Il Vello d’oro- Prologo

che ci siamo! E’ alfine arrivato il tanto agognato momento, il giorno più bello dell’anno forse per quel che mi riguarda, di sicuro il momento che preferisco di ogni viaggio, quello in cui riempio lo zaino di cose e di sogni.
Dove vado? beh se vi armate di un bel di pazienza ve lo spiego….Mi sono inventato questo bel viaggione pieno zuppo di mitologia e imprese epiche degne di un eroe omerico, con cui il prode Palillo dovrà confrontarsi se vorrà arrivare alla meta finale.
Allora l’idea è quella di salpare domani da Bari alla volta dell’Epiro, Grecia del Nord, per raggiungere alla spicciolata la prima metà, una sorta di preludio al viaggio dal forte valore simbolico: l’Acheronte. Trattasi del fiume che gli antichi greci credevano delimitasse il regno dei morti e sul quale navigava Caronte (inteso non come anticiclone portatore di bafuogno ma come traghettatore portatore appunto delle anime dei defunti). Il fiume esiste realmente, in una regione al confine tra Grecia e l’Albania e ha una bella gola profonda (ahaha) che percorrerò a piedi fino ad un sito di necromanzia ove è l’ingresso al regno dei Morti; lì evocherò a me le anime di coloro che devono guidarmi e darmi la luce in questa folle avventura: Giasone e gli Argonauti.
Volgerò poi a nord e, attraverso un luogo chiamato la Foresta di Pietra, raqgiungerò la prima tappa vera e propria, l’Albania. Qui incontrerò un mare cristallino e coste tra le più selvagge e inesplorate del mediterraneo e u bellissimo sito archeologico di recente tirato alla luce, Butrinto. Ancora qui sul tempio di Athena chiederò agli dei di non essermi ostili. Mi lascero poi alle spalle il mare Nostrum e mi addentrerò nel paese delle Aquile. Poco dopo dovrei raggiungere un luogo pieno di mistero e di mitologia, la Sorgente dell’Occhio Blu. Si tratta di una sorta di geyser che da origine ad un lago di cui nessuno è riuscito ancora a misurare il fondo. M’imbatterò poi nella Fortezza d’Argento, Argirocastro, città medievale albanese che ha ispirato la saga dell’Armata Brancaleone ( ricordate io feudo di Aurocastro’). Da qui si diparte poi una strada impervia e unica attraverso centinai di km per monti, bunker e fortificazioni. Chi l’ha percorsa parla di una sorta di Muraglia Cinese, ma a costruirla furono gli italiani durante la poco gloriosa campagna della seconda Guerra Mondiale, tant’è che ancora oggi si chiama la Strada Fascista. Giunto bello stracquato che sarò alla fine sulla sommità di una montagna (ove dicono fanno una birra che non ha nulla da invidiare alla Guiness), vedrò apririsi sotto i miei occhi la mitica piana di Pelagonia e due laghi, uno più bello dell’altro ma entrambi in un altro paese, la Macedonia. Varcata la frontiera, farò rotta sul lago di Prespa, ove sorge un’altra tappa molto attesa, Golem Grad, letteralmente la Grande Città, in pratica un’isola disabitata dagli uomini e colonizzata solo da serpenti. Da li mi sposterò poi all’ antica Lychidnos,l la Città della Luce, oggi chiamata Ohrid e che da nome al lago omonimo. Sembra sia un luogo di straordinaria bellezza e vi farò base per 2-3 giorni per visitare i dintorni, che contano parchi naturali monasteri e strambi luoghi tipicamente balcanici, come la strampalata Repubblica di Vevcani, un peasino di montagna i cui abitanti proclamarono all’indomani della disgregazione della Jugoslavia una loro stampalata repubblica autonoma, non riconosciuta da nessuno stato estero a parte loro stessi.
Verrà poi la volta di una tappa molto attesa, Bjisket i Nemuna, le Montagne Maledette. Si tratta forse del secondo luogo più difficile da raggiungere in Europa (nel primo ci capitò più avanti), un remoto lembo di terra incuneato tra Albania, Montenegro e Kosovo ma mi pare di aver capito che da queste parti i confini non sono che una linea immaginaria nella testa dei geografi occidentali. Qui vivono comunità di pastori che applicano un antico codice di leggi, il Kanun, fondato sull’Onore e il diritto di faida ma anche sull’Ospitalità. Arrivare alle Montagne maledette è un’impresa non da poco, con un viaggio in furgone, seguito dalla risalita di una gola di un fiume in barca e poi lo scavalcamento di un passo in quota a dorso di mulo. Sembra ci sia un’ unica persona che faccia da guida agli stranieri verso questi luoghi, tale Lulash Bush, con cui poco fa ho avuto persino una strampalata conversazione telefonica, di questo tenore: ” ..hallo hallo..do i speak with mr Bush?” e lui: “Si, ma se tu dice me io presidente di America, io taglia tu testa”….questa per intenderci sarebbe di tutto il viaggio la sola cosa che assomiglia vagamente, molto vagamente ad una prenotazione o una riserva. Ad ogni modo nelle Montgne Maledette dovrei stare un paio di giorni, per poi, pensate che figata, imboccare un sentiero della retroguarduia dei miliziani dell’UCk ai tempi della guerra del kosovo, per entrare poi in Kosovo appunto attravreso la spettacolare Rugova Gorge. Il Kosovo mi ospiterà il tempo necessario a visitare bellissimi monasteri e moschee, quelli rimasti e la città martire di Prizren, detta la “piccola Sarajevo” per la sua composizione etnico eterogenea e lo stesso destino di distruzione e morte.
Verrà poi una fase del viaggio in cui dovrei ammollarmi a tutta una serie di eventi assolutamente singolari. Innanzitutto passerò da Skopje, dove sono sarò molto onorato di partecipare ad un matrimonio di persone locali, invitato dal padre dello sposo noto artista frequentatore di Capri. Poi mi direzionerò in Bulgaria, e qui la cosa a cui mi devo ammollare è da raccontare ai nipotini se mi riesce. Esiste questo luogo molto bello, detto le Montagne d’Acqua, ammantato di misticismo e magia. Si tratta di 7 laghi di montagna ove ogni anno, nella notte tra il 18 e 19 agosto si raduna una setta strana, detta dei Bogomiti o Deanoviani dal loro fondatore Peter Deanuov. Danzno in cerchio tutta la notte intorno al lago eseguendo misteriosi rituali. Frequentando il loro forum in maniera del tutto casuale, sono stato scambiato per un loro adepto e mi arrivano mail del tipo : “Fratello Palillo, l’ora della grande Illuminazione s’approssima, vieni e apri il tuo cuore all gioia…” E vabbuò mo vengo, sarò il capo-delegazione della fantomatica sezione del Sud Italia dei Bogomiti, che conta un solo iscritto finora, indovinate come si chiama…Mah, il nome della setta è la Fratellanza Bianca, io penso sarà una di quelle cose scopereccie new age, se poi mi trovo in una setta di nazisti omosessuali venitemi a cercare.
Verrà poi la bella città di Plovidiv e i monti Rodopi, ove Orfeo incantava col suo strumento le creature e ove sembra sia uno deigliori posti al mondo per fare una cosa che sogno da tempo: avvistare un orso. Sarò ormai in Tracia e raggiungerò in Turchia Edirne,ove si sfidano in gara lottatori cosparsi di olio di oliva. Ma sarà ormai vicina Istanbul, ove mi ammollo da un amico che mi ha promesso di portarmi al gezi park prima che scompaia. Cose che vanno a scomparire saranno il leit motiv di tutto l’attraversamento dell’Anatolia, per il quale ho diverse opzioni al momento sulle vie da percorrere. La più probabile al momento passa per la fiabesca Safranbolu, da cui viene lo zafferano, e Ankara, ove il bar più figo nientedimeno si chiama qube cafe. Da qui poi mi inoltrerò nel profondo Sud Est della Turchia, una regione sconosciuta a molti delgi stessi Turchi. Esiste una città santa ove nuotano carpe giganti nel Tigri, Sanliurfa. Una montgna con misteriose teste scolpite sulla sommità. E siamo ormai in Mesopotamia (anche se oggi prende il poco rassicurante nome di Kurdistan), quindi dopo il Tigri ci sta l’Eufrate e bordeggiando un confine poco simpatico quello con la Siria,incontrerò le antichissime Mardin, Mydita e Hasankeyf, che spero di fare in tempo a vedere giacchè scompariranno sotto una diga….Dalla capitale del Kurdistan Diyarbakir, costeggiando u altro confine bello tranquillo, quello con l’Iraq, raggiungerò la antica capitale del Regno Urartu, Van, che sorge sull’omonimo lago e ove esiste una razza di gatto unica al mondo bianca e con gli occhi di diverso colore. Costeggiando poi verso Nord il confine con L’Iran (dove se trovassi come avere il visto sogno di piantar la bandierina almeno un giorno), passate le scascate del Muradiye mi apparirà ormai maestoso dinanzi il monte Ararat, ove si posò l’arca di Noe. Sarò quindi ormai in Armenia, ove sta la antica capitale del regno armeno, distrutta dai mongoli di Ghengis Khan, la mitica Ani. Da li attraverserò i selvaggi monti Kackar, ottimi per il rafting e d antipasto delle montagne per antonomasia, il Grande Caucaso, metà finale. Entrerò in Georgia dalle parti di Trebisonda e dopo aver attraversato ancora monti, valli fiumi e luoghi di straordinaria bellezza, alla fine arriverò in un’inaccessibile regione, in una repubblica autoproclamasi detta Abkazia, ai confini della cecenia. Qui sta la regione dello Svaneti, isolata da secoli con il resto del mondo, con scenari da Signore degli Anelli, con i villaggi abitati più alti di Europa,ove gli abitanti parlano una lingua che deriva dal sumero e hanno una serie di bizzarre tradizioni, la più importante delle quali rappresenta il motivo del mio viaggio. Sì, perché giunto qui, alla fine lo troverò, sì lo troverò…..poi mi allungo un attimo nella bella capitale Tblisi e prendo una low cost per Roma, oppure se dovessero avanzare tempo e soldi (ne dubito) mi prendo una nave cargo che attraversa tutto il mar Nero indietro fino alla foce del Danubio dall’altra parte, proprio come fecero loro….. Scusa ma loro chi? e cosa è che devi trovare? Eh giustamente dimenticavo, perché lì, in quella regione nei monti del Caucaso dove parlano sumero, sembra che i fiumi siano gravidi di oro e la gente del posto setaccia i corsi d’acqua con delle pelli, dei velli di pecora o montone, ancora oggi esattamente come 3000 anni fa, quando qui nella Colchide sbarcarono gli Argonauti e trovarono il vello d’Oro. Molti secoli dopo tocca a me ripetere questa avventura e ripercorrere il viaggio degli Argonauti. Ed orsù dunque, parti prode Palillo, alla ricerca del Vello d’Oro!!

