La Sella Ronda

Con questo suo nome dal riecheggiare un po’ ottocentesco un po’ ipermoderno, a metà tra un libretto per un’opera di Verdi o una lirica di Alfieri e lo pseudonimo di una star per teenager del raeggaeton latino-americano, la Sella Ronda indica il percorso circolare intorno all’imponente gruppo montuoso del Sella appunto. La figata assoluta consiste nel farlo con gli sci a piedi, grazie ad una rete di impianti e collegamenti sciicistici che oggettivamente non ha eguali nel mondo e che consente lo scollinamento di 4 passi di montagna e l’attraversamento di altrettante valli una più bella dell’altra. Per quest’ultima ragione è conosciuto anche come “giro dei 4 passi”, i quali sono da est verso ovest il Sella, il Pordoi, il Campolongo ed il Gardena mentre le valli attraversate sono la Val Gardena, la Val di Fassa, quella di Arabba con la Marmolada e la Val Badia. Nulla vieta di percorrere il Sella Ronda nel senso opposto ma avendoli fatti entrambi, vi consiglierei il primo dei due sensi di marcia, quello scelto da me in una assolata ma fredda giornata di Natale.

Soggiornando ad Ortisei, mi tocca prima risalire tutta la Val Gardena fino al paese più alto ovvero Selva ma niente paura: anche questo spostamento può essere eseguito con gli sci ai piedi : dal centro di Ortisei salite in cabinovia fino ai 2.500 metri del Seceda, che nelle giornate terse offre una visuale fantastica su tutte le Dolomiti ed in particolare sul Saslongda qui scendete lungo un’ampia pista assolata fino alla stazione del Col Raiser, da cui parte una ipermoderna funicolare sotterranea che sbuca a Santa Cristina ai piedi della pista olimpica cd “Saslong”. Se avete tempo ed il” pelo” di provare il brivido di lanciarvi su una delle piste più tecniche del circuito della Coppa del mondo di sci, fatelo, ma attenti perché le pendenze sono pesantuccie e bisogna saper sciare

Ad ogni modo, che decidiate o no di cimentarvi sulla Saslong, sta una comoda cabinovia che vi conduce sulla cima del Ciampinoi, incastrato tra la cima del Sassolungo ed il gruppo del Sella: da qui deviate seccamente a destra in direzione della cd “Città dei sassi” e sarete pronti per iniziare il Sella Ronda col superamento del primo passo

e passando vicino a bellissime cime, ci si tuffa poi nella valle seguente, quella cd “di Fassa”, la cui etimologia credo vada ricercata nel tipo di roccia che affonda qui, ovviamente la “dolomia” calcarea in gergo locale chiamata “Fassa”. Per la verità, non sarebbe certo ultroneo sostituire la prima A con un O e ribattezzarla “val di Fossa”, perché, almeno a vederla dall’alto, si mostra ombrosa e incassata ad U in mezzo ad altissime cime il tempo di arrivare a fondo-valle che subito un rapido impianto di risalita mi fionda di nuovo in alto sull’altro saliente montano: quello che scala il Pordoi. Già, il Pordoi

sono sicuro che il solo pronunciare di queste sei lettere evocherà negli appassionati di ciclismo l’immagine di epiche battaglie lungo quei tornanti insanguinati come l’erba di un campo di battaglia, duelli all’ultimo respiro tra i giganti della bicicletta. Ad ogni modo da questo Poggio di arrivo dell’impianto, appena più in alto del passo vero e proprio, la vista toglie il respiro ancor più dell’aria che quassù comincia a farsi rarefatta

ed il bello è che la panoramica è letteralmente a 360 gradi, nel senso che tutto intorno non vi è un cm di cielo che non sia tratteggiato da frastagliate vette di ineguagliata bellezza. Anche il versante orientale, quello opposto rispetto al passo, apre con uno squarcio sul gruppo della Marmolada, che si staglia dinanzi come un gigante omerico. Si, è questa la dimensione di queste montagne: sembrano giganti omerici nelle cui vene ci si infila come formichine con gli sci ai piedi. La Marmolada fa sentire davvero più piccolo di tutti e incunearsi in una sorta di suo ventre aperto chiamata Porta Vescovo fa sentire davvero davvero minuscoli tra l’altro la difficoltà delle piste che da qui precipitano giù verso Arabba è davvero consistente, anche perché l’unica pista più agevole è chiusa. e vi dico che scendere due “nere” di fila dalla Marmolada è bella tosta. Ad ogni modo, si arriva ad Arabba vivi e vegeti. Anche questo paese sembra vivere come un animaletto domestico al cospetto di un mastodontico padrone, la Marmolada ovviamente ma procedendo nella direzione esattamente opposta si va verso il terzo passo di Giornata, il Campolongo, un ometto mito e tarchiato a confronto della Amazzone guerriera ed oblunga che era la Marmolada. In effetti gli scenari sono più morbidi qui al Campolongo che, come il nome stesso lascia intuire, ha un aspetto più pianeggiante per essere un passo. Ne guadagna la vista che anche qui si apre su montagne bianche a perdita d’occhio, mentre alle spalle colpisce come il gruppo del Sella ora sia in posizione esattamente diametralmente opposta a quella iniziale, il che significa che siamo esattamente dall’altra parte rispetto al punto di partenza . Questo Campolongo, dove mi fermo a mangiare una schifezza di panino alla salsiccia tra l’altro) è il “dark side of the moon” della Val Gardena insomma. Le gambe sono ormai appesantite e il sole comincia a declinare, tirando giù con se anche le temperature. Resta da percorrere l’ultima valle, l’Alta Badia, con il suo capoluogo Corvara col suo bel campanile che pare quasi riprendere la forma della cima in alto. È anche quella la direzione da prendere, verso il terribile Col Fosco e poi il passo Gardena, per tornare al punto di partenza. Definivo terribile il Col Fosco perché come il nome lascia intuire non è che di sole ne veda tanto, inoltre il vento in prossimità dei passi si fa sempre sentire e qui in particolar modo. Erano tristemente note tra gli sciatori le ascese da Corvara a Col Fosco con dei lunghissimi ed anacronistici ski-lift, flagellati da un vento gelido. Oggi per l verità esiste una moderna cabinovia che risolve in parte il problema

e conduce verso le assolate vette della Val Gardena ma l’ultimo tratto è comunque da risalire su due seggiovie dove la temperatura fa segnare un -8 che al vento fa ancora meno. Ma ormai ci siamo: eccoci al passo Gardena ed allo incantato scenario del Denter Cepies : sotto si apre la Val Gardena ed io sento un po’ come “a casa” tanti chilometri con gli sci ai piedi in uno dei posti più belli del mondo, non certo a caso patrimonio Unesco

Il mestiere delle armi – Prologo

Il tema di fondo di questo breve diario di viaggio emerge da un ‘idea in itinere, nel senso che strada facendo ho rintracciato quello che può essere un minimo comune denominatore ai vari posti che visiterò a cavallo di questo Natale ovvero Mantova, Verona, Bolzano per poi trascorrere qualche giorno tra le innevate cime della Val Gardena. A pensarci bene tutti questi luoghi si legano non solo a significative battaglie nel corso dei secoli ma a qualcosa di più specifico emerso in esse: l’impiego di particolari armi utilizzate, tale da indirizzare le sorti dello scontro e conferire un ricordo particolare agli armigeri impegnati. Sulla scorta di questo retaggio, ho deciso di chiamare questo diario di viaggio “Il mestiere delle armi”, piccolo omaggio anche al grande regista Ermanno Olmi che ci ha da poco lasciati.

Il suo omonimo film del 2001 ricostruisce le ultime vicende terrene di un capitano di ventura cinquecentesco di particolare coraggio e virtù, tale Giovanni dei Medici noto anche come “Giovanni dalle Bande nere” per la pratica, adottata da lui e le sue truppe, di annerirsi col fuoco le armature al fine di poter assaltare anche di notte. Una sorta di antesignana del ‘Cinquecento della tuta mimetica, eppure non sarà questa l’arma a risultar fatale al nostro bel Giovanni e a segnarne il destino: il film infatti ricostruisce gli esiti di un conflitto intervenuto nel 1526 tra una terribile e folta soldataglia di mercenari, nota col famigerato nome di Lanzechenecchi e calata in Italia col dichiarato intento di saccheggiare Roma, ed il debole e raccogliticcio esercito pontificio che prova a sbarrargli il passo, con a capo il nostro valente Giovannino.

Il coraggio di quest’ultimo unito alla sua sagacia militare (che punta ad una tattica di logoramento e guerriglia ai danni dell’assai numericamente superiore avversario) vengono al fine sbaragliati da un duplice tradimento: quello dei signori di Ferrara, gli Estensi, che in cambio di un matrimonio di interesse vendono all’esercito lanzichenecco dei micidiali pezzi d’artigliera, del modello cd “falconetto”, che feriranno proprio Giovanni ad una gamba, nonché del tradimento del Duca di Mantova, Federico II di Gonzaga, che per evitare una guerra sui suoi territori lascia transitare sul Po l’armata lanzechenecca attraverso la cd “porta di Curtatone”, permettendo così l’aggiramento delle truppe pontificie e aprendo ad esse la strada verso Roma, che verrà difatti messa a ferro e fuoco dai nuovi Vandali germanici. Il film col suo ritmo lento e introspettivo si concentra per tutta la seconda parte sulla malattia di Giovanni, ferito e costretto ad accettare il ricovero presso la corte del suo principale traditore, il Gonzaga, fino alla morte sopraggiunta per gangrena. Le lunghe scene girate tra Palazzo Ducale e quello cd Te, immerse in una nebbia ipnotica, somigliano, nella cura dei dettagli come i volti e i costumi o le scale cromatiche, a degli affreschi del Mantegna o tele del Tiziano e da molto tempo mi fanno sognare di visitare questa città, Mantova, sede di una dinastia tra le più magnificenti e al tempo stesso discusse del Rinascimento: i Gonzaga. È giunto dunque il tempo di colmare questa lacuna, indicando come tappa di partenza del viaggio la splendida Mantova.

L’orizzonte perduto- Giorno 27 – fine viaggio: The Monkey temple

Ad un certo punto di questa incredibile avventura doveva pur arrivare la parola fine ed eccola qua. Diciamo che è un finale che si colora di un aspetto molto intimo e che quindi tengo in massima parte per me. Ad ogni modo mi rimane certo qualcosa da raccontare e su cui tirare le somme

Sono ormai sfinito e vado avanti quasi meccanicamente per inerzia; giunto alla sommità di quel monte cd Swayambhunath, consacrato alle scimmie che vi abitano e lo governano con solennità ed avidità mi sarebbe naturale guardare oltre, a rimirare all’orizzonte apparire le eterne montagne tra cui dovrebbe far capolino Sua Maestà l’Everest. Io faccio una cosa di segno opposto e mai fatta nel mese precedente: mi volto indietro. Su da quella collina vedo risalire un gorgo di storie ed emozioni davvero troppo grande da controllare ed ordinare. Rivedo le sontuose piramidi del Angkor Wat e gli inguardabili grattacieli di Pattaya, i pipistrelli saltare fuori a milioni da una grotta ed i coccodrilli da un fiume, le cadute nel Mekong e le scalate sui monti himalayani, le pagaiate in kayak al ritmo di numeri prima detto in arabo e poi in ebreo, i doganieri da corrompere e i mercanti con cui contrattare, gli amici incontrati, le facce, le storie, le strade impossibili da percorrere e pure percorse. La pioggia sempre in testa ed i piedi sempre ricoperto di fango, ora anche martoriati dai morsi delle sanguisughe, ma incredibilmente e con una certa faciloneria che spero non mi presenti il conto, quest’ultimo mi pare un dettaglio trascurabile. Ed ora sono qua, con un pensiero che da quel primo giorno mi ha accompagnato

Mio zio Umberto era nato il 22 maggio del 1952 ed a soli due anni, nel 1954, aveva contratto una pericolosa malattia che aveva mietuto tante innocenti vittime tra i bambini del suo tempo, detta difterite. Lui fu uno dei pochi a superarla ed al risveglio da una febbre fortissima, credo più simile ad un coma, arrivó per pura coincidenza un annuncio speciale fatto alla radio o meglio fu la Domenica del Corriere a farlo

gli italiani avevano conquistato il k2. Si, proprio così, sulla seconda montagna della terra erano arrivati dei cenciosi ma irriducibili italiani, un risultato straordinario per un paese che usciva martoriato e devastato da una guerra disastrosa e cercava un riscatto umano ancora prima che economico. Una piccola spedizione di italiani aveva domato quel gigante bianco.

Noi italiani siamo un popolo di esploratori straordinari quando ci ricordiamo di esserlo. Pezzi interi del mondo sono stati scoperti da italiani. L’America fu scoperta da Colombo e poi si chiama così perché prende nome da un altro italiano, Amerigo Vespucci ma la lista è lunga

Le modalità e le circostanze di quella spedizione alimenteranno dubbi e polemiche per decenni. In particolare pare che due dei tre componenti, Lacedelli e Compagnoni, avessero ad un certo punto provato a sbarazzarsi del più giovane ed in forma della brigata, Bonatti, al fine di arrogarsi un merito che altrimenti non sarebbe toccato a loro. Cosa successe davvero in quella epica spedizione è tutt’ora non chiarito, ad ogni modo essa costituiva il primo ricordo di infanzia di mio zio che sovente ne parlava ed aveva perciò maturato una passione durata una vita per le montagne, quelle eterne come il K2 o l’Everest, una cui dettagliata foto-mappa è tutt’ora esposta nella cucina della sua casa dove ora io vivo .

Nelle giornate chiare è possibile vedere quelle montagne dalla cima di questo più piccolo monte ove sorge un tempio ed uno stupa sacri che richiamano pellegrini e monaci in preghiera dagli angoli più remoti del Tibet, come quello a cui chiedo una benedizione e a cui faccio un personale prezioso dono. Oggi il cielo è coperto e le montagne non si vedono ma prima o poi si aprirà , e l’Orizzonte perduto finirà per ritrovarsi, per andarsi a scolpire su quelle montagne eterne che ci guardano e proteggono

In memory of Umberto Federico , 22 maggio 1952 – 26 marzo 2018

L’orizzonte perduto – Giorno 26 : Ai piedi dell’Annapurna

Con questo suo nome vagamente napulegno e comaresco che fa pensare a qualche qualche relazione extraconiugale sanguigna e trombereccia consumata per sopra i Quartieri e immortalata in qualche strofa neomelodica del sommo Gigi, l’Annapurna è invece un massiccio montuoso che raduna dentro se cime tra le più alte del mondo. Cioè, non “giocano” nell’Annapurna i due Top player veri e propri, i Ronaldo e Messi dell’altitudine ovvero l’Everest e il K2, ubicati rispettivamente poco più a est il primo e parecchio più a ovest nel Karakorum il secondo, ma stanno ad ogni modo qui un “ottomila”, 8 cime sopra i settemila e ben tredici sopra i seimila. Se si considera che la cima più alta d’Europa è il Monte Bianco coi suoi 4810m, ci si rende subito conto che la “cantera” dell’Himalaya è di un altro livello proprio. Ed in questa “superligue”, come dicevano, l’Annapurna sta messo bene.

Per quanto mi riguarda non ho intenzione di scalarlo, anche perché sarebbe come se un Gestapo Facci o un Braccobaldo Murgita (ve li ricordate ?) avessero l’ambizione di giocare nei galacticos, tanto per restare in ambito calcistico, ma vorrei limitarmi ad arrivare ai suoi piedi, fare un trekking partendo dallo splendido lago glaciale e giungendo fin sulla cima del Sarangkot che, “nell’umiltà” dei suoi 3600-3700 metri di quota, ne permette una nitida contemplazione nelle giornate limpide. Eh, le giornate limpide ecco il primo degli ostacoli: di sti tempi e col monsone a palla capitano come i cartellini gialli a uno della Juve nelle partite-scudetto.

Ad ogni modo mi muovo di buon ora giù dal Chitwan, per un altro ben viaggio della fortuna in senso inverso fino a Mugling, dove tre giorni prima avevo concluso il rafting. I 34 km che dalle pianure alluvionali del Chitwan risalgono sulla bocca dell’altopiano himalayano sono come già detto uno spettacolo assoluto a guardarsi anche solo dal finestrino di uno sgangherato autobus davvero una di quelle strade che ti fa respirare emozione ed adrenalina sono stanco, sporco e sfinito coi piedi martoriati dalle sanguisughe ma cazzo, sto risalendo dalla giungla su fino ai piedi dell’Annapurna: “come on , Palillo enjoy, qua una o due volta nella vita ci capiti” continuo a ripetermi. dopo il bivio a Mugling la strada devia verso ovest in maniera secca mentre verso est corre l’unica via di accesso a Katmandu. Ma io sono diretto a Pokhara quindi ovest! Il paesaggio muta e torna a essere più tipicamente himalayano con risaie che si inerpicano fin dove è possibile, verso l’infinito di cime che paiono stare sulla Luna per quanto sono alte ed ecco alla fine Pokhara col suo famoso lago, uno degli spot turistici più famosi del Nepal: in esso e nelle sue acque cristalline si riflettono tutte le cime dell’Annapurna nelle giornate terse. Eh appunto, le giornate terse ….“if my grandpa had five balls, then i was supposed to be a flipper” – come dicono a Kensington. Non smettere di piovere un minuto che sia uno e la presenza delle sovrastanti come resta solo intuibile ma non visibile. Sembra di stare a scuola nel cambio di ora quando gli alunni si agitano e sbattono un po’ ma sapendo che da un momento all’altro può arrivare. Ecco, il prof. in questione si chiama Machapuchariche è della squadra dell’Annapurna ed è la magica cima che sovrasta proprio Pokhara. Ricordo di essere riuscito a vederlo un attimo la mia prima volta qui tredici anni fa, poco prima del tramonto, mentre ero con mio zio, che salutó l’apparizione con un’imprecazione assai colorita di rimando ai Santi Penati protettori “Ma chillo è o’Machapuchari, all’anema i chi te stramuo…!!!” In effetti lo spettacolo era straordinario. Ricordo anche una città diversa quella di Pokhara: allora era una romantica cittadina in riva al lago gravata tuttavia dalla guerra civile e che la rendeva un bersaglio sensibile ai mortai dei ribelli maoisti per via del palazzo reale (attuale non antico) posto proprio in riva al lago. Oggi ha conosciuto la pace ma anche uno sviluppo edilizio eccessivo che hanno alterato troppo l’impianto originario e lo spirito. Riesco tuttavia a ritrovare uno squisito ristorante tibetano, gestito da un signore rifugiato qui attraverso le montagne per via delle persecuzioni cinesi contro questo popolo inerme. Non voglio nemmeno soffermarmi sulla miseria del dibattito che in Italia ha assunto la parola “rifugiato”, mi limito a far presente che anche il Nepal è pieno di rifugiati tibetani ed al ricordo ancora di mio zio che diceva di come quell’uomo forte gli incutesse reverenza e rispetto, di come ce lo vedesse su una montagna innevata a farti da sherpa. Tredici anni dopo è un po’ invecchiato ma ancora lì con i suoi calzari tipici a servire la specialità tibetana per eccellenza, quei ravioli detti “momo ” da poter guarnire con carne di bufalo o erbe e formaggio di yak mi ritiro nel mio albergo che in teoria riserverebbe una splendida visuale sulle montagne e fiducioso attendo un segnale dal cielo che nel dormiveglia dell’alba in verità arriva: mi appare per un secondo il Machapuchari e anche se non faccio in tempo ad acchiapparlo in foto, mi scaravento giù dal letto e a rotta di collo salgo sul Sarangkot a provare di rimirare l’alba. Lungo il cammino la situazione meteo pare migliorare Ma è un bluff ….giunto in cima, sta una nebbia tale che non riuscirei a vedermi il cazzo mentre piscio, figuriamoci l’Annapurna. E poi il freddo, la pioggia: sto per rassegnarmi a trascorrere gli ultimi giorni a fondovalle nella tranquillità ma sento di dover esaudire una missione. E mi sovviene che ho da giocare una carta, una brasilianata diciamo. Non per fare il buffone ma la mia conoscenza della geografia è considerevole e allora una giocata posso farla, un posto c’è ma per raggiungerlo devo giocare il bonus…..Diciamo che il mio “amico da casa” come in qualche fortunato show televisivo ha un nome che incute timore, c’è chi dice che non esiste o se dovesse esistere è meglio non andarlo a scocciare. Ma io sono il Palillo: non ho mica paura dello Yeti! e andiamo va, alea iacta est!

L’orizzonte perduto – Giorno 25 : Follow the tiger

“Quando arrivi a vedere la tigre nella foresta, lei ha già visto te”: una variante in voga a latitudini esotiche del più snello ed efficace “Misurati la palluccella” delle nostre parti insomma. Il fatto è che qua il detto può navere un significato non prettamente metaforico ma riferirsi veramente alle abitudini della tigre in carne e ossa, perché qua le tigri ci stanno . Anzi, a dirla tutta la giornata si apre con l’annuncio dell’uccisione da parte di una tigre di un contadino locale in un villaggio poco distante. Un altro ragazzo Tharu impiegato nello staff del resort arriva invece ad annunciare che stanotte appena fuori dal campo sono venuti a “pascolare” i soliti rinoceronti…..io che sono stato sveglio fino a tardi per la verità non ho sentito altra bestia che zanzare e ciavattole. Che siano un po’ dei cazzari sti Tharu? Anche perché cosa altro faccianodi lavoro in dieci di loro in sto posto appare difficile intuirlo, atteso il livello da campo militare della guerra di secessione del cd resort. Ecco questo ultimo complain apre il campo a due considerazioni: la prima è che proprio qui di fronte sta un campo militare vero e proprio dell’esercito nepalese e fin qui chissenefrega…..ma la particolarità è data dal fatto che usini gli elefanti per le loro azioni militari, ne più ne meno come ai tempi di Annibale ed Alessandro Magno. Ad entrare nella fitta giungla infatti, col fango che fagocita tutto e alberi che coprono il cielo, non è vi è blindato o mezzo di locomozione moderno che riesca a rendersi più efficiente di un elefante indiano.

La seconda considerazione o meglio domanda rimasta sospesa è : chi cazzo sono sti Tharu?

Sono l’etnia di minoranza che abita qua, con una lingua, una cultura e anche dei caratteri somatici completamente a se stanti.

Il Nepal è un territorio che ha vissuto per secoli in un isolamento forzato dovuto all’inaccessibilità assoluta del suo territorio, fattore esistente anche al suo stesso interno: figurarsi che in Nepal esistono 72 lingue diverse, molte delle quali di ceppi linguistici completamente a se stanti. Si va dalle lingue del ceppo cinese- mongolo a quelle indoeuropee passando per quelle di influenza persiane: una babele che trova un punto di unione possibile spesso solo nella lingua imposta dai dominatori del secolo scorso: l’inglese. Qui nel Chitwan vivono appunto i Tharu sfuggiti a persecuzioni dall’India e che hanno dovuto imparare a vivere in una terra dalla natura ostile e fino a pochi anni fa fortemente malarica. Ad ogni modo ora l’attaccamento degli stessi al loro Chitwan è fortissimo così come ai loro animali, di cui emulano i comportamenti

La bellissima Peacock dance che imita i movimenti dei tanti pavoni che vivono allo stato selvaggio qui (mi ero sempre chiesto da che parte di mondo venissero). I Tharu maschi portano poi un codino piuttosto bruttino dietro la testa che vorrebbe essere la cosa di una tigre; parlano sottovoce poi per non destare gli animali mentre emulano invece gli elefanti o forse i bufali nella gestione dell’orifizio posteriore, col quale si lasciano andare a continue flautolenze….Ad ogni modo saranno oggi i Tharu a condurmi nella foresta a caccia di animali

Si comincia all’alba con una discesa in canoa sul fiume. Le barche sono ricavate tutte da un tipo di albero locale, una sorta di quercia tropicale, e condotte con un solo Palillo di bambù a fare da timone o leva di spinta sul fondale per le faticose risalite. Ecco proprio il bambù, nei suoi molteplici utilizzi dal cibo all’edilizia, costruisce la base fondante della società Tharu

Avvistiamo subito molti bellissimi uccelli dalle pigmentazioni principalmente azzurre e molti sono pure i coccodrilli

Qui ne vivono di due specie: il più classico “Mushmuggar” che attacca sovente l’uomo ed il più raro Gaviale, principalmente erbivoro ed insettivoro ma sterminato e portato vicino all’estinzione per via del muso puntuto con cui fruga nei fondali e che la demenziale medicina cinese reputa dagli effetti miracolosi. Scuserete lo sfogo ma è la terza o quarta porcata allucinante che sento a proposito di sta medicina tradizionale cinese di sto grande cazzo: strappavano la bile agli orsi tibetani per curare i reumatismi, tagliano il muso a sti poveri coccodrilli per curare non so cosa e pare che tagliano o tagliavano pure il cazzo alle tigri perché dicevano donasse fertilità e potenza sessuale……”Ma chi vi si scopa????” – verrebbe da dire .

Lasciata la canoa, proseguo poi con un giovane ragazzo Tharu (padre a 26 anni già di 4 figli!) per una camminata nel bosco: ammiriamo a decine bellissimi cervi maculati di cui sono ghiotte le tigri, il cui avvistamento ora sarebbe oggettivamente mortale, in ossequio al detto per cui è lei prima a vedere te e al fatto che stiamo a piedi ed ai piedi di Pilato nella foresta, il suo habitat. Ad un tratto pare di sentire pure un leopardo su un albero ….

Visita poi al centro di salvaguardia e cura degli elefanti, che dispone pure di una sorta di nursery con annesso reparto maternità.

Il pomeriggio invece mi dedico per sbaglio ad una attività opposta nello spirito: l’elephant riding per avvistare questi famosi rinoceronti, che però non riesco a vedere. Il problema è tuttavia un altro: i poveri elefanti qui sono invece sfruttati e trattati malissimo dai loro conduttori, degli aguzzini che li riempiono di botte e colpi in testa. Il nostro in particolare è sfinito, piange e barrisce di continuo e nel bel mezzo della foresta, dopo aver guadato un fiume, letteralmente impazzisce prendendo a vorticare e accasciandosi diverse volte a terra. Appare tra l’altro assai innervosito dagli onnipresenti cervi maculati. Il conducente rincara la sua dose di colpi in testa e l’animale prende pure a sanguinare ma niente, gli altri pachidermi proseguono oltre, lui davvero va vorticosamente in tutte le direzioni ma avanti no. La cosa diventa davvero pericolosa perche ci vuole davvero poco a cadere dallo scranno sul quale stiamo seduti in quattro di noi; inoltre un animale così intelligente e sensibile quando impazzisce o si ribella ben potrebbe intuire di sdraiarsi su un lato anziché sulle zampe anteriori e schiacciare il suo aguzzino e noi suoi complici in una bella frittata di stupidì sfruttatori. Il problema è che manco possiamo scendere o saltare giù : stiamo in una foresta fittissima e starebbe da guadare un fiume pieno di coccodrilli …. Alla fine siamo noi stessi, persino i cinesi che sono con me, a supplicare e convincere il tipo dal riportarci indietro, operazione anche questa che si rivelerà non agevole perché il povero animale avrà un altro accesso di follia proprio nel mezzo del fiume ma bene o male la sfanghiamo .

Mi vergogno come un ladro di aver preso parte a questa porcata di elephant ride: non fatevi mai convincere a parteciparvi ovunque voi siate, gli elefanti soffrono maledettamente.

Deluso e irritato da tutto cio, ripiego allora per una passeggiata in solitario nella giungla vicino casa, dove ammiro oltre ai soliti pavoni e uccelli……un bellissimo cobra reale che striscia a poco più di qualche metro dai miei infradito…..crisi di panico e direi che anche per oggi può bastare .

La tigre non ci speravo tanto di vederla ma il rinoceronte, i cui avvistamenti paiono molto frequenti qui, sinceramente ci contavo. Vabbè, mi ha comunque affascinato da morire il Chitwan con questa sua natura lussureggiante e misteriosa che pare davvero uscita da un libro di Salgari o da una novella delle “Mille e una notte”.

E pazienza se l’unico rinoceronte che ho visto è questa qua

L’orizzonte perduto- Giorno 24 : Chitwan, welcome to the jungle!

Il rumore di fondo che accompagna questo mio segmento di viaggio in Nepal, divenuto ahimè ormai usuale, è quello assai simile ad una macchina da caffè di quelle in uso nei bar un tempo, quelle azionabili con una leva che innescava il procedimento di riscaldamento dell’acqua e infusione coi chicchi. Niente di troppo complicato o desueto, lo avrete sicuramente presente quel suono roco onomatopeicamente trasferibile in un “Cohhhhiiiii”. Ecco qui tra i nepalesi il caffè espresso va poco di modo (sostituito dall”eccellente Masala Tea!) ma quel rumore o qualcosa di assai simile è onnipresente e ciò perché è quello con cui rimestano il loro cavo orale per tirarne poi fuori delle gigantesche e francamente schifose rascate. Ora avrete sicuramente capito : “Cohhhhiiii……Ppu”. Sembra davvero che qui non possano farne a meno, è un’abitudine deprecabile ma consueta come il lavarsi le mani prima di sedersi a tavola, anche se questa catarsi della faringe ha luogo principalmente dopo pranzo, persino nei ristoranti attrezzati con apposite sputacchiere…..Non fanno eccezione altri luoghi pubblici come ad esempio autobus e infatti quello su cui mi trovo lancia dai finestrini scaracchi a ripetizione come proiettili da un blindato nella battaglia delle Ardenne. Ad ogni modo vale la pena di vedere dove sia diretta questa sputacchiera a motore, il che è assolutamente entusiasmante: la mia meta è il selvaggio Chitwan, letteralmente in lingua locale “cuore della Giungla”, una regione a sud- ovest di Katmandu appena fuori dalle catene montuose himalayane e ormai a ridosso delle pianure alluvionali indiane; la stessa India dista pochi chilometri in linea d’area dal Chitwan.

