Il Vello d’oro- giorno 8- Il cuore di tenebra dei Balcani: il Kosovo

Giorno 8
“Quando dal mondo saranno scomparse le api, agli esseri umani resteranno 4, al massimo 5 anni di vita”. Questa profezia non l’ha detta uno stronzo qualunque ma un certo Albert Einstein.
Nondimeno il piccolo Kosovo, martoriato da secoli di conflitti, non rischia tuttavia di scomparire per carenza di api. Gli insetti vengono allevati in Grand quantità e con metodi antichi tra le selvagge Sharr Mountains, per produrre un miele soave e buonissimo. Le api però paiono conservare molto più degli umani un feed back di aggressività retaggio dei recenti conflitti: e’ la seconda volta in due giorni in Kosovo che vengo punto da un’ape, porco cazzo! Altre annotazioni riguardanti ora sfumature culturali e religiose : nelle città musulmane e’un’esperienza fondante ascoltare il canto del muezzin, che leva ipnotico sale moschee diverse volte al giorno e viene irradiato con megafoni per tutto il paese. Ma guaglioni miei, io vi voglio bene ma non vi potete mettere alle 5 meno un quarto di mattina con sto taluorno a tutto volume per tutta la città, mannaggia Gesù Cristo , anzi il dio da imprecare sarebbe qua un altro ma lasciamo stare. Ancora l’hamman , il bagno turco, e’un esperienza magica ma meglio se fatto la sera: la mattina presto determina dei cali di pressione e dei conseguenti attacchi di uallera. Ok, fa niente la uallera nel pensiero medio-orientale stimola la riflessione filosofica e vorrà dire che mi daro’ alla speculazione come Averroe, il maggiore filosofo arabo, apprezzato anche dalle corti europee di cui era spesso ospite e rappresentato anche nella Scuola di Atene di Raffaello. Solo che magari Averroe’ e i suoi discepoli si abbandonavano all’ozio e alla uallera filosofica su triclini all’ombra di fichi d’India e aranci. Io come mio triclinio troverò il sedile sudaticcio di un bus, visto che nella giornata odierna ho in programma di rimbalzare per tutto il Kosovo a caccia di monasteri e siti d’arte. E comincio una mia meditazione, e penso ad un paio di sere fa, quando ancora sul lago, facevo una cosa che mi è sempre piaciuto fare, gettare il pane ai cefaluotti per vederli mangiare. Ok, questo era il lago e non ci stanno i cefaluotti, erano pesci indigeni chiamati Belvica ma erano ancora più famelici e arraggiati dei cefaluotti. Credo di aver capito ch mi affascina di loro l’immediata capacità a fiondarsi sul pane in ammollo, percepito penso attraverso la semplice vibrazione del corpo sull’acqua. Ma provate a lanciare una cicca di sigaretta o un pezzo di plastica, vedrete che i cefaluotti dopo aver puntato per un secondo verso l’oggetto, poi virano alla velocità della luce altrove, essendo il corpo estraneo al loro mondo. Questi animali possiedono una capacità di cui non vi è traccia in noi umani: in una frazione di secondo sono in grado di discernere il Buono dal Cattivo, il Giusto dallo Sbagliato. Siamo capaci forse di farlo noi umani? No, che non siamo capaci, e tale deficienza mi appare quantomai più grade qui, mentre vado a zonzo per queste montagne intrise di sangue e dolore. Forse che qualcuno qui sa dire quale delle due parti in lotta da 7 secoli ha ragione e quale ha torto? Chi tra Serbi e Musulmani e’ stato il primo a cominciare o l’ultimo a finire? E chi ha commesso l’eccidio, lo stupro o il crimine poi grande in secoli di odio sedimentato? Chi piange più vittime, chi ha scavato più fosse comuni e di chi sono le ossa che ancora oggi vi si raccolgono. E’ tutto incartapecorito in momenti che rimbalzano e dicono bene una volta all’uno, una volta all’altro. Ora dice bene al ceppo di etnia albanese, e male molto male ai serbi. Solo 15 anni fa era l’esatto contrario in questo lembo di terra grande quanto la Campania tramutato in una secolare trincea tra confliggenti. Pristina e’ forse la capitale più brutta d’Europa ( se la gioca fifty fifty con Podgorica del Montenegro), appare come una città smontata e rimontata cento volte, ove l’unico intento dei vincitori di turno e’ stato quello di scorticare via tutto ciò che era stato lasciato dai precedenti e sostituirlo con roba proprio. Qui ora le vie sono intitolate ai liberatori piovuti dal