Il vaso di Pandora- giorni 7, 8 e 9 -fine : Armenia, l’altro Tibet

L’Armenia è il Tibet d’Europa: l’analogia è forte ed è avallata in primis dal suo territorio, incastonato tra impenetrabili montagne come il regno del Dalai Lama;

poi dal discorso religioso, ove entrambi sono espressione di un credo a se stante e identificativo, rispettivamente la chiesa apostolica armena e il buddismo ascetico tibetano. Ancora l’Armenia condivide purtroppo col Tibet una tragica e tormentata storia di persecuzioni e sopraffazioni, dovute in parte proprio all’aspetto religioso.

Già, gli Armeni, primo popolo a riconoscere formalmente il cristianesimo come propria religione già nel 301 d.C,

non hanno avuto certo vita facile nei secoli, attorniati da popoli di credo religioso differente, pagano prima e musulmano poi. L’Armenia in effetti si colloca territorialmente come un’enclave cristiana in una zona di mondo fortemente islamizzata, circostanza che ha causato più di un problema a questo popolo, la cui fede tuttavia è sempre rimasta incrollabile e scampata a processi di islamizzazione forzata.

È una premessa necessaria non perché sia particolarmente interessato all’argomento religioso ma perché, nel caso di specie appare imprescindibile per una comprensione di questo bellissimo e insanguinato paese. Eccomi ad esempio nel monastero di Geghard, uno dei simboli culturali del paese, così chiamato perché si ritiene che ivi sia stata portata da San Bartolomeo la lancia che trafisse Cristo (la religione armena di differenzia leggermente da quella Cristiana di Roma proprio per un particolare risalto dato alla figura di San Bartolomeo, che non saprei meglio approfondire, quindi evito di dire fregnacce. Il monastero, sito Unesco, è di una bellezza sovrannaturale, quasi come scolpito nella montagna

Ed in parte è appunto ricavato entro una grotta da cui sgorga anche una sorgente.