Il problema è arrivarci un attimo …

Il Nepal è un paese adagiato su un territorio che, ad eccezione della peraltro molto isolata valle di Kathmandu (dove vivono credo i 3/4 della popolazione), presenta asperità davvero notevoli e difficili a valicarsi, quadro reso ancor più difficile dalla pessima situazione delle strade, nella maggior parte dei casi delle fangaie non asfaltate e soggette ad ogni intemperie atmosferica. Il Chitwan dista da Katmandu forse 100km ma qui si tratta di una distanza siderale. Ad ogni modo il viaggio per arrivarci è molto ma molto bello ed inoltre, come ogni viaggiatore sa, esso è il viaggio stesso, a differenza di un turista che considera tutto ciò solo un come un seccante “spostamento “. Usciamo dalla verde valle di Katmandu all’altezza di un passo di montagna oltre il quale la strada precipita giù per parecchi chilometri fino ad inforcare il fondo-valle disegnato dal fiume Trisghuli dalle bianche spume tempestose e sul quale dovrei produrmi, udite udite, in una discesa in rafting. Già, proprio così, senza neanche bene capire dove e come (anzi senza capirlo per niente), alla partenza del bus ho sentito parlare di sto rafting da farsi a metà percorso, scendendo un pezzo di fiume e poi proseguendo il percorso verso il Chitwan o Pokhara all’arrivo del gommone (su un altro autobus?è quello che mi domando) Mah, per adesso la vivo con disinvoltura, so già che sarà una di quelle cose a cui ripenserò una volta a casa fuori dalla mistura di incoscienza e adrenalina che mi pervade durante i viaggi: su un pullman da Katmandu alla giungla del Chitwan ed ad un certo punto peraltro ignoto del percorso scendi a fare rafting su un fiume himalayano in piena. E a chi sto aspettando? In effetti ad un certo momento, con il Trishugli a fianco alla strada che si agita come un demonio, il conducente prende a urlare in una cadenza difficile a distinguersi “Roooftaaang”. È la nostra ora, ci ritroviamo in sei ed è uno di quegli equipaggi che ti rimangono proprio nell’anima: c’è un timoniere locale cicciotello sui diciotto anni, io e due ragazzi spagnoli, e fin qui nulla di troppo strano; poi arriva un ragazzo israeliano e due che sembrano Stanlio e Olio…..dell’Arabia Saudita. Israeliani e arabi intrattengono notoriamente relazioni tutt’altro che amichevoli anzi si odiano reciprocamente e ora devono scendere un fiume in piena in una gola dell’Himalaya. Nessuna paura: dopo l’imbarazzo iniziale leghiamo tutti alla grande creando l’amalgama necessario in una tale situazione e aiutandoci a vicenda in quella che è una discesa in gommone tutt’altro che esente da rischi. Il fiume ci spara subito in faccia una rapida che per poco non ci sommerge poi prendiamo ritmo e la sfanghiamo alla grande. A turno diamo il tempo di vogata dicendo ognuno nella propria lingua i numeri da uno a quattro, con l’israeliajixhe dice i numeri in arabo e i sauditi che rispondono in ebreo. Un vecchio motto in voga tra i backpackers recita: “Chi viaggia non è mai razzista”: sul fiume Trishuli in Nepal questa frase mi è sembrata più vera che mai .

Ad ogni modo sto ancora aspettando le riprese fatto dallo spagnolo dietro di me con la Go pro, dove io che siedo a prua esco secondo davvero in scene epiche, vedremo. Alla fine tra il tennista israeliano, gli Stanlio e Olio della Mecca e la coppia gay spagnola diventiamo tanto amici che, passato un ponte tibetano, andiamo tutti a mangiare in un postaccio chiamato Mugling ungo il percorso, giusto al bivio tra il Chitwan e la più gettonata Pokhara, in attesa dei rispettivi bus.

Io sono l’unico che prosegue per il Chitwan e quindi mi tocca un’attesa piuttosto lunga fino a che non mi carichi su uno sgangherato bus locale: in Nepal gli autobus si dividono in tourist-bus, appena appena più acconciatelli, e local-bus, dei catorci senza finestre in cui piove dentro e che ragliano sulla strada con un rumore così forte da poter essere solo anestetizzato con una musica locale perennemente a palla.

La risposta himalayana ancora più radical (ma giammai chic) ai cd “Chicken bus” sudamericani che forse qualcuno tra voi conoscerà. Ad ogni modo il viaggio è strepitoso: superata Mugling il bus gira subito a sinistra ovvero Sud e si infila nella gola di un altro fiume che disegna un paesaggio sempre più tropicale precipitando giù. Dopo 35 km a capofitto si arriva nel Chitwan: la mia meta è una città chiamata Sauraha, base di partenza per una serie di esplorazioni nella giungla.

È un luogo noto per i safari e l’avvistamento di animali. Qui, in un ecosistema paludoso vivono migliaia di uccelli, elefanti, orsi tibetani, coccodrilli in grande quantità e stupendi rinoceronti da un solo corno. Ma la parte del leone, quindi del cugino nel suo caso, la fa la tigre: qui vive la quasi estinta tigre del Bengala, e vederla sarebbe una di quelle esperienze da ricordare a vita.

Per adesso mi accoccolo in quello che con molto coraggio viene definito resort e gli avvistamenti principali riguardano ragni e insetti vari che affollano la stanza, costringendo a non voluti combattimenti alla Polifemo contro i prodi marinai di Ulisse. Già perché proprio come il Ciclope solo cieco dal momento che la luce la sera va via, l’acqua calda invece non si è mai vista e le condizioni igieniche ricordano quelle di un bagno chimico dopo il concerto del Primo Maggio. Eh…..però non manda il buonumore e dopo un primo bird-watching sul fiume riesco ad avvistare già il primo coccodrillo, che placidamente pare gustarsi il tramonto sul fiume ,ignaro o incurante del fatto che sta per scatenarsi un pandemonio di monsone che costringerà almeno me ad un frettoloso rientro al “Marriott”, su una strada che al buio è sconsigliata a percorrersi per la presenza di animali selvatici. In particolare pare che proprio i bellissimi rinoceronti ad un solo corno amino sguazzare in in pozza situata proprio all’ingresso, dal quale per ora l’unica fauna pervenuta sono zanzare che si librano è una Luftwaffe di zanzare grandi quanto una Malboro. A proposito quelle pure servono: a staccare le sanguisughe che quasi inevitabilmente si attaccano ai piedi. Ora mi lamento ma Axl mi aveva avvisato:

You know where you are? You’re in the jungle baby!

