespa, ove sorge un’altra tappa molto attesa, Golem Grad, letteralmente la Grande Città, in pratica un’isola disabitata dagli uomini e colonizzata solo da serpenti. Da li mi sposterò poi all’ antica Lychidnos,l la Città della Luce, oggi chiamata Ohrid e che da nome al lago omonimo. Sembra sia un luogo di straordinaria bellezza e vi farò base per 2-3 giorni per visitare i dintorni, che contano parchi naturali monasteri e strambi luoghi tipicamente balcanici, come la strampalata Repubblica di Vevcani, un peasino di montagna i cui abitanti proclamarono all’indomani della disgregazione della Jugoslavia una loro stampalata repubblica autonoma, non riconosciuta da nessuno stato estero a parte loro stessi.
Verrà poi la volta di una tappa molto attesa, Bjisket i Nemuna, le Montagne Maledette. Si tratta forse del secondo luogo più difficile da raggiungere in Europa (nel primo ci capitò più avanti), un remoto lembo di terra incuneato tra Albania, Montenegro e Kosovo ma mi pare di aver capito che da queste parti i confini non sono che una linea immaginaria nella testa dei geografi occidentali. Qui vivono comunità di pastori che applicano un antico codice di leggi, il Kanun, fondato sull’Onore e il diritto di faida ma anche sull’Ospitalità. Arrivare alle Montagne maledette è un’impresa non da poco, con un viaggio in furgone, seguito dalla risalita di una gola di un fiume in barca e poi lo scavalcamento di un passo in quota a dorso di mulo. Sembra ci sia un’ unica persona che faccia da guida agli stranieri verso questi luoghi, tale Lulash Bush, con cui poco fa ho avuto persino una strampalata conversazione telefonica, di questo tenore: ” ..hallo hallo..do i speak with mr Bush?” e lui: “Si, ma se tu dice me io presidente di America, io taglia tu testa”….questa per intenderci sarebbe di tutto il viaggio la sola cosa che assomiglia vagamente, molto vagamente ad una prenotazione o una riserva. Ad ogni modo nelle Montgne Maledette dovrei stare un paio di giorni, per poi, pensate che figata, imboccare un sentiero della retroguarduia dei miliziani dell’UCk ai tempi della guerra del kosovo, per entrare poi in Kosovo appunto attravreso la spettacolare Rugova Gorge. Il Kosovo mi ospiterà il tempo necessario a visitare bellissimi monasteri e moschee, quelli rimasti e la città martire di Prizren, detta la “piccola Sarajevo” per la sua composizione etnico eterogenea e lo stesso destino di distruzione e morte.
Verrà poi una fase del viaggio in cui dovrei ammollarmi a tutta una serie di eventi assolutamente singolari. Innanzitutto passerò da Skopje, dove sono sarò molto onorato di partecipare ad un matrimonio di persone locali, invitato dal padre dello sposo noto artista frequentatore di Capri. Poi mi direzionerò in Bulgaria, e qui la cosa a cui mi devo ammollare è da raccontare ai nipotini se mi riesce. Esiste questo luogo molto bello, detto le Montagne d’Acqua, ammantato di misticismo e magia. Si tratta di 7 laghi di montagna ove ogni anno, nella notte tra il 18 e 19 agosto si raduna una setta strana, detta dei Bogomiti o Deanoviani dal loro fondatore Peter Deanuov. Danzno in cerchio tutta la notte intorno al lago eseguendo misteriosi rituali. Frequentando il loro forum in maniera del tutto casuale, sono stato scambiato per un loro adepto e mi arrivano mail del tipo : “Fratello Palillo, l’ora della grande Illuminazione s’approssima, vieni e apri il tuo cuore all gioia…” E vabbuò mo vengo, sarò il capo-delegazione della fantomatica sezione del Sud Italia dei Bogomiti, che conta un solo iscritto finora, indovinate come si chiama…Mah, il nome della setta è la Fratellanza Bianca, io penso sarà una di quelle cose scopereccie new age, se poi mi trovo in una setta di nazisti omosessuali venitemi a cercare.
