Napoli violenta – part. 1 : la dieci euro nderra

Quest’oggi ho preso la dieci euro da terra. Ma non nel senso figurato rimandante ad un improvviso slittone o a pericolosi capiomboli. Proprio in senso letterale ho visto di colpo dieci euro a terra, a piazza Olivella, quella della metro di montesanto a Napoli. Me la stavo guardando per vedere se non fosse falsa o sporca di merda per via di qualche buontempone, Ma tosto non ebbi fatto dieci passi, che a sbarrarmi l’undicesimo mi si parano innanzi due che sembrano i Bravi di Don Rodrigo. Il capo dei due, il Griso, con un sorriso beffardo mi fa cenno di “restituirgliela”, io pur dubbioso che fossero sue, eseguo senza battere ciglio, tanto non mi cambiano certo la vita dieci euro….. Poi lui non contento chiosa: ” te pensav’ che uno cumm’ e te veniva a casa mia bello bello a si piglia dieci euro!!!???” Piuttosto indispettito mi limito a rispondere: “e perché no? La fortuna, si sa, e’ cieca”. L’immagine della dea bendata di classica matrice deve piacere poco al tipo, il quale rincara la dose: “se non ti levi annanz o cazz te li ciek io a te l’okkio”. A questo punto ho la tentazione di esporre il concetto giuridico di res nullius e res derelicta risalenti al mondo romano, in virtù dei quali ben avrei potuto reclamare il possesso di quelle dieci euro, ma in un anelito di pragmaticita’ lascio perdere, anche perché mi sovviene alla mente un’illluninazione geniale: la cicatrice che ho in questi giorni sul naso mi conferisce un’aria da duro come non mai, sicché mi basterà guardarlo torvo negli occhi per incenerirlo e fargli rimangiare il suo turpiloquio. Così faccio, impostandomi pettoruto con la mia stazza fisica di gran lunga superiore alla sua e inarcando il sopracciglio da vero figlio della strada incazzato. Il Griso pare colto di sopresa nello scoprire che Don Abbondio aveva invece si il suor di leone, ma a questo punto irrompe sulla scena l’altro bravo, fino ad allora una mera comparsa, il quale osserva: “ma tu, oltre che strunz, fusse pure rikkione???”
Napoli una città difficile

Il Vello d’oro – giorno 15: Ani, una città-fantasma alla fine del mondo

Giorno 15
La cosa che mi pare più assurda di questo assurdo luogo ove mi trovo sono i cartelli stradali. Si, avete letto bene, i cartelli stradali. Davvero, quando si è qui, assuefatti a questo spazio sconfinato e agorafobico, in questa steppa senza fine che ti assorbe e sovrasta, finisce per apparire poco credibile che un cartello possa indicare che da qualche parte li, da una qualsiasi parte, possa trovarsi una città, un qualcosa ove stanno gli uomini. Pochi chilometri fuori dall’abitato di Kars ci troviamo di nuovo immersi e sovrastati da questa lunare pianura immersa in una luce lattiginosa che stordisce, un nulla senza soluzione di continuità. La compagnia comprende una coppia di inglesi ricercatori presso l’università di Oxford, e una giapponesina anche ella ricercatrice in campo gastronomico del raro sushi turco, nel senso che il pesce lo prende la sera dal portiere di notte della locanda, nella stanza giusto di fianco alla mia, tra lancianti urla che fanno pensare più ad uno smembramento anatomico che ad un amplesso. Vi è poi un giovane autista improvvisato, con scarsa previggenza del futuro, visto che dopo una decina di km restiamo a secco, fermi senza benzina. Per quel che mi pare, il tipo che dovrebbe arrivare da chissà dove con la tanica di carburante potrebbe anche chiamarsi Godot, e noi essere diventati per incanto i protagonisti dell’opera di Beckett fermi li a aspettarlo per l’eternita’ in questo luogo informe e spaventoso. Stormì di corvi oscurano il sole in quanto di più vicino ricordi alla fine del mondo. Ad un tratto avvistiamo appunto un cartello, recita “Ani 43 km”. No dai e’ uno scherzo, volete farci credere che a 43 km esiste qualcosa oltre questo nulla? In effetti di un piccolo scherzo un po’si tratta: Ani e’ il Nulla, scritto con la maiuscola. Forse già il nome, inteso come plurale di ani può fare pensare ad un luogo di deiezione della materia, ormai morta e informe ma atta a rigenararsi sottoterra. L’arrivo ad Ani lascia senza fiato: alla fine di uno sterminato pianoro appaiono possenti mura ciclopiche affrescate e adorne di giganteschi bastioni cilindrici. Ma varcata la porta, sulla quale è effigiato un leone caucasico ( ne vivevano qui), si pone il problema: oltre quelle mura c’è solo il Nulla. Case crollate, colonne infrante, chiese e moschee bruciate.
Ani era la capitale del mitico regno Urartu, fiorente e potente città posta sulla via della Seta, che contava 10.000 abitanti intorno all’anno mille ( un’enormita’ per quei tempi) e che gareggiava in potenza addirittura con Costantinopoli, situata quasi duemila km ad ovest. Dello splendore e della vestigia di Ani sono piene le cronache del tempo. Ma un evento inatteso e terribile mina le fondamenta del suo potere: un cataclisma di eccezionale portata la distrugge quasi completamente e la rende debole ai suoi molti nemici, dai Persiani ai rozzi Cimmeri fino alla nascente stella di Coatantinopoli. Ma Ani si riprende presto:la sua posizione strategica sulla via della seta, prima dei deserti dell’odierno Iran e a sud del selvaggio e intransitabile Caucaso la rendono una sosta irrinunciabile per i mercanti in viaggio sulla direttrice est- ovest. Ma un nuovo evento, assai più imprevedibile e terribile persino di un terremoto, attende Ani. E’un invasione mongola, orde spietate di guerrieri a cavallo che si abbattono sulla città. E’ Tamerlano in persona, il Gran Khan, a comandare l’ordalia. Nessuno sopravvive ad essa, della mitica capitale Urartu restano solo macerie e morte.
E’da ritenere che per i popoli che si imbatterono in essi, l’arrivo dei Mongoli ebbe un impatto analogo ad un’invasione aliena. I Mongoli sono uno scherzo della Storia, non sono un comune esercito invasore, sono una sorta di meteorite impazzito che intorno al 1200 colpisce l’Europa e l’Asia minore incenerendoli. Cronache del tempo narrano di interi villaggi rasi al suolo nel tempo di una notte, in uno spazio geografico compreso tra la Finlandia e Israele. Si narra di diavoli a cavallo capaci di muoversi nelle tenebre e in assoluto silenzio.. I Mongoli dispongono di formidabili arcieri a cavallo, chiamati mi pare Mandugai, innovazione assoluta nella arte militare, capaci di travolgere qualsiasi statica linea di difesa. Si narra che i Mongoli a cavallo sappiano fare tutto, anche dormire e fare l’amore. Hanno un aspetto strano e mostruoso, non si lavano e emanano un terribile odore equino. I Mongoli non fanno prigionieri, non vi hanno interesse, sono nomadi e vivono di saccheggio. Gli uomini delle città conquistate vengono uccisi, le donne orrendamente mutilate e deportate, costrette ad una filiazione forzata come vacche da monta per fornire nuovi soldati. Non edificano città, sono un popolo in movimento. E’ancora un segreto invidiato a tutt’oggi dai migliori strateghi militari capire come un intero popolo abbia potuto percorrere una distanza si decine di migliaia di km e travolgere centinaia di eserciti senza incappare in una sola sconfitta. I Mandugai mongoli straripano nelle pianure della Rumelia, tracimano in Anatolia, deflagrano in Pannonia, l’odierna Ungheria. Ormai sono alle porte di Vienna. Contro di loro l’Europa secolarmente divisa in guerre fratricide trova uno dei rari suoi momenti di unione. Molti km più a est l’Impero cinese erige la più grande opera mai realizzata dall’essere umano, la Muraglia cinese, nel tentativo peraltro vano di arginare le orde mongole.
660 anni dopo il passaggio dell’orda distruttrice, Ani e’ ferma a 5 minuti dopo il passaggio dei Mongoli. Visitare Ani e’un’esperienza che vale un viaggio, anche se andasse fatto dal l’angolo più remoto del pianeta o anche dalla Luna, da cui si vede pure la Muraglia cinese costruita per fermare i Mongoli. Ad Ani si sta sospesi in un limbo immaginario, si galleggia tra macerie che sembrano odoreare ancora di incendi e sangue, e si sta impauriti: si ha l’impressione che dal fiume in fondo alla gola o dalla sterminata steppa possano comparire da un momento all’altro i Mandugai mongoli, e magari farti fare la stessa fine dell’ultimo re Urartu di Ani, che fu cosparso di miele e lasciato li a essere mangiato dagli insetti….nondimeno al di la della barbarie, e’un vero peccato sprecare del miele così! Si’ perché il miele di queste parti e di eccezionale bontà, tra i piu pregiati al mondo, forse perche imbevuto del sangue del povero re di Ani chissà . Ani & honey, un binomio magico. Nel pomeriggio, tornato a Kars ci aggiungo sopra pure un bel hammam e la sera un pasticcio di carne melanzane e peperoni, mi pare si chiami Astakalipi, che lo farebbe diventare duro pure a Lele Mora. Mi regalo pure un’ultima cosa: sono solito pensare spesso ad un luogo immaginario, la Fortezza Bastiani ove è ambientato il “deserto dei Tartari” di Buzzati. Ci penso perché mi rapisce con la mente e ne vado alla ricerca per il mondo. Smetterò di farlo: l’ho trovata! La rocca di Kars domina questa sterminata steppa, e li stettero a lungo i soldati russi, anche molto dopo la fine della prima guerra mondiale, ad aspettare gli Ottomani che però non arrivarono mai. Non arrivarono perché l’impero ottomano non esisteva più….
Io penso che quando torno in Italia dovrò farmi per una settimana di fila lunghe camminate a piedi nella zona di Gianturco, tra la zona industriale e Barra, oppure mettermi a fare jogging intorno al perimetro dell’Italsider di Bagnoli, magari la mattina presto quando la luce del sole bagna le ciminiere dandogli quella sfumatura color marrone merda. Poi dovrò mangiare mattina e sera al Mac donald ed ascoltare a palla cd di Tiziano Ferro: in qualche modo devo lavare via questa overdose di bellezza, smaltire questa sbornie di meraviglie che sto vivendo in questa fantastica avventura. E la cosa forte e’che, come canta quel tamarro di Ligabue, il meglio deve ancora venire!

