I racconti antelucani – cap.I: il loglietto del bosco grande

Un mutuo gravoso ed una moglie ingrassata. Questa doveva essere la mistura di fattori o forse fardelli che Cino il giardiniere sembrava racchiudere in quel sospirato “beato a te”, con cui tutte le mattine, molto prima dell’alba, accoglieva il suo giovane collaboratore Spadino. E quella mattina, mentre si incamminavano alla volta di Tragara nella luce lattiginosa di certe albe di Aprile, quei “beato a te” si facevano più incessanti, quasi continui e simili ad una noiosa nenia, con quell’ultima vocale trascinata a dismisura quasi a rincarare l’ipotetico squilibrio della bilancia. Eppure Spadino invidiava o meglio dire ammirava del vecchio Cino proprio la sua normalità, quella sua forza tranquilla: di tutto ci si stanca prima o poi e Spadino si era stancato già da un bel po’ della sua supposta libertà. Poter partire un giorno qualunque e girare il mondo era un pensiero del tutto avulso da lui che vedeva nel Molo Beverello una sorta di invalicabili Colonne d’Ercole e non aveva mai lasciato l’isola; quanto poi alla possibilità di avere tutte le ragazze che voleva, beh non era cosa per lui: gli altri erano sempre più belli, più eleganti, più disinvolti di lui che era innamorato da tanti anni di una stessa ragazza, che però pareva ricambiare quella passione come un tronco di prugna con un innesto di albicocca fatto a novembre: con un rigetto insomma. Il vecchio Cino dunque era agli occhi di Spadino la pietra angolare di una casa di certezze che il giovane temeva di non saper costruire, quella casa da cui Cino sembrava, almeno a parole, voler saltare via dalla finestra. Cino e Spadino dunque sembravano possedere ognuno qualcosa che aveva l’altro, quella mattina molto prima dell’alba in cui si incamminavano a piantare il prato estivo a casa della Signora Cessy. Voltato che ebbero punta Tragara e quel lussuoso hotel ed inforcato il Pizzolungo, la foschia si fece più fitta e più intenso il profumo di salsedine che vi era racchiuso: era il segno inconfondibile che il mare si andava riscaldando ed evaporando in parte nelle prime ore del giorno bagnava del suo umore la collina sovrastante. La villa della Signora Cessy o meglio dire di suo marito, il possidente Cavalier Tubettony, sorgeva ad un dipresso: incastonata tra speroni di calcare pareva innalzarsi come un minareto di preghiera dinanzi ai giganti di roccia sottostanti e, sebbene posta su un terreno accidentato e ripido, per grazia ricevuta apriva attraverso un viale interno ad un inaspettato appezzamento di buona estensione, su cui la Signora Cessy amava per fortuna veder crescere un rigoglioso prato, l’introito principale delle sgangherate finanze di Cino e Spadino. Si, perchè su quel terreno sferzato dal ponente come dal levante in inverno, riarso dal Sole in estate e spugnato dalla salsedine in primavera era molto difficile, quasi impossibile far attecchire un prato: Cino lo aveva spiegato tante volte alla signora e le aveva paventato che ciò sarebbe stato possibile solo con una manutenzione continua ed accurata che loro per amore del loro lavoro si assumevano il fardello di sostenere e con interventi continui di piantumazione del prato, con specie diverse ad alternarsi a seconda delle stagioni. Per il freddo inverno Cino avrebbe piantato una coriacea gramigna, capace di resistere alle gelate come agli schiaffi del maestrale; per i mesi estivi il più esile e delicato Lollum italico, altresì conosciuto come Loglietto, una specie ricercata e costosa. Per Spadino il loglietto era una un’erba miracolosa: con i proventi di quella semina ci comprava i vestiti nuovi per l’estate, la birra per qualche bella sbronza e, perchè no, una bella spesa di un’altra erba, quella miracolosa davvero se fumata col tabacco il venerdì sera. Ad ogni modo la cosa che Spadino più dì ogni altra Spadino ammirava di Cino era quella sua versatilità, diciamo pure la sua intelligenza, una congerie di cose che Spadino chiamava semplicemente “il saper parlare”: pur non avendo istruzione, Cino era riuscito a blandire una donna capricciosa e piena di se come la proprietaria della villa, facendogli credere quella balla epocale della gramigna e del loglietto da alternare nelle stagioni e assicurandosi così un provento annuale ad un prezzo triplicato. Che grande, Cino! Era così, con quel suo saper parlare forse che era riuscito a sposare quella che dicono era una delle più belle ragazze di Capri da giovane, Donna Assunta, bella ancor oggi pur se un po’ ingrassata. ” Oggi è il giorno della fondazione di Roma, 2774 anni fa”- aggiunse ad un tratto Cino, al termine di quella cantilena di strascinati “beato a te”. Era il segno che si era giunti alla villa e bisognava mettersi al lavoro. La signora Cessy era ad attenderli sulla porta con ansia ed una serie di studiate raccomandazioni da fare, tutte farlocche: per le donne come la Signora Cessy l’aspettativa principale risiede in quel senso di soddisfazione che trovano nel dispensare ordini e premure, bastone e carota a quella che reputano la loro servitù: nulla la faceva sentire di più una realizzata donna borghese, e Cino e Spadino avevano imparato ad assecondarla annuendo con la testa alle sue demenziali nozioni di giardinaggio apprese su internet o a qualche the in città. Il campo da seminare sorgeva proprio sotto una parete calcarea bianca su cui pare appoggiata la sovrastante collina di Tuoro, con quella sua fitta macchia di pini e lecci ribattezzata il Bosco Grande. Si raccontava anche una leggenda su quel bosco, dove si diceva fosse scappato un tempo dalla stalla dell’imperatore Tiberio un toro dalle corna d’oro. Durante le operazioni di semina, Spadino decise di cogliere uno dei tanti momenti in cui Cino passava ad accendersi una delle sue mille sigarette e chiedere un consiglio su come trovare il coraggio per farsi avanti con quella ragazza, come lui aveva fatto anni addietro con sua moglie. “Regalale dei fiori”- rispose Cino mentre bruciava con le labbra l’ennesima sigaretta- “è il tuo lavoro e poi ancora non è nata una donna che non ami ricevere dei fiori”. ” e poi cosa dovrebbe succedere?” Domandò un perplesso Spadino. “Roma non è stata costruita in un giorno”- chiuse bruscamente Cino. A Spadino, memore dell’affermazione precedente sull’anniversario della nascita di quella città, non restò che tornare al lavoro più confuso di prima. Il prato doveva essere pronto per la terza decade di giugno quando il Sole arriva al punto massimo nel cielo prima di iniziare la sua parabola discendente, così il loglietto poteva crescere nella degradante luce estiva. Ma quell’anno a veder crescere il prato dinanzi ai Faraglioni non ci sarebbe stato Cino: una mattina molto prima dell’alba cominciò a tossire , sempre più forte, sempre più forte, come se i polmoni paressero voler sputare fuori tutte le sigarette digerite controvoglia. Un letto di ospedale, una fredda ed infuasta diagnosi, ed un letto di casa, ultimo e disperato giaciglio del capolinea della vita. Spadino non ebbe il coraggio di andare un sol giorno a visitare il suo maestro, sapeva di stare sbagliando ma sapeva anche che Cino avrebbe capito. Poi quel giorno, quello inesorabile del funerale, si fece alfine coraggio ed entrò a casa del suo vecchio amico. Trovò la bella e neanche poi troppo ingrassta moglie di lui ad attenderlo, con una sorta di strano legato testamentario: “ti ha lasciato questo”. Era un pacchetto di Marlboro rosse, con dentro un’ultima sigaretta. “dovrai fumarla il primo giorno della terza decade di Giugno, giorno del solstizio d’estate, su quel prato dove a quel punto sarà cresciuto il loglietto, questo mi ha detto di dirti” concluse Donna Assunta. Straziante fu l’attesa per Spadino ma alla fine quel giorno giunse: quella mattina molto prima dell’alba la nebbia era simile ad una caligine che rimontava su dalla baia, scoprendo solo ogni tanto la vista sui giganti di roccia. Spadino accese tremando quella sigaretta e distinse chiaramente dinanzi a se i ciuffetti di loglietto germinare a vista d’occhio da quel prato. Poi ad un tratto, un rumore di zoccoli dalla sovrastate collina: dal Bosco grande un enorme toro con delle corne rilucenti nella luce dell’alba si avviava giù lungo lo sperone di roccia e gli veniva incontro, una sorta di transumanza divina destinata a concludersi su quel prato. Spadino ma non sapeva che fare ma il toro non si mostrava aggressivo: anzi placido come un vitello, prese a brucare tutto il loglietto con un comportamento che denotava abitudine, come se quel prato dinanzi ai Faraglioni fosse da sempre il suo pascolo estivo. E forse si, era proprio così. Prima di riavvarsi verso il Bosco Grande il toro si rivolse al nascituro Sole, così che Spadino potette notare come l’estremità delle sue corna indicavano precisamente l’una il sole, l’altra il pianeta Venere o Lucifero che dir si voglia, visibile solo la mattina molto prima dell’alba

