L’orizzonte perduto – Giorno 26 : Ai piedi dell’Annapurna

Con questo suo nome vagamente napulegno e comaresco che fa pensare a qualche qualche relazione extraconiugale sanguigna e trombereccia consumata per sopra i Quartieri e immortalata in qualche strofa neomelodica del sommo Gigi, l’Annapurna è invece un massiccio montuoso che raduna dentro se cime tra le più alte del mondo. Cioè, non “giocano” nell’Annapurna i due Top player veri e propri, i Ronaldo e Messi dell’altitudine ovvero l’Everest e il K2, ubicati rispettivamente poco più a est il primo e parecchio più a ovest nel Karakorum il secondo, ma stanno ad ogni modo qui un “ottomila”, 8 cime sopra i settemila e ben tredici sopra i seimila. Se si considera che la cima più alta d’Europa è il Monte Bianco coi suoi 4810m, ci si rende subito conto che la “cantera” dell’Himalaya è di un altro livello proprio. Ed in questa “superligue”, come dicevano, l’Annapurna sta messo bene.

Per quanto mi riguarda non ho intenzione di scalarlo, anche perché sarebbe come se un Gestapo Facci o un Braccobaldo Murgita (ve li ricordate ?) avessero l’ambizione di giocare nei galacticos, tanto per restare in ambito calcistico, ma vorrei limitarmi ad arrivare ai suoi piedi, fare un trekking partendo dallo splendido lago glaciale e giungendo fin sulla cima del Sarangkot che, “nell’umiltà” dei suoi 3600-3700 metri di quota, ne permette una nitida contemplazione nelle giornate limpide. Eh, le giornate limpide ecco il primo degli ostacoli: di sti tempi e col monsone a palla capitano come i cartellini gialli a uno della Juve nelle partite-scudetto.

Ad ogni modo mi muovo di buon ora giù dal Chitwan, per un altro ben viaggio della fortuna in senso inverso fino a Mugling, dove tre giorni prima avevo concluso il rafting. I 34 km che dalle pianure alluvionali del Chitwan risalgono sulla bocca dell’altopiano himalayano sono come già detto uno spettacolo assoluto a guardarsi anche solo dal finestrino di uno sgangherato autobus davvero una di quelle strade che ti fa respirare emozione ed adrenalina sono stanco, sporco e sfinito coi piedi martoriati dalle sanguisughe ma cazzo, sto risalendo dalla giungla su fino ai piedi dell’Annapurna: “come on , Palillo enjoy, qua una o due volta nella vita ci capiti” continuo a ripetermi. dopo il bivio a Mugling la strada devia verso ovest in maniera secca mentre verso est corre l’unica via di accesso a Katmandu. Ma io sono diretto a Pokhara quindi ovest! Il paesaggio muta e torna a essere più tipicamente himalayano con risaie che si inerpicano fin dove è possibile, verso l’infinito di cime che paiono stare sulla Luna per quanto sono alte ed ecco alla fine Pokhara col suo famoso lago, uno degli spot turistici più famosi del Nepal: in esso e nelle sue acque cristalline si riflettono tutte le cime dell’Annapurna nelle giornate terse. Eh appunto, le giornate terse ….“if my grandpa had five balls, then i was supposed to be a flipper” – come dicono a Kensington. Non smettere di piovere un minuto che sia uno e la presenza delle sovrastanti come resta solo intuibile ma non visibile. Sembra di stare a scuola nel cambio di ora quando gli alunni si agitano e sbattono un po’ ma sapendo che da un momento all’altro può arrivare. Ecco, il prof. in questione si chiama Machapuchariche è della squadra dell’Annapurna ed è la magica cima che sovrasta proprio Pokhara. Ricordo di essere riuscito a vederlo un attimo la mia prima volta qui tredici anni fa, poco prima del tramonto, mentre ero con mio zio, che salutó l’apparizione con un’imprecazione assai colorita di rimando ai Santi Penati protettori “Ma chillo è o’Machapuchari, all’anema i chi te stramuo…!!!” In effetti lo spettacolo era straordinario. Ricordo anche una città diversa quella di Pokhara: allora era una romantica cittadina in riva al lago gravata tuttavia dalla guerra civile e che la rendeva un bersaglio sensibile ai mortai dei ribelli maoisti per via del palazzo reale (attuale non antico) posto proprio in riva al lago. Oggi ha conosciuto la pace ma anche uno sviluppo edilizio eccessivo che hanno alterato troppo l’impianto originario e lo spirito. Riesco tuttavia a ritrovare uno squisito ristorante tibetano, gestito da un signore rifugiato qui attraverso le montagne per via delle persecuzioni cinesi contro questo popolo inerme. Non voglio nemmeno soffermarmi sulla miseria del dibattito che in Italia ha assunto la parola “rifugiato”, mi limito a far presente che anche il Nepal è pieno di rifugiati tibetani ed al ricordo ancora di mio zio che diceva di come quell’uomo forte gli incutesse reverenza e rispetto, di come ce lo vedesse su una montagna innevata a farti da sherpa. Tredici anni dopo è un po’ invecchiato ma ancora lì con i suoi calzari tipici a servire la specialità tibetana per eccellenza, quei ravioli detti “momo ” da poter guarnire con carne di bufalo o erbe e formaggio di yak mi ritiro nel mio albergo che in teoria riserverebbe una splendida visuale sulle montagne e fiducioso attendo un segnale dal cielo che nel dormiveglia dell’alba in verità arriva: mi appare per un secondo il Machapuchari e anche se non faccio in tempo ad acchiapparlo in foto, mi scaravento giù dal letto e a rotta di collo salgo sul Sarangkot a provare di rimirare l’alba. Lungo il cammino la situazione meteo pare migliorare Ma è un bluff ….giunto in cima, sta una nebbia tale che non riuscirei a vedermi il cazzo mentre piscio, figuriamoci l’Annapurna. E poi il freddo, la pioggia: sto per rassegnarmi a trascorrere gli ultimi giorni a fondovalle nella tranquillità ma sento di dover esaudire una missione. E mi sovviene che ho da giocare una carta, una brasilianata diciamo. Non per fare il buffone ma la mia conoscenza della geografia è considerevole e allora una giocata posso farla, un posto c’è ma per raggiungerlo devo giocare il bonus…..Diciamo che il mio “amico da casa” come in qualche fortunato show televisivo ha un nome che incute timore, c’è chi dice che non esiste o se dovesse esistere è meglio non andarlo a scocciare. Ma io sono il Palillo: non ho mica paura dello Yeti! e andiamo va, alea iacta est!

