Il Vello d’oro- giorno 8- Il cuore di tenebra dei Balcani: il Kosovo

Giorno 8
“Quando dal mondo saranno scomparse le api, agli esseri umani resteranno 4, al massimo 5 anni di vita”. Questa profezia non l’ha detta uno stronzo qualunque ma un certo Albert Einstein.
Nondimeno il piccolo Kosovo, martoriato da secoli di conflitti, non rischia tuttavia di scomparire per carenza di api. Gli insetti vengono allevati in Grand quantità e con metodi antichi tra le selvagge Sharr Mountains, per produrre un miele soave e buonissimo. Le api però paiono conservare molto più degli umani un feed back di aggressività retaggio dei recenti conflitti: e’ la seconda volta in due giorni in Kosovo che vengo punto da un’ape, porco cazzo! Altre annotazioni riguardanti ora sfumature culturali e religiose : nelle città musulmane e’un’esperienza fondante ascoltare il canto del muezzin, che leva ipnotico sale moschee diverse volte al giorno e viene irradiato con megafoni per tutto il paese. Ma guaglioni miei, io vi voglio bene ma non vi potete mettere alle 5 meno un quarto di mattina con sto taluorno a tutto volume per tutta la città, mannaggia Gesù Cristo , anzi il dio da imprecare sarebbe qua un altro ma lasciamo stare. Ancora l’hamman , il bagno turco, e’un esperienza magica ma meglio se fatto la sera: la mattina presto determina dei cali di pressione e dei conseguenti attacchi di uallera. Ok, fa niente la uallera nel pensiero medio-orientale stimola la riflessione filosofica e vorrà dire che mi daro’ alla speculazione come Averroe, il maggiore filosofo arabo, apprezzato anche dalