I racconti antelucani – cap.I: il loglietto del bosco grande

Un mutuo gravoso ed una moglie ingrassata. Questa doveva essere la mistura di fattori o forse fardelli che Cino il giardiniere sembrava racchiudere in quel sospirato “beato a te”, con cui tutte le mattine, molto prima dell’alba, accoglieva il suo giovane collaboratore Spadino. E quella mattina, mentre si incamminavano alla volta di Tragara nella luce lattiginosa di certe albe di Aprile, quei “beato a te” si facevano più incessanti, quasi continui e simili ad una noiosa nenia, con quell’ultima vocale trascinata a dismisura quasi a rincarare l’ipotetico squilibrio della bilancia. Eppure Spadino invidiava o meglio dire ammirava del vecchio Cino proprio la sua normalità, quella sua forza tranquilla: di tutto ci si stanca prima o poi e Spadino si era stancato già da un bel po’ della sua supposta libertà. Poter partire un giorno qualunque e girare il mondo era un pensiero del tutto avulso da lui che vedeva nel Molo Beverello una sorta di invalicabili Colonne d’Ercole e non aveva mai lasciato l’isola; quanto poi alla possibilità di avere tutte le ragazze che voleva, beh non era cosa per lui: gli altri erano sempre più belli, più eleganti, più disinvolti di lui che era innamorato da tanti anni di una stessa ragazza, che però pareva ricambiare quella passione come un tronco di prugna con un innesto di albicocca fatto a novembre: con un rigetto insomma. Il vecchio Cino dunque era agli occhi di Spadino la pietra angolare di una casa di certezze che il giovane temeva di non saper costruire, quella casa da cui Cino sembrava, almeno a parole, voler saltare via dalla finestra. Cino e Spadino dunque sembravano possedere ognuno qualcosa che aveva l’altro, quella mattina molto prima dell’alba in cui si incamminavano a piantare il prato estivo a casa della Signora Cessy. Voltato che ebbero punta Tragara e quel lussuoso hotel ed inforcato il Pizzolungo, la foschia si fece più fitta e più intenso il profumo di salsedine che vi era racchiuso: era il segno inconfondibile che il mare si andava riscaldando ed evaporando in parte nelle prime ore del giorno bagnava del suo umore la collina sovrastante. La villa della Signora Cessy o meglio dire di suo marito, il possidente Cavalier Tubettony, sorgeva ad un dipresso: incastonata tra speroni di calcare pareva innalzarsi come un minareto di preghiera dinanzi ai giganti di roccia sottostanti e, sebbene posta su un terreno accidentato e ripido, per grazia ricevuta apriva attraverso un viale interno ad un inaspettato appezzamento di buona estensione, su cui la Signora Cessy amava per fortuna veder crescere un rigoglioso prato, l’introito principale delle sgangherate finanze di Cino e Spadino. Si, perchè su quel terreno sferzato dal ponente come dal levante in inverno, riarso dal Sole in estate e spugnato dalla salsedine in primavera era molto difficile, quasi impossibile far attecchire un prato: Cino lo aveva spiegato tante volte alla signora e le aveva paventato che ciò sarebbe stato possibile solo con una manutenzione continua ed accurata che loro per amore del loro lavoro si assumevano il fardello di sostenere e con interventi continui di piantumazione del prato, con specie diverse ad alternarsi a seconda delle stagioni. Per il freddo inverno Cino avrebbe piantato una coriacea gramigna, capace di resistere alle gelate come agli schiaffi del maestrale; per i mesi estivi il più esile e delicato Lollum italico, altresì conosciuto come Loglietto, una specie ricercata e costosa. Per Spadino il loglietto era una un’erba miracolosa: con i proventi di quella semina ci comprava i vestiti nuovi per l’estate, la birra per qualche bella sbronza e, perchè no, una bella spesa di un’altra erba, quella miracolosa davvero se fumata col tabacco il venerdì sera. Ad ogni modo la cosa che Spadino più dì ogni altra Spadino ammirava di Cino era quella sua versatilità, diciamo pure la sua intelligenza, una congerie di cose che Spadino chiamava semplicemente “il saper parlare”: pur non avendo istruzione, Cino era riuscito a blandire una donna capricciosa e piena di se come la proprietaria della villa, facendogli credere quella balla epocale della gramigna e del loglietto da alternare nelle stagioni e assicurandosi così un provento annuale ad un prezzo triplicato. Che grande, Cino! Era così, con quel suo saper parlare forse che era riuscito a sposare quella che dicono era una delle più belle ragazze di Capri da