L’orizzonte perduto – Giorno 25 : Follow the tiger

“Quando arrivi a vedere la tigre nella foresta, lei ha già visto te”: una variante in voga a latitudini esotiche del più snello ed efficace “Misurati la palluccella” delle nostre parti insomma. Il fatto è che qua il detto può navere un significato non prettamente metaforico ma riferirsi veramente alle abitudini della tigre in carne e ossa, perché qua le tigri ci stanno . Anzi, a dirla tutta la giornata si apre con l’annuncio dell’uccisione da parte di una tigre di un contadino locale in un villaggio poco distante. Un altro ragazzo Tharu impiegato nello staff del resort arriva invece ad annunciare che stanotte appena fuori dal campo sono venuti a “pascolare” i soliti rinoceronti…..io che sono stato sveglio fino a tardi per la verità non ho sentito altra bestia che zanzare e ciavattole. Che siano un po’ dei cazzari sti Tharu? Anche perché cosa altro faccianodi lavoro in dieci di loro in sto posto appare difficile intuirlo, atteso il livello da campo militare della guerra di secessione del cd resort. Ecco questo ultimo complain apre il campo a due considerazioni: la prima è che proprio qui di fronte sta un campo militare vero e proprio dell’esercito nepalese e fin qui chissenefrega…..ma la particolarità è data dal fatto che usini gli elefanti per le loro azioni militari, ne più ne meno come ai tempi di Annibale ed Alessandro Magno. Ad entrare nella fitta giungla infatti, col fango che fagocita tutto e alberi che coprono il cielo, non è vi è blindato o mezzo di locomozione moderno che riesca a rendersi più efficiente di un elefante indiano.

La seconda considerazione o meglio domanda rimasta sospesa è : chi cazzo sono sti Tharu?

Sono l’etnia di minoranza che abita qua, con una lingua, una cultura e anche dei caratteri somatici completamente a se stanti.

Il Nepal è un territorio che ha vissuto per secoli in un isolamento forzato dovuto all’inaccessibilità assoluta del suo territorio, fattore esistente anche al suo stesso interno: figurarsi che in Nepal esistono 72 lingue diverse, molte delle quali di ceppi linguistici completamente a se stanti. Si va dalle lingue del ceppo cinese- mongolo a quelle indoeuropee passando per quelle di influenza persiane: una babele che trova un punto di unione possibile spesso solo nella lingua imposta dai dominatori del secolo scorso: l’inglese. Qui nel Chitwan vivono appunto i Tharu sfuggiti a persecuzioni dall’India e che hanno dovuto imparare a vivere in una terra dalla natura ostile e fino a pochi anni fa fortemente malarica. Ad ogni modo ora l’attaccamento degli stessi al loro Chitwan è fortissimo così come ai loro animali, di cui emulano i comportamenti