Northern lights – Stockholm, beauty on water

Ogni luogo si lega irrimediabilmente ad uno dei 4 elementi alchilici
( terra. aria, acqua e fuoco) ed esso e´per Stoccolma
inequivocabilmente l´Acqua: la vedrete apparire come una sorta di
pavimento liquido già all´uscita del tunnel della metropolitana e non
scomparirà mai più dalla vostr vista ovunque vi rechiate. I tanti ed
eleganti palazzi poggiati agli angoli del difforme manto color
cristallo paiono la ovvia traslazione delle vecchie palafitte dei
Vichinghi che colonizzarono anticamente il sito per erigerlo a base di
partenza per le mete più disparate, una rampa di lancio per un futuro
di potenza. Il panorama architettonico per la verità si presenta in
maniera piuttosto eterogenea, unendo a scorci di architettura gotica
avventure sul genere design ipermoderno che talvolta scade in
albergoni trash consacrati a quel gusto che pare esistere come tempio
innalzato all´ Italiano tamarro medio che sverna tra Dubai e Sharm El
Sheik, ma sono eccezioni.
Si, perche´cominciamo a dirlo a chiare lettere: Stoccolma
e´bellissima, protes sull´acqua come una sirena nordica e dispiegate
su tante isole una diversa dall´altra. Si, ognuna delle isole di
quelle che e´un vero e proprio arcipelago pare consacrata ad un gusto
ed incarnare un suo stile, un suo messaggio di innovazione o
conservazione. Io scelgo quella di Gamla Stan, il centro storico e
vecchio cuore pulsante di quella divenuta col tempo una mordiba
metropoli a misura d´uomo. Ci metto un po´a scegliere l´albergo
giusto, riservandomi come sempre la felice prerogativa di non
affidarmi alla selezione via internet ne all´ansia prenotatrice di
tutto in anticipo, ed alla fine la scelta giusta la azzecco: un
bellissimo alberghetto in peino centro storico denominato The
Collector, i “collezionisti”, giacche´ogni angolo e´addobbato con
centinaia di oggeti collezionati lungo le rote nautiche dei mari di
mezzo mondo, in particolare i mari del Nord. Ancore, sestanti,
ottanti, mappe nautiche, ossi di balena e narvalo, qui al Collectors
non viene mai voglia di prendere l´ascensore perche´salire le scale
e´come aggirarsi per un museo. Un bel pezzo da collezione lo tengono
pure alla reception devo dire con sto gentilissimo esemplare di
biondona scandinava che rende la scelta pressoche´irrinunciabile. Dopo
poco realizzo pure di essere a pochi metri dall´Accademia del Nobel,
dove questa settimana assegnano i premi. Vedo le luci di quello ch
pare un normale ufficio, a trati pare quasi di sentirli confabulare,
eminenze della scienza e della letteratura e altri disparati rami del
sapere. Abituato da mesi a Capri al chiacchiericcio isterico del
toto-contagiati, se e´stato infettao questo o quel cristiano,
evoluzione patologica del toto-cornuti e della narrazione di tutte le
infedeltà coniugali endemica dei piccoli posti di provincia, mi pare
un balzo in avanti enorme..
Una cosa che colpisce da subito di Stoccolma e´come paia pensata per
essere vissuta tutta all´ aperto, un po come notato in altre capitali
nordiche come Copenaghen o anche Amsterdam, sebbene la latitudine o il
meteo certo non favoriscano almeno a prima impressione una simile
impostazione. Ma il vedere centinaia di locali correre all´aperto alla
prima vrenzola di sole, i bambini sciamare nei tanti bellissimi ed
attrezzatissimi parchi vale a rendere più salda l´ímpressione. Forse
e´un pregiudizio di noi latini quello di immaginare qualsiasi cosa a
nord di Milano come una tundra ghiacciata dove regnano orsi polari e
foche. Queste ultime per la verità ci stanno e fanno capolino ogni
tanto nel limpidissimo mare. Stupendi ed allestiti con eccezionale
maestria i musei, danno un´impressione che persino da una pantosca di
terreno con un po di muschio sopra riuscirebbero a trarre qualcosa di
appassionante alla vista di un turista. Eterogenea e multiculturale la
vita notturna, almeno a prima vista un modello assai ben riuscito di
integrazione e melting pot. Difficilmente ho visto una città più
vivibile, a condizione ovviamente di avere risorse perche´i prezzi
sono piuttosto scandinavi. Stockholm, beauty on water

Northern lights

Ritengo che la visione del mio zaino lurido e difformemente rigonfio di vestiti rigorosamente stipati a casaccio abbia innescato in me una reazione equiparabile a quella del sottoposto alla misura carceraria del 41bis che si trova a contemplare la sua mogliettina uscire ammiccante dalla doccia .