Chiari anche i richiami all’arte mesopotamica- babilonese fiorita non lontano da qui (siamo vicini alla frontiera con l’Iran),abbastanza chiari in quel portale con quei due bellissimi leoni in bassorilievo. La stessa Armenia condivide una storia antichissima con la Mesopotamia di insediamenti e fioriture di culture ormai dimenticate, come il mitico regno Urartu, a cui è ispirata tutta la mitologia locale, un po’ come il quasi omonimo Artù è di ispirazione a quella sassone- celtica. Ecco, a proposito questa è la Stone edge armena e si chiama Noratus:

Novecento tombe di guerrieri allineate contro la direzione da cui provenne l’invasore, i feroci Mongoli, come se fossero ancora lì a combattere e a perenne monito per i vivi a non arrendersi mai. Tra tutte, quella che più colpisce è questa cui è legata una storia disegnata come un fumetto

Si riconoscono due sposi in alto a sinistra, una tavola nuziale a destra circondata da ospiti e doni. Ma ahimè, anche un soldato mongolo a cavallo in basso sotto gli sposi, venuto a rovinare il giorno delle nozze a quanto pare. E se questa è una tomba….

La cosa più bella di questa terra restano comunque i monasteri, per la cui ubicazione in luoghi speciali gli armeni hanno un talento tutto loro.

Questo si chiama Sevanank, sul lago di Sevan, che in armeno vuole dire lago nero, mentre ank significa monastero. Il lago coi suoi 2.399 metri è tra i più alti al mondo e d’inverno gela completamente.

Non mancano anche testimonianze di arte classica, greca de periodo ellenistico in particolare, come il bellissimo tempio di Garni

Mentre meno affascinante appare la capitale Yerevan, che paga un pesante dazio allo stalinismo e all’architettura di regime, addolcita solo in parte dal bel tufo color porpora con cui è costruita tanto da meritarsi il soprannome di “pink city”

Città comunque vivace con un numero impressionante di caffè uno dietro l’altro sugli enormi viali prospettici dove la gente pare oziare in eterno, mentre sui vari anelli concentrici di circonvallazione ideati dagli architetti di Stalin, maschi ringalluzziti si esibiscono in quella sorta di danza di corteggiamento very ciammurro style che consiste nello sfrecciare in circolo all’impazzata col proprio mezzo di locomozione ed ai semafori far sentire forte il ringhio del motore in folle alle pupe in eccitazione ai lati della strada. Bella comunque la parte museale con la gemma del neonato museo del genocidio armeno, collocato appena fuori città su una collina, dove è posto anche il monumento al genocidio stesso operato dall’agonizzante impero ottomano nel 1915 ai danni del popolo armeno.

davvero toccante la visita a questo luogo di dolore, dove si percepisce con emozione intensa quanto la ferita sua ancora aperta e visibile in questo popolo costretto dalla storia a fuggire e sparpagliarsi per il mondo per scampare, quando è stato possibile, alla barbarie più assoluta. Figurarsi che all’acme dello sterminio perpetrato, ovvero nel mezzo della prima guerra mondiale, l’impero ottomano (divenuto poi Turchia) era alleato della Germania: è documentario che reparti scelti dell’esercito tedesco studiarono le modalità di sterminio attuate per avvalersene, metterle in pratica e correggerne eventuali errori nel genocidio su più vasta scala operato poi venti anni dopo sotto il terzo Reich.

Nel viale che conduce al monumento commemorativo, sta un bosco di alberi piantati dai vari capi di stato venuti qui a rendere omaggio e soprattutto a riconoscere l’esistenza di un genocidio del popolo armeno (la cui esistenza era fino a pochi anni fa controversa). Leggo le targhe poste sotto ogni albero, presidenti indiani, islandesi, giapponesi, africani, associazioni umanitarie nord-europee o sudamericane, ma manco per il cazzo trovo la targa di un politico italiano: riconoscere il genocidio armeno significa farsi nemica la potente Turchia, che ancora oggi considera menzognera e mistificatoria la presa d’atto di un genocidio operato dal suo progenitore ottomano, minacciando sanzioni a chi si reca in questo luogo, descritto dalla propaganda turca come una sorta di parco giochi tematico della fantasia armena….e questo sarebbe un paese democratico con ambizioni di entrare in Europa!!

Ma il Caucaso è una terra di dolore, ove raccogliere tutti i cocci del vaso di Pandora. Quante ne abbiamo viste: Stalin, le guerre etniche, le feroci montagne e i terremoti, Prometeo incatenato ala rupe, il genocidio armeno. Già, ma quando il vaso di ruppe e fuoriuscirono tutti i mali del mondo, esso fu richiuso prima che dal vaso uscisse un’ultima cosa, un ultimo elemento per così dire: la Speranza. Essa infatti uscirà solo in un secondo momento dal vaso, su ordine dello stesso Zeus, a salvare il mondo dai mali o almeno a donarsi agli uomini per trovare la forza di combattere contro di essi. E infatti…

Quello alle mie spalle non è il Vesuvio, bensì il monte Ararat, simbolo nazionale dell’identità armena anche se dopo la guerra ormai giace in territorio turco, come i tre quarti del territorio della Armenia storica. Non è un monte qualunque, è il luogo ove secondo la leggenda si fermò l’Arca di Noè alla fine del Diluvio Universale, un luogo ove appunto si affacciò agli uomini e a tutte le specie viventi la Speranza uscita dal Vaso di Pandora. Forse stiamo confondendo leggende diverse ma a me piace tanto così. La Fantasia al potere! È stato un viaggio bellissimo

Il vaso di Pandora – giorno 6: a wonderful city

Adesso vi presento una città bellissima che, immagino, pochi di voi abbiano mai considerato quale meta per un week end o un soggiorno più lungo. La città in questione è Tblisi

ed è la capitale della Georgia, situata 2000 e più km ad est di Istanbul ed appena a ridosso dell’Iran. Eppure siamo in Europa, in una sua estrema propaggine incastonata tra montagne e valli. Sgomberiamo subito il campo da un dubbio: la città è assolutamente sicura e al momento non è interessata da alcuna delle piaghe che affliggono una zona di mondo limitrofa (islamismo radicale, guerre religiose etc), e pare centrarci davvero poco pure con lo spettrale grigiore di parecchie capitali ex sovietiche. Tblisi rivela subito un volto ed un’anima piuttosto occidentali, con un suo cosmopolitismo ed una sua spensieratezza ; in certi momenti ricorda Roma con quei vetusti palazzi color ocra e le chiese che spuntano come funghi sui tanti colli, in altri angoli ricorda Parigi, con quel suo cullarsi sul fiume come una bella donna sull’orlo di una vasca da bagno.