La bellissima Peacock dance che imita i movimenti dei tanti pavoni che vivono allo stato selvaggio qui (mi ero sempre chiesto da che parte di mondo venissero). I Tharu maschi portano poi un codino piuttosto bruttino dietro la testa che vorrebbe essere la cosa di una tigre; parlano sottovoce poi per non destare gli animali mentre emulano invece gli elefanti o forse i bufali nella gestione dell’orifizio posteriore, col quale si lasciano andare a continue flautolenze….Ad ogni modo saranno oggi i Tharu a condurmi nella foresta a caccia di animali

Si comincia all’alba con una discesa in canoa sul fiume. Le barche sono ricavate tutte da un tipo di albero locale, una sorta di quercia tropicale, e condotte con un solo Palillo di bambù a fare da timone o leva di spinta sul fondale per le faticose risalite. Ecco proprio il bambù, nei suoi molteplici utilizzi dal cibo all’edilizia, costruisce la base fondante della società Tharu

Avvistiamo subito molti bellissimi uccelli dalle pigmentazioni principalmente azzurre e molti sono pure i coccodrilli

Qui ne vivono di due specie: il più classico “Mushmuggar” che attacca sovente l’uomo ed il più raro Gaviale, principalmente erbivoro ed insettivoro ma sterminato e portato vicino all’estinzione per via del muso puntuto con cui fruga nei fondali e che la demenziale medicina cinese reputa dagli effetti miracolosi. Scuserete lo sfogo ma è la terza o quarta porcata allucinante che sento a proposito di sta medicina tradizionale cinese di sto grande cazzo: strappavano la bile agli orsi tibetani per curare i reumatismi, tagliano il muso a sti poveri coccodrilli per curare non so cosa e pare che tagliano o tagliavano pure il cazzo alle tigri perché dicevano donasse fertilità e potenza sessuale……”Ma chi vi si scopa????” – verrebbe da dire .

Lasciata la canoa, proseguo poi con un giovane ragazzo Tharu (padre a 26 anni già di 4 figli!) per una camminata nel bosco: ammiriamo a decine bellissimi cervi maculati di cui sono ghiotte le tigri, il cui avvistamento ora sarebbe oggettivamente mortale, in ossequio al detto per cui è lei prima a vedere te e al fatto che stiamo a piedi ed ai piedi di Pilato nella foresta, il suo habitat. Ad un tratto pare di sentire pure un leopardo su un albero ….

Visita poi al centro di salvaguardia e cura degli elefanti, che dispone pure di una sorta di nursery con annesso reparto maternità.

Il pomeriggio invece mi dedico per sbaglio ad una attività opposta nello spirito: l’elephant riding per avvistare questi famosi rinoceronti, che però non riesco a vedere. Il problema è tuttavia un altro: i poveri elefanti qui sono invece sfruttati e trattati malissimo dai loro conduttori, degli aguzzini che li riempiono di botte e colpi in testa. Il nostro in particolare è sfinito, piange e barrisce di continuo e nel bel mezzo della foresta, dopo aver guadato un fiume, letteralmente impazzisce prendendo a vorticare e accasciandosi diverse volte a terra. Appare tra l’altro assai innervosito dagli onnipresenti cervi maculati. Il conducente rincara la sua dose di colpi in testa e l’animale prende pure a sanguinare ma niente, gli altri pachidermi proseguono oltre, lui davvero va vorticosamente in tutte le direzioni ma avanti no. La cosa diventa davvero pericolosa perche ci vuole davvero poco a cadere dallo scranno sul quale stiamo seduti in quattro di noi; inoltre un animale così intelligente e sensibile quando impazzisce o si ribella ben potrebbe intuire di sdraiarsi su un lato anziché sulle zampe anteriori e schiacciare il suo aguzzino e noi suoi complici in una bella frittata di stupidì sfruttatori. Il problema è che manco possiamo scendere o saltare giù : stiamo in una foresta fittissima e starebbe da guadare un fiume pieno di coccodrilli …. Alla fine siamo noi stessi, persino i cinesi che sono con me, a supplicare e convincere il tipo dal riportarci indietro, operazione anche questa che si rivelerà non agevole perché il povero animale avrà un altro accesso di follia proprio nel mezzo del fiume ma bene o male la sfanghiamo .

Mi vergogno come un ladro di aver preso parte a questa porcata di elephant ride: non fatevi mai convincere a parteciparvi ovunque voi siate, gli elefanti soffrono maledettamente.