Probabile e legittimo invero che il contesto possa suggerire immagini più suggestive ed edulcorate ma preferirei rimanere su quella delle pulsioni sessuali dell’ex ergastolano che accede al regime di semilibertà, perché pare compendiare tutti gli aspetti dell’epifania “zainesca” incluso quello sprigionarsi di endorfine del buon umore tipico dell’after sex.

Insomma me ne parto, finalmente e nonostante tutto; e aggiungerei pure che mai come stavolta sento sia giunto il momento di farlo, al termine di un’estate che pare come essermi collassata dentro nonché con la poco lieta sensazione di essere attorniato da una (pur comprensibile) nevrosi dilagante. Più che altro credo sia giunto il momento di rompere con un certo ordine di idee, quello in cui la forza motrice di ogni azione anche la più banale è la Paura. O meglio la Paura pare essere divenuta inevitabilmente il motore di ogni inazione, un lento rotolare verso la Stasi, intesa non come polizia segreta della ex Germania est ma come incapacità di muoversi, poco congeniale a me personalmente che manco quando dormo riesco a stare fermo . Ma meglio tralasciare i chiasmi pseudo-filosofanti e non infilarsi nelle sabbie mobili di discorsi complessi, ben consapevole che alla parola “paura” ben potrebbe sostituirsi quella di “ragionevolezza” o “responsabilità”. Diciamo che mi sono limitato a constatare con sufficiente criterio che prendere un aliscafo o un vagone della circumvesuviana gremito di ineleganti corpi sudaticci, come per forza di cose si deve per necessità, non è meno insicuro di un trekking in una landa semideserta oltre il circolo polare artico . E con questo d’ora in avanti faccio valere la cd “regola zero” già adottata con successo per le cacce al tesoro: quella per cui non faró più alcuna menzione a nulla attinente il Covid. Il problema che si pone è tuttavia ora un altro: è che mi sono fatto sgamare dove sono diretto, quando parlo di passeggiate in posto freddi e pieni di natura. Insomma è arrivato il momento di spiattellare il programma, almeno in linea di massima. Sto per atterrare a Stoccolma, che si preannuncia bellissima come una nordica sirena protesa sull’acqua: qui le cose da fare si preannunciano davvero tante ma meglio non spoilerare e andarle a scoprire un po’ per volta .
Di lì mi sposterò poi nella regione centrale, quella più tipicamente svedese di Umea e Upsala e dei grandi laghi per poi deviare verso il mare occidentale, ove affiora una bellissima e relativamente selvaggia costa detta del Bohuslan. Con un cuoppo di gamberi bolliti ben saldo tra le mani mi dovrò poi spingere verso la metà ultima e meglio caratterizzante del viaggio: il Grande Nord svedese, quella entità geografica trasversale a vari stati conosciuta come Lapponia e ove vive la minoranza etnica dei simpatici Sami, grandi allevatori di renne e a cui è ricollegabile anche la leggenda di Babbo Natale. Dalla loro capitale, Kiruna, si riparte uno sgangherato ed obsoleto treno a vapore, residuato di epoche passate e che puzza ancora di miniera, diretto ad un paesino chiamato Abisko. Esso pare sia, per svariate ragioni climatiche, il posto migliore per l’osservazione di un fenomeno atmosferico che cattura la vista e la fantasia, nella sua assoluta incomprensibilità almeno a noi profani: quello delle northern lights, le magnifiche aurore boreali . Insomma, non sarà accattivante come una calata in Amazzonia o una corsa a cavallo nella steppa mongola ma chest passa il convento anzi il virus e, carta geografica alla mano, questo è il posto più lontano dove attualmente ci si può spingere al netto di restrizioni.
Ah vi sarebbe un’altra cosetta: dal paesino di Abisko si dipana un percorso giudicato tra i più belli al mondo , un trekking di 240km fino al fiordo norvegese di Narvik, detto il sentiero del Re perché percorso all’epoca da un regnante in fuga braccato dai nemici . Vista la stagione e l’inclemenza dell’inverno scandinavo appare impensabile percorrerlo ora per intero, tuttavia vi è una chicca segreta che non può catturare la mia attenzione. Pare infatti che il nostro re fuggitivo abbia nascosto da quelle parti un mai rinvenuto tesoro…