Ovviamente il paragone con due “supernove” di magnitudo di bellezza così alta è troppo arduo a tenersi ma Tbilisi irradia comunque una luce propria di bellezza che non può non cogliersi. Singolare anche il suo cosmopolitismo, che pesca in un’area geografica diversa da quella europea e forse per questo ancor più eterogenea: qui si affacciano ragazze iraniane col velo insieme a spilungoni russi e Kazaki, mercanti bizantini e business man della penisola arabica, azeri, armeni, circassi e parecchi europei del nord Europa. Zero italiani, decidete voi se è una fortuna o meno, io sarei per la prima ipotesi. Questo week end la città è presa d’assalto da uno sciame sterminato di irlandesi spinti fin qui dalla passione per la loro squadra di calcio, impegnata in un match che dubito passerà alla storia del calcio contro la nazionale georgiana.

A vederli bene appare subito più plausibile che a spingerli fin qui in massa sia stata un’altra passione ovvero quella assai più autentica per la bottiglia, così come la prospettiva di un week end senza mogli e fidanzate tra i piedi, ma vabbè fatti loro. Resta da dire che, se sulle prime appare simpatico e vitale il loro folklore, dopo un po’ stufa e risulta provinciale alquanto questa idea di trasformare qualsiasi angolo del mondo in un pub ove attaccare con la solita solfa da sbronzi di canzonette sulla verde Irlanda e contro i loro nemici scozzesi e gallesi…Vabbe, lo ammetto, sto un po’ col dente avvelenato perché ad un karaoke bar dove appunto gli Irish avevano monopolizzato il microfono con i loro canti da tifosi, io mi sono fatto avanti, sospinto da supporter locali, a interpretare un pezzo del divo Celentano, ma loro, per sti 3 minuti di astinenza da ste loro canzonette di merda da stadio, hanno preso a subissarmi di fischi e pernacchie, facendomi andare col le pive nel sacco…sob sob. Anni dopo anno il mio rapporto con questo mondo delle curve calcistiche si incancrenisce ulteriormente e sono sempre più “impossibilitato” a relazionarmi con esso.

Ma torniamo alla bella Tblisi, alle sue milli chiese in posizioni indovinate, al suo verde Mktari che la taglia in due

, ap suo centro storico così esteso e preservato allo scempio comunista (un po’ meno a quello capitalista dei giorni nostri in verità), alla fortezza di Narikala che la domina, ove l’esercito georgiano di Bagrat il grande, coi suoi famosi arcieri, riuscì per un tempo lunghissimo a resistere all’assedio del terribile Tamerlano e alla furia devastatrice delle sue truppe, prima di cadere con un escamotage simile al cavallo di Troia. Mirabili la cattedrale di Sioni e il Tempio del Fuoco, testimonianza del culto zoroastriano ivi diffuso, meno affascinanti francamente le opere moderne dell’ingegno quali la cabinovia e il ponte della pace progettato da un archistar italiano, già ribattezzato ponte “always” per la sua somiglianza agli assorbenti femminili così chiamati….

Eppoi c’è la cucina georgiana, squisita e variegata; per non parlare poi della tradizione enologica: lo sapete che il vino è nato proprio qui in Georgia?

Vi lascio con un think palillians di livello mediocre, quindi opposto a questo vino di livello eccelso e chiamato….come un posto che stava un tempo ad Aversa (ma non solo) e dove chissà forse dovrei finire io un giorno:

Tso li curi….il manicomio insomma

Visitate Tbilisi!

Il vaso di Pandora – giorno 5: Trota vs tracina

La cortesia della padrona della guesthouse ove alloggio è comparabile al piacere di una passeggiata su un litorale sabbioso culminante con la puntura di una tracina,

specie marina con la quale ha un’evidente affinità anche estetica. E d’altra parte i Romani insegnano, nomen-omen: faceva già luce il suo nome di battesimo, Nazi, scritto proprio così. Non sono da meno le sue due figlie che, in ossequio all’altro detto secondo cui la mela non cade mai lontano dall’albero, riservano attenzione solo al verro Piotr,

un maiale che gironzola per il giardino e che loro allevano e riempiono di coccole manco fosse un York shire, nella piuttosto fatua e malriposta convinzione che il suino sia un animale domestico equiparabile al gatto e al canarino….Poi, se un malcapitato ospite osa spingersi a chiedergli una saponetta o come mai non ci sia acqua (mica champagne e caviale) nel bagno , scendono madonne dal cielo in cirillico con San Metodio, San Basilio e tutti i patriarchi della chiesa ortodossa moscovita. Vabbè sticazzi, al diavolo la Nazi-mamma e le sorellastre di Cenerentola : stamane si cambia alloggio e trovo infatti una troika simile, ossia composta da una madre e due figlie ma di cortesia elevata all’ennesima potenza rispetto alle precedenti. Funziona un po’ così in queste valli: le donne sono preposte al governo della casa e quindi all’accoglienza degli ospiti, a cui affittano porzioni delle loro baite di montagna; gli uomini locali vengono per lo più reputati troppo rozzi per relazionarsi ad ospiti stranieri, soprattutto se di sesso femminile, e vengono destinati a lavori lontano dalle abitazioni, come tagliare la legna per l’inverno o andare a pesca nei fiumi di squisite trote da fare alla griglia.

Il contesto è rustico bello forte e in effetti capita di assistere sovente a scene di rattusiamiento abbastanza evidenti nei confronti di turiste occidentali: insomma , pur non essendo edotti sul singolare dialetto di derivazione turcomanna-osseta in uso in queste valli, si arriva a intuire che quel gesto della mano portata all’altezza del pacco, con il basso ventre che prende a ciondolare e le gambe ad inarcarsi, il tutto accompagnato da un fischio a fonemi spezzati a simulare un pistone in stile Alvaro Vitali, stia a significare qualcosa di meno galante di un invito a teatro.

Il tutto comunque sempre con molta allegria . Ad ogni modo le mie nuove gentilissime osti gestiscono anche una pasticceria a Tblisi e mi deliziano con le loro creazioni, una scuola pasticciera a metà tra quella araba e quella di tradizione russo-europea.

Giusto quello che ci vuole per rifocillarsi in vista di una nuova avventura: una spedizione nella Dareli gorge,

la gola scavata dal fiume Tvifilkaz che scorre giù impetuoso tra cascate e salti, fino al confine russo di Vladikavz, prima del quale sorge una famoso monastero.