cielo, Clinton e Bush, ed e’innalzata persino una statua della Libertà copia di quella americana, non lontana da un budello di incrocio ove il traffico può rimanere bloccato per ore e ove sta un locale chiamato “pizzeria Capri”. Da qui mi dirigo in bus verso un’enclave serba ove sorge un monastero di secolare importanza, quello di Gracanica. Ma salito sul bus, compio l’errore di pronunciare il nome della località, per quel che ne so, in lingua serba, con la prima c che diventa una ch e l’ultima che somiglia ad una z, Grachaniza. Il fonema suona come sacrilego agli occupanti del bus, tutti della trionfante etnia albanese che mi guardano come se avessi bestiammato mentre l’autista simula il gesto dello sputare per terra. Al mio arrivo a Grachaniza o come si dovrebbe pronunciare in albanese, noto questo serbi che vivono qui trincerati dietro i blindati della Nato e hanno l’espressione triste dei panda dentro uno zoo cinese. Piu tardi il pope ortodosso mi dirà che la comunità dei panda ha pure mutuato la difficoltà a riprodursi: in condizioni così ostili le giovani coppie non tendono a suo dire a voler procreare bambini serbi ( ma francamente il tema della procreazione a fini razziali torna troppo spesso nei discorsi dei serbi, e’la terza quarta volta che mi confronto con l’argomento). Inoltre non sono sicuro che quelle facce tristi che ora vedo segragate qui siano semprr assurte a vittime e non a carneficii. Chi puo sapere se questi solo 15 anni fa non erano i responsabili delle fosse comuni rinvenute proprio qui a pochi km, e ora non Siano Come dei guerrieri lasciati fuori le Mura, dei pirati abbandonati sull’isola saccheggiata dalla nave appena salpata? Incredibilmente vedo che il monastero fuori del villaggio e’cinto da filo spinato come un lager e per entrare devo consegnare il passaporto ad un soldato della Nato. Dentro, affreschi di imperitura bellezza rimandano a battaglia ed epopee dei serbi contro gli ottomani e danno al luogo l’aria di una secolare trincea contro gli invasori turchi. Il sito ha subito almeno una dozzina e incendi dolosi negli ultimi 10 anni.
Per arrivare al monastero tra l’altro mi capita di fare l’autistop più strano della mia vita, già he mentre percorro a piedi uno sterminato campo di pannocchie, vengo raccattato addirittura da una colonna di mezzi blindati e jeep militari di soldati tedeschi della Kfor, il corpo di pace delle Nazioni Unite. A loro mi tocca mostrare nuovamente il passaporto, questa volta per una loro curiosità, giacché non riescono a credere che uno da Capri a Ferragosto finisca a visitare i monasteri ortodossi in un’enclave serba del Kosovo. Uno di loro mi mostra pure sul telefonino una foto di qualche mese fa scattata al Parco Augusto con la sua compagna di almeno 15 anni più giovane, nel cui sguardo insofferente in foto leggo che ora, mentre il suo Rambo e’ fare la guerra in Kosovo, lei sta assaggiando parecchi würstel sul al paesino in Renania. Che persone squallide sti soldati tedeschi che ho beccato, spero di rimuoverli in fretta. E poi dei tedeschi in divisa, non ci posso fare niente, mi fanno pensare a cose terribili, giusto per rimanere in argomento di eccidi e carneficine. Ecco, e sempre per rimanere in tema, appendo nientedimeno che il gruppo di fascisti italiani di Casa Pound organizza delle campagne di solidarietà nei confronti dei serbi di Gracanica e del Kosovo. Sarò morto prima di dire che questa gente possa fare mai qualcosa di buono ma la cosa proprio male non mi sembrerebbe, anche se poi bisogna pure veder questi di Casa Pound a chi vanno ad aiutare, le vecchiette indigenti o qualche fanatico fascistello dell’irredentismo serbo. Ad ogni modo non voglio dire niente oggi, non voglio stare a sindacare qui su cosa e’ giusto o sbagliato, finirei per fare come i pesci del lago quando gli butti il pane, ma senza avere la loro capacità di discernimento. Oggi nell’enclave serba di Gracanica in Kosovo, ho finalmente capito da dove nasce questa mia smodata attrazione per tutta l’area dei Balcani, dove praticamente torno ogni estate. In questi luoghi e’ impossibile trovare risposte a molte domande, nei Balcani nessuno può mai sapere cosa sia giusto e cosa sbagliato.

