Il Vello d’oro- giorno 5- La città della Luce

Ohrid, Ocrida per i Veneziani, per gli antichi greci Lichnidos che sta per “città della luce”. In effetti la Luce e’ qui ciò domina il tutto: l’intera vallata alluvionale e’ pervasa da un colore accecante e insistente, implementato dal riverbero sulle acque del lago ed assume delle colorazioni insolite di giallo che ho visto solo in città del Nord-Africa, a Tangeri o Marrakesh.


Devo dire che almeno sulle prime Ohrid, una delle tappe cruciali del viaggio, mi ha lasciato una brutta impressione: vi arrivo ieri pomeriggio, stanco e straquato, e mi trovo a percorrere una via che mi pare una delle arterie principali, insozzata di posti oggi e volgari, pizzetterie di infima qualità, kebabbari di plastica, cianfrusaglia per una marmaglia di gente scontata e stupida, ci stanno pure quei fessi che si travestono da mummia o da statua della libertà che stanno pure a via Toledo a Napoli e a cui avrei voglia di tirare un ceffone e quegli altri stronzi che quando cammini ti mettono addosso un serpente addomesticato per fare la foto imbecille da mandare a casa. E ho fatto 7 ore di finimondo tra le montagne dell’Albania per sta puchiarella? Ah, ma quanto mi sarebbe piaciuto vivere e viaggiare nell’800, ai tempi di Friedrich il pittore e del suo “Viandante sopra la nebbia”, o anche solo 100 anni fa, quando ogni villaggio era diverso uno dall’altro, quando non c ‘era bisogno di scegliere di essere autentici, invece di trovarmi in sta pialla culturale di gente tutta uguale, che mangia la stessa roba uguale, che ascolta la stessa musica uguale, che campa per essere uguale all’altro. Ad ogni modo, per quel che mi riesce , provo a viaggiare come si faceva nell’Ottocento, a muovermi nello spazio rispettandolo e non calpestandolo sbadatamente. Un viaggiatore si muove attraverso i luoghi e le loro peculiarità, non attraverso esemplificazioni di esso. Quando sento una persona dire “quel posto e’a un’ora di macchina, due ore di aereo da quell’altro” so di essere di fronte a uno che si sposta per un motivo diverso dal viaggiare. Chi viaggia come l’uomo ha viaggiato per migliaia di anni prima delle low cost, del chilometraggio e altre diavolerie moderne, ti parlerà a proposito dello spostarsi da un luogo ad un altro di valli da percorrere, monti da scavalcare, fiumi ponti limiti naturali e cose simili. Per me prima di tutto in un viaggio sta la geografia, lo spazio, poi la Storia, il tempo, ascisse e ordinate di ogni viaggio, il resto sono coglionerie.
Nondimeno Ohrid si riscatta molto presto: lasciata quella via balorda, il centro storico e’uno scrigno di tesori da disvelare. In un ginepraio di viuzze arcigne si realizza una sintesi difficile tra Venezia e Costantinopoli, e in effetti il luogo e’piu o meno equidistante dalle due potenze storiche dell’area. Proprio nel centro storico, sulla costa Abras, trovo alloggio presso una vecchia signora, che mi mette a disposizione una bella stanza adagiata sulle acque del lago ed ho pure a disposizione una barchetta a palelle casomai per andare a pesca. Direi che per 20 euro non sono caduto male. Che poi qui nel lago vivono animali stranissimi e unici, piccole creature endemiche dotate di una forza sensazionale: c’è la trota di Ohrid che vive solo qui ed ha carni rosa come un salmone, o l’anguilla di questi posti, capace di una viaggio incredibile. Pensate che questo piccolo animale viene a deporre le uova qui dopo una migrazione che nientedimeno parte dal Mar dei Sargassi, un posto della terra ch si trova dall ‘altra parte dell’oceano Atlantico, all’altezza per intenderci delle isole Bermuda!!!! In pratica questa anguilla fa a ritroso un viaggio che l’essere umano non era mai riuscito a compiere prima di Cristoforo Colombo o forse dei Vichinghi, con buona pace di quel coglione di Voyager, Kazzenger Giacobbo, secondo cui Ncje gli antichi egiziani avevano attraversato l’Oceano prima di imbarcandi su di una astronave per imparare dagli alieni a costruire le piramidi e magari i frigoriferi in acciaio anodizzato con cui ibernare le mummie e la scatola cranica di Giacobbo, da usare poi come cassa acustica a percussione visto che è vuota…. Incredibilmente entrambe le specie animali sono in vendita cucinatr nei ristoranti sul lago ma è uno scempio indicibile mangiarsele!!)