giovane, Donna Assunta, bella ancor oggi pur se un po’ ingrassata. ” Oggi è il giorno della fondazione di Roma, 2774 anni fa”- aggiunse ad un tratto Cino, al termine di quella cantilena di strascinati “beato a te”. Era il segno che si era giunti alla villa e bisognava mettersi al lavoro. La signora Cessy era ad attenderli sulla porta con ansia ed una serie di studiate raccomandazioni da fare, tutte farlocche: per le donne come la Signora Cessy l’aspettativa principale risiede in quel senso di soddisfazione che trovano nel dispensare ordini e premure, bastone e carota a quella che reputano la loro servitù: nulla la faceva sentire di più una realizzata donna borghese, e Cino e Spadino avevano imparato ad assecondarla annuendo con la testa alle sue demenziali nozioni di giardinaggio apprese su internet o a qualche the in città. Il campo da seminare sorgeva proprio sotto una parete calcarea bianca su cui pare appoggiata la sovrastante collina di Tuoro, con quella sua fitta macchia di pini e lecci ribattezzata il Bosco Grande. Si raccontava anche una leggenda su quel bosco, dove si diceva fosse scappato un tempo dalla stalla dell’imperatore Tiberio un toro dalle corna d’oro. Durante le operazioni di semina, Spadino decise di cogliere uno dei tanti momenti in cui Cino passava ad accendersi una delle sue mille sigarette e chiedere un consiglio su come trovare il coraggio per farsi avanti con quella ragazza, come lui aveva fatto anni addietro con sua moglie. “Regalale dei fiori”- rispose Cino mentre bruciava con le labbra l’ennesima sigaretta- “è il tuo lavoro e poi ancora non è nata una donna che non ami ricevere dei fiori”. ” e poi cosa dovrebbe succedere?” Domandò un perplesso Spadino. “Roma non è stata costruita in un giorno”- chiuse bruscamente Cino. A Spadino, memore dell’affermazione precedente sull’anniversario della nascita di quella città, non restò che tornare al lavoro più confuso di prima. Il prato doveva essere pronto per la terza decade di giugno quando il Sole arriva al punto massimo nel cielo prima di iniziare la sua parabola discendente, così il loglietto poteva crescere nella degradante luce estiva. Ma quell’anno a veder crescere il prato dinanzi ai Faraglioni non ci sarebbe stato Cino: una mattina molto prima dell’alba cominciò a tossire , sempre più forte, sempre più forte, come se i polmoni paressero voler sputare fuori tutte le sigarette digerite controvoglia. Un letto di ospedale, una fredda ed infuasta diagnosi, ed un letto di casa, ultimo e disperato giaciglio del capolinea della vita. Spadino non ebbe il coraggio di andare un sol giorno a visitare il suo maestro, sapeva di stare sbagliando ma sapeva anche che Cino avrebbe capito. Poi quel giorno, quello inesorabile del funerale, si fece alfine coraggio ed entrò a casa del suo vecchio amico. Trovò la bella e neanche poi troppo ingrassta moglie di lui ad attenderlo, con una sorta di strano legato testamentario: “ti ha lasciato questo”. Era un pacchetto di Marlboro rosse, con dentro un’ultima sigaretta. “dovrai fumarla il primo giorno della terza decade di Giugno, giorno del solstizio d’estate, su quel prato dove a quel punto sarà cresciuto il loglietto, questo mi ha detto di dirti” concluse Donna Assunta. Straziante fu l’attesa per Spadino ma alla fine quel giorno giunse: quella mattina molto prima dell’alba la nebbia era simile ad una caligine che rimontava su dalla baia, scoprendo solo ogni tanto la vista sui giganti di roccia. Spadino accese tremando quella sigaretta e distinse chiaramente dinanzi a se i ciuffetti di loglietto germinare a vista d’occhio da quel prato. Poi ad un tratto, un rumore di zoccoli dalla sovrastate collina: dal Bosco grande un enorme toro con delle corne rilucenti nella luce dell’alba si avviava giù lungo lo sperone di roccia e gli veniva incontro, una sorta di transumanza divina destinata a concludersi su quel prato. Spadino ma non sapeva che fare ma il toro non si mostrava aggressivo: anzi placido come un vitello, prese a brucare tutto il loglietto con un comportamento che denotava abitudine, come se quel prato dinanzi ai Faraglioni fosse da sempre il suo pascolo estivo. E forse si, era proprio così. Prima di riavvarsi verso il Bosco Grande il toro si rivolse al nascituro Sole, così che Spadino potette notare come l’estremità delle sue corna indicavano precisamente l’una il sole, l’altra il pianeta Venere o Lucifero che dir si voglia, visibile solo la mattina molto prima dell’alba