Di Valentino o del mio borgo natio

Oggi 16 Luglio, in un caldo pomeriggio di mezza estate, si celebra nella contrada di Valentino la festa della Madonna del Carmine, onorata nel quartiere con una piccola edicola votiva situata proprio alla fine della via che taglia in due il quartiere e le conferisce il nome, nel punto in cui essa interseca perpendicolarmente la strada che dal Castiglione precipita giù verso gli orti della Certosa, intitolata quest’ultima allo sfortunato asso dell’aviazione Dalmazio Birago perito gloriosamente sui cieli d’Etiopia. Il meteo assegna per l’evento quella tipologia climatica definita a queste latitudini inequivocabilmente col vocabolo di “bafuogno”, un caldo umido e appiccicoso corroborato da massicce dosi di vento Africo, ma riserva un’ulteriore sorpresa, quella di un inatteso scroscio d’acqua giusto all’ora della funzione religiosa tenuta all’aperto, funestandola di ombrelli che oscurano ancor più la già scarna visuale sulla statua che offre l’angusto vicolo, per l’occasione ingombro anche di sedie di fortuna occupate dai molti anziani presenti.valentino messa.jpg

La celebrazione è ora limitata appunto ad una funzione religiosa, della quale non riesco ad essere troppo partecipe per attitudine personale; ad ogni modo l’omelia del sacerdote, unita al vociare in preghiera di antiche signore del quartiere che odo distinte dalla mia finestra, è condizione sufficiente per innescare una babele di ricordi invero assai nitidi di quei pomeriggi estivi di un’età ormai lontana, quando noi bambini del quartiere attendevamo con giubilo ed eccitazione questa festa, smettendo per qualche ora di esecrare il chiostro della Certosa adibito a campo da calcio per correre a confrontarci nelle gare e nei giochi di strada che facevano da contorno alla messa. Ricordo in particolare un anno in cui mi avviavo, dopo brillanti turni di qualifiche, a disputare la finale della prova di corsa nei sacchi, anelando assai al primo premio costituito da un materassino gonfiabile da mare, giacché proprio qualche giorno prima avevo fracassato sugli scogli di Palazzo a mare il mio nuovo di zecca rimediando un sonoro cazziatone materno. Ricordo come fossi nettamente in vantaggio sul rettilineo di arrivo avviato verso il trionfo, ma una davvero scarsa “cattiveria agonistica” unita ad una congenita dose di coglionaggine mi spinse a dare credito ad una voce levatasi dal pubblico, la quale rimarcava come non avessi toccato il muro posto a metà percorso prima di volgermi sulla via del ritorno. Sottigliezze oggi forse delegabili all’ausilio del VAR, ma incredibilmente io mi volsi sui miei passi per tornare indietro a toccare quel dannato muro, abbandonando la vittoria ed il sospirato materassino al mio avversario, un mio amico di infanzia. A tutt’oggi quella avrebbe costituito la mia più alta affermazione sportiva, sigh.