Ohrid possiede una serie di tesori tutti da scoprire, posti in scala verticale. Sulla sommità di una colina c’è un fortilizio veneziano, da cui si ammira tutto l’enorme lago, vasto come una mare e difatti si agita tanto quando arrivano le trubbee. Sotto sta la basilica di San Clemente, con bellissimi mosaici, ma non si sa perché, a destra e sinistra della stessa che costituisce una cartolina della Macedonia intera stanno due cantieri orribili, coi plinti di cemento e i piloni di ferro a vista. Chiedo lumi e un tipo mezzo hippy all’ingresso mi dice che quello a sinistra e’il cantiere per rimodernare la secolare università di San Cirillo e Metodio, e fin qui ci può stare. Tra l’altro il tipo pare assai ansioso affinché l’università di San Cirillo e Metodio riapra, perché li l’estate si tiene un prestigioso corso di lingua macedone che fa registrare un afflusso di femmine da mezza Europa e che a suo dire lui si tromba tutte….scendo più in basso lungo il crinale della collina, per un bosco di cipressi secolari, e si manifestano una serie di incontro strani. Il primo e’ un tipo, Jovan, che si dice un filosofo e con il quale cominciano a conversare sulla sottostante chiesa di Kaneo, che significa pietra, e a suo dire la pietra e’il concetto fondamentale, l’arche’ della cultura del luogo, per una serie ben argomentata di motivi. Poi il discorso si ingarbuglia sull’esistenzialismo e la teologia, ma Jovan oltre a fare il filosofo mi da l’impressione pure di tenere un po’ di polvere ncopp a recchia, visto che comincia a ridacchiare in maniera cretina e a far una serie di apprezzamenti gratuiti sulle mia spalle, a suo dire robuste come quelle del cavallo di Troia. Bah….poco più in basso invece nel bosco m’imbatto in una tartaruga, e a questo punto capisco il tutto. Sitratta di segnali inviatomi dagli dei, questa volta in chiave non ostile, ch interpreto così: la giusta via per arrivare al Vello d’Oro passa attraverso la saggezza ( il filosofo) ma deve essere costante e lenta ( come una tartaruga). Tra l’altro con il filosofo Jovan abbiamo parlato pure di religione, dello Scisma d’Oriente e della chiesa ortodossa vigente qui, quindi interpreto il tutto alla luce di un canovaccio che nella cultura napoletana legge in lui una figura da sempre foriera di buona sorte: quella del prevete ricchione. Visito la sottostate chiesa di Sant Jovan Kaneo, una cartolina perenne dei Balcani adagiata sul lago e con stipendi affreschi del Trecento, poi scendo nella spiaggia sottostante sul lago, dove si registra un tasso incredibilmente alto di figa: sono proprio belle le donne Macedoni, la perfetta sintesi della bellezza slava e della conturbante sensualità ottomana.
Nel pomeriggio fitto una bici e vado in esplorazione sulla sponda est del lago. Becco una stupenda spiaggia deserta che mi fa pensare a Mesola in autunno, e poi un altro lido ove su un Prato stanno persone adagiate a fare grigliate e giocare a scacchi, che mi fa pensare ad un quAdro di Manet di cui non ricordo il nome. Poi becco stasera un ristorante in la fella di luna che appare dietro San Jovan Kaneo, che mi fa pensare a quanto malvagio può essere l’essere umano, dal momento che mi ordino prima la trota in via d’estinzione e poi l’anguilla venuta fin qui dal Mar dei Sargassi, un’altra volta si impara a starsene a casa sua!
Domani e’ la volta di Golem Grad, un’isola su un lago vicino abitata da solo serpenti. Speriamo solo che i serpentelli non vogliano vendicare la loro cuginetta acquatica anguilla!!