La saga dei chiattilli- cap. II

I CHIATTILLI ED IL PESSIMISMO COSMICO
Nella storia del pensiero filosofico e letterario si rinvengono, almeno a mia memoria, tre tipi di pessimismo : quello leopardiano, riconducibile cioè al Vate di Recanati (che poi a ben vedere appartiene a Scopenhauer) della gioia come pure illusione e che alimenta solo l’effimera brama di altra gioa, quello di Sartre dell’”esisto perché soffro”………e poi sta il pessimismo cosmico dei chiattilli. Si, perché forse non tutti lo avrete ancora colto ma il vero chiattillo è irrimediabilmente, inesorabilmente pessimista. Basta un infinitesimale intoppo, una imperscrutabile circostanza del Fato perché l’intero week-end assuma le forme di una valle di lacrime, un baratro di dolori e lamenti senza fondo . Oddio, non è che il novero delle variabili sia infinito atteso che il vero chiattillo più del mare e della serata non fa, e in molti casi l’una delle due attività basta a escludere l’altra perché è inconfutabilmente vero che il “mare stanca” o al contrario si preferisce tenersi freschi ed in forma per l’aperitivo, operazione che tra maquillage e convocazione di amici per conferme, chi viene , chi no, chi si, piglia pure 4-5 di warm up.
Ad ogni modo fermiamoci al pessimismo cosmico chiattillesco, con Cessy e Zizzy che sbarcano in piazzetta, e qui si spalancano le porte del Cocito infernale. L’interrogativo esistenziale è sempre quello: “Cessyyyy, ma dove andiamo a cena stasera???”
“Zizzy, ma ancora ??? Ha prenotato Boccalony il fidanzato di Commuogly, facciamo tavolo alle 22 da Stuzzichino”.
“Cessyyyy, ma stai da fuori???? Commuogly mi ha confermato che dovevi prendere tuuuu il tavolooooo!!!!! E ora come facciamooo????” Lo sgomento scolpito sul viso di Cessy, non si può che chiedere aiuto al prossimo che non potrà negarglielo vista l’immane tragedia che sta oer consumarsi .
“Madonna, ma come facciamo???? E quale è il numero di telefono mio diooo?? “
“lo si può rinvenire facilmente su google, ad ogni modo chiamo io……ma mi dicono che…..sono pieni”
Il cielo si oscura, il sole si spegne, si squarcia il baratro del pessimismo più cupo cala come una scure sulle loro fragilità teste.
“Madonnaaaaa e ora??? Io lo sapevo che quella Commuogly mi metteva in mezzo a sto casino, da quando si è lasciata con Catetery sta da fuoriiii!!!!Butta addosso a me tutte le responsabilitààaaaaa. E adesso????” “
