Il Vello d’oro – giorno 14: la Steppa

Giorno 14
La Steppa. E chi l’aveva mai vista la Steppa, almeno chi l’aveva vista così tanta così grande! Ne avevo sentito parlare in un racconto di Herman Hesse o in un giochino divertente che facevamo al bar con gli amici, quando imitando un conoscente comune, canzonavamo: ” ahah ja ja mi ricordo quando stavo nella steppa con Franz, aha ja ja che bello ragazzi, ah si….” . Ora a trovarmici dentro la steppa ho quasi paura, tutto questo spazio immenso e sconsiderato, dentro cui un uomo si sente immensamente piccolo, immensamente poco, specie se è solo col suo zaino. La Steppa mi comunica una sensazione che affonda in qualcosa di filosofico, un concetto che per qualche motivo l’uomo occidentale ha lasciato perdere per strada: la percezione del Nulla. Tutta l’Anatolia centrale che si snoda sotto i miei piedi e’un’immensa, sciagurata steppa. Ad un certo punto della steppa, nel bel mezzo di uno sconfinato altopiano battuto da un vento feroce e ove trombe d’aria s’agitano così come fosse niente, sta un luogo chiamato Erzurum. Dico la verità, l’ho scelta come tappa del viaggio quasi per caso , quasi per sbaglio e quasi per gioco: mi piaceva il nome, Erzurum, duro e dolce al tempo stesso. Erzurum e’ un crocevia di strade che per noi occidentali non portano da nessuna parte, un caravanserraglio di popoli da noi poco o nulla considerati. Erzurum e’ un accampamento, un fortilizio conquistato, perso e riconquistato cento volte da cento eserciti diversi: armeni, persiani, romani, bizantini, arabi, saltuk, selgiuicidi, mongoli e russi…Vi è purtroppo una cosa che dalla notte dei tempi ad oggi gli eserciti vincitori fanno quando entrano in una città: si prendono le donne dei vinti. Lo fanno prima di ogni altra cosa, prima di spartirsi il bottino e il denaro, per prima cosa gli eserciti vincitori struprano le donne dei soccombenti. La terribile ricorrenza storica deve avere assai segnato gli abitanti della mille volte violata Erzurum, che ora hanno verso le proprie donne uno spasmodico senso di protezione che colgo in mille modi. Giusto per capirci, siamo nell’Anatolia orientale, non lontani dall’Iraq e dall’Iran, dal Caucaso e da altri luoghi appartenenti ad un immaginario geografico confuso per noi occidentali. Per le vie di Erzurum cammino senza riuscire a vedere un solo viso di donna: stanno tutte trincerate dietro abiti scuri che ne nascondono qualsiasi fattezza anatomica e anche gli occhi, e tuttora mi chiedo come facciano mai a vedere da dietro quelle vesti totalizzanti. La cosa più sbagliata che possa mai saltare in testa di fare ad un turista occidentale sbarcato qui garrulo e felice in bermuda e infradito e’ provare mai a fotografarle: mi avvertono di non farlo già’ alla stazione degli autobus, casomai mi saltasse per la testa. E non è il caso nemmeno di mettersi a fotografare le secolari madrasse di Erzurum, le scuole coraniche di antica istituzione che propagandano qui una rigida interpretazione del Corano, poco o niente debordante verso mollezze occidentali. Una di queste madrasse, la Cifti Minareli Medrese, e’ un capolavoro di architettura araba, fondata nel 1200 da uno dei tanti dominatori di turno del città, un re selgiuicida dal nome rassicurante e illuminato di Selim il Crudele.
Erzurum e’ un crocevia di popoli sconosciuti ma è nel mio piccolo un crocevia anche per me, che la scelgo anche in attesa di decidermi a cosa fare, a dove andare. Già’, da qui in avanti per marciare verso la Colchide e il Vello d’Oro le opzioni sono due, e sono molto combattuto. La prima strada punta a nord-est, verso i selvaggi monti del Kackar, antipasto dei monti per antonomasia del Caucaso, verso una località chiamata Yusufeli adagiata sul fiume Coruh, uno dei migliori al mondo dicono per fare rafting. Poi da qui potrei facilmente ( si fa per dire) tagliare verso la costa e raggiungere Trebisonda, da cui raggiungere la frontiera con la Georgia sul Mar Nero. La seconda strada marcia secca verso est, rimanendo all’interno dentro questa lunare steppa e nel solco della secolare Via della Seta. Si tratterebbe di far rotta verso un luogo chiamato Kars e da li poi verso Ani, la mitica capitale del misterioso regno Urartu, una città fantasma saccheggiata e distrutta dai Mongoli nel 1200, e da allora rimasta pressoché uguale. Una figata pazzesca, ma presenta un gigantesco problema: temo che la mitica Ani mi faccia finire in un cul de sac, un vicolo cieco. La città,’o meglio quel che ne resta, sta proprio lungo il confine con l’Armenia, ma in Armenia non si entra venendo dalla Turchia: Turchi e Armeni si sono scannati per secoli, o meglio i primi hanno a più riprese massacrato e sterminato i secondi, hanno rubato loro i 4/5 del loro territorio ed un terribile genocidio armeno si è consumato neanche 100 anni fa. Fatto sta che la frontiera turco-armena e’chiusa e invalicabile. Per andare dunque nel Caucaso attraverso questa strada dovrei piegare verso un valico montano della Georgia, all’altezza di due città frontaliere chiamate Posof e Vale. Ma si tratta di un valico estremamente difficile d raggiungere, nel nel mezzo di una gola caucasica male o per niente servita da mezzi di trasporto. Sul valico di Posof/ Vale girano sui forum di viaggiatori informazioni assolutamente contraddittorie e icoferenti, c’è chi dice di esser passato in fretta, chi dice di averci perso 3 giorni. La stessa Lonely Planet fa un gran casino, dicendo sulla guida della Turchia che a Posof/ Vale si passa facile ma poi asserendo sulla guida della Georgia che da li non si passa. Da giorni mi scervello su questo bivio ed ho indicato sulla mappa questo punto come “il buco di Posof/ Vale”. Ad ogni modo se riuscissi a passare di la, appena dopo il confine troverei in Georgia un’altra città fantasma, scavata sottoterra nella montagna, chiamata Vardzia, roba da Signore degli Anelli! Ma a chi sto aspettando? Si va per la seconda strada, in qualche modo caverò fuori il ragno dal buco di Posof/ Vale, mi aspettano la mitica Ani e Vardzia, nella vita una volta mi capita di passarci da qui! Prendo dunque un bus alla volta di questa città chiamata Kars, avamposto verso Ani e il valico, nonché avamposto al contrario dell’esercito russo che li è calato a più riprese facendone una propria roccaforte in pieno territorio ottomano. La strada tra Erzurum e Kars non avrebbe nulla ma proprio nulla da invidiare a quella più famosa che bordeggia il Gran Canyon in Colorado, la sua bellezza aspra mi spinge più volte alla commozione. La percorro a bordo di un minibus pieno come un uovo e che presenta a bordo un campionario di odori e fragranze capaci di annichilire la più rinomata profumeria francese. Mi sembra che tutti gli odori di sterco di animali domestici siano ivi rinvenibili: si va dall ‘Huile de Merde de Bouef all’ Coco Chanel de Sciord de Gallin, passando per il Puork numero 5 alla Sgummatell de Pasteur Curdo dentr’la mutanda giall’. Ma fa niente, a me pare di stare sopra un astronavicella spaziale che attraversa quel territorio lunare. E alla fine,dopo una marcia serrata, molto dopo il tramonto, giungo qui in questo strano avamposto chiamato Kars, dove i soldati russi dello Zar hanno lasciato questi bizzarri casermoni color pastello, giusto per non farsi mancare niente nel collage di popoli che colora questo remoto angolo di Turchia lungo una traversa laterale della Via della Seta. Ai confini confini con il Caucaso, ai confini con l’Armenia, ai confini con l’Iran e con l’enclave azera del Nanichevan, ai confini pure delle mie possibilità ma non della mia morbosa fantasia. Si, perche’ vi è pure qualcosa di altro che mi ha portato fin qui, un motivo ulteriore anzi due. Kars e’ la città delle cento donne suicide, ove vive la bellissima Ipak e ove torna dalla Germania Ka lo scrittore: Kars e’ la città ove è ambientato il bellissimo romanzo di Pamuk “Neve”, che infatti in turco si pronuncia “kar”.
Poi vi è un secondo motivo che mi ha fatto optare per questa via e riguarda il senso finale del mio viaggio, il Vello d’Oro: le divinità ostili come già visto mi aspettano alle frontiere, per provare ad arrestarmi con le loro trappole e i loro emissari. Ma gli dei ostili si aspettano che il prode Palillo passi la frontiera a nord da Trebisonda, io invece glielo metto a quel servizio ed entro in Caucaso attraverso questi luoghi remoti e questo valico infernale interno. E se riesco a passare il buco di Posof/ Vale, non c’è più niente e nessuno che mi ferma fino al Vello d’Oro, ma questo per favore agli Dei non raccontatelo…