C’era sempre tutto il quartiere a quella festa, anziani e nipoti, famiglie identificate col soprannome conferito per stirpe, c’erano tutti i miei nonni, quelli materni assai legati alla santa protettrice del quartiere, ed il mio nonno paterno, uomo dal carattere solare e gioviale nonché affermato imprenditore alberghiero, la qual cosa credo gli conferisse una posizione sociale di lustro che, unita ad una spiccata passione per la bellezza del gentil sesso, gli faceva meritare il non certo sprecato soprannome di “Don Giovanni”. Unica assente giustificata in famiglia era la mia nonna paterna , donna dal carattere estremamente riservato nonchè “ciammurra” trapiantata nella città di sotto, un binomio che suppongo la rendesse legata ad un vincolo di fedeltà eterna a Sant’Antonio piuttosto che ai frivoli culti dei “chiazzieri”. Il “mastro di festa” era poi indiscutibilmente un signore italo-americano dal carattere estroverso e gioviale, sbarcato in Italia da liberatore col suo corpo di marines nel secondo conflitto mondiale ma fatto poi “prigioniero” da una donna che aveva sposato: vivevano in un piccolo appartamento ubicato proprio di fronte al mio cancello, e ancora oggi se esco di casa mi pare strano di non sentirli discutere in uno strano slang Brooklyn- napoletano dinanzi alla tv accesa in sottofondo.

Mi viene da chiedermi quanto sia cambiato il mio quartiere in tutti questi anni: certo lo è, come è cambiato il mondo, ma non poi così tanto. A Valentino si va un po più lenti, lo dice la parola: va- lentino! Attaccati alla piazza e alla roboante via Camerelle, eppure a nostro modo distanti, in un limbo dove a decine i turisti si perdono smarrendo la via per i Giardini di Augusto e le boutique, che sono li ad un passo ma nel dedalo di viuzze non vi è GPS o Google maps che li riesca a far orientare. Di certo non è cambiato l’impianto urbanistico medievale che disegna come una sacca esterna rispetto al centro, una cavità che fungeva da contado per il sovrastante convento delle Teresiane. Figuriamoci che il giardino di casa mia, magicamente affacciato sui Faraglioni, fungeva un tempo da cimitero del suddetto convento e come suo “limes” prima delle terre appartenenti all’altro Ordine, quello dei Certosini.giardino casa

La appena sovrastante casa di carissimi amici ha la chiara struttura di una chiesa, probabile cappella funeraria, e la gran parte degli edifici ricalca un’architettura religiosa. teresiane

E’ cambiata certo l’economia di base di questa piccola contrada, coi suoi manufatti a schiena d’asino divenuti in buona parte appartamenti alla moda, studi di professionisti o molto più spesso depositi dei lussuosi negozi della vicina via Camerelle, una sorta di retrovia di guerra dell’artiglieria pesante schierata sulla main street. Era solo venti anni fa una via che pullulava di botteghe artigiane, che ricordo anch’esse tutte una ad una: dall’orologiaio, mestiere pressoché estinto, che giaceva appena dopo il sagrato dell Chiesa ove oggi sorge un ristorante alla moda, al mastro ceramicaio che scalpellava poco dopo la porta carraia, incredibile scudo sonoro nel quartiere dei rintocchi del campanile, passando per il falegname corniciao che aveva assai in odio le nostre disfide pallonare e ci sequestrava arbitrariamente il pallone, fino alle botteghe dei sarti che sono ancora li a cucire bellissimi vestiti per i ricchi signori che risalgono da Quisisana lungo Li Campi. Qualcosa è cambiato, molto altro per fortuna no. Di certo non sono mutati i veri padroni del borgo, coloro che a Valentino sono sempre stati i despoti capaci di informare le vie del loro odore e delle loro cibarie, i notai che tracciano i confini delle proprietà al di la delle determine catastali rimbalzando a loro piacimento da una particella all’altra: i gatti. carbonello.jpgA Valentino hanno sempre comandato i gatti: li troverete ancora li, affacciarsi tutti incredibilmente sincronizzati da Madre Natura, a salutare sornioni ma affettuosi i bambini che ad ora di pranzo escono vocianti e spensierati da scuola