El mundo perdido – Prologo

Il continente sudamericano irrompe sulla scena europea (o meglio dire sulla scena umana) nel 1498, come mondo non nuovo ma “novissimo”. È ancora Cristoforo Colombo, grande ammiraglio del Mare Oceano, sei anni dopo la mitica prima traversata del ’92, che, veleggiato che ebbe all’umor del vento tra la miriade di luccicanti isole sottocosta in cui Orinoco riversa in mare il suo limo alluvionale fecondato dalla foresta, approda ora con le sue caravelle all’isola di Trinidad.

La scoperta di una nuova, enorme terra fu accolta con la massima gioia da parte di tutti i ceti sociali europei. Nella muraglia dell’ignoto s’era finalmente aperta una breccia: ecco dinanzi i forzieri di un nuovo Oriente, un Oriente ancor più favoloso dell’Asia. Nel rinascente spirito europeo, tutti, i ricchi come i poveri, i grandi come i piccoli, avvertirono l’empito. L’ultimo diaframma, l’ultima catena del Medioevo era stata spezzata: ci si era spinti e non di poco oltre la Rocca di Gibilterra, oltre i confini geografici e mentali del continente, mandando in frantumi una simbologia millenaria. Le Colonne d’Ercole erano crollate al suolo e con esse il sinistro motto che le accompagnava: “nec plus ultra”, non si vada oltre, ora risuonava come una frase che non aveva più ragione alcuna di esistere.

Oppressa dal bisogno e dalla fame, l’Europa intera anelava da sempre al sogno del corno dell’abbondanza e dei frutti di un paradiso terrestre. Con i suoi campi avari di raccolti e gelati per molti mesi l’anno (pensate a paesi come la Germania o l’Olanda dell’epoca più che al Sud Italia) e la sua alimentazione insipida, piatta e monotona oltre ogni dire, era naturale che fosse lo stomaco a guidare la rivolta. Il desiderio di spezie, sete, damaschi fu quindi l’agitato preludio ai grandi sforzi e alle epiche iniziative degli esploratori. A questo si aggiunse la quasi contemporanea diffusione della carta stampata: villaggi e borghi remoti furono raggiunti da opuscoli che raccontavano di piante e alberi dai frutti miracolosi ai lati di strade lastricate d’oro .

Una tale isteria di massa non si registrava in Europa dal tempo delle crociate. Diseredati, disoccupati, tagliaborse, tagliagole, nobili affogati nei debiti, prostitute e perdigiorni si riversarono nei porti alla ricerca di un vascello che salpasse per il Nuovo Mondo. Animati da uno spirito di crociata misto di pietà religiosa quanto di perfidia, i conquistatori spagnoli inviarono spedizioni ai quattro venti. L’occupazione del Messico nel 1520 ad opera di Hernan Cortes e la soppressione del regno azteco funsero da richiamo squillante per tutti gli spiriti avventurosi. Fu un succedersi rapido di spedizioni: a nord, la grande traversata dalla Florida alla California di un conquistador dal nome utile per le cacce al tesoro, Cabeza de Vaca; a sud, Pizzarro e i suoi s’inerpicavano sulle Ande per porre d’assedio i forzieri rigonfi d’oro dei regni Inca. Sebastian de Balcazar, conquistatore di Quito, discese le Ande fino in Colombia mentre Mendoza e Valdivia esplorarono le regioni della parte estrema del Cile, trapassando nel gelido purgatorio della Terra del Fuoco, dischiusa alla conoscenza del mondo dai fatali galeoni di Magellano. Entro il 1540 fu popolata la città di Asuncion, nell’odierno Paraguay, esplorato il Rio de la Plata, fondata Buenos Aieres, Travolta la Patagonia, ci si rivolse ad una vasta regione fitta di foreste che dalla cima delle Ande si scorgeva a perdita d’occhio distendersi verso Occidente e dominata da un fiume vasto come un mare: l’Amazzonia ovviamente. Con cinquecento spagnoli, quattromila Indios e mandrie di lama e maiali, Pizarro e Orellana discesero le Ande per inoltrarsi nella giungla da conquistare. Ma le cose questa volta non arrisero ai colori della casa di Spagna ne all’Uomo bianco in genere ….L’ultima frontiera dell’Ignoto non era ancora caduta ma questa è un’altra storia che affronteremo più avanti, si spera, se avrete la pazienza e la voglia di seguire le vicende di questo umile narratore .

Questo mio viaggio si intitola “El Mundo Perdido” ed è volto alla scoperta non di uno ma dei tanti “mondi perduti”, ognuno a suo modo e per un motivo contingente, che mi troverò a lambire. Parlo di eventi e congiunture storiche o naturali diverse e lontane anche secoli: dai “mundi perduti” delle civiltà pre-colombiane a quello del Venezuela attuale perduto dentro un vortice di fame e caos. Dalle città coloniali abbandonate lungo la Sierra colombiana ai deserti incipienti che si dilatano sugli altipiani andini per via della deforestazione. Dalle balene che percorrono dall’Antartide 8000km per venire a librarsi dinanzi alle remote e irraggiungibili coste del Pacifico vomitando su di esse plastica ingerita all’altro capo del pianeta, a isole remote dove vivono animali impossibili a vedersi altrove per finire a quello che è un mondo forse non ancora perduto o forse si. Un luogo ove voglio tornare se ancora esso esiste e prima che si perda per sempre, come purtroppo avverrà: l’Amazzonia .

Ma questo non sarà che il capitolo finale di un viaggio che si preannuncia così ricco di cose diverse e bellissime, che faccio fatica anche solo a immaginarle..