“Mah signorina, può semplicemente prenotare da un’altra parte”
La voce rotta dal pianto, il tono della risposta irritato di chi deve controbattere ad una provocazione o una palese idiozia “ma doveeeeee????”
“Mah,si contano 117 attività di ristorazione sul territorio dell’isola , il che vale a dire che se una è completa possiamo provare in una delle rimanenti 116”
Cessy e Zizzy si guardano sempre più sgomente negli occhi, sicure ormai di aver di fronte un mostro cattivo ed insensibile che non riesce a comprendere il loro dramma esistenziale in corso, poi uniscono e le forze e, come le eroine di qualche cartone animato tipo le Winxxx quando annunciano qualche incantesimo, gridano all’unisono “ ma doveeeee????”
“Mah se Stuzzichino è pieno, potete provare da Barbablù e i sette dentici, che è molto buono, Dallo Scorfano di Sua Maestà che ha milletordici stelle Michelin, oppure potete provare dall’Ostricaro maledetto che pure ha il suo perché, però per un’esperienza davvero innovativa potreste provare dalla Murena a pois”.
Nessun argomento vale ovviamente a fare minimamente breccia e scalfire la granitica paura di trovarsi impantanate ad una serata fuori dai giri che contano. Non resta che varare la soluzione finale . È Zizzy, che finora ha mantenuto un low profile, ad annunciarla:
“No basta non abbiamo altra scelta, devo per forza chiamare il mio ex Tubettony, che ce l’ha con me per quella volta alla festa di Commuogly mi ammoccai con Capokky e feci ingelosire pure quella puttana di Perizomy”
“Ma sei pazza, Zizzyyyy, quella Perizomy ti schifaaaa, lo ha detto pure a Puzzy che ti schifaaa”
“Si ma tanto la schifo anche io a leiiii, e poi Tubettony fa il tavolo, non abbiamo sceltaaaaa,’lo vuoi capire o noooo???”
Arriva anche la presa di coscienza della irresponsabile Cessy, che si sobbarca una telefonata di mediazione con il cornuto Tubettony, con la eterna spada di Damocle che non assommi al tavolo il conteso Capokky e soprattuto la sua bella medea Perizomy.
Alla fine Tubettony dimostrerà un cuore grande anche più del suo portafoglio e acconsentirà ad aggregare le sciagurate Cessy e Zizzy al suo tavolo, ma il suo orgoglio da leone ferito lo farà optare per un attegiamento distaccato, poche frasi di convenienza ed una freddezza di fondo che Zizzy e Cessy sentiranno per tutta la serata sulla loro pelle, fino a precipitare nell’horror vacui del più cupo pessimismo cosmico chiattillesco