Deluso e irritato da tutto cio, ripiego allora per una passeggiata in solitario nella giungla vicino casa, dove ammiro oltre ai soliti pavoni e uccelli……un bellissimo cobra reale che striscia a poco più di qualche metro dai miei infradito…..crisi di panico e direi che anche per oggi può bastare .

La tigre non ci speravo tanto di vederla ma il rinoceronte, i cui avvistamenti paiono molto frequenti qui, sinceramente ci contavo. Vabbè, mi ha comunque affascinato da morire il Chitwan con questa sua natura lussureggiante e misteriosa che pare davvero uscita da un libro di Salgari o da una novella delle “Mille e una notte”.

E pazienza se l’unico rinoceronte che ho visto è questa qua

L’orizzonte perduto- Giorno 24 : Chitwan, welcome to the jungle!

Il rumore di fondo che accompagna questo mio segmento di viaggio in Nepal, divenuto ahimè ormai usuale, è quello assai simile ad una macchina da caffè di quelle in uso nei bar un tempo, quelle azionabili con una leva che innescava il procedimento di riscaldamento dell’acqua e infusione coi chicchi. Niente di troppo complicato o desueto, lo avrete sicuramente presente quel suono roco onomatopeicamente trasferibile in un “Cohhhhiiiii”. Ecco qui tra i nepalesi il caffè espresso va poco di modo (sostituito dall”eccellente Masala Tea!) ma quel rumore o qualcosa di assai simile è onnipresente e ciò perché è quello con cui rimestano il loro cavo orale per tirarne poi fuori delle gigantesche e francamente schifose rascate. Ora avrete sicuramente capito : “Cohhhhiiii……Ppu”. Sembra davvero che qui non possano farne a meno, è un’abitudine deprecabile ma consueta come il lavarsi le mani prima di sedersi a tavola, anche se questa catarsi della faringe ha luogo principalmente dopo pranzo, persino nei ristoranti attrezzati con apposite sputacchiere…..Non fanno eccezione altri luoghi pubblici come ad esempio autobus e infatti quello su cui mi trovo lancia dai finestrini scaracchi a ripetizione come proiettili da un blindato nella battaglia delle Ardenne. Ad ogni modo vale la pena di vedere dove sia diretta questa sputacchiera a motore, il che è assolutamente entusiasmante: la mia meta è il selvaggio Chitwan, letteralmente in lingua locale “cuore della Giungla”, una regione a sud- ovest di Katmandu appena fuori dalle catene montuose himalayane e ormai a ridosso delle pianure alluvionali indiane; la stessa India dista pochi chilometri in linea d’area dal Chitwan.

Il problema è arrivarci un attimo …

Il Nepal è un paese adagiato su un territorio che, ad eccezione della peraltro molto isolata valle di Kathmandu (dove vivono credo i 3/4 della popolazione), presenta asperità davvero notevoli e difficili a valicarsi, quadro reso ancor più difficile dalla pessima situazione delle strade, nella maggior parte dei casi delle fangaie non asfaltate e soggette ad ogni intemperie atmosferica. Il Chitwan dista da Katmandu forse 100km ma qui si tratta di una distanza siderale. Ad ogni modo il viaggio per arrivarci è molto ma molto bello ed inoltre, come ogni viaggiatore sa, esso è il viaggio stesso, a differenza di un turista che considera tutto ciò solo un come un seccante “spostamento “. Usciamo dalla verde valle di Katmandu all’altezza di un passo di montagna oltre il quale la strada precipita giù per parecchi chilometri fino ad inforcare il fondo-valle disegnato dal fiume Trisghuli dalle bianche spume tempestose e sul quale dovrei produrmi, udite udite, in una discesa in rafting. Già, proprio così, senza neanche bene capire dove e come (anzi senza capirlo per niente), alla partenza del bus ho sentito parlare di sto rafting da farsi a metà percorso, scendendo un pezzo di fiume e poi proseguendo il percorso verso il Chitwan o Pokhara all’arrivo del gommone (su un altro autobus?è quello che mi domando) Mah, per adesso la vivo con disinvoltura, so già che sarà una di quelle cose a cui ripenserò una volta a casa fuori dalla mistura di incoscienza e adrenalina che mi pervade durante i viaggi: su un pullman da Katmandu alla giungla del Chitwan ed ad un certo punto peraltro ignoto del percorso scendi a fare rafting su un fiume himalayano in piena. E a chi sto aspettando? In effetti ad un certo momento, con il Trishugli a fianco alla strada che si agita come un demonio, il conducente prende a urlare in una cadenza difficile a distinguersi “Roooftaaang”. È la nostra ora, ci ritroviamo in sei ed è uno di quegli equipaggi che ti rimangono proprio nell’anima: c’è un timoniere locale cicciotello sui diciotto anni, io e due ragazzi spagnoli, e fin qui nulla di troppo strano; poi arriva un ragazzo israeliano e due che sembrano Stanlio e Olio…..dell’Arabia Saudita. Israeliani e arabi intrattengono notoriamente relazioni tutt’altro che amichevoli anzi si odiano reciprocamente e ora devono scendere un fiume in piena in una gola dell’Himalaya. Nessuna paura: dopo l’imbarazzo iniziale leghiamo tutti alla grande creando l’amalgama necessario in una tale situazione e aiutandoci a vicenda in quella che è una discesa in gommone tutt’altro che esente da rischi. Il fiume ci spara subito in faccia una rapida che per poco non ci sommerge poi prendiamo ritmo e la sfanghiamo alla grande. A turno diamo il tempo di vogata dicendo ognuno nella propria lingua i numeri da uno a quattro, con l’israeliajixhe dice i numeri in arabo e i sauditi che rispondono in ebreo. Un vecchio motto in voga tra i backpackers recita: “Chi viaggia non è mai razzista”: sul fiume Trishuli in Nepal questa frase mi è sembrata più vera che mai .