Il Vello d’oro- giorno 7 – Nelle “terre dei cani feroci”

Giorno 7
La Strada mi chiama, e’ora di rimettersi in marcia verso il Vello d’oro. 3 giorni in uno stesso luogo sono un’enormita’ in un viaggio così concepito e devo con solerzia riprendere il cammino.
Una considerazione finale su Ohrid: e’ davvero un gran bel posto che assomma in se arte e bellezze naturali, e’ben attrezzato per ogni forma di turismo ed economico. Vivamente consigliato in luogo dei soliti posti, davvero se volete sorprendere la vostra compagna o avete una nuova trombamica con cui abbandonarvi a romantiche zozzerie, portartela in riva al lago di Ohrid, sparagnate e comparite, potete pure atteggiarvi a dire a lei: “no sai io poi sono uno a cui non piace andare nei posti dove vanno tutti….”. Il posto si caratterizza anche per una vivace vita notturna condita da una cosa che, non so bene perché, a Capri e’ pressoché bandita: la musica dal vivo. C’è per tutti i gusti, si va dai concerti di musica classica nelle basiliche ( tutta l’area balcanica vanta un’eccellente tradizione orchestrale) a quelli di travolgente musica balcanica dove milfone euforiche ti infilano una mano nel pacco mentre ti bevi la birra. Ci stanno locali con gruppi indie rock ( eccellente un gruppo serbo ascoltato) e locali jazz con band che suonano come i neri di New Orleans. Io mi sono scelto come tana un posto molto figo, il classico postaccio dove tracannare Wiskey e fare a cazzotti e dive il proprietario e’identico a qel tipo con la barba di “una notte da leoni”; pare che li una sera sia passato per caso Lenny Kravitz e abbia pure fatto un paio di pezzi improvvisati…è dopo Kravitz si è esibito li: in un moto d’euforia alcolica una sera sono salito arbitrariamente sul palco, ho brandito il microfono e mi sono prodotto in una trascinante cover di Minnie the Moocher di Cab Calloway. La platea dall’orecchio ben educato all’inizio ha partecipato attivamente cantando con me poi di e’ lasciata andare ad intemperanze e segnali sonori ottenuti mediante modulazione del respiro e con la frapposizione della lingua alla cavità palatale, in altre parole fischi e pernacchie.
Ma torniamo alla strada, che oggi mi porterà in Kosovo, in una città che attendò con ansia di raggiungere, Prizren, una specie di piccola Sarajevo dal comune destino di sciagure e grandezza. I modi individuati per raggiungerla sono 3: il primo, il più affascinante, e’ attraverso le cd Montagne Maledette, questo lembo estremo e selvaggio nell’Albania del Nord, da cui poi discender in Kosovo attraverso un sentiero che era quello dei miliziani dell’Uck ai tempo del conflitto, ma richiede troppo tempo e dovrei tornare in Albania e sobbarcarmi 2-3 giorni di cammino. Vi è poi la via convenzionale, attraverso la capitale macedone Skopje, ma da li devo passare più avanti nel viaggio perché ho un imperdibile appuntamento con un amico, e per una mia cosa strana non ripeto mai in un viaggio la stessa strada due volte, mi sembra di stare perdendo tempo. Vi è poi una terza via individuata, ribattezzata Passaggio a Nord-ovest: si tratta di raggiungere appunto la parte nord occidentale della Macedonia, densa di siti interessanti tra l’altro e giungere ai piedi delle gigantesche Sharr mountains, dette anche “terre dei cani feroci “, perché da qui proviene il gigantesco cane pastore kossovaro, che i locali lasciano libero di accudire le greggi sulle montagne e non si contano le aggressioni a persone. Il Kosovo e’giusto dietro le imponenti Sharr Mountains ma non si registrano bus o mezzi di linea che seguono questo tragitto, ne e’fatto di sapere se tra quei monti esista una valico di frontiera. Dalla mappa di google earth riesco solo a distinguere una strada che s’inerpica per quelle giogaie salendo dalla Macedonia, ma con quale mezzo non saprei come percorrerla. Ad ogni modo mi decido per cercare il Passaggio a Nord Ovest verso il Kosovo. Un primo bus lascia il lago di Ohrid all’altezza di Struga, pittoresca località ove a fine