I fiumi del Caucaso hanno una bellezza particolare, perché paiono creature animate, demoni. Ribollono di acqua schiumante come fossero di lava, caderci dentro può essere mortale anzi lo è senz’altro, attesa la forza della corrente e la pendenza con cui precipitano giù, trascinando con se pietre e detriti. Dall’altura di Tsdo, su cui mi inerpico per un sentiero pieno di rovi, ho una prospettiva del magnifico scenario sottostante e sovrastante, perché nel Caucaso ci si può anche arrampicare su una cima altissima ma ne troverai sempre un’altra sulla tua testa. Qui trovo invece questa inquietante e magnifica scultura in pietra, con evidenti segni esoterici.

Il Caucaso nei suoi anfratti più imperi custodisce ancora i segreti di culti sciamanici e riti che grossolanamente potremo definire di “magia nera” : il caprone, simbolo del dio Pan e poi di Satana, reca sul volto, disegnata col ferro filata, una sorta di croce che è la stessa incisa sulle chiese e tombe armene e che simboleggia il circolo della vita e la continuazione della vita dopo la morte, come scoprirò più avanti.

Appunto meglio andare avanti, che la cosa un po’ inquietante è: più a valle, dopo una ventina di km di Nulla, appena prima del confine russo sta un bel monastero.

Davvero singolare la geografia del luogo con il fiume che pare risucchiare in un vortice le postazioni doganali: oltre esse si apre una regione segnata da conflitti etnici e guerre sanguinosissime, ove è altamente sconsigliato recarsi.

Poco prima invece, lungo un canalone tracciato da un affluente laterale, ecco una magnifica cascata,

dove farei anche un bel bagno a pesce da fuori, se non fosse per due facce di cazzo cecoslovacche che trovo in loco e che, anch’essi con inaudita cortesia, si rifiutano persino di scattarmi una foto, come gli avevano gentilmente chiesto, mai capitato in tanti anni che viaggio da solo:

“exscuse me, can you take a picture of me under the waterfall? Thank you!”

“No”

“Why no? It takes just a second”

“I say no and no means no! Fuck you”

La giornata mondiale della simpatia proprio. E vabbè, facimmoce sto selfie, che aggia fa!

Il vaso di Pandora – giorno 4: ai piedi di Prometeo

L’alba soleggiata e il vento che spazza via le nubi, appalesano una cosa che il giorno prima mi era sfuggita: che sono in un posto incredibile, straordinariamente bello.

Oddio, è un tipo di bellezza che non può essere universalmente condiviso, fatto di spazi, silenzi e la percezione di una Natura assoluta sovrana. E risiede in essa la chiave di lettura per partire ad un’osservazione dei luoghi.

Siamo in una valle stretta e infilata tra due catene montuose di altezza inverosimile, quasi si trattasse di montagne marziane. Ecco, consiglierei il Caucaso a chi è appassionato dei film di fantascienza ma ritiene plausibilmente, secondo le sue previsioni biologiche, di non riuscire a prendere parte ad una spedizione spaziale di colonizzazione di un pianeta alieno: in questa vita può accontentarsi del Caucaso, una sorta di lama orizzontale con punte aguzze conficcata tra il Mar Nero e il Mar Caspio, pressoché invalicabile se non nelle poche ferite aperte sulla sua ghiaia da fiumi di origine glaciale. Quello che scorre qui corre ormai in direzione del confine russo, situato 15 km a nord, il che vuol dire che abbiamo già passato lo spartiacque, ovvero il punto oltre il quale i fiumi scendono a valle in direzione opposta. Infatti noi, salendo da sud ,abbiamo attraversato diversi fiumi che andavano in quella direzione, poi oltre il passo di Gudauri la marcia dell’acqua ha cambiato corso. E non è l’unico elemento in movimento qui nel Kazbeg: si, perché poi ci sono i ghiacciai, che scendono a valle , rompono la materia col loro peso, la triturano. Pensate che il centro abitato, chiamato Stepantsminda, l’unico nel raggio di decine di km, è in sostanza poggiato sulla morena di un ghiacciaio, sul suo sedime ghiaioso come un castello di sabbia, e le sue costruzioni (che non eccellono per bellezza) paiono destinate ad una vita assai precaria con fondamenta così inquiete.

L’idea è quella di risalire per un canalone roccioso per arrivare fino al bellissimo monastero di Tsminda Sameda, conosciuta anche col nome più facile della chiesa della Trinità di Gergeti, in una magica posizione, uno degli spot più belli di tutta l’area. Ma dovrò conquistarmela, perché mica ci si arriva tanto comodamente…

E poi qui c’è Prometeo, il povero eroe figlio di Giapeto, che osó rubare il fuoco agli dei per donarlo agli uomini e fu per questo incatenato da Zeus, proprio qui, su questa montagna feroce che a metà cammino mi appare

Si tratta di una montagna altissima, ben oltre i 5000 metri e ammantata da ghiacciai perenni

Li al povero Prometeo (“colui che pensa prima” fu pure inviata un’aquila divorare il fegato che la notte ricresceva. Incredibilmente, quando ho quasi terminato la scalata di questo arduo canalone pietroso, vedo un’aquila volteggiare proprio sopra la mia testa, come un presagio divino o un avvertimento di essere nel posto giusto.

Il luogo si appalesa in una sua bellezza che forse la macchina fotografica mortifica

con l’apparizione del monastero da un lato e il Kazbeg dall’altro. Anche la visita al monastero si rivela interessante, con icone di arte paleocristiana e barbuti monaci assorti in preghiera. Anche se, ovviamente a rapire lo sguardo, è la incredibile posizione

Ricordo di aver trangugiato un semplice panino al formaggio, impacchettato alla meno peggio in un fazzoletto, ma essermi sembrato un pasto divino immerso in tanta bellezza.

È tempo di ridiscendere, nella vastità di spazi che il nostro pensiero occidentale fatica a comprendere e il silenzio interrotto solo dal gracchiare dei grilli. Tutto sommato a Prometeo è toccato un bel posto ..

Il Caucaso è un luogo ove ritorna prepotente alla mente un concetto ineliminabile del pensiero ma che l’Uomo contemporaneo ha per tanti motivi eliminato dalla sua contemplazione: la percezione del Nulla

Il vaso di Pandora – Giorno 2: ‘Adda venì Baffone!