Ad ogni modo sto ancora aspettando le riprese fatto dallo spagnolo dietro di me con la Go pro, dove io che siedo a prua esco secondo davvero in scene epiche, vedremo. Alla fine tra il tennista israeliano, gli Stanlio e Olio della Mecca e la coppia gay spagnola diventiamo tanto amici che, passato un ponte tibetano, andiamo tutti a mangiare in un postaccio chiamato Mugling ungo il percorso, giusto al bivio tra il Chitwan e la più gettonata Pokhara, in attesa dei rispettivi bus.

Io sono l’unico che prosegue per il Chitwan e quindi mi tocca un’attesa piuttosto lunga fino a che non mi carichi su uno sgangherato bus locale: in Nepal gli autobus si dividono in tourist-bus, appena appena più acconciatelli, e local-bus, dei catorci senza finestre in cui piove dentro e che ragliano sulla strada con un rumore così forte da poter essere solo anestetizzato con una musica locale perennemente a palla.

La risposta himalayana ancora più radical (ma giammai chic) ai cd “Chicken bus” sudamericani che forse qualcuno tra voi conoscerà. Ad ogni modo il viaggio è strepitoso: superata Mugling il bus gira subito a sinistra ovvero Sud e si infila nella gola di un altro fiume che disegna un paesaggio sempre più tropicale precipitando giù. Dopo 35 km a capofitto si arriva nel Chitwan: la mia meta è una città chiamata Sauraha, base di partenza per una serie di esplorazioni nella giungla.

È un luogo noto per i safari e l’avvistamento di animali. Qui, in un ecosistema paludoso vivono migliaia di uccelli, elefanti, orsi tibetani, coccodrilli in grande quantità e stupendi rinoceronti da un solo corno. Ma la parte del leone, quindi del cugino nel suo caso, la fa la tigre: qui vive la quasi estinta tigre del Bengala, e vederla sarebbe una di quelle esperienze da ricordare a vita.

Per adesso mi accoccolo in quello che con molto coraggio viene definito resort e gli avvistamenti principali riguardano ragni e insetti vari che affollano la stanza, costringendo a non voluti combattimenti alla Polifemo contro i prodi marinai di Ulisse. Già perché proprio come il Ciclope solo cieco dal momento che la luce la sera va via, l’acqua calda invece non si è mai vista e le condizioni igieniche ricordano quelle di un bagno chimico dopo il concerto del Primo Maggio. Eh…..però non manda il buonumore e dopo un primo bird-watching sul fiume riesco ad avvistare già il primo coccodrillo, che placidamente pare gustarsi il tramonto sul fiume ,ignaro o incurante del fatto che sta per scatenarsi un pandemonio di monsone che costringerà almeno me ad un frettoloso rientro al “Marriott”, su una strada che al buio è sconsigliata a percorrersi per la presenza di animali selvatici. In particolare pare che proprio i bellissimi rinoceronti ad un solo corno amino sguazzare in in pozza situata proprio all’ingresso, dal quale per ora l’unica fauna pervenuta sono zanzare che si librano è una Luftwaffe di zanzare grandi quanto una Malboro. A proposito quelle pure servono: a staccare le sanguisughe che quasi inevitabilmente si attaccano ai piedi. Ora mi lamento ma Axl mi aveva avvisato:

You know where you are? You’re in the jungle baby!