Inviato da iPhone

Il Vello d’oro- giorno 8- Il cuore di tenebra dei Balcani: il Kosovo

Giorno 8
“Quando dal mondo saranno scomparse le api, agli esseri umani resteranno 4, al massimo 5 anni di vita”. Questa profezia non l’ha detta uno stronzo qualunque ma un certo Albert Einstein.
Nondimeno il piccolo Kosovo, martoriato da secoli di conflitti, non rischia tuttavia di scomparire per carenza di api. Gli insetti vengono allevati in Grand quantità e con metodi antichi tra le selvagge Sharr Mountains, per produrre un miele soave e buonissimo. Le api però paiono conservare molto più degli umani un feed back di aggressività retaggio dei recenti conflitti: e’ la seconda volta in due giorni in Kosovo che vengo punto da un’ape, porco cazzo! Altre annotazioni riguardanti ora sfumature culturali e religiose : nelle città musulmane e’un’esperienza fondante ascoltare il canto del muezzin, che leva ipnotico sale moschee diverse volte al giorno e viene irradiato con megafoni per tutto il paese. Ma guaglioni miei, io vi voglio bene ma non vi potete mettere alle 5 meno un quarto di mattina con sto taluorno a tutto volume per tutta la città, mannaggia Gesù Cristo , anzi il dio da imprecare sarebbe qua un altro ma lasciamo stare. Ancora l’hamman , il bagno turco, e’un esperienza magica ma meglio se fatto la sera: la mattina presto determina dei cali di pressione e dei conseguenti attacchi di uallera. Ok, fa niente la uallera nel pensiero medio-orientale stimola la riflessione filosofica e vorrà dire che mi daro’ alla speculazione come Averroe, il maggiore filosofo arabo, apprezzato anche dalle corti europee di cui era spesso ospite e rappresentato anche nella Scuola di Atene di Raffaello. Solo che magari Averroe’ e i suoi discepoli si abbandonavano all’ozio e alla uallera filosofica su triclini all’ombra di fichi d’India e aranci. Io come mio triclinio troverò il sedile sudaticcio di un bus, visto che nella giornata odierna ho in programma di rimbalzare per tutto il Kosovo a caccia di monasteri e siti d’arte. E comincio una mia meditazione, e penso ad un paio di sere fa, quando ancora sul lago, facevo una cosa che mi è sempre piaciuto fare, gettare il pane ai cefaluotti per vederli mangiare. Ok, questo era il lago e non ci stanno i cefaluotti, erano pesci indigeni chiamati Belvica ma erano ancora più famelici e arraggiati dei cefaluotti. Credo di aver capito ch mi affascina di loro l’immediata capacità a fiondarsi sul pane in ammollo, percepito penso attraverso la semplice vibrazione del corpo sull’acqua. Ma provate a lanciare una cicca di sigaretta o un pezzo di plastica, vedrete che i cefaluotti dopo aver puntato per un secondo verso l’oggetto, poi virano alla velocità della luce altrove, essendo il corpo estraneo al loro mondo. Questi animali possiedono una capacità di cui non vi è traccia in noi umani: in una frazione di secondo sono in grado di discernere il Buono dal Cattivo, il Giusto dallo Sbagliato. Siamo capaci forse di farlo noi umani? No, che non siamo capaci, e tale deficienza mi appare quantomai più grade qui, mentre vado a zonzo per queste montagne intrise di sangue e dolore. Forse che qualcuno qui sa dire quale delle due parti in lotta da 7 secoli ha ragione e quale ha torto? Chi tra Serbi e Musulmani e’ stato il primo a cominciare o l’ultimo a finire? E chi ha commesso l’eccidio, lo stupro o il crimine poi grande in secoli di odio sedimentato? Chi piange più vittime, chi ha scavato più fosse comuni e di chi sono le ossa che ancora oggi vi si raccolgono. E’ tutto incartapecorito in momenti che rimbalzano e dicono bene una volta all’uno, una volta all’altro. Ora dice bene al ceppo di etnia albanese, e male molto male ai serbi. Solo 15 anni fa era l’esatto contrario in questo lembo di terra grande quanto la Campania tramutato in una secolare trincea tra confliggenti. Pristina e’ forse la capitale più brutta d’Europa ( se la gioca fifty fifty con Podgorica del Montenegro), appare come una città smontata e rimontata cento volte, ove l’unico intento dei vincitori di turno e’ stato quello di scorticare via tutto ciò che era stato lasciato dai precedenti e sostituirlo con roba proprio. Qui ora le vie sono intitolate ai liberatori piovuti dal cielo, Clinton e Bush, ed e’innalzata persino una statua della Libertà copia di quella americana, non lontana da un budello di incrocio ove il traffico può rimanere bloccato per ore e ove sta un locale chiamato “pizzeria Capri”. Da qui mi dirigo in bus verso un’enclave serba ove sorge un monastero di secolare importanza, quello di Gracanica. Ma salito sul bus, compio l’errore di pronunciare il nome della località, per quel che ne so, in lingua serba, con la prima c che diventa una ch e l’ultima che somiglia ad una z, Grachaniza. Il fonema suona come sacrilego agli occupanti del bus, tutti della trionfante etnia albanese che mi guardano come se avessi bestiammato mentre l’autista simula il gesto dello sputare per terra. Al mio arrivo a Grachaniza o come si dovrebbe pronunciare in albanese, noto questo serbi che vivono qui trincerati dietro i blindati della Nato e hanno l’espressione triste dei panda dentro uno zoo cinese. Piu tardi il pope ortodosso mi dirà che la comunità dei panda ha pure mutuato la difficoltà a riprodursi: in condizioni così ostili le giovani coppie non tendono a suo dire a voler procreare bambini serbi ( ma francamente il tema della procreazione a fini razziali torna troppo spesso nei discorsi dei serbi, e’la terza quarta volta che mi confronto con l’argomento). Inoltre non sono sicuro che quelle facce tristi che ora vedo segragate qui siano semprr assurte a vittime e non a carneficii. Chi puo sapere se questi solo 15 anni fa non erano i responsabili delle fosse comuni rinvenute proprio qui a pochi km, e ora non Siano Come dei guerrieri lasciati fuori le Mura, dei pirati abbandonati sull’isola saccheggiata dalla nave appena salpata? Incredibilmente vedo che il monastero fuori del villaggio e’cinto da filo spinato come un lager e per entrare devo consegnare il passaporto ad un soldato della Nato. Dentro, affreschi di imperitura bellezza rimandano a battaglia ed epopee dei serbi contro gli ottomani e danno al luogo l’aria di una secolare trincea contro gli invasori turchi. Il sito ha subito almeno una dozzina e incendi dolosi negli ultimi 10 anni.
Per arrivare al monastero tra l’altro mi capita di fare l’autistop più strano della mia vita, già he mentre percorro a piedi uno sterminato campo di pannocchie, vengo raccattato addirittura da una colonna di mezzi blindati e jeep militari di soldati tedeschi della Kfor, il corpo di pace delle Nazioni Unite. A loro mi tocca mostrare nuovamente il passaporto, questa volta per una loro curiosità, giacché non riescono a credere che uno da Capri a Ferragosto finisca a visitare i monasteri ortodossi in un’enclave serba del Kosovo. Uno di loro mi mostra pure sul telefonino una foto di qualche mese fa scattata al Parco Augusto con la sua compagna di almeno 15 anni più giovane, nel cui sguardo insofferente in foto leggo che ora, mentre il suo Rambo e’ fare la guerra in Kosovo, lei sta assaggiando parecchi würstel sul al paesino in Renania. Che persone squallide sti soldati tedeschi che ho beccato, spero di rimuoverli in fretta. E poi dei tedeschi in divisa, non ci posso fare niente, mi fanno pensare a cose terribili, giusto per rimanere in argomento di eccidi e carneficine. Ecco, e sempre per rimanere in tema, appendo nientedimeno che il gruppo di fascisti italiani di Casa Pound organizza delle campagne di solidarietà nei confronti dei serbi di Gracanica e del Kosovo. Sarò morto prima di dire che questa gente possa fare mai qualcosa di buono ma la cosa proprio male non mi sembrerebbe, anche se poi bisogna pure veder questi di Casa Pound a chi vanno ad aiutare, le vecchiette indigenti o qualche fanatico fascistello dell’irredentismo serbo. Ad ogni modo non voglio dire niente oggi, non voglio stare a sindacare qui su cosa e’ giusto o sbagliato, finirei per fare come i pesci del lago quando gli butti il pane, ma senza avere la loro capacità di discernimento. Oggi nell’enclave serba di Gracanica in Kosovo, ho finalmente capito da dove nasce questa mia smodata attrazione per tutta l’area dei Balcani, dove praticamente torno ogni estate. In questi luoghi e’ impossibile trovare risposte a molte domande, nei Balcani nessuno può mai sapere cosa sia giusto e cosa sbagliato.

Il Vello d’oro- giorno 7 – Nelle “terre dei cani feroci”

Giorno 7
La Strada mi chiama, e’ora di rimettersi in marcia verso il Vello d’oro. 3 giorni in uno stesso luogo sono un’enormita’ in un viaggio così concepito e devo con solerzia riprendere il cammino.
Una considerazione finale su Ohrid: e’ davvero un gran bel posto che assomma in se arte e bellezze naturali, e’ben attrezzato per ogni forma di turismo ed economico. Vivamente consigliato in luogo dei soliti posti, davvero se volete sorprendere la vostra compagna o avete una nuova trombamica con cui abbandonarvi a romantiche zozzerie, portartela in riva al lago di Ohrid, sparagnate e comparite, potete pure atteggiarvi a dire a lei: “no sai io poi sono uno a cui non piace andare nei posti dove vanno tutti….”. Il posto si caratterizza anche per una vivace vita notturna condita da una cosa che, non so bene perché, a Capri e’ pressoché bandita: la musica dal vivo. C’è per tutti i gusti, si va dai concerti di musica classica nelle basiliche ( tutta l’area balcanica vanta un’eccellente tradizione orchestrale) a quelli di travolgente musica balcanica dove milfone euforiche ti infilano una mano nel pacco mentre ti bevi la birra. Ci stanno locali con gruppi indie rock ( eccellente un gruppo serbo ascoltato) e locali jazz con band che suonano come i neri di New Orleans. Io mi sono scelto come tana un posto molto figo, il classico postaccio dove tracannare Wiskey e fare a cazzotti e dive il proprietario e’identico a qel tipo con la barba di “una notte da leoni”; pare che li una sera sia passato per caso Lenny Kravitz e abbia pure fatto un paio di pezzi improvvisati…è dopo Kravitz si è esibito li: in un moto d’euforia alcolica una sera sono salito arbitrariamente sul palco, ho brandito il microfono e mi sono prodotto in una trascinante cover di Minnie the Moocher di Cab Calloway. La platea dall’orecchio ben educato all’inizio ha partecipato attivamente cantando con me poi di e’ lasciata andare ad intemperanze e segnali sonori ottenuti mediante modulazione del respiro e con la frapposizione della lingua alla cavità palatale, in altre parole fischi e pernacchie.
Ma torniamo alla strada, che oggi mi porterà in Kosovo, in una città che attendò con ansia di raggiungere, Prizren, una specie di piccola Sarajevo dal comune destino di sciagure e grandezza. I modi individuati per raggiungerla sono 3: il primo, il più affascinante, e’ attraverso le cd Montagne Maledette, questo lembo estremo e selvaggio nell’Albania del Nord, da cui poi discender in Kosovo attraverso un sentiero che era quello dei miliziani dell’Uck ai tempo del conflitto, ma richiede troppo tempo e dovrei tornare in Albania e sobbarcarmi 2-3 giorni di cammino. Vi è poi la via convenzionale, attraverso la capitale macedone Skopje, ma da li devo passare più avanti nel viaggio perché ho un imperdibile appuntamento con un amico, e per una mia cosa strana non ripeto mai in un viaggio la stessa strada due volte, mi sembra di stare perdendo tempo. Vi è poi una terza via individuata, ribattezzata Passaggio a Nord-ovest: si tratta di raggiungere appunto la parte nord occidentale della Macedonia, densa di siti interessanti tra l’altro e giungere ai piedi delle gigantesche Sharr mountains, dette anche “terre dei cani feroci “, perché da qui proviene il gigantesco cane pastore kossovaro, che i locali lasciano libero di accudire le greggi sulle montagne e non si contano le aggressioni a persone. Il Kosovo e’giusto dietro le imponenti Sharr Mountains ma non si registrano bus o mezzi di linea che seguono questo tragitto, ne e’fatto di sapere se tra quei monti esista una valico di frontiera. Dalla mappa di google earth riesco solo a distinguere una strada che s’inerpica per quelle giogaie salendo dalla Macedonia, ma con quale mezzo non saprei come percorrerla. Ad ogni modo mi decido per cercare il Passaggio a Nord Ovest verso il Kosovo. Un primo bus lascia il lago di Ohrid all’altezza di Struga, pittoresca località ove a fine mese si tiene un festival di poesia a cui hanno preso parte pure Allen Ginsberg e Neruda, si inerpica poi su un monte per arrivare all’abitato di Vevcani. Davvero un posto singolare assai! Pensate che gli abitanti, alla caduta della Jugoslavia, proclamarono qui una strampalata Repubblica di Vevcani, non riconosciuta da nessuno stato. Mi fermo qui a fare colazione e chiedo al tipo subito lumi sulla Repubblica, lui ovviamente si proclama un fiero cittadino di questa “nazione” e così compro al mio amico Francesco Staiano, collezionatore di bandiere, la rarissima Bandiera della Repubblica di Vevcani, assolutamente introvabile. Sempre restando in tema di casa Staiano diciamo, faccio un volo pindarico in avanti di qualche ora, ad adesso in Kosovo, ove stanno trasmettendo alla tv una fiction impastata di nazionalismo indipendentista e che irride il presidente serbo, descritto come un vecchio rincoglionito. La gente sta tutta radunata nei caffè a vedere sta fiction, come in Italia nel dopoguerra quando ci si radunava per veder la tv. Ebbene il protagonista di sta cosa, mi pare di capire una sorta di esattore delle tasse kossovaro e molto fiero di esserlo, e’ tale e quale, ma proprio sputato, sia di faccia che per la voce, a Mauro Salvia.
Ma torniamo sulla strada: da Vevcani arrivo a Debar, ove sta un bellissimo monastero che vedo dal finestrino, quello di San Giovanni il Costruttore. Ormai ci siamo, sopra il monastero si ergono le Terre dei Cani Feroci. Devo solo trovare il passaggio attraverso di esse,roba nda niente. La strada piega ora da ovest verso nord sempre bordeggiando le montagne. Giungo ad una città chiamata Tetovo, dove ho pure il tempo di visitare un sito incredibile, la Moschea Dipinta, bellissima, che sta dentro una “tekke”, una sorta di comunità, di Dervisci berkashi. I Berkashi sono una costola dell’Islam che si caratterizza per essere più tollerante, ammettono il consumo di alcool e la condizione della donna risulta meno segregata. E’un approccio più filosofico, sul modello Sufi dell’Iran, ecco spiegata la presenza dei Dervisci, quei monaci che danzano seguendo il movimento dei pianeti. Tuttavia sono un po incazzosi sti dervisci: uno di loro quasi sbranava una cretina che vicino alla figlia ha detto una cosa tipo :”vieni bella di mamma, andiamo a fare la foto con Babbo Natale”….ovviamente il barbuto derviscio vestito di verde aveva sacrosanta ragione ad incazZarsi. Ma ecco che da questa Tetovo becco un furgoncino privato, che partirà quando sarà pieno e salirà su per le Terre dei Cani Feroci fino in Kosovo, a Prizren. Ce l’ho fatta, ho trovato il passaggio a Nord Ovest! E dopo una lunga ascesa di per i monti sono in Kosovo, proprio mentre attraverso la frontiera mi pizzica un’ape, un altro segnale degli dei, ma fa niente. Sono troppo felice lo stesso. Se i Balcani fossero un inferno, il Kosovo sarebbe la sua bocca di Lucifero, il suo ultimo girone, ma per quanto mi riguarda i Balcani somigliano più al paradiso. Ogni villaggio ha la sua moschea qui, con alti minareti ma costruiti di recente, evidentemente perché a qualcuno era saltato in testa di abbatterli. Ma quel qualcuno non c’è più ora, i serbi corrispondono ormai al 2% della popolazione, in pratica trovare un serbo in Kosovo oggi e’difficile come trovare uno che ha votato Fini o Casini in Italia. Ma e’uno stato di cose transeunte: dal 1300 ininterrottamente e a fasi alterne musulmani e serbi si scacciano dal Kosovo gli uni con gli altri. E arriva Prizren, bellissima, una vera città d’arte con un ponte in pietra secondo per bellezza solo a quello di Mostar in Bosnia, una bellissima moschea, un centro storico spettacolare e un bagno turco settecentesco dal quale sono appena uscito. Altro che quelle SPA di lusso che sembrano camere a gas, si sta distesi qui su blocchi di marmo bianco tra omaccioni baffuti che ti scrutano severo. Tutto promette bene a Prizren e come ogni città balcanica riserverà sempre delle sorprese, cose che la rendono unica.

Per ora vi segnalo questa, che riguarda la toponomastica. Durante le diverse occupazioni della città, i nuovi occupanti prendevano di volta in volta a ribattezzare le strade coi nomi dei loro eroi e simili. I turchi intitolavano le vie a qualche loro condottiero, poi arrivavano i serbi e cambiavano i nomi alle vie con quelli di qualche loro generale, la stessa cosa facevano poi degli albanesi…. Adesso e’arrivata la forza di pace della Nato, la Kfor, e per levare la frasca da mezzo e non fare arrabbiare nessuno ha deciso di ricorrere alla Pet Therapy: le strade sono state ribattezzate con innocui nomi di animali e di piante. Ci sta via dei gatti, via dei cani, largo della giraffa….. Io alloggio per esempio in via dei Fiori Blu n 29, e l’Italia non mi manca manco po’ il cazzo

Il Vello d’oro- giorno 6- Tragicomiche disavventure di viaggio

Giorno 6
Golem Grad. Di questo posto mi arrapa già il nome, che in lingua slava significa Grande Città ma sta qui ad indicare un’isola, un’isola nel lago di Prespa abitata da soli serpenti e ove gli uomini non mettono più piede. E non ce lo metterò neanche io purtroppo, costretto che sono a rimirarla dalla sponda orientale, perso e sconsolato tra i canneti e gli alberi grondanti mele verdi, tra le vacche che pascolano allo stato brado sulla riva. Sarei tentato di raggiungerla a nuoto, sarà poco più di un miglio marino ma non so fine a che punto e’il caso di sbarcare su di un’isola infestata di serpenti solo in costume da bagno…e poi oramai ho paura a lasciare le mie cose qui, in questo villaggio di pietra abitato da lestofanti travestiti da contadini coi nomi delle rockstar. Si, mi è capitata un po’ una storia di merda. Avevo fatto forse troppo il bellillo nei post precedenti, ad atteggiarmi al viandante sopra la nebbia, il viaggiatore ottocentesco e bubu babba-ba: oggi mi sono fatto fottere da uno zappatore macedone con delle modalità da crocierista giapponese ottuagenario che sbarca a Forcella. Proprio di un giapponese mi sovviene il ricordo, un tizio che anni fa sbarco’ in albergo, un fesso di dimensioni cosmiche. Era atterrato a Capodichino ed a un certo punto nota un tipo napulegno con un cappello o una scritta “Capri”, gli si avvicina e questo gli fa: “Capri? Si certo, Gatto Bianco, come no, io sono un loro impiegato certo certo. Ma guardi che Napoli e’una città pericolosa da attraversare…faccia una cosa: paghi tutto a me, non si preoccupi”…gli consegnò qualcosa come due milioni e mezzo delle vecchie lire e si presentò alla reception con un biglietto scritto a matita ove si leggeva “tutt pagato”, senza la o finale di tutto. Ricordo ancora gli agenti in commissariato che si sbellicavano dalle risate mentre lui rompeva in un pianto….Vabbe a me una trentina di euro scarsi m’hanno inculato ma è il principio che è inaccettabile. Ma andiamo con ordine. Dunque arrivare a Golem Grad non è facile, a meno che non si vada con un’escursione organizzata, eventualità ovviamente manco considerata. Prendo un bus che scavalca le foreste del monte Galicica, ove sorge un bellissimo parco naturale, e arrivo in una città senza pregi d’arte chiamata Resen. Il luogo e’ noto per essere stato l’epicentro dell’insurrezione dei Giovani Turchi, nome oggi mutuato pure da una corrente del Pd, ma per cosa si caratterizzi sta corrente e in così si differenzi dalle altre 26 correnti del Pd non l’ho capito. Forse non l’hanno capito manco loro, deve essere per questo che la città fa così schifo. Da qui giungere ad uno di villaggi costieri del Prespa lake e trovare poi una imbarcazione per l’isola risulta molto difficoltoso, e poi nessuno spiaccica mezza parola diversa dal macedone. Poi trovo un tizio che parlotta un discreto inglese, cominciamo a parlare, e’un perito agrario, mi dice di venire da una villaggio costiero, Dolno Dupeni e che a quest’ora e’ormai impossibile salpare per il lago. Ma perché sono io, perché tifo per la squadra di Goran Pandev, proverà a chiamare un suo amico al villaggio, un certo Vasco e chiedergli la cortesia di portarmi in barca a Golem Grad. Vasco a tel fa un sacco di storie ma poi ok mi porterà, fanno 30€. Poi mi rimedia pure una sorta di catorcio con autista per percorrere i 30 km fino a Dolno Dupeni, al confine con la Grecia in fondo al lago. Solo devo pagare in anticipo a lui, Vasco non accetta denaro, forse per qualche sua scelta filosofica. Fiuto l’inganno ma penso che magari si vuole solo fare una cresta su Vasco, a cui dara’ solo una parte dei 30 € pattuiti. E poi altra scelta non ho: o cosi’ o mi scordo Golem Grad. Monto su sto catorcio con al volante una sorta di sordomuto, percorriamo tutta la sponda est del lago bellissima tra girasoli e meleti e giungiamo a Dolno Dupeni, un bel paesino di case in pietra e vecchi incartapecoriti al sole. Il villaggio conta 116 abitanti e nessuno di loro si chiama Vasco…..ma che pesceee. Ma come si fa ad essere così coglione, ma manco Sergio Megna quando voleva pagare al Qube con gli euro di cioccolata! A mia parziale discolpa devo dire che ero ancora nella obnubilescenza della risacca come dicono gli spagnoli, insomma con la capata del’hangover per il seratone di ieri. Avrei forse dovuto tenere a mente l’ammonimento di quella orribile canzone di Jovanotti “no Vasco no io non ci casco” e invece sono andato come un merluzzo sul classico E più famoso Vasco nazionale: “siamo solo noi, eh che andiamo a letto la mattina presto ( eh si), che ci svegliamo con il mal di testa ( hai voglia), siamo solo noi, che ci facciamo inculare da perito agrario macedone, siamo solo nooooi”……


Fosse niente i 30€ ma mi hai schiattato la giornata e non mi hai fatto andare a Golem Grad, pezzo di merda di un perito agrario macedone. Non mi resta che lanciarti contro il terribile anatema del Palillo, un anatema-anagramma: perito agrario= perirai girato, o ancora “agiterai porro”.
Ad ogni modo, svanita la delusione iniziale, sono subito passato al contrattacco. Mi sono recato presso il comando della zelante polizia macedone e non mi sono limitato a sporgere formale denuncia, ho fatto qualcosa di ulteriore: ho messo una taglia sulla sua testa. Ho promesso ai policeman macedoni, dei veri duri usciti da un film western, che chi di loro riuscirà a prendere il bastardo vincerà un week end a Capri con la sua compagna presso il prestigioso Gatto Bianco Hotel, con annessi trattamenti di bellezza e quant’altro nella SPA di prossima inaugurazione. Il più duro dei duri dei policeman, Jancko, uno che vedrei bene dentro Django Unchained, e’subito voluto partire con me dentro la Jugo d’ordinanza alla caccia del bastardo per una ronda urbana per ora infruttuosa. Mi ha comunque promesso sul suo onore che se lo becca, gli riserverà un giochetto che facevano alle reclute nelle caserme ai tempi del maresciallo Tito. Me lo immagino già il bastardo perito agrario tra le grinfie di Jancko, magari col suo amico immaginario Vasco mentre canticchia “vorrei possederti sulla poltrona di casa mia con il rewind”….
Stasera ultima notte nella folle Ohrid e poi domani in marcia per il Kosovo, attraverso le cd Terre dei Cani feroci. Roba da veri duri

Il Vello d’oro- giorno 5- La città della Luce

Ohrid, Ocrida per i Veneziani, per gli antichi greci Lichnidos che sta per “città della luce”. In effetti la Luce e’ qui ciò domina il tutto: l’intera vallata alluvionale e’ pervasa da un colore accecante e insistente, implementato dal riverbero sulle acque del lago ed assume delle colorazioni insolite di giallo che ho visto solo in città del Nord-Africa, a Tangeri o Marrakesh.