Cominciamo a semplificarci la vita, perché in viaggio serve farlo: così ad una usuale domanda postami, ho preso a rispondere direttamente “Adriano Celentano”. La domanda precedente è ovviamente: “where are you from?”, e visto che tipo 30 volte su 30 alla mia risposta ” Italy”, seguiva sempre ma dico sempre la battuta “ohhh, italiano Celentano!!!”, ho preso come dicevo a farla semplice ed ecco qua. Si, sta da dire che Celentano è più che un ambasciatore dell’Italia in certe zone di mondo, è una sorta di pontefice, di entità sovrannaturale. Un georgiano assai colto conosciuto in marschutka (i minivan che scorrazzano su e giù per queste strade fungendo autobus) ne rintracciava il motivo nel fatto che i suoi film erano gli unici che sfuggivano alla rigida censura anti-occidentale: probabile che i miopi preposti alla programmazione cultuale di regime lo giudicassero troppo frivolo e inconsistente per poter scalfire il credo socialista ma su questa come si mille altre cose evidentemente si sbagliavano, perché intere generazioni di georgiani sono cresciute sognando la frivola e poco coerente dolce vita intravista in quei filmetti, quelle spiagge, quegli amori spensierati,quel mondo, altro che Marx ed Engels!

A proposito, restiamo in tema “comunismo” per così dire, perché la giornata odierna prevede la visita alla città-natale di una delle eminenze storiche di questo modello nonché uno dei personaggi più influenti della storia del Novecento. “Adda venì Baffone!” diceva qualcuno un tempo, auspicando improbabili scenari di sovietizzazione dell’Italia o perlmoneno una vittoria del locale partito comunista. Ma Baffone per fortuna non è venuto e a sto punto non verrà più, aspettarlo ancora sarebbe un po’ come aspettare Godot; così se Baffone non va alla montagna, la montagna o almeno il Palillo va da Baffone….. Non tutti sanno forse che Josip Vissarionovic Dzugasvili, in arte Baffone ma ancora prima noto come Stalin, era figlio di un umile calzolaio di una cittadina della Georgia nella regione dell’Ossezia del Sud, chiamata Gori, a metà strada tra Kutaisi e la capitale Tblisi, dunque la meta ideale per una breve visita. Premetto che per quanto mi riguarda Stalin è stato un esecrabile dittatore e un responsabile di atroci crimini contro l’umanità, quindi la mia visita, lungi dall’isciversi a quel becero turismo della morte (sul genere di quei disadattati che vanno ad omaggiare la tomba di Mussolini a Predappio ad esempio), assume solo una valenza culturale, perché qui ha sere uno dei migliori musei della Georgia, dedicato ovviamente al più celebre cittadino di Gori. Nel giungervi, mi soffermo a guardare la città, piuttosto anonima e il paesaggio circostante, tutto sommato gradevole fatto di colline riarse da sole quasi adagiate in modo deferente verso le altissime sorelle maggiori del Caucaso sullo sfondo, dove inizia la sedicente repubblica separatista dell’Ossezia del Sud, in pratica uno stato satellite di Mosca.

Mi spinge a guardare il paesaggio con maggiore attenzione la mia convinzione che esso incide molto sul carattere delle persone, nella formazione, nel gusto: nel mio piccolo mi chiedo spesso,ad esempio, come sia possibile essere nati a Capri con difronte i faraglioni e tanta bellezza e potersi dire fascisti ed inneggiare a campi di sterminio e varie atrocità, ma vabbè. Ad ogni modo, qui a Gori, nell’Ossezia del Sud, è nato uno degli uomini più crudeli del Novecento, nonché uno dei più potenti , che ha dominato su tutta una parte di mondo per oltre un ventennio, sconfitto Hitler e minacciato l’equilibrio dell’intero pianeta. Il museo a lui dedicato è davvero ben allestito con documenti inediti e fotografie singolari, se non fosse per le didascalie solo in russo e in alfabeto georgiano, bellissimo a vedersi ma impossibile a capirsi anche solo per una lettera.

Nel parco sta pure la littorina, la carrozza ferroviaria insomma con cui Stalin scese a Yalta in Crimea per il famoso vertice (non amava volare).

Mi colpisce la circostanza che a visitare il museo ci sia un nutrito gruppo di ragazze della vicina Cecenia, vestito col il niqab, il velo nero che lascia scoperti solo gli occhi:

in pratica visitano la casa-natale del primo degli sterminatori del loro popolo (alla lista si sono iscritti di recente anche Eltsin e soprattutto Putin, autore di crimini infernali in questa zona di mondo posta anch’essa poco oltre queste montagne). I Ceceni sono i discendenti degli antichi e più noti Cosacchi, pastori nomadi e famosi guerrieri a cavallo fedeli un tempo allo zar Nicola. Poco inclini alla vita sedentaria , entrarono subito in urto frontale col regime socialista che aveva rovesciato lo zar e pretendeva di inquadrarli in un processo di urbanizzazione. Cosi, quando Hitler nel ’41 lanció l’operazione Barbarossa e invase la Russia sulle prime con esiti favorevoli, i Cosacchi fiutarono l’occasione e passarono in blocco alla causa nazista contro il governo centrale di Mosca. Ben duecentomila guerrieri a cavallo piovuti da un’altra epoca sfilano ora al passo dell’oca insieme ad ufficiali della Vermacht. Per Hitler è un acquisto fondamentale perché con quei abili conoscitori della montagna può forse scavalcare l’invalicabile Caucaso e spingersi verso i giacimenti petroliferi del Mar Caspio, di cui ha bisogno come dell’ossigeno. Ma l’Armata rossa guidata da Stalin, nella città ad lui intitolata non cede e il Generale Inverno fa il resto: la Germania va incontro ad un disastro e con essa i Cosacchi, che hanno puntato sul cavallo sbagliato ….A fine guerra, chiaro che l’aria nei loro confronti non sia delle migliori e che Stalin sia un pochino incazzatello coi traditori: lo sterminio è feroce, i Cosacchi vengono o trucidati o nella migliore delle ipotesi internati nei gulag, nell’odio indistinto dei russi nei loro confronti. Qualche decennio dopo, nel ’97, Putin solleverà lo stesso artifizio retorico per giustificare una nuova invasione della Cecenia e un nuovo sterminio, nel sostanziale silenzio dell’Occidente e delle organizzazioni internazionali. Un decennio dopo, nel 2008, il “nuovo zar delle Russie” ha chiuso definitivamente la morsa intorno alla Cecenia, invadendo la già citata Ossezia de l sud, appartenente formalmente alla Georgia. Una guerra lampo che aveva come obiettivo finale proprio Gori, la cui conquista avrebbe davvero spezzato in due la Georgia, interrompendo la sua principale arteria di comunicazione tra sud e nord. Ma Gori, bombardata e sotto assedio, forse in omaggio al suo più celebre cittadino e alla città a lui intitolata, la famosa Stalingrado, resistette ed è ancora parte della Georgia.