Verrà poi la bella città di Plovidiv e i monti Rodopi, ove Orfeo incantava col suo strumento le creature e ove sembra sia uno deigliori posti al mondo per fare una cosa che sogno da tempo: avvistare un orso. Sarò ormai in Tracia e raggiungerò in Turchia Edirne,ove si sfidano in gara lottatori cosparsi di olio di oliva. Ma sarà ormai vicina Istanbul, ove mi ammollo da un amico che mi ha promesso di portarmi al gezi park prima che scompaia. Cose che vanno a scomparire saranno il leit motiv di tutto l’attraversamento dell’Anatolia, per il quale ho diverse opzioni al momento sulle vie da percorrere. La più probabile al momento passa per la fiabesca Safranbolu, da cui viene lo zafferano, e Ankara, ove il bar più figo nientedimeno si chiama qube cafe. Da qui poi mi inoltrerò nel profondo Sud Est della Turchia, una regione sconosciuta a molti delgi stessi Turchi. Esiste una città santa ove nuotano carpe giganti nel Tigri, Sanliurfa. Una montgna con misteriose teste scolpite sulla sommità. E siamo ormai in Mesopotamia (anche se oggi prende il poco rassicurante nome di Kurdistan), quindi dopo il Tigri ci sta l’Eufrate e bordeggiando un confine poco simpatico quello con la Siria,incontrerò le antichissime Mardin, Mydita e Hasankeyf, che spero di fare in tempo a vedere giacchè scompariranno sotto una diga….Dalla capitale del Kurdistan Diyarbakir, costeggiando u altro confine bello tranquillo, quello con l’Iraq, raggiungerò la antica capitale del Regno Urartu, Van, che sorge sull’omonimo lago e ove esiste una razza di gatto unica al mondo bianca e con gli occhi di diverso colore. Costeggiando poi verso Nord il confine con L’Iran (dove se trovassi come avere il visto sogno di piantar la bandierina almeno un giorno), passate le scascate del Muradiye mi apparirà ormai maestoso dinanzi il monte Ararat, ove si posò l’arca di Noe. Sarò quindi ormai in Armenia, ove sta la antica capitale del regno armeno, distrutta dai mongoli di Ghengis Khan, la mitica Ani. Da li attraverserò i selvaggi monti Kackar, ottimi per il rafting e d antipasto delle montagne per antonomasia, il Grande Caucaso, metà finale. Entrerò in Georgia dalle parti di Trebisonda e dopo aver attraversato ancora monti, valli fiumi e luoghi di straordinaria bellezza, alla fine arriverò in un’inaccessibile regione, in una repubblica autoproclamasi detta Abkazia, ai confini della cecenia. Qui sta la regione dello Svaneti, isolata da secoli con il resto del mondo, con scenari da Signore degli Anelli, con i villaggi abitati più alti di Europa,ove gli abitanti parlano una lingua che deriva dal sumero e hanno una serie di bizzarre tradizioni, la più importante delle quali rappresenta il motivo del mio viaggio. Sì, perché giunto qui, alla fine lo troverò, sì lo troverò…..poi mi allungo un attimo nella bella capitale Tblisi e prendo una low cost per Roma, oppure se dovessero avanzare tempo e soldi (ne dubito) mi prendo una nave cargo che attraversa tutto il mar Nero indietro fino alla foce del Danubio dall’altra parte, proprio come fecero loro….. Scusa ma loro chi? e cosa è che devi trovare? Eh giustamente dimenticavo, perché lì, in quella regione nei monti del Caucaso dove parlano sumero, sembra che i fiumi siano gravidi di oro e la gente del posto setaccia i corsi d’acqua con delle pelli, dei velli di pecora o montone, ancora oggi esattamente come 3000 anni fa, quando qui nella Colchide sbarcarono gli Argonauti e trovarono il vello d’Oro. Molti secoli dopo tocca a me ripetere questa avventura e ripercorrere il viaggio degli Argonauti. Ed orsù dunque, parti prode Palillo, alla ricerca del Vello d’Oro!!

El mundo perdido- giorni 19 e 20: la fine del mondo

Fino ad oggi ero solito ripetere a me stesso e a chi me lo chiedesse che il posto più bello del mondo fosse la baia dei Faraglioni di Capri non lo dirò più e non certo perché non ami più quel luogo, ma il motivo è presto detto Machu Picchu prima ancora che un luogo magico è un luogo comune. Nel senso che possono adoperarsi per esso tante di quelle frasi fatte definibili come tali ed ognuna di esse qui riesce a trovare un fondo di verità. Proviamo a vedere quali: “è un luogo che toglie il fiato”, vero e a quello ci pensa già l’altitudine tra l’altro; “è un luogo ove andare almeno nella vita”: assolutamente, capisco chi non ne ha possibilità, diversamente potreste un giorno finire a rimpiangere fino all’ultimo minuto e all’ultimo spicciolo buttati su qualche cesso di spiaggia di Sharm El Sheik o delle Canarie, pensateci finché siete in tempo; “non vi sono parole per descrivere un luogo così”, no, questo non lo accetto, non è un luogo comune ma una menzogna: vi sono sempre parole per descrivere la bellezza, proviamo a trovare quali. La prima cosa che noti arrivando qui è che si tratti di un luogo davvero inaccessibile, di conseguenza questo arrivare è lungo e tortuoso perché gli elementi della natura paiono essersi messi di impegno a disegnare un paesaggio impossible. Passata Ollantaytambo, il fiume Urubamba si incassa entro montagne altissime orlate da ghiacciai, solcando una valle sempre piu profonda stretta si che a fatica si riesce a vedere il cielo la valle è così angusta che vi è posto solo per la ferrovia e un cammino a piedi mentre nessuna strada carrozzabile arriva qui. Già il treno: questo è davvero il viaggio in treno più bello del mondo, a capofitto in queste valli come trascinati dal fiume verso una destinazione finale così leggendaria. Della bellezza paiono consapevoli anche gli operatori ferroviari peruviani che applicano a questa tratta tariffe da paesi scandinavi. Il fiume prende poi a disegnare come una spirale inarrestabile in una giungla sempre più fitta, fino a sbattere contro una diga, opera di ingegno notevole attesa la conformazione dei luoghi. Da questo punto, noto a tutti gli appassionati di trekking come “la Hidroeletrica” si scende come lungo una specie di cascata soft all’univo insediamento umano nel raggio di un centinaio di km, Aguas Calientes. A tale suggestivo nome non fa seguito alcun bellezza ahimè del luogo, sviluppatosi frettolosamente come un groviglio di calcestruzzo per l’offerta ai turisti in visita al Machu Picchu. Nella sua bruttezza e nella sua spendita di cemento mi ha ricordato certe città turistiche della Thailandia. Eppure il borgo avrebbe avuto modo di essere assai più bello, bagnato da questo fiume magico che qui incontra certe bellissime pietre dalla forma rotonda su cui si infrange in bianche spume ma fa niente, la sua bruttezza verrà dimenticata presto dallo tsunami di bellezza che sta per travolgervi. L’alba del giorno di ascesa alla montagna sacra vengo svegliato dal cinguettio di un bellissimo uccellino rimasto prigioniero nel bagno ha la testa variopinta di mille colori e lo associo ad un messaggero divino mandato dagli dei che sovraintendono alla Vecchia Montagna. Lo leggo come un presagio benigno. Assai più funesto si rivelerà nella lunga e faticosa ascesa alla Porta del Sole l’invio divino di certi inafferrabili moscerini verdi simili a diavoli volanti che mi tempestano di dolorosi morsi le mani . Ah già la Porta del Sole: un nome così lascia molte aspettative in chi legge, che credo di poter ripagare è il luogo da cui vedrete apparire il sito noto come Machu Picchu, anche se esso è in verità il nome della grande montagna su cui si trova la Porta del Sole e da cui è scattata questa foto stessa. Quel famoso colle che domina la città ha invece il nome di Wayna Picchu, che significa “giovane cima” mentre “Machu” sta per vecchia. da qui tocca finalmente scendere e tuffarsi in qualcosa dalla bellezza irreale. L’ultima parola che viene da usare per descriverlo è “rovine” o “resti”, perché quelle mura, quei templi incredibili, quelle pietre pare di sentirle respirare, sanguinare la torma vociante di turisti riesce qui a scalfire solo minimamente la bellezza e il rapimento estatico. State pur certi che se avrete la fortuna di venire qui e scendere dalla Porta del Sole a Machu Picchu, vi passerà tutta la vita davanti e non potrete fare a meno di piangere. simbolicamente il mio viaggio finisce qui, nel posto dove un viaggio può solo finire, non iniziare. Per la verità mi aspetta ancora qualche giorno dove dovrò recuperare un bagaglio sparpagliato per mezzo Sudamerica, tra Lima, Cartagena e Bogotà, l’emozione di un tramonto sul Pacifico e qualche altra avventura che eviterò di raccontarci, perché Machu Picchu è il luogo dove tutto ha fine E’ stata una gigantesca avventura vissuta a 1000 all’ora tra scenari che è difficile immaginare più diversi, rimbalzando per 3 settimane tra i Caraibi e le Ande, le giungle avvolte dalle nebbie e le città soffocate dallo smog.Scrivere il diario mi aiutava come sempre a ricostruire ciò che stavo facendo ma stavolta è stato difficile perché davvero gli stacchi drastici di scenari incredibili rendevano arduo il compito. Ognuno di essi è stato a suo modo un “mundo perdido”, dove tuttavia ho capito di non aver perso la mia Libertà

El mundo perdido- giorno 18: in bici tra le Montagne Sacre

È patrimonio comune dai tempi incaici la proprietà terapeutica della foglia della pianta di coca nel curare l’organismo e abituarlo all’altura. Così ancora oggi qui in Perù come in altri paesi andini si usa servire questo tea ricavato dall’infusione di foglie di coca, che vengono messe nella tazza così intere bevuta così la pianta non rilascia alcun effetto allucinogeno, quelli dati dalla famigerata cocaina, per ottenere la quale è necessaria una reazione con sostanza alcaline. Può ancora oggi capitare di vedere indios della costa raccogliere conchiglie dal mare, perché sminuzzandole e mescolandole con la foglia di coca, si ottiene una sorta di droga grezza. La sola foglia è invece un vero toccasana per l’altura ed è consumata pressoché ovunque dai tempi degli Incas. È doppiamente un peccato che questo popolo si sia estinto perché non ha fatto tuttavia a tramandare la conoscenza di un secondo effetto che la pianta assicura all’organismo: la cacarella. Bere sto tea ne assicura, almeno a me, una da record, un brutto viatico oggi che si torna in altura per un fantastico cross in Mountain bike di diversi siti Inca. a condurmi sulla cima di questa montagna, di fronte al ghiacciaio Veronica, è una scalcagnata brigata di ragazzi locali, che da improvvisarsi agenzia per sport estremi: uno guida, l’altro viene con me in bici e il terzo cazzeggia tutto il tempo a tel. Da qui scenderò in due siti diversi non troppo distanti l’uno dall’altro e accomunati dal comune denominatore di essere delle testimonianze dell’altissimo livello scientifico raggiunto da questo popolo, una sorta di livello proto-industriale. Apro la porta ad un insensato rimpianto: se avessero sviluppato la loro tecnologia in direzione degli armamenti, chissà forse questa magnifica cultura sarebbe riuscita a rintuzzare l’invasione dei bastardi venuti dall’Europa a sterminarli ma preferirono dedicarsi allo studio delle leggi della natura e della produzione compatibile, come nel caso di questo straordinario sito abbiamo qui di fronte un vero e proprio laboratorio di produzione alimentare ad altissimo livello di scientificità: ognuno di quegli anelli concentrici ospitava una specie di pianta da coltivare è studiato che ad ogni livello corrisponde una certa temperatura per via dell’esposizione al sole e per effetto dell’irrigazione che ne era fatta. Così andando dal basso verso l’alto ogni cerchio aveva una temperatura di 0,5 gradi più bassa del precedente: le piante venivano allevate e piantumate da un cerchio all’altro di anno in anno, per studiarne la crescita e il livello di produttività. Riuscite a realizzare di cosa erano capaci i “selvaggi”, “gli uomini-scimmia” come erano descritti dalla stampa dell’epoca nonché dai filosofi ed esponenti del clero e della chiesa? il sito prende il nome di Moray, che in lingua quechua indica una patata essiccata, di cui presumibilmente venivano ottenuti qui tantissimi esemplari anche nei secoli seguenti all’invasione. È un luogo incedibile, credetemi. ma è tempo di saltare in sella alla bici e buttarsi a capofitto lungo una pietraia verso il nuovo sito. Col mio fidato sherpa della bici, un ragazzino indio di nome Richard, raggiungiamo infine un paese chiamato Moras un luogo bellissimo, con viali assolati che paiono perdersi nel cielo. Qui le donne del paese vendono l’unico prodotto che questa terra donaqualcosa che ai tempi era fonte di straordinaria ricchezza e prosperità, tanto da essere venerato come un Dio: il sale dopo un’altra galoppata in bici si apre alla vista una striscia bianca rilucente. Pare una sorta di vagina della Madre Terra da cui viene partorita questa enorme ricchezza. siamo in mezzo a montagne di 4000 mila metri, lontanissime dal mare ma piene di questo oro bianco rimasto intrappolato qui in epoche geologiche precedenti. Il ragazzo mi spiega che questa miniera, ovviamente risalente agli Inca, basta ancora oggi al fabbisogno di sale di tutto il Perù. Gli Inca si sono estinti ma hanno lasciato le basi per lo sviluppo industriale della terra che abitavano. Segue poi un momento che mi ha commosso: il ragazzo entra nella miniera e prende a parlare con una donna che vi lavora era una conoscente di sua nonna, che ha lavorato qui 60 anni fino a morire per complicazioni polmonari, dovute suppongo al troppo inteso lavoro qui. Percorrendo la miniera da sotto a sopra su una strada deserta, abbiamo pure tempo per uno “sciavichiello” del prezioso sale, che affiora dal terreno come rugiada la via fino a valle si fa ora davvero bruttina e ripida ed è davvero dura rimanere in sella ma eccoci ormai al fiume Urubamba, dove una comunità di indio prepara un afrodisiaco cioccolato al sale di tempo ne resta poco, quello necessario a saltare giù dalla bici e partire in treno per la prossima destinazione, non proprio una qualunque…..Io ho sempre amato il treno, ricordo da bambino i viaggi con la famiglia verso la neve: passavo le notti sveglie a guardare dal finestrino il treno risalire l’Italia e ancora oggi saprei dire a memoria i nomi delle stazioni una ad una. Ora mi sta per toccare quello che è reputato il viaggio in treno più bello del mondo, e non riesco a trattenere le lacrime si, sono diretto lì e so di essere un uomo estremamente fortunato

El mundo perdido – giorno 17: Ollantaytambo, la Stalingrado degli Inca

Corre l’anno domini 1536. La campagna di invasione spagnola prosegue trionfalmente, il conquistador Francisco Pizarro risale le valli andine radendo al suolo intere città e sterminando dal primo all’ultimo i suoi abitanti. Poi un giorno le truppe spagnole arrivano qui, in una città chiamata Ollantaytambo, il cui re è conosciuto col nome di Manco Incaa Manco Inca non passa manco per il cazzo di arrendersi, anche perché perfettamente consapevole che gli toccherebbe alcuna sorte diversa dalla morte laddove deponesse pacificamente le armi. Ma per mantenere vivo se stesso e il suo regno bisogna sconfiggere gli spagnoli e l’impresa non pare alla portata dei suoi miseri e mal equipaggiati soldati. Soprattutto pare impossible fermare quella che è l’arma di distruzione di massa dei tempi , la cavalleria spagnola che già a Vilcabamba e a Cajamarca tre anni prima aveva fatto strage a migliaia di nativi, che mai prima avevano visto un cavallo. Atahualpa, re di Cuzco, era stato giustiziato tre anni prima, catturato in battaglia e Manco Inca deve escogitare qualcosa se vuole evitare la stessa sorte. Può giocare solo d’astuzia contro nemici così superiori per armamento. Così ai piedi di quella gigantesca fortezza fa costruire una serie di condotti allagabili ancora oggi visibili . Quando arriva la cavalleria spagnola, guidata dal fratellastro di Pizarro Hernando, si trova un muro d’acqua che gli viene incontro, mentre una pioggia di frecce e lance dagli spalti seppellisce gli sterminatori spagnoli nella tomba che meritano di trovare la vittoria fu netta anche se piuttosto effimera, perché dopo un anno le truppe spagnole si ripresentano con effettivi quadruplicati espugnando facilmente la città e mandando il coraggioso te incontro allo stesso destino del suo predecessore, la decapitazione. Resta comunque impresso il coraggio del valoroso re e visitare ancora oggi i luoghi di quella eroica resistenza assume un fascino indescrivibile anche il paese di Ollantaytambo, appena alla base della imponente fortezza, è assai gradevole a visitarsi, solvato dalle acque del fiume Urubamba che annegó gli spagnoli coi loro cavalli. Col mio solito culo becco un bellissimo alberghetto con vista sulle rovine Inca. A gestirlo è un artista, un certo Wow, che da il nome anche alla pensione, che vanta il libro degli ospiti a suo dire più grande del mondo. Ma l’attrativa principale è data da questa “hall” davvero incredibile, dove stare ore a rilassarsi contemplando gli scavi e ascoltare il rumore del fiume. E poi la cucina locale, lontana dalla “fighetta” Cuzco, capitale della cucina “novoandina” coi suoi bellissimi ristoranti fusion dalle atmosfere patinate. Qui le porzioni sostanziose servite dai fratelli Marquez contemplano piatti dal sapore robusto come il ceviche di trota appena pescata e poi lui, il povero animaletto domestico che qui in Perù è il piatto nazionale. Parlo del cuy, la cavia peruviana, finita nel forno sigh

El mundo perdido – giorno 16: la montagna dell’arcobaleno triste

La montagna del Vinicunca, meglio conosciuta come Rainbow Mountain, è un’attrazione divenuta nota in tempi estremamente recenti e che vede la sua popolarità implementare di anno in anno in misura esponenziale. Il motivo di questa fama è facilmente intuibile già guardando una qualsiasi fotografia dei luoghi, anche quando il soggetto pare una via di mezzo tra Sbirulino e uno sciatore sfigato della ex Ddr :

Le nette striature ferrose nella montagna di differenti colori donano un effetto scenico oggettivamente magico e senza eguali. Altrettanto facile a intuirsi è il soprannome di Rainbow Mountain, la montagna arcobaleno, per la ricorrenza di ben sette colori .