mese si tiene un festival di poesia a cui hanno preso parte pure Allen Ginsberg e Neruda, si inerpica poi su un monte per arrivare all’abitato di Vevcani. Davvero un posto singolare assai! Pensate che gli abitanti, alla caduta della Jugoslavia, proclamarono qui una strampalata Repubblica di Vevcani, non riconosciuta da nessuno stato. Mi fermo qui a fare colazione e chiedo al tipo subito lumi sulla Repubblica, lui ovviamente si proclama un fiero cittadino di questa “nazione” e così compro al mio amico Francesco Staiano, collezionatore di bandiere, la rarissima Bandiera della Repubblica di Vevcani, assolutamente introvabile. Sempre restando in tema di casa Staiano diciamo, faccio un volo pindarico in avanti di qualche ora, ad adesso in Kosovo, ove stanno trasmettendo alla tv una fiction impastata di nazionalismo indipendentista e che irride il presidente serbo, descritto come un vecchio rincoglionito. La gente sta tutta radunata nei caffè a vedere sta fiction, come in Italia nel dopoguerra quando ci si radunava per veder la tv. Ebbene il protagonista di sta cosa, mi pare di capire una sorta di esattore delle tasse kossovaro e molto fiero di esserlo, e’ tale e quale, ma proprio sputato, sia di faccia che per la voce, a Mauro Salvia.
Ma torniamo sulla strada: da Vevcani arrivo a Debar, ove sta un bellissimo monastero che vedo dal finestrino, quello di San Giovanni il Costruttore. Ormai ci siamo, sopra il monastero si ergono le Terre dei Cani Feroci. Devo solo trovare il passaggio attraverso di esse,roba nda niente. La strada piega ora da ovest verso nord sempre bordeggiando le montagne. Giungo ad una città chiamata Tetovo, dove ho pure il tempo di visitare un sito incredibile, la Moschea Dipinta, bellissima, che sta dentro una “tekke”, una sorta di comunità, di Dervisci berkashi. I Berkashi sono una costola dell’Islam che si caratterizza per essere più tollerante, ammettono il consumo di alcool e la condizione della donna risulta meno segregata. E’un approccio più filosofico, sul modello Sufi dell’Iran, ecco spiegata la presenza dei Dervisci, quei monaci che danzano seguendo il movimento dei pianeti. Tuttavia sono un po incazzosi sti dervisci: uno di loro quasi sbranava una cretina che vicino alla figlia ha detto una cosa tipo :”vieni bella di mamma, andiamo a fare la foto con Babbo Natale”….ovviamente il barbuto derviscio vestito di verde aveva sacrosanta ragione ad incazZarsi. Ma ecco che da questa Tetovo becco un furgoncino privato, che partirà quando sarà pieno e salirà su per le Terre dei Cani Feroci fino in Kosovo, a Prizren. Ce l’ho fatta, ho trovato il passaggio a Nord Ovest! E dopo una lunga ascesa di per i monti sono in Kosovo, proprio mentre attraverso la frontiera mi pizzica un’ape, un altro segnale degli dei, ma fa niente. Sono troppo felice lo stesso. Se i Balcani fossero un inferno, il Kosovo sarebbe la sua bocca di Lucifero, il suo ultimo girone, ma per quanto mi riguarda i Balcani somigliano più al paradiso. Ogni villaggio ha la sua moschea qui, con alti minareti ma costruiti di recente, evidentemente perché a qualcuno era saltato in testa di abbatterli. Ma quel qualcuno non c’è più ora, i serbi corrispondono ormai al 2% della popolazione, in pratica trovare un serbo in Kosovo oggi e’difficile come trovare uno che ha votato Fini o Casini in Italia. Ma e’uno stato di cose transeunte: dal 1300 ininterrottamente e a fasi alterne musulmani e serbi si scacciano dal Kosovo gli uni con gli altri. E arriva Prizren, bellissima, una vera città d’arte con un ponte in pietra secondo per bellezza solo a quello di Mostar in Bosnia, una bellissima moschea, un centro storico spettacolare e un bagno turco settecentesco dal quale sono appena uscito. Altro che quelle SPA di lusso che sembrano camere a gas, si sta distesi qui su blocchi di marmo bianco tra omaccioni baffuti che ti scrutano severo. Tutto promette bene a Prizren e come ogni città balcanica riserverà sempre delle sorprese, cose che la rendono unica.