Da qui proseguo per la capitale Tblisi, che dista ormai solo un’ora. La città si presenta subito bellissima con un centro storico gioiello e una bellissima posizione sul verde fiume Mtkvari.

Catturo solo una prima impressione per ora e per la verità direi che, fuori dalla parte storica, concede troppo in alcuni punti ad una idea di progresso pacchiana e sciocca in stile Dubai per capirci. Ecco ad esempio, lo sfavillante ponte “della pace ” realizzato da un archistar italiano, tal Michele Lucchi, ed inaugurato nel 2010:

è stato già ribattezzato il “ponte always” e non perché debba durare per sempre (si spera) bensì per la nota somiglianza con la marca di assorbenti.

Ah, e per chiudere il cerchio vi dico pure che la sera, dopo la cena col menù fantasma di cui parlavo su Facebook, mi sono pure esibito al karaoke in una hit di chi? Ovviamente di lui, il Pontefice Adriano Celentano. Un’ovazione di pubblico che manco Joe Cocker a Woodstock. Appena mi mandano il video lo pubblico e convinco gli scettici….

Il vaso di Pandora – Giorno 1: Good morning Medea!

Fossi rimasto ancora un po’ a Capri, poco ci sarebbe mancato che mi sarei fatto immortalare in qualche locale cool con una bottiglia di Belvedere o qualche altro distillato di nobile lignaggio, per poi postarla sui social con la raccapricciante didascalia-slogan “Ciao povery!”…….Ovviamente chi mi conosce sa che è un genere di cose che non mi appartiene per nulla ma lo dico per rendere l’idea di come l’estate caprese possa essere abbacinante, specie in quest’acme finale che vede usualmente il massiccio dispiego sul campo di tutta la soldataglia chiattilla ripiegante a Capri da altri fronti per il gran finale agostano e con tutto l’immancabile stupidario di rituali e stereotipi. Vabbè comunque alla fine è un genere di cose in cui ci sguazzo e mi diverto, l’importante è capire quando bisogna darci un taglio. E diciamo che in tal senso, sto posto con sto nome impronunciabile, Kutaisi, nel bel mezzo della mitologica Colchide in Georgia, nel Caucaso, già al momento della prenotazione mi era apparsa come la best choice possibile per darci un taglio. Anche il nome Kutaisi che sembra iniziare con qualcosa di simile all’inglese “cut” ovvero “”taglio, tagliare” mi piaceva come idea di base: io questo mio sbariare con le parole conosciuto come “think palillians” lo tengo sempre in debita considerazione Già, solo che a quel momento dovevo avere ancora una forma mentis o perlomeno un fuso orario sintonizzato sui ritmi dell’estate caprese, e poca o nessuna importanza avevo riservato al particolare che l’aereo atterrasse in Georgia alle 3:30 del mattino, ora in cui a Capri non so, ci si sposta dalla taverna al Number One…..Qui nella Colchide selvaggia la tempistica è un po’ diversa e, appena fuori dall’aeroporto che sta per chiudere i battenti, vengo preso in ostaggio da poco edulcorati tassisti abusivi alle cui lusinghe non ho altra alternativa che cedere, visto che la città dista 25 km. Quello che mi carica a bordo, somigliante ad un irsuto esemplare di orso caucasico (specie ahimè a rischio estinzione) e che non vede una doccia dai tempi in cui noi tifosi napoletani non festeggiamo uno scudetto, comincia col classico repertorio di trucchetti del mestiere incluso il tour di alberghi di quart’ordine di amici suoi da propinarmi a prezzi maggiorati. Insomma, non ho altra alternativa che mandarlo a fanculo e piantarlo, proseguendo a piedi verso il centro cittadino, che alla fine si appalesa con un faraonico teatro dell’opera è una strana scultura di motivo mitologico è rara bruttezza.

Attendo li l’alba, quando la città si risveglia con un bellissimo mercato di frutta, ove donne provenienti da remote alture del Caucaso recano gerle di ortaggi sulla testa. Il problema è che ancora non ho trovato dove dormire e comincia a piovere. Ma niente paura: arriva Medea, ovvero una delle venditrici di ortaggi del mercato che di nome fa proprio Medea Anna Vania un po’come la celebre regina figlia del re Eete nativa di qui, e mi affitta una camera a casa sua. Conoscendo la mitologia e la storia di Medea, si direbbe che sto rischiando di finire tagliato a pezzetti nel frigorifero, ma niente paura: il clima è ovviamente sereno e la famiglia gentilissima. Al risveglio, la prima tappa è culinaria a degustare la ottima cucina georgiana, anche essa dominata dal “fattore K”: kachapuri, kinklali, kurjomi, boniiii!!!

Poi si parte per un bel monastero ubicato su una collina vicina, con quasi mille anni di storia e un nome simpatico, Gelati, ma dove in spregio al nome fa nu sfaccimm i caldo.

Al rientro in città programmo una visita alla cattedrale di Bagrati, una sorta di San Pietro della autoctona chiesa ortodossa georgiana. Per arrivarci, ci si può servire di una teleferica residuato del socialismo reale che davvero traballa e scavalca il bel fiume Rioni che taglia in due la città.

Non appena a bordo tuttavia mi rendo conto dell’imprudenza. Non che abbia paura o non mi fidi della rinomata tecnologia sovietico-georgiana figuriamoci, ma il problema è un altro: il sottostante fiume Rioni al tempo di Giasone e degli Argonauti si chiamava Fase, e quindi sto catorcio di cabinovia che vi passa sopra non può che essere “fuori fase” e può precipitare!!!!

Insomma mi sono perso il think palillians. la punizione divina di Zeus si appalesa non con la caduta del trabiccolo bensì in maniera più sottile: sulla collina poco oltre un fatiscente luna park,

per giungere alla cattedrale sta da attraversare un enorme campo rom, dove si appalesa la mia paura principale, che non è quella di essere rapinato bensì quella per i cani, specie di grossa taglia che a decine abitano qui e mi abbaiano appresso. Non mi resta che farmi scortare fino alla cattedrale da una simpatica famiglia di abitanti del campo, che farebbe felice quei dittatori di un tempo che invitavano il popolo a donare più figli alla patria: la ragazza tredicenne è già madre e la bisnonna avrà qualche anno meno di me, tutti insieme al capofamiglia ci avviamo alla bellissima cattedrale di Bagrati che domina la vallata.