Per una mia descrizione dei luoghi io invece di colori ne adopererò due, che sono quelli del chiaroscuro, perché sulla montagna a mio avviso si addensano luci ed ombre nonché un enorme motivo di riflessione finale. La montagna tocca una quota di 5025 metri sul livello del mare e questa non può rimanere una curiosità fine a se stessa. Proviamo a spiegare cosa possano essere 5000 metri: la cima più alta d’Europa, il Monte Bianco arriva a 4780 e ci sono voluti secoli prima che un uomo riuscisse a issarsi su di esso. Ovviamente nel caso di specie contano le difficili condizioni climatiche col ghiaccio e la neve ma vi è anche un altro enorme ostacolo a quelle quote: l’ossigeno. Ogni forma vivente necessità di ossigeno. Gli alberi, che pure di ossigeno ne producono a loro volta, non arrivano oltre i 2.000-2200 metri, perché al di sopra di quella quota ve ne è troppo poco. Salendo incontriamo solo erba e cespugli, un tipo di vegetazione chiamato in Sudamerica “paramo” e che da luoghi a spettacolari scenari ad alta quota, fino ai quattromila metri circa. Sopra i quattromila i cespugli si fanno sempre più radi e solo l’erba, fatta di muschi e licheni, riesce blandamente ad attecchire. All’approssimarsi dei 4700-4800metri qualsiasi forma di vegetazione comincia a latitare. Salendo ancora è il deserto: a cinquemila metri di quota non sopravvive un filo d’erba ne null’altro. La superficie è pietrosa e morta, come quella della Luna. Significa che esso è un luogo dove la vita non può esistere. E se non può sopravvivere un filo d’erba, figuriamoci se può farlo un uomo. La circostanza invece pare non preoccupare minimamene la miriade di agenzie turistiche sparse per Cuzco, che propinano a frotte di turisti la escursione giornaliera alle Rainbow Mountain con la massima serenità ed allegria, senza peraltro che le autorità esigano un certificato medico o qualcosa comprovante uno stato di salute, una abitudine a resistere a certe quote. Nulla di nulla: una escursione a 5000 mila metri con un dislivello finale di 500 metri da percorrersi a piedi per una lunghezza di circa 6 km e per una durata di 5-6 ore a quella altitudine folle viene offerta e venduta per una quarantina di dollari come una gita a Disneyland per famigliole o una ascesa in seggiovia alla sagra della castagna di Cetrella. Non che sia io una persona che brilli per scrupolosità e prudenza: ho un carnet di “imprese” folli compiute in viaggio che evito di iniziare a raccontare perché ho la batteria al 30%.. Ma è l’approccio iniziale che è completamente diverso : se compri un escursione per sorvolare in ultraleggero le cascate Vittoria in Zambia lo metti in conto che puoi pure precipitare, se ti infili in Amazzonia a piedi lo sai che ci puoi pure rimanere secco. Insomma sono cose precluse a chi non ha grosso amore per l’avventura e non ha voglia di correre rischi, persone di una certa età o madri con figli al seguito, per esempio. Alla Rainbow Mountain arriva invece una folla giornaliera di vacanzieri per lo più ignari del rischio, capita di trovarsi a fianco di una bella famigliola di argentini dove ai due ragazzi comincia a sanguinare copiosamente il naso che manco sono scesi dal bus, il cui parcheggio è intorno ai 4500m per un’ascesa finale da farsi a piedi come dicevo. La stessa faciloneria (interessata ovviamente) la incontrai l’anno scorso negli operatori nepalesi che vendevano la escursione al campo base dell’Everest in modo molto easy, dove però ad onore del vero una documentazione medica era richiesta e l’ascesa è graduale perché dura diversi giorni a piedi, che consentono al corpo di acclimatarsi alla rarefazione dell’aria. Nondimeno l’escursione al campo base dell’Everest miete cento morti l’anno, qualcosa mi dice che il numero rischia di essere raggiunto di questo passo dalla gita alla Raimbow Mountain, con ricoveri a decine in una precaria tenda da campo di pronto soccorso posta a fondo valle, a molte ore di cammino dalla cima . Ad ogni modo ora mettiamo via questo pesantume da impiegato del catasto di Düsseldorf e proviamo a raccontare la visita alla montagna che, al netto della perplessità, è bellissima. Si lascia il bus e la civiltà a 6km dalla vetta, al fondo di una valle in quota che altro non è che la morena scavata da un ghiacciaio precipitato a valle. Vive qui una comunità di indios dediti all’allevamento dei cavalli, usati ora per il trasbordo, almeno fino ai piedi del muro finale, dei turisti più affaticati.