Di Valentino o del mio borgo natio

Oggi 16 Luglio, in un caldo pomeriggio di mezza estate, si celebra nella contrada di Valentino la festa della Madonna del Carmine, onorata nel quartiere con una piccola edicola votiva situata proprio alla fine della via che taglia in due il quartiere e le conferisce il nome, nel punto in cui essa interseca perpendicolarmente la strada che dal Castiglione precipita giù verso gli orti della Certosa, intitolata quest’ultima allo sfortunato asso dell’aviazione Dalmazio Birago perito gloriosamente sui cieli d’Etiopia. Il meteo assegna per l’evento quella tipologia climatica definita a queste latitudini inequivocabilmente col vocabolo di “bafuogno”, un caldo umido e appiccicoso corroborato da massicce dosi di vento Africo, ma riserva un’ulteriore sorpresa, quella di un inatteso scroscio d’acqua giusto all’ora della funzione religiosa tenuta all’aperto, funestandola di ombrelli che oscurano ancor più la già scarna visuale sulla statua che offre l’angusto vicolo, per l’occasione ingombro anche di sedie di fortuna occupate dai molti anziani presenti.valentino messa.jpg

La celebrazione è ora limitata appunto ad una funzione religiosa, della quale non riesco ad essere troppo partecipe per attitudine personale; ad ogni modo l’omelia del sacerdote, unita al vociare in preghiera di antiche signore del quartiere che odo distinte dalla mia finestra, è condizione sufficiente per innescare una babele di ricordi invero assai nitidi di quei pomeriggi estivi di un’età ormai lontana, quando noi bambini del quartiere attendevamo con giubilo ed eccitazione questa festa, smettendo per qualche ora di esecrare il chiostro della Certosa adibito a campo da calcio per correre a confrontarci nelle gare e nei giochi di strada che facevano da contorno alla messa. Ricordo in particolare un anno in cui mi avviavo, dopo brillanti turni di qualifiche, a disputare la finale della prova di corsa nei sacchi, anelando assai al primo premio costituito da un materassino gonfiabile da mare, giacché proprio qualche giorno prima avevo fracassato sugli scogli di Palazzo a mare il mio nuovo di zecca rimediando un sonoro cazziatone materno. Ricordo come fossi nettamente in vantaggio sul rettilineo di arrivo avviato verso il trionfo, ma una davvero scarsa “cattiveria agonistica” unita ad una congenita dose di coglionaggine mi spinse a dare credito ad una voce levatasi dal pubblico, la quale rimarcava come non avessi toccato il muro posto a metà percorso prima di volgermi sulla via del ritorno. Sottigliezze oggi forse delegabili all’ausilio del VAR, ma incredibilmente io mi volsi sui miei passi per tornare indietro a toccare quel dannato muro, abbandonando la vittoria ed il sospirato materassino al mio avversario, un mio amico di infanzia. A tutt’oggi quella avrebbe costituito la mia più alta affermazione sportiva, sigh.

C’era sempre tutto il quartiere a quella festa, anziani e nipoti, famiglie identificate col soprannome conferito per stirpe, c’erano tutti i miei nonni, quelli materni assai legati alla santa protettrice del quartiere, ed il mio nonno paterno, uomo dal carattere solare e gioviale nonché affermato imprenditore alberghiero, la qual cosa credo gli conferisse una posizione sociale di lustro che, unita ad una spiccata passione per la bellezza del gentil sesso, gli faceva meritare il non certo sprecato soprannome di “Don Giovanni”. Unica assente giustificata in famiglia era la mia nonna paterna , donna dal carattere estremamente riservato nonchè “ciammurra” trapiantata nella città di sotto, un binomio che suppongo la rendesse legata ad un vincolo di fedeltà eterna a Sant’Antonio piuttosto che ai frivoli culti dei “chiazzieri”. Il “mastro di festa” era poi indiscutibilmente un signore italo-americano dal carattere estroverso e gioviale, sbarcato in Italia da liberatore col suo corpo di marines nel secondo conflitto mondiale ma fatto poi “prigioniero” da una donna che aveva sposato: vivevano in un piccolo appartamento ubicato proprio di fronte al mio cancello, e ancora oggi se esco di casa mi pare strano di non sentirli discutere in uno strano slang Brooklyn- napoletano dinanzi alla tv accesa in sottofondo.

Mi viene da chiedermi quanto sia cambiato il mio quartiere in tutti questi anni: certo lo è, come è cambiato il mondo, ma non poi così tanto. A Valentino si va un po più lenti, lo dice la parola: va- lentino! Attaccati alla piazza e alla roboante via Camerelle, eppure a nostro modo distanti, in un limbo dove a decine i turisti si perdono smarrendo la via per i Giardini di Augusto e le boutique, che sono li ad un passo ma nel dedalo di viuzze non vi è GPS o Google maps che li riesca a far orientare. Di certo non è cambiato l’impianto urbanistico medievale che disegna come una sacca esterna rispetto al centro, una cavità che fungeva da contado per il sovrastante convento delle Teresiane. Figuriamoci che il giardino di casa mia, magicamente affacciato sui Faraglioni, fungeva un tempo da cimitero del suddetto convento e come suo “limes” prima delle terre appartenenti all’altro Ordine, quello dei Certosini.giardino casa