L’orizzonte perduto – Giorno 23: Unbelievable Bhaktapur, la Firenze dell’Himalaya

Il titolo odierno reca già due marchiani errori: il primo è quello di voler affibbiare un aggettivo a Bhaktapur, seppur quello di incredibile, perché per Bhaktapur non ci sono aggettivi; il secondo è quello di voler fare un raffronto suggestivo certo con la Firenze medicea, che nella magnificenza e splendore dei suoi palazzi e corti mi è sembrato trasportato qui ai piedi di montagne eterne e altissime.

A voler trovare per forza un paragone calzante con qualcosa accaduto nella nostra parte di mondo, si potrebbe fare un raffronto allora con la antica Grecia, dove la parte di Atene e Sparta la recitano le antiche città-stato di Katmandu e Patan, in perenne guerra tra loro, e poi sta Tebe che , sul declinare delle due eterne rivali fiaccate dal loro incessante combattersi, emerge a prendersi il dominio. Bhaktapur novella Tebe allora?

La città visse il suo apogeo sotto la reggenza di Re Malla, venuto dall’India come i tanti mercanti che appunto percorrevano la antica via da e verso il sub-continente indiano che qui aveva inizio o fine. La posizione favorevole donó a Bhaktapur prosperità e ricchezza per lunghi secoli tra il 1200 e il 1500 del nostro calendario .

Ritengo importante specificare che la divisione del tempo e degli anni sia diversa rispetto alla nostra perche credo che la misurazione del Tempo sia uno dei fattori principali di comprensione di una cultura: qui il tempo veniva misurato secondo altri criteri

e direi che tuttora il Nepal ha un suo Tempo quasi interiore, personalizzato direi: giammai avrei immaginato che esistono persino i quarti d’ora nella ripartizione dei fusi orari e non so quanti paesi scelgano di adottarne uno simile con frazioni di ore così scomodo rispetto ai paesi circostanti. Ma il Nepal vuole essere e non può altro che essere un mondo a se, così ha rispetto al fuso orario di Roma e dell’Europa occidentale per esempio 3 ore e 45 minuti di differenza. Detto questo torniamo a Bhaktapur

che un suo tempo tragico lo ha vissuto alle 18:31 ora locale del 25 aprile 2015, quando il sub-continente indiano posto oltre la via ha voluto avvicinarsi ancora un po’ a Bhaktapur e all’Himalaya generando un terremoto di sconvolgente potenza che ne ha devastato molti palazzi.

Sebbene le ferite siano evidenti, Bhaktapur rimane un gioiello assoluto e incantevole è davvero non riesco nemmeno a immaginarne la bellezza precedente se, come leggo, nel terremoto è andato perduto circa il 70% dei suoi edifici storici.

Lo stile architettonico mi pare risenta molto dell’influenza indiana con questi rimandi ad animali sacri quali l’elefante e la tigre. Lo stesso simbolo della città è costituito dai cosiddetti “elefanti erotici” riportati vicino la porta di accesso e su molti templi: pare che guidati dalla forza suprema del Dio Ganesh, sti elefanti trombassero alla grande alla corte di re Malla tanto da generare indomabili guerrieri (quelli raffigurati infatti sempre sotto gli elefanti). La commistione tra induismo e buddismo è quanto mai evidente in alcuni edifici

e la stessa concezione architettonica di fondo, con questa sua maggiore spazialità rispetto alla angusta architettura “di montagna” tibetana, rimanda più chiaramente all’India e alle faraoniche piramidi del Taj Mahal per dirne una.

Lo stesso Palazzo Reale di Bhaktapur, detto delle 55 finestre, è tutt’ora accessibile solo ale persone di comprovata fede Hindu.

Come si faccia poi a dimostrare ad un poliziotto di fronte ad uno splendido portale d’oro di essere di una religione anziché un’altra, non ne ho idea. Capisco che un occidentale difficilmente possa apparire di fede hindu ma un locale o più genericamente un asiatico?

Di posti belli come Bhaktapur non ce ne sono poi tanti, è davvero sensazionale anche perché più raccolta di Katmandu, davvero uno scrigno magico fuori dal tempo.

Se poi volete qualche altra dritta gastronomica, allora vi consiglio il “king curd”, uno yogurt burroso fatto con latte di bufalo, capra e yak, il bue tibetano che vive sulle pendici dell’Himalaya.

Lo gustate e tutta la successiva notte la passate in intimità col signor Ginori. Ma parlare di cessi è un affronto alla bellezza di Bhaktapur, quindi chiudiamo con una bella sua immagine, anche perché di brutte non ne esistono