Sono bellissimi nei loro costumi variopinti e gli incredibili copricapo, sopratutto quelli femminili, somiglianti a delle orchidee tropicali. Le non troppe volte che mi sono trovato difronte a questi meravigliosi superstiti di un mondo scomparso ho constatato una duplice cosa: vi è sempre come una smorfia di sofferenza ad imprigionarvi il volto, sia per la dura vita cui sono sempre sottoposti o forse anche per la percezione di essere come le lucciole di Pasolini, parte di un mondo destinato a scomparire ed in gran parte già scomparso, travolto da un altro, il nostro che lascia loro solo angusti ed inospitali angoli in mezzo ad una malsana giungla e sul crinale di una gelida montagna. Ancora di loro mi colpisce l’ingenuità estrema, da far quasi rabbia: dopo 500 anni di stermini e persecuzioni, si fidano ancora di noi, si pongono gentili e deferenti, non hanno ancora capito quanto facciamo schifo e che ci prenderemo fino all’ultimo cm di terra e all’ultima goccia d’acqua, se la cosa avrà una qualsiasi convenienza economica. Qui assicurano il loro servizio taxi fino ai piedi della montagna, accompagnando a piedi il cavallo e riuscendo in qualcosa che a noi dell’altro mondo è completamente preclusa: correre. Noi avanziamo a passi di pietra in questa morena che per ora sale dolcemente ed è orlata da un monte a est ove poggia un segmento di ghiacciaio mentre ad ovest sta questa enorme montagna priva di ghiacci e piena di ferro rossastro che più avanti, su un suo lembo, che guarda a Sud, di fronte al maestoso ghiacciaio dell’ Asaungate, darà luogo al famoso gioco cromatico. L’avanzata di questa torna scalcagnata di turisti in questa valle comincia ad assumere i contorni truci della ritirata di Russia del corpo di armata italiano nella seconda guerra mondiale. Instupiditi dalla mancanza di ossigeno, avanziamo come fanti allo sbando nella steppa. Ci hanno pure diviso per reparti con nomignoli stupidì, di cui ora capiamo il motivo: ogni guida da un nome al suo gruppo, da richiamare poi accompagnati da un fischio tipo vacche al pascolo nell’enorme vallata, dove le persone procedono con passo troppo diverso per andare di gruppo. Noi siamo il gruppo “Wi-ki”, che in dialetto quechua dovrebbe significare “amici” e ci disperdiamo molto presto: ci sono due fratelli belgi super allenati che schizzano avanti come scheggie, una coppia di brasiliani che si abbuffa di sti pasticconi alla coca (la pianta molto usata per il mal d’altura), io che faccio una fatica della madonna e ricorro al cavallo degli indios, una russa che si scopre giusto oggi cardiopatica e che si sente male quasi subito , e gli argentini che rinunciano coi figli che sanguinano dal naso. Quando arriviamo all’erta finale, dove bisogna lasciare il cavallo, mi rendo conto che sembriamo degli automi e la scena di quella folla che avanza al ritmo di un passo al minuto comincia ad assumere dei contorni distopici. Una donna spagnola con due occhi sgranati come un pesce di profondità preso all’amo mi afferra il braccio e mi chiede se credo in Dio, la ragazza della coppia brasiliana colta da tachicardia e conseguente isteria confessa al fidanzato qualcosa che deve essere risultato sgradevole perché quello comincia a urlare, o almeno a provare a farlo: l’immagine del voler gridare qualcosa tipo “puttana” e non avere il fiato per farlo credo possa suggerire il testo di una canzone strappacuore a chi ne è capace di scriverne. Alla fine, dopo un’ulteriore scrematura data dall’irreperibile ossigeno, la torma di automi da “dope show” di Marylan Manson raggiunge la vetta, dove si insinua un vento fortissimo e fa davvero freddo. Ma lo spettacolo, per cogliere il quale bisogna inerpicarsi sulle pendici della montagna di fianco, è quello che è Ma subentra adesso in me un’altro motivo di tristezza, quello principale al di là delle difficoltà ad arrivare qui. Questa attrazione turistica fino a pochissimi anni fa non esisteva per niente, figurarsi che sulla mia guida Lonely Planet manco è riportata ed il