La sera altra scorpacciata di kinklali, “arricchita” dall’incontro con dei tizi russi che prima cominciano simpaticamente a offrirmi della grappa locale, poi cominciano a sfracassare le palle loro, il calcio e Maradona, e una volta ciucchi, appalesano un bagaglio culturale analogo a quelli che in Italia gridano “Boldrini troia”: cominciano a chiedersi perché non sia con mia moglie e perché viaggi da solo, insomma cominciano a fissarsi che io sia gay (in Russia l’omosessualità è un tabù assoluto e anche qui in Caucaso dubito che la situazione sia diversa) e assumono modi bruschi e provocatori. Alla fine, non mi resta che finire la giornata come la avevo iniziata col tassista, ovvero con una mandata a fanculo.

Ma d’altra parte era tutto scritto nel nome Kutaisi, no? Kut ovvero Cut ai si, taglio ai si: non bisogna mai assecondare nessuno qui insomma o ci ficca nei guai!……E perché forse vogliamo fare finta di non vedere che la signora che mi ha salvato la mattina dandomi alloggio,ovvero Medea Anna Vania, sia l’anagramma di “vieni a nanna da me”??? Ma di che stiamo parlando? Qualsiasi cosa farò, ovunque nel mondo andrò, il think palillians sarà sempre con me!

A come Atlante: Batumi

Cominciamo col dire chiaramente una cosa: Batumi non è ne sarà mai la città più bella che avrete mai visto al mondo, a meno che non abbiate un gusto, per così dire, fortemente distopico o qualche motivo personalissimo di interesse, come nel mio caso. Ma andiamo con ordine:

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Batumi è una città ricadente entro i confini della Georgia, ex repubblica socialista sovietica divenuta indipendente dal 1991 e  destinata ad esserlo ancora per poco, vista la già manifestata bulimia della gigantesca madre Russia posizionata proprio alle spalle e intenzionata a rimangiarsela. Ma il freno a questa smodato appetito forse può essere proprio Batumi, cittadina di non enormi dimensioni collocata in un angolo ombroso del Mar Nero, a pochi km dalla Turchia. Sì, perché proprio qui si tuffa nel Mar Nero, dopo un viaggio assai pericoloso nel indocile Caucaso, il gigantesco oleodotto SouthStream degli Americani, gravido di oro nero pescato nell’azerbaijan amico. La diplomazia americana ha più volte lanciato messaggi chiari a Putin, del tipo: “se volete mangiarvi a colazione il resto della Georgia, fate pure: la cosa verrà da noi interpretata come una questione d’area locale. Ma non toccateci Batumi e il tubo con l’olio dentro, che scoppia la terza guerra mondiale.” In effetti già il nome Batumi pare ricordare il catrame, il bitume per l’appunto, e l’odore acre  di esso riempie abbastanza l’aria mescolandosi al profumo degli kachapuri, squisite focacce al formaggio di capra bollente.

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Ma lasciamo perdere ora la geopolitica e le sue noie, perché Batumi è da tempo immemore anche molto altro, ed è questo “altro” che mi ci condusse circa 4 anni orsono. Si, per me Batumi è e sempre e resterà la città di Medea, figlia di Ete re della Colchide. Arrivai qui alla fine o quasi del viaggio più bello e avventuroso che mi è finora riuscito di concepire, “il Vello d’oro”, un cammino a piedi dall’Albania fin nel Caucaso sulle tracce degli Argonauti. Questa città, ubicata appena dopo il confine turco, costituiva ovviamente una tappa obbligata come terra della principessa Medea, amata da Giasone re degli Argonauti; e quando vi misi piede, dopo giorni in sconfinate steppe della Anatolia nella Turchia Orientale, dopo ore di autostop a bordo di camion per strade impolverate che sembravano non condurre da nessuna parte e dopo una disavventura alla agitatissima frontiera dove a migliaia si accalcavano migranti provenienti da Kurdistan e Iraq, ebbi la percezione di essere sbucato alfine in una terra amica, guardando la statua di Medea eretta dinanzi a me.medea

Non era questa ancora la tappa finale del mio viaggio, posta più in la in una selvaggia e remota regione montuosa, il magico Svaneti dove si ipotizza gli Argonauti rinvenirono il loro vello d’oro. Ma giunto qui, realizzai che mi mancava solo una tappa al traguardo e che ce la potevo fare, mi emoziona ancora oggi pensarci.

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Esaurita anche la personale sezione amarcord, passiamo dunque a parlare di questa benedetta Batumi come è oggi: si tratta di una città dinamica e vitale, con un clima favorevole e incredibilmente caldo nei mesi estivi, sebbene le altissime montagne del Caucaso si ergano proprio alle sue spalle minacciosamente innevate persino ad agosto. Ma tutta la regione dell’Agiara, di cui questa città è il capoluogo gode di un microclima quasi tropicale e si rinvengono infatti persino palme e alberi del tutto improbabile a queste latitudini. Incoraggiato da tanta clemenza meteorologica, il governo centrale di Tbilisi, abituato a tutti altri climi lassù nelle impenetrabili montagne, ha deciso di provare a trasformare questa città in una sorta di Las Vegas sul mar Nero:

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sono sorti improbabili palazzi in vetro-cemento. ruote panoramiche e casinò. Il Lungomare spianato fa da passerella a piccole star dello schermo georgiano e la rigidità dei costumi locali è un pochino attenuata. Sullo sfondo, fanno da immancabile cornice i palazzaci grigissimi di epoca sovietica e gli acquartieramenti dei soldati russi, che qui hanno tutt’ora una base navale. E’ uno zibaldone strano e confuso, dove non mancano studenti venuti a imparare il russo e monaci di sette animistiche piovuti qui dalle alture del Caucaso a fare rifornimento di viveri. A proposito, la cucina georgiana è squisita e anche il vino (che secondo leggenda è nato proprio qui ) non ha nulla da invidiare a quello nostrano .Eppoi, non riuscireste a credere a quanta popolarità riusciamo ancora a riscuotere noi italiani in questo spicchio strano e sperduto del Mar Nero: canticchiate un'”aria”di Celentano anche in un modesto karaoke da bar e, vedrete miei immarcescibili maschioni all’italiana, come cadranno tutte ai vostri piedi.

Batumi non sarà mai la città più bella che vedrete ma è forse proprio in questa sua “mancata bellezza” che la città ritrova il suo senso ultimo, un po’ come la sua regina di un tempo, la Medea disperata e tradita