La appena sovrastante casa di carissimi amici ha la chiara struttura di una chiesa, probabile cappella funeraria, e la gran parte degli edifici ricalca un’architettura religiosa. teresiane

E’ cambiata certo l’economia di base di questa piccola contrada, coi suoi manufatti a schiena d’asino divenuti in buona parte appartamenti alla moda, studi di professionisti o molto più spesso depositi dei lussuosi negozi della vicina via Camerelle, una sorta di retrovia di guerra dell’artiglieria pesante schierata sulla main street. Era solo venti anni fa una via che pullulava di botteghe artigiane, che ricordo anch’esse tutte una ad una: dall’orologiaio, mestiere pressoché estinto, che giaceva appena dopo il sagrato dell Chiesa ove oggi sorge un ristorante alla moda, al mastro ceramicaio che scalpellava poco dopo la porta carraia, incredibile scudo sonoro nel quartiere dei rintocchi del campanile, passando per il falegname corniciao che aveva assai in odio le nostre disfide pallonare e ci sequestrava arbitrariamente il pallone, fino alle botteghe dei sarti che sono ancora li a cucire bellissimi vestiti per i ricchi signori che risalgono da Quisisana lungo Li Campi. Qualcosa è cambiato, molto altro per fortuna no. Di certo non sono mutati i veri padroni del borgo, coloro che a Valentino sono sempre stati i despoti capaci di informare le vie del loro odore e delle loro cibarie, i notai che tracciano i confini delle proprietà al di la delle determine catastali rimbalzando a loro piacimento da una particella all’altra: i gatti. carbonello.jpgA Valentino hanno sempre comandato i gatti: li troverete ancora li, affacciarsi tutti incredibilmente sincronizzati da Madre Natura, a salutare sornioni ma affettuosi i bambini che ad ora di pranzo escono vocianti e spensierati da scuola

Addio, bella etiope

Nel giardino di casa mia, incastrato chissà come nel mezzo del centro storico di Capri, vige una vetusta e magica regola: per ogni nuovo venuto al mondo viene piantato un albero. Ognuno degli abitanti di quella casa può dunque riconoscersi in una mimosa o un cachis, un limone o un mandorlo. Ma vi è una sola vistosa eccezione: la altissima palma proveniente dagli altopiani etiopi, talmente vecchia da rendere difficile l’identificazione ai vivi della mia generazione così come a quelli delle due precedenti. Già, perché quella palma ha oltre cento anni, fu importata in Italia ai tempi in cui questo paese si imbarcava in spicchi d’Africa in improvvide avventure coloniali, prelevando (o forse razziando) quello che restava da prelevare. Probabile dunque che questa palma risalga addirittura al disastroso “debutto” colonialista dell’Italia di Crispi, datato addirittura 1896 (avete letto bene) e culminato con la disfatta di Adua. Come sia poi finita nel mio giardino non è dato saperlo ed è rimesso alla fantasia, che,se avrete pazienza di leggere tutto l’articolo, non mancherà di esplicarsi. Insomma questa palma era davvero vecchia assai e, a volerla abbinare all’usanza di un nuovo albero per ogni venuto al mondo, si tratterebbe di risalire ai proprietari della casa di allora ma per fortuna non serve dover scartabellare in ingialliti atti notarili, giacché i vecchi proprietari sono celebri essendo essi la famiglia dell’ex presidente della repubblica Napolitano, che proprio qui ha trascorso la sua infanzia. Beh, vista la sua vetusta età, ci si potrebbe pure lanciare in suggestive ipotesi, che credo farebbero amare però poco la pianta ai grillini. Ma vabbè, non è di questo che vorrei parlare. Eppoi sono triste .

Già, credo che questo 4 di novembre, giorno di San Carlo nonché della commemorazione della vittoria italiana nella Grande guerra, sarà per la nostra famiglia d’ora in poi associato al ricordo di una triste dipartita, non di una persona per fortuna ma di qualcosa cui eravamo comunque tutti molto legati. Sto parlando proprio di lei, la ultracentenaria palma etiope che torreggiava su tutto il quartiere di Valentino come un minareto su una kasbah.

Guardandola da una prospettiva diversa L si poteva ammirare stagliarsi con i faraglioni sullo sfondo e, con la sua altezza intorno ai 30 metri era facilmente localizzabile da svariati punti dell’isola.

Per quanto mi riguarda, era qualcosa di assimilabile a quel che rappresenta il Vesuvio per i napoletani, un ibrido tra un mausoleo della Natura e un nume tutelare preposto alla protezione della casa, verso la quale,esattamente come il Vesuvio, costituiva al tempo stesso una minaccia col suo brandeggiare al vento e il suo paventare una caduta che col suo peso avrebbe teoricamente assestato un colpo esiziale alle fondamenta della casa stessa. Ma tutti noi sapevamo che ciò non sarebbe potuto succedere, che quello stelo proteso a vertigine verso il cielo non avrebbe potuto nuocerci e accettavano con serenità anche il rischio più frequente di rami che nelle giornate ventose periodicamente cadevano giu sul viale di ingresso.

In una recente caccia al tesoro da me organizzata, sullo sfondo di una storia di fantascienza mi ero addirittura spinto a erigerla a strano ritrovato della tecnologia post-sovietica, che permetteva la trasmissione di video e audio dallo spazio, fungendo a mo di antenna parabolica, circostanza quest’ultima celata e lasciata a capirsi all’intuito dei concorrenti, che ricevevano immagini ed enigmi senza spiegazione apparente ogni qual volta si approssimavano ad essa

Ma la convinzione di eterna salute e prosperità eterna della palma ultracentenaria albergava in tutti noi poggiando su basi caduche e fallaci, giacchè da ultimo lo stato di salute della nostra bella etiope si era decisamente aggravato: il terribile parassita sterminatore ribattezzato punteruolo rosso aveva eretto anche il suo tronco a nido per le sue ancor più terribili larve, che placano la loro fame divorando appunto il nocciolo centrale dei fusti di palma. Un flagello biblico che ha devastato le palme di mezzo mondo, una piaga d’Egitto proveniente però addirittura dalla lontana Oceania, difficile assai ad arginarsi e contro la quale la scienza botanica per il momento non ha trovato che dei paliativi. A migliaia le palme giacciono come ceppi morti decapitati nei giardini e negli orti dell’Occidente come del Medio Oriente. All fine anche la nostra bella etiope ha capitolato al puntuto sterminatore

Eppure c’era stato un primo momento in cui, di fronte all’ecatombe in corso, la nostra sembrava aver eroicamente resistito , come immune al flagello. La circostanza aveva già in me suscitato un ingenuo e prematuro entusiasmo, tanto da lasciarmi andare a suggestive ipotesi gonfie di letteratura ma scarne di basi scientifiche, secondo cui la nostra resisteva al punteruolo per via dei suoi natali sull’altopiano etiopico, dove l’infinito Nilo affonda le sue sorgenti e vive una razza di uomini fenomenali capaci di correre senza stancarsi come se saltellassero sulla luna. Non a caso, quelle montagne rimaste inespugnate per secoli sono ribattezzate appunto sin dai tempi di Tolomeo “le montagne della Luna”. Forte di questa mia fatua convinzione mi ero azzardato pure a scrivere un racconto breve per un mini-concorso letterario inserito in un festival del giardinaggio o qualcosa di simile. Il racconto per la verità non ebbe alcuna menzione ne premio all’interno di quella rassegna ed in effetti, a rileggerlo adesso, non appare particolarmente munito di pregi d’arte, con uno stile sovrabbondante e sovraccarico di sentimentalismo. E poi non ha portato bene, visto il titolo scelto, ma vabbè tanto vale rileggerlo e farli valere come una sorta di cenotafio per la nostra bella etiope. Eccolo:

PUNTERUOLO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO

Coriaceo e cazzuto guerriero, mortifero ed irsuto ircocervo, flagellante Magellano post-moderno, aveva egli solcato gli oceani dalla lontana Melanesia per giunger fin nella antica Persia e cominciar la sua opera di devastazione e morte; poi, sazio che fu, aveva il suo corno del color del sangue sguainato verso il Vecchio continente ed era alfine ivi  approdato, novello predone di inermi e fragili fusti parati al vento. Il suo nome era Punteruolo Rosso e il suono di esso evoca ancor oggi terrore e disperazione in ogni palma attecchita e cresciuta tra Gibilterra e Samarcanda. A migliaia, in Europa come in Medio Oriente, sui viali alberati delle città mediterranee come tra i filari delle serre israeliane, le palme giacevano con i rami rinsecchiti riversi verso il basso o come mozzoni deformi ormai agonizzanti, corpi svuotati e mangiati dall’interno dalle micidiale larve del coleottero predatore.

S’approssimava in un giorno di primavera il famelico Punteruolo al mio di giardino, pronto a sferrare il colpo esiziale alla vecchia e ossuta palma che ivi annicchia tra la mimosa e la jacaranda, sbilenca creatura alle apparenze gracile e vacillante sotto le raffiche di maestrale e di scirocco. Una preda facile per lo Sterminatore rosso dei due continenti, si sarebbe detto. Ma la storia questa volta riservava un finale diverso: era quella non un palma qualunque ma un esemplare eccezionale e raro, giunto fin qui nell’isola di Capri da una remota e inaccessibile regione dell’Etiopia, dove l’infinito Nilo trova le sue sorgenti e dove qualche scienziato colloca addirittura la nascita, milioni di anni orsono, della specie umana. La trasportò da laggiù fin qui un mio avo, al secolo modesto ufficiale del Regio Esercito italico impegnato nella prima disastrosa campagna di Etiopia ( chiamata Abissinia dalla toponomastica del tempo), epopea conclusasi con l’ingloriosa disfatta di Adua. Correva  l’anno 1896 e correva a gambe levate questo mio sconosciuto progenitore mentre batteva in ritirata sugli altipiani abissini, portando con se, incredibile a dirsi, il giovane virgulto o forse i semi di questa pianta che tuttora si erge vetusta, 120 anni dopo, nel bel centro di Capri, con i Faraglioni a fargli da sfondo ed il vento ad accarezzarla. Sarà stata forse la durezza delle condizioni incontrate in quella precipitosa ritirata e nella fase embrionale della sua vita a forgiarne la tempra e a renderla inarrendevole al tempo e alle asperità, chissà; sta di fatto che essa e’ ad oggi l’unica testimonianza di vittoria, seppur fallace, riportata da quella acerba e sciagurata avventura coloniale. Quel piccolo furiere del Regio Esercito con il suo pollice verde aveva inconsapevolmente eretto una sorta di piccolo obelisco trafugato al nemico, una palma non certo del vincitore ma la cui regale possanza ricorda quello di una danzatrice della natia Nubia, donne della cui bellezza esile e robusta parlano Erodoto e i frammentari resoconti dei pochi coraggiosi che nel mondo classico osarono spingersi in quelle terre ostili a rinvenire le sorgenti del Sacro Nilo.

Troppa storia e troppa gloria si paravano dunque innanzi all’infido Punteruolo invasore, le cui brame di conquista e sterminio naufragarono ben presto sulle inoppugnabili sponde di un Piave di bellezza e salubrità secolari. La Palma etiopica, e prima ancora abissina e forse prima ancora nubiana, troneggia ancora li, al centro del mio giardino sopra la mimosa e la jacaranda, con i Faraglioni a osservarla e il maestrale dolcemente a brandirla, altera e vanesia come Cassiopea moglie di Cefeo, prima regina di Etiopia.

Vade retro, Punteruolo rosso!”

Insomma nel paragonarla a Cassiopea, avevo pure sorvolato sulla fine infame che spetta al personaggio mitologico conosciuto col suo nome. Però, dopotutto, come capita a chi è caro agli dei, Cassiopea fu poi trasformata da Zeus in una stella, anzi in una costellazione intera, tra le più brillanti del cielo