Devo dire che almeno sulle prime Ohrid, una delle tappe cruciali del viaggio, mi ha lasciato una brutta impressione: vi arrivo ieri pomeriggio, stanco e straquato, e mi trovo a percorrere una via che mi pare una delle arterie principali, insozzata di posti oggi e volgari, pizzetterie di infima qualità, kebabbari di plastica, cianfrusaglia per una marmaglia di gente scontata e stupida, ci stanno pure quei fessi che si travestono da mummia o da statua della libertà che stanno pure a via Toledo a Napoli e a cui avrei voglia di tirare un ceffone e quegli altri stronzi che quando cammini ti mettono addosso un serpente addomesticato per fare la foto imbecille da mandare a casa. E ho fatto 7 ore di finimondo tra le montagne dell’Albania per sta puchiarella? Ah, ma quanto mi sarebbe piaciuto vivere e viaggiare nell’800, ai tempi di Friedrich il pittore e del suo “Viandante sopra la nebbia”, o anche solo 100 anni fa, quando ogni villaggio era diverso uno dall’altro, quando non c ‘era bisogno di scegliere di essere autentici, invece di trovarmi in sta pialla culturale di gente tutta uguale, che mangia la stessa roba uguale, che ascolta la stessa musica uguale, che campa per essere uguale all’altro. Ad ogni modo, per quel che mi riesce , provo a viaggiare come si faceva nell’Ottocento, a muovermi nello spazio rispettandolo e non calpestandolo sbadatamente. Un viaggiatore si muove attraverso i luoghi e le loro peculiarità, non attraverso esemplificazioni di esso. Quando sento una persona dire “quel posto e’a un’ora di macchina, due ore di aereo da quell’altro” so di essere di fronte a uno che si sposta per un motivo diverso dal viaggiare. Chi viaggia come l’uomo ha viaggiato per migliaia di anni prima delle low cost, del chilometraggio e altre diavolerie moderne, ti parlerà a proposito dello spostarsi da un luogo ad un altro di valli da percorrere, monti da scavalcare, fiumi ponti limiti naturali e cose simili. Per me prima di tutto in un viaggio sta la geografia, lo spazio, poi la Storia, il tempo, ascisse e ordinate di ogni viaggio, il resto sono coglionerie.
Nondimeno Ohrid si riscatta molto presto: lasciata quella via balorda, il centro storico e’uno scrigno di tesori da disvelare. In un ginepraio di viuzze arcigne si realizza una sintesi difficile tra Venezia e Costantinopoli, e in effetti il luogo e’piu o meno equidistante dalle due potenze storiche dell’area. Proprio nel centro storico, sulla costa Abras, trovo alloggio presso una vecchia signora, che mi mette a disposizione una bella stanza adagiata sulle acque del lago ed ho pure a disposizione una barchetta a palelle casomai per andare a pesca. Direi che per 20 euro non sono caduto male. Che poi qui nel lago vivono animali stranissimi e unici, piccole creature endemiche dotate di una forza sensazionale: c’è la trota di Ohrid che vive solo qui ed ha carni rosa come un salmone, o l’anguilla di questi posti, capace di una viaggio incredibile. Pensate che questo piccolo animale viene a deporre le uova qui dopo una migrazione che nientedimeno parte dal Mar dei Sargassi, un posto della terra ch si trova dall ‘altra parte dell’oceano Atlantico, all’altezza per intenderci delle isole Bermuda!!!! In pratica questa anguilla fa a ritroso un viaggio che l’essere umano non era mai riuscito a compiere prima di Cristoforo Colombo o forse dei Vichinghi, con buona pace di quel coglione di Voyager, Kazzenger Giacobbo, secondo cui Ncje gli antichi egiziani avevano attraversato l’Oceano prima di imbarcandi su di una astronave per imparare dagli alieni a costruire le piramidi e magari i frigoriferi in acciaio anodizzato con cui ibernare le mummie e la scatola cranica di Giacobbo, da usare poi come cassa acustica a percussione visto che è vuota…. Incredibilmente entrambe le specie animali sono in vendita cucinatr nei ristoranti sul lago ma è uno scempio indicibile mangiarsele!!)
Ohrid possiede una serie di tesori tutti da scoprire, posti in scala verticale. Sulla sommità di una colina c’è un fortilizio veneziano, da cui si ammira tutto l’enorme lago, vasto come una mare e difatti si agita tanto quando arrivano le trubbee. Sotto sta la basilica di San Clemente, con bellissimi mosaici, ma non si sa perché, a destra e sinistra della stessa che costituisce una cartolina della Macedonia intera stanno due cantieri orribili, coi plinti di cemento e i piloni di ferro a vista. Chiedo lumi e un tipo mezzo hippy all’ingresso mi dice che quello a sinistra e’il cantiere per rimodernare la secolare università di San Cirillo e Metodio, e fin qui ci può stare. Tra l’altro il tipo pare assai ansioso affinché l’università di San Cirillo e Metodio riapra, perché li l’estate si tiene un prestigioso corso di lingua macedone che fa registrare un afflusso di femmine da mezza Europa e che a suo dire lui si tromba tutte….scendo più in basso lungo il crinale della collina, per un bosco di cipressi secolari, e si manifestano una serie di incontro strani. Il primo e’ un tipo, Jovan, che si dice un filosofo e con il quale cominciano a conversare sulla sottostante chiesa di Kaneo, che significa pietra, e a suo dire la pietra e’il concetto fondamentale, l’arche’ della cultura del luogo, per una serie ben argomentata di motivi. Poi il discorso si ingarbuglia sull’esistenzialismo e la teologia, ma Jovan oltre a fare il filosofo mi da l’impressione pure di tenere un po’ di polvere ncopp a recchia, visto che comincia a ridacchiare in maniera cretina e a far una serie di apprezzamenti gratuiti sulle mia spalle, a suo dire robuste come quelle del cavallo di Troia. Bah….poco più in basso invece nel bosco m’imbatto in una tartaruga, e a questo punto capisco il tutto. Sitratta di segnali inviatomi dagli dei, questa volta in chiave non ostile, ch interpreto così: la giusta via per arrivare al Vello d’Oro passa attraverso la saggezza ( il filosofo) ma deve essere costante e lenta ( come una tartaruga). Tra l’altro con il filosofo Jovan abbiamo parlato pure di religione, dello Scisma d’Oriente e della chiesa ortodossa vigente qui, quindi interpreto il tutto alla luce di un canovaccio che nella cultura napoletana legge in lui una figura da sempre foriera di buona sorte: quella del prevete ricchione. Visito la sottostate chiesa di Sant Jovan Kaneo, una cartolina perenne dei Balcani adagiata sul lago e con stipendi affreschi del Trecento, poi scendo nella spiaggia sottostante sul lago, dove si registra un tasso incredibilmente alto di figa: sono proprio belle le donne Macedoni, la perfetta sintesi della bellezza slava e della conturbante sensualità ottomana.
Nel pomeriggio fitto una bici e vado in esplorazione sulla sponda est del lago. Becco una stupenda spiaggia deserta che mi fa pensare a Mesola in autunno, e poi un altro lido ove su un Prato stanno persone adagiate a fare grigliate e giocare a scacchi, che mi fa pensare ad un quAdro di Manet di cui non ricordo il nome. Poi becco stasera un ristorante in la fella di luna che appare dietro San Jovan Kaneo, che mi fa pensare a quanto malvagio può essere l’essere umano, dal momento che mi ordino prima la trota in via d’estinzione e poi l’anguilla venuta fin qui dal Mar dei Sargassi, un’altra volta si impara a starsene a casa sua!
Domani e’ la volta di Golem Grad, un’isola su un lago vicino abitata da solo serpenti. Speriamo solo che i serpentelli non vogliano vendicare la loro cuginetta acquatica anguilla!!