motivo è presto spiegato: quella montagna multicolore fino a meno di venti anni fa era sepolta sotto un ghiacciaio ed era quindi invisibile all’occhio umano. Questo, come migliaia di ghiacciai nel mondo, si è sciolto ed è scomparso per sempre. L’acqua intrappolata lassù da milioni di anni, da quando si sono innalzate dal mare le Ande, è scappata via. L’effetto cromatico stesso della montagna è una sorta di hard disk di varie epoche geologiche, con i vari strati di depositi di ferro ed un differente livello di ossidazione cui corrisponde una diversa gradazione cromatica. Ora che sono all’aria aperta, si arrugginiranno presto come una bici dimenticata sotto la pioggia, finendo probabilmente per assumere un unico colore rossastro, anzi proprio il colore cd “ruggine” questa incredibile montagna è l’osso monco uscito fuori alla nostra vista da una ferita che abbiamo noi stessi inferto alla Madre Terra, una piaga in cui continuiamo a infilare le dita infette. È stupenda, coi colori dell’arcobaleno che piacciono sempre a tutti grandi e piccini, ma è un arcobaleno triste

El mundo perdido- giorno 14: Perù i come to you

Il cielo terso mi regala la possibilità di un viaggio aereo tra i più belli che ricordi, col jet che sorvola prima la regione dei Llanos colombiani per poi addentrarsi in volo sopra la Amazzonia più piena quello che pare fendere il cielo oltre che la terra, è lui, Sua Maestà il Rio della Amazzoni, che sorvoliamo in una regione che è una sorta di enclave colombiano in territorio brasiliano. La città si chiama Leticia, dista da Bogotà quanto Napoli da Stoccolma e da lì si può arrivare in barca in Brasile o in Perù. Già, il Perù: ho scelto il Perù alla fine, rinunciando proprio a Leticia e l’Amazzonia, ma sono sicuro che la mia scelta verrà ripagata. Il verde bottiglia dell’Amazzonia lascia il posto al beige delle Ande, che deflagrano poi in bianco di ghiacciai eterni, sebbene siamo pressoché all’equatore ed ecco le aspre morene andine, scavate dal ghiaccio e che ci regalano forti turbolenze il pensiero va presto a quella storia incredibile di quell’aereo precipitato sulle Ande con a bordo una squadra di rugby uruguaiana in viaggio verso il Cile. una delle storie più incredibili del secolo scorso: gran parte dei ragazzi riuscì a sopravvivere per settandue giorni, quando ormai le ricerche erano cessate ed erano dati per dispersi. Il coraggio di due di essi, che attraversarono le Ande a piedi, fino a chiamare i soccorsi fornì il buon esito della vicenda, ma per molti giorni i superstiti furono costretti a cibarsi con i corpi dei compagni morti . ma ecco il mare, anzi l’oceano: si tratta del Pacifico, che vedo per la seconda volta . Lima sorge su una sorta di piccolo piano rialzato di poche centinaia di metri rispetto al mare. Il tragitto dall’aeroporto in centro è reso un incubo dal traffico davvero assurdo e fuori controllo di questa città nonché dal solito tassista abusivo arraffone, che prova a farmi una sola con i soles, la valuta locale. Ad ogni modo, dopo tanto troppo traffico, si apre poi una bella piazza, intitolata a Saint Martin da lì si prosegue poi lungo un corso per la piazza più famosa del Perù, Plaza dos Armas. costruita come piazza marziale da Francisco Pizarro, le cui spoglie sono custodite mummificate nella splendida cattedrale alle mie spalle. Capiró poi che tutte le piazze del Perù prendono questo nome e devono la loro edificazione al periodo dell’invasione spagnola. Sulle prime Lima non mi lascia troppo favorevolmente impressionato, troppo affogata nel traffico e nel rumore. Vanta comunque eccellenti ristorante per una cucina, quella peruviana, che sta esplodendo meritatamente nel mondo. Bellissima tuttavia la luce in cui è immersa, una luce diversa, biancastra e accecante Vi tornerò a Lima, alla fine del viaggio, e spero di averne una impressione diversa. Per adesso proseguo verso un posto che si rivela subito magico. ma ne parleremo poi. Si, ho l’impressione di essere arrivato in uno dei posti più belli del mondo