Per ora vi segnalo questa, che riguarda la toponomastica. Durante le diverse occupazioni della città, i nuovi occupanti prendevano di volta in volta a ribattezzare le strade coi nomi dei loro eroi e simili. I turchi intitolavano le vie a qualche loro condottiero, poi arrivavano i serbi e cambiavano i nomi alle vie con quelli di qualche loro generale, la stessa cosa facevano poi degli albanesi…. Adesso e’arrivata la forza di pace della Nato, la Kfor, e per levare la frasca da mezzo e non fare arrabbiare nessuno ha deciso di ricorrere alla Pet Therapy: le strade sono state ribattezzate con innocui nomi di animali e di piante. Ci sta via dei gatti, via dei cani, largo della giraffa….. Io alloggio per esempio in via dei Fiori Blu n 29, e l’Italia non mi manca manco po’ il cazzo

Il Vello d’oro- giorno 6- Tragicomiche disavventure di viaggio

Giorno 6
Golem Grad. Di questo posto mi arrapa già il nome, che in lingua slava significa Grande Città ma sta qui ad indicare un’isola, un’isola nel lago di Prespa abitata da soli serpenti e ove gli uomini non mettono più piede. E non ce lo metterò neanche io purtroppo, costretto che sono a rimirarla dalla sponda orientale, perso e sconsolato tra i canneti e gli alberi grondanti mele verdi, tra le vacche che pascolano allo stato brado sulla riva. Sarei tentato di raggiungerla a nuoto, sarà poco più di un miglio marino ma non so fine a che punto e’il caso di sbarcare su di un’isola infestata di serpenti solo in costume da bagno…e poi oramai ho paura a lasciare le mie cose qui, in questo villaggio di pietra abitato da lestofanti travestiti da contadini coi nomi delle rockstar. Si, mi è capitata un po’ una storia di merda. Avevo fatto forse troppo il bellillo nei post precedenti, ad atteggiarmi al viandante sopra la nebbia, il viaggiatore ottocentesco e bubu babba-ba: oggi mi sono fatto fottere da uno zappatore macedone con delle modalità da crocierista giapponese ottuagenario che sbarca a Forcella. Proprio di un giapponese mi sovviene il ricordo, un tizio che anni fa sbarco’ in albergo, un fesso di dimensioni cosmiche. Era atterrato a Capodichino ed a un certo punto nota un tipo napulegno con un cappello o una scritta “Capri”, gli si avvicina e questo gli fa: “Capri? Si certo, Gatto Bianco, come no, io sono un loro impiegato certo certo. Ma guardi che Napoli e’una città pericolosa da attraversare…faccia una cosa: paghi tutto a me, non si preoccupi”…gli consegnò qualcosa come due milioni e mezzo delle vecchie lire e si presentò alla reception con un biglietto scritto a matita ove si leggeva “tutt pagato”, senza la o finale di tutto. Ricordo ancora gli agenti in commissariato che si sbellicavano dalle risate mentre lui rompeva in un pianto….Vabbe a me una trentina di euro scarsi m’hanno inculato ma è il principio che è inaccettabile. Ma andiamo con ordine. Dunque arrivare a Golem Grad non è facile, a meno che non si vada con un’escursione organizzata, eventualità ovviamente manco considerata. Prendo un bus che scavalca le foreste del monte Galicica, ove sorge un bellissimo parco naturale, e arrivo in una città senza pregi d’arte chiamata Resen. Il luogo e’ noto per essere stato l’epicentro dell’insurrezione dei Giovani Turchi, nome oggi mutuato pure da una corrente del Pd, ma per cosa si caratterizzi sta corrente e in così si differenzi dalle altre 26 correnti del Pd non l’ho capito. Forse non l’hanno capito manco loro, deve essere per questo che la città fa così schifo. Da qui giungere ad uno di villaggi costieri del Prespa lake e trovare poi una imbarcazione per l’isola risulta molto difficoltoso, e poi nessuno spiaccica mezza parola diversa dal macedone. Poi trovo un tizio che parlotta un discreto inglese, cominciamo a parlare, e’un perito agrario, mi dice di venire da una villaggio costiero, Dolno Dupeni e che a quest’ora e’ormai impossibile salpare per il lago. Ma perché sono io, perché tifo per la squadra di Goran Pandev, proverà a chiamare un suo amico al villaggio, un certo Vasco e chiedergli la cortesia di portarmi in barca a Golem Grad. Vasco a tel fa un sacco di storie ma poi ok mi porterà, fanno 30€. Poi mi rimedia pure una sorta di catorcio con autista per percorrere i 30 km fino a Dolno Dupeni, al confine con la Grecia in fondo al lago. Solo devo pagare in anticipo a lui, Vasco non accetta denaro, forse per qualche sua scelta filosofica. Fiuto l’inganno ma penso che magari si vuole solo fare una cresta su Vasco, a cui dara’ solo una parte dei 30 € pattuiti. E poi altra scelta non ho: o cosi’ o mi scordo Golem Grad. Monto su sto catorcio con al volante una sorta di sordomuto, percorriamo tutta la sponda est del lago bellissima tra girasoli e meleti e giungiamo a Dolno Dupeni, un bel paesino di case in pietra e vecchi incartapecoriti al sole. Il villaggio conta 116 abitanti e nessuno di loro si chiama Vasco…..ma che pesceee. Ma come si fa ad essere così coglione, ma manco Sergio Megna quando voleva pagare al Qube con gli euro di cioccolata! A mia parziale discolpa devo dire che ero ancora nella obnubilescenza della risacca come dicono gli spagnoli, insomma con la capata del’hangover per il seratone di ieri. Avrei forse dovuto tenere a mente l’ammonimento di quella orribile canzone di Jovanotti “no Vasco no io non ci casco” e invece sono andato come un merluzzo sul classico E più famoso Vasco nazionale: “siamo solo noi, eh che andiamo a letto la mattina presto ( eh si), che ci svegliamo con il mal di testa ( hai voglia), siamo solo noi, che ci facciamo inculare da perito agrario macedone, siamo solo nooooi”……


Fosse niente i 30€ ma mi hai schiattato la giornata e non mi hai fatto andare a Golem Grad, pezzo di merda di un perito agrario macedone. Non mi resta che lanciarti contro il terribile anatema del Palillo, un anatema-anagramma: perito agrario= perirai girato, o ancora “agiterai porro”.
Ad ogni modo, svanita la delusione iniziale, sono subito passato al contrattacco. Mi sono recato presso il comando della zelante polizia macedone e non mi sono limitato a sporgere formale denuncia, ho fatto qualcosa di ulteriore: ho messo una taglia sulla sua testa. Ho promesso ai policeman macedoni, dei veri duri usciti da un film western, che chi di loro riuscirà a prendere il bastardo vincerà un week end a Capri con la sua compagna presso il prestigioso Gatto Bianco Hotel, con annessi trattamenti di bellezza e quant’altro nella SPA di prossima inaugurazione. Il più duro dei duri dei policeman, Jancko, uno che vedrei bene dentro Django Unchained, e’subito voluto partire con me dentro la Jugo d’ordinanza alla caccia del bastardo per una ronda urbana per ora infruttuosa. Mi ha comunque promesso sul suo onore che se lo becca, gli riserverà un giochetto che facevano alle reclute nelle caserme ai tempi del maresciallo Tito. Me lo immagino già il bastardo perito agrario tra le grinfie di Jancko, magari col suo amico immaginario Vasco mentre canticchia “vorrei possederti sulla poltrona di casa mia con il rewind”….
Stasera ultima notte nella folle Ohrid e poi domani in marcia per il Kosovo, attraverso le cd Terre dei Cani feroci. Roba da veri duri

Il Vello d’oro- giorno 5- La città della Luce

Ohrid, Ocrida per i Veneziani, per gli antichi greci Lichnidos che sta per “città della luce”. In effetti la Luce e’ qui ciò domina il tutto: l’intera vallata alluvionale e’ pervasa da un colore accecante e insistente, implementato dal riverbero sulle acque del lago ed assume delle colorazioni insolite di giallo che ho visto solo in città del Nord-Africa, a Tangeri o Marrakesh.