El mundo perdido – giorno 15: Cuzco, la Firenze del Nuovo Mondo

Dovendovi parlare di Cuzco, scelgo di iniziare dal cielo che la sovrasta, anche se sarei tentato di scegliere un verbo più dolce , perché questo cielo pare quasi fondersi in un abbraccio con la città

In esso sembra di scorgere la sapiente mano di qualche pittore del secolo d’oro fiammingo, anche se siamo dall’altra parte del mondo. Van Eyck, ad esempio, ben potrebbe essere l’autore

di queste nuvole che pare quasi di poter toccare. Beh ad analizzar la cosa, non saremmo manco cosi lontani dal poterlo fare, nel senso che siamo talmente alti sul livello del mare, che persino le nuvole devono essere più vicine.

Cuzco sorge ad un’altitudine di 3450 metri sul livello del mare, che sono davvero parecchi. Ecco, quella che sto per dirvi è l’unica nota stonata di una città che ho sin da subito trovato tra le più belle mai viste: l’altitudine, ahimè, si fa sentire. La testa duole e il fisico fatica, almeno i primi giorni . Salire una scala o portare un bagaglio può rivelarsi un fardello inaspettato. Evitate di mangiare troppo pesante che la digestione si fa sentire, scordatevi le sigarette e, se siete in dolce compagnia e proprio non riuscite a fare a meno di tuffarvi tra le braccia di Eros, magari scegliete qualche tecnica amatoria meno dispendiosa, tipo un “dirty Chewbacca” o “un “timone olandese”, giusto per restare in tema con la pittura fiamminga 😂😂

Certo, è un dato soggettivo, ma a meno che non siate nati in un paese andino o siate sherpa tibetani e pakistani, appare del tutto improbabile che possiate essere abituati ad un’ altitudine alla quale in Europa ci sono o purtroppo c’erano solo i ghiacciai. Ma veniamo alle cose belle, tante, tantissime e predominanti:

Cuzco è davvero un posto magico, che con un azzardo ho definito una Firenze andina, sebbene il suo stile prevalente non rinascimentale ma barocco.

Della splendida città di Dante e dei Medici, Cuzco riprende quella forte uniformità architettonica tendente al bello, dove ogni strada, ogni spigolo di un palazzo pare realizzato con la dovizia di un maestro d’arte. Non dissimile anche la conformazione urbanistica con questo centro come sdraiato tra dolci colline (qui per la verità si tratta di cime sui 4000m…). Guardate qui: non sembra di rimirare il Duomo di Firenze dalla collina di Fiesole? Non chiedetemi cosa ci sia in quel piatto, perché certi dolci creature preferisco ricordarle così.

La fenomenale Plaza de las armas reca due gioielli architettonici assoluti, frutto della competizione serrata tra il governatore della città, Francisco Pizarro, e i missionari gesuiti accorsi ad evangelizzare il nuovo mondo. Ma la posizione del missionario, come analizzato già prima sotto differenti profili, può risultare ostica e faticosa a queste quote, cosicché i gesuiti dovettero acconsentire a che la cattedrale, edificando per mano di Pizarro, fosse l’edificio più alto della città, mentre il loro Tempio della Compagnia di Gesù potette gareggiare solo in bellezza, verso la quale i gesuiti indirizzarono tutti i loro sforzi richiamando fin qui sulle Ande i migliori architetti e artisti da Spagna e Italia.

La forma della piazza e la sua posizione le conferiscono quel riuscito effetto di contenitore di luce, una sorta di incavo, di coppa in cui la luce sembra bagnarsi come vino pregiato in un calice. Credo di aver visto uno stesso effetto ottico, in dimensioni più ridotte, nella magnifica piazza barocca di Noto, in Sicilia.

Ma credo che basti per oggi spendersi in paragoni, perché Cuzco è Cuzco

Il mestiere delle armi – Prologo

Il tema di fondo di questo breve diario di viaggio emerge da un ‘idea in itinere, nel senso che strada facendo ho rintracciato quello che può essere un minimo comune denominatore ai vari posti che visiterò a cavallo di questo Natale ovvero Mantova, Verona, Bolzano per poi trascorrere qualche giorno tra le innevate cime della Val Gardena. A pensarci bene tutti questi luoghi si legano non solo a significative battaglie nel corso dei secoli ma a qualcosa di più specifico emerso in esse: l’impiego di particolari armi utilizzate, tale da indirizzare le sorti dello scontro e conferire un ricordo particolare agli armigeri impegnati. Sulla scorta di questo retaggio, ho deciso di chiamare questo diario di viaggio “Il mestiere delle armi”, piccolo omaggio anche al grande regista Ermanno Olmi che ci ha da poco lasciati.

Il suo omonimo film del 2001 ricostruisce le ultime vicende terrene di un capitano di ventura cinquecentesco di particolare coraggio e virtù, tale Giovanni dei Medici noto anche come “Giovanni dalle Bande nere” per la pratica, adottata da lui e le sue truppe, di annerirsi col fuoco le armature al fine di poter assaltare anche di notte. Una sorta di antesignana del ‘Cinquecento della tuta mimetica, eppure non sarà questa l’arma a risultar fatale al nostro bel Giovanni e a segnarne il destino: il film infatti ricostruisce gli esiti di un conflitto intervenuto nel 1526 tra una terribile e folta soldataglia di mercenari, nota col famigerato nome di Lanzechenecchi e calata in Italia col dichiarato intento di saccheggiare Roma, ed il debole e raccogliticcio esercito pontificio che prova a sbarrargli il passo, con a capo il nostro valente Giovannino.

Il coraggio di quest’ultimo unito alla sua sagacia militare (che punta ad una tattica di logoramento e guerriglia ai danni dell’assai numericamente superiore avversario) vengono al fine sbaragliati da un duplice tradimento: quello dei signori di Ferrara, gli Estensi, che in cambio di un matrimonio di interesse vendono all’esercito lanzichenecco dei micidiali pezzi d’artigliera, del modello cd “falconetto”, che feriranno proprio Giovanni ad una gamba, nonché del tradimento del Duca di Mantova, Federico II di Gonzaga, che per evitare una guerra sui suoi territori lascia transitare sul Po l’armata lanzechenecca attraverso la cd “porta di Curtatone”, permettendo così l’aggiramento delle truppe pontificie e aprendo ad esse la strada verso Roma, che verrà difatti messa a ferro e fuoco dai nuovi Vandali germanici. Il film col suo ritmo lento e introspettivo si concentra per tutta la seconda parte sulla malattia di Giovanni, ferito e costretto ad accettare il ricovero presso la corte del suo principale traditore, il Gonzaga, fino alla morte sopraggiunta per gangrena. Le lunghe scene girate tra Palazzo Ducale e quello cd Te, immerse in una nebbia ipnotica, somigliano, nella cura dei dettagli come i volti e i costumi o le scale cromatiche, a degli affreschi del Mantegna o tele del Tiziano e da molto tempo mi fanno sognare di visitare questa città, Mantova, sede di una dinastia tra le più magnificenti e al tempo stesso discusse del Rinascimento: i Gonzaga. È giunto dunque il tempo di colmare questa lacuna, indicando come tappa di partenza del viaggio la splendida Mantova.