Devo dire che almeno sulle prime Ohrid, una delle tappe cruciali del viaggio, mi ha lasciato una brutta impressione: vi arrivo ieri pomeriggio, stanco e straquato, e mi trovo a percorrere una via che mi pare una delle arterie principali, insozzata di posti oggi e volgari, pizzetterie di infima qualità, kebabbari di plastica, cianfrusaglia per una marmaglia di gente scontata e stupida, ci stanno pure quei fessi che si travestono da mummia o da statua della libertà che stanno pure a via Toledo a Napoli e a cui avrei voglia di tirare un ceffone e quegli altri stronzi che quando cammini ti mettono addosso un serpente addomesticato per fare la foto imbecille da mandare a casa. E ho fatto 7 ore di finimondo tra le montagne dell’Albania per sta puchiarella? Ah, ma quanto mi sarebbe piaciuto vivere e viaggiare nell’800, ai tempi di Friedrich il pittore e del suo “Viandante sopra la nebbia”, o anche solo 100 anni fa, quando ogni villaggio era diverso uno dall’altro, quando non c ‘era bisogno di scegliere di essere autentici, invece di trovarmi in sta pialla culturale di gente tutta uguale, che mangia la stessa roba uguale, che ascolta la stessa musica uguale, che campa per essere uguale all’altro. Ad ogni modo, per quel che mi riesce , provo a viaggiare come si faceva nell’Ottocento, a muovermi nello spazio rispettandolo e non calpestandolo sbadatamente. Un viaggiatore si muove attraverso i luoghi e le loro peculiarità, non attraverso esemplificazioni di esso. Quando sento una persona dire “quel posto e’a un’ora di macchina, due ore di aereo da quell’altro” so di essere di fronte a uno che si sposta per un motivo diverso dal viaggiare. Chi viaggia come l’uomo ha viaggiato per migliaia di anni prima delle low cost, del chilometraggio e altre diavolerie moderne, ti parlerà a proposito dello spostarsi da un luogo ad un altro di valli da percorrere, monti da scavalcare, fiumi ponti limiti naturali e cose simili. Per me prima di tutto in un viaggio sta la geografia, lo spazio, poi la Storia, il tempo, ascisse e ordinate di ogni viaggio, il resto sono coglionerie.
Nondimeno Ohrid si riscatta molto presto: lasciata quella via balorda, il centro storico e’uno scrigno di tesori da disvelare. In un ginepraio di viuzze arcigne si realizza una sintesi difficile tra Venezia e Costantinopoli, e in effetti il luogo e’piu o meno equidistante dalle due potenze storiche dell’area. Proprio nel centro storico, sulla costa Abras, trovo alloggio presso una vecchia signora, che mi mette a disposizione una bella stanza adagiata sulle acque del lago ed ho pure a disposizione una barchetta a palelle casomai per andare a pesca. Direi che per 20 euro non sono caduto male. Che poi qui nel lago vivono animali stranissimi e unici, piccole creature endemiche dotate di una forza sensazionale: c’è la trota di Ohrid che vive solo qui ed ha carni rosa come un salmone, o l’anguilla di questi posti, capace di una viaggio incredibile. Pensate che questo piccolo animale viene a deporre le uova qui dopo una migrazione che nientedimeno parte dal Mar dei Sargassi, un posto della terra ch si trova dall ‘altra parte dell’oceano Atlantico, all’altezza per intenderci delle isole Bermuda!!!! In pratica questa anguilla fa a ritroso un viaggio che l’essere umano non era mai riuscito a compiere prima di Cristoforo Colombo o forse dei Vichinghi, con buona pace di quel coglione di Voyager, Kazzenger Giacobbo, secondo cui Ncje gli antichi egiziani avevano attraversato l’Oceano prima di imbarcandi su di una astronave per imparare dagli alieni a costruire le piramidi e magari i frigoriferi in acciaio anodizzato con cui ibernare le mummie e la scatola cranica di Giacobbo, da usare poi come cassa acustica a percussione visto che è vuota…. Incredibilmente entrambe le specie animali sono in vendita cucinatr nei ristoranti sul lago ma è uno scempio indicibile mangiarsele!!)
Ohrid possiede una serie di tesori tutti da scoprire, posti in scala verticale. Sulla sommità di una colina c’è un fortilizio veneziano, da cui si ammira tutto l’enorme lago, vasto come una mare e difatti si agita tanto quando arrivano le trubbee. Sotto sta la basilica di San Clemente, con bellissimi mosaici, ma non si sa perché, a destra e sinistra della stessa che costituisce una cartolina della Macedonia intera stanno due cantieri orribili, coi plinti di cemento e i piloni di ferro a vista. Chiedo lumi e un tipo mezzo hippy all’ingresso mi dice che quello a sinistra e’il cantiere per rimodernare la secolare università di San Cirillo e Metodio, e fin qui ci può stare. Tra l’altro il tipo pare assai ansioso affinché l’università di San Cirillo e Metodio riapra, perché li l’estate si tiene un prestigioso corso di lingua macedone che fa registrare un afflusso di femmine da mezza Europa e che a suo dire lui si tromba tutte….scendo più in basso lungo il crinale della collina, per un bosco di cipressi secolari, e si manifestano una serie di incontro strani. Il primo e’ un tipo, Jovan, che si dice un filosofo e con il quale cominciano a conversare sulla sottostante chiesa di Kaneo, che significa pietra, e a suo dire la pietra e’il concetto fondamentale, l’arche’ della cultura del luogo, per una serie ben argomentata di motivi. Poi il discorso si ingarbuglia sull’esistenzialismo e la teologia, ma Jovan oltre a fare il filosofo mi da l’impressione pure di tenere un po’ di polvere ncopp a recchia, visto che comincia a ridacchiare in maniera cretina e a far una serie di apprezzamenti gratuiti sulle mia spalle, a suo dire robuste come quelle del cavallo di Troia. Bah….poco più in basso invece nel bosco m’imbatto in una tartaruga, e a questo punto capisco il tutto. Sitratta di segnali inviatomi dagli dei, questa volta in chiave non ostile, ch interpreto così: la giusta via per arrivare al Vello d’Oro passa attraverso la saggezza ( il filosofo) ma deve essere costante e lenta ( come una tartaruga). Tra l’altro con il filosofo Jovan abbiamo parlato pure di religione, dello Scisma d’Oriente e della chiesa ortodossa vigente qui, quindi interpreto il tutto alla luce di un canovaccio che nella cultura napoletana legge in lui una figura da sempre foriera di buona sorte: quella del prevete ricchione. Visito la sottostate chiesa di Sant Jovan Kaneo, una cartolina perenne dei Balcani adagiata sul lago e con stipendi affreschi del Trecento, poi scendo nella spiaggia sottostante sul lago, dove si registra un tasso incredibilmente alto di figa: sono proprio belle le donne Macedoni, la perfetta sintesi della bellezza slava e della conturbante sensualità ottomana.
Nel pomeriggio fitto una bici e vado in esplorazione sulla sponda est del lago. Becco una stupenda spiaggia deserta che mi fa pensare a Mesola in autunno, e poi un altro lido ove su un Prato stanno persone adagiate a fare grigliate e giocare a scacchi, che mi fa pensare ad un quAdro di Manet di cui non ricordo il nome. Poi becco stasera un ristorante in la fella di luna che appare dietro San Jovan Kaneo, che mi fa pensare a quanto malvagio può essere l’essere umano, dal momento che mi ordino prima la trota in via d’estinzione e poi l’anguilla venuta fin qui dal Mar dei Sargassi, un’altra volta si impara a starsene a casa sua!
Domani e’ la volta di Golem Grad, un’isola su un lago vicino abitata da solo serpenti. Speriamo solo che i serpentelli non vogliano vendicare la loro cuginetta acquatica anguilla!!

El mundo perdido – giorno 15: Cuzco, la Firenze del Nuovo Mondo

Dovendovi parlare di Cuzco, scelgo di iniziare dal cielo che la sovrasta, anche se sarei tentato di scegliere un verbo più dolce , perché questo cielo pare quasi fondersi in un abbraccio con la città

In esso sembra di scorgere la sapiente mano di qualche pittore del secolo d’oro fiammingo, anche se siamo dall’altra parte del mondo. Van Eyck, ad esempio, ben potrebbe essere l’autore

di queste nuvole che pare quasi di poter toccare. Beh ad analizzar la cosa, non saremmo manco cosi lontani dal poterlo fare, nel senso che siamo talmente alti sul livello del mare, che persino le nuvole devono essere più vicine.

Cuzco sorge ad un’altitudine di 3450 metri sul livello del mare, che sono davvero parecchi. Ecco, quella che sto per dirvi è l’unica nota stonata di una città che ho sin da subito trovato tra le più belle mai viste: l’altitudine, ahimè, si fa sentire. La testa duole e il fisico fatica, almeno i primi giorni . Salire una scala o portare un bagaglio può rivelarsi un fardello inaspettato. Evitate di mangiare troppo pesante che la digestione si fa sentire, scordatevi le sigarette e, se siete in dolce compagnia e proprio non riuscite a fare a meno di tuffarvi tra le braccia di Eros, magari scegliete qualche tecnica amatoria meno dispendiosa, tipo un “dirty Chewbacca” o “un “timone olandese”, giusto per restare in tema con la pittura fiamminga 😂😂

Certo, è un dato soggettivo, ma a meno che non siate nati in un paese andino o siate sherpa tibetani e pakistani, appare del tutto improbabile che possiate essere abituati ad un’ altitudine alla quale in Europa ci sono o purtroppo c’erano solo i ghiacciai. Ma veniamo alle cose belle, tante, tantissime e predominanti:

Cuzco è davvero un posto magico, che con un azzardo ho definito una Firenze andina, sebbene il suo stile prevalente non rinascimentale ma barocco.

Della splendida città di Dante e dei Medici, Cuzco riprende quella forte uniformità architettonica tendente al bello, dove ogni strada, ogni spigolo di un palazzo pare realizzato con la dovizia di un maestro d’arte. Non dissimile anche la conformazione urbanistica con questo centro come sdraiato tra dolci colline (qui per la verità si tratta di cime sui 4000m…). Guardate qui: non sembra di rimirare il Duomo di Firenze dalla collina di Fiesole? Non chiedetemi cosa ci sia in quel piatto, perché certi dolci creature preferisco ricordarle così.

La fenomenale Plaza de las armas reca due gioielli architettonici assoluti, frutto della competizione serrata tra il governatore della città, Francisco Pizarro, e i missionari gesuiti accorsi ad evangelizzare il nuovo mondo. Ma la posizione del missionario, come analizzato già prima sotto differenti profili, può risultare ostica e faticosa a queste quote, cosicché i gesuiti dovettero acconsentire a che la cattedrale, edificando per mano di Pizarro, fosse l’edificio più alto della città, mentre il loro Tempio della Compagnia di Gesù potette gareggiare solo in bellezza, verso la quale i gesuiti indirizzarono tutti i loro sforzi richiamando fin qui sulle Ande i migliori architetti e artisti da Spagna e Italia.

La forma della piazza e la sua posizione le conferiscono quel riuscito effetto di contenitore di luce, una sorta di incavo, di coppa in cui la luce sembra bagnarsi come vino pregiato in un calice. Credo di aver visto uno stesso effetto ottico, in dimensioni più ridotte, nella magnifica piazza barocca di Noto, in Sicilia.

Ma credo che basti per oggi spendersi in paragoni, perché Cuzco è Cuzco

Il mestiere delle armi – Prologo

Il tema di fondo di questo breve diario di viaggio emerge da un ‘idea in itinere, nel senso che strada facendo ho rintracciato quello che può essere un minimo comune denominatore ai vari posti che visiterò a cavallo di questo Natale ovvero Mantova, Verona, Bolzano per poi trascorrere qualche giorno tra le innevate cime della Val Gardena. A pensarci bene tutti questi luoghi si legano non solo a significative battaglie nel corso dei secoli ma a qualcosa di più specifico emerso in esse: l’impiego di particolari armi utilizzate, tale da indirizzare le sorti dello scontro e conferire un ricordo particolare agli armigeri impegnati. Sulla scorta di questo retaggio, ho deciso di chiamare questo diario di viaggio “Il mestiere delle armi”, piccolo omaggio anche al grande regista Ermanno Olmi che ci ha da poco lasciati.

Il suo omonimo film del 2001 ricostruisce le ultime vicende terrene di un capitano di ventura cinquecentesco di particolare coraggio e virtù, tale Giovanni dei Medici noto anche come “Giovanni dalle Bande nere” per la pratica, adottata da lui e le sue truppe, di annerirsi col fuoco le armature al fine di poter assaltare anche di notte. Una sorta di antesignana del ‘Cinquecento della tuta mimetica, eppure non sarà questa l’arma a risultar fatale al nostro bel Giovanni e a segnarne il destino: il film infatti ricostruisce gli esiti di un conflitto intervenuto nel 1526 tra una terribile e folta soldataglia di mercenari, nota col famigerato nome di Lanzechenecchi e calata in Italia col dichiarato intento di saccheggiare Roma, ed il debole e raccogliticcio esercito pontificio che prova a sbarrargli il passo, con a capo il nostro valente Giovannino.

Il coraggio di quest’ultimo unito alla sua sagacia militare (che punta ad una tattica di logoramento e guerriglia ai danni dell’assai numericamente superiore avversario) vengono al fine sbaragliati da un duplice tradimento: quello dei signori di Ferrara, gli Estensi, che in cambio di un matrimonio di interesse vendono all’esercito lanzichenecco dei micidiali pezzi d’artigliera, del modello cd “falconetto”, che feriranno proprio Giovanni ad una gamba, nonché del tradimento del Duca di Mantova, Federico II di Gonzaga, che per evitare una guerra sui suoi territori lascia transitare sul Po l’armata lanzechenecca attraverso la cd “porta di Curtatone”, permettendo così l’aggiramento delle truppe pontificie e aprendo ad esse la strada verso Roma, che verrà difatti messa a ferro e fuoco dai nuovi Vandali germanici. Il film col suo ritmo lento e introspettivo si concentra per tutta la seconda parte sulla malattia di Giovanni, ferito e costretto ad accettare il ricovero presso la corte del suo principale traditore, il Gonzaga, fino alla morte sopraggiunta per gangrena. Le lunghe scene girate tra Palazzo Ducale e quello cd Te, immerse in una nebbia ipnotica, somigliano, nella cura dei dettagli come i volti e i costumi o le scale cromatiche, a degli affreschi del Mantegna o tele del Tiziano e da molto tempo mi fanno sognare di visitare questa città, Mantova, sede di una dinastia tra le più magnificenti e al tempo stesso discusse del Rinascimento: i Gonzaga. È giunto dunque il tempo di colmare questa lacuna, indicando come tappa di partenza del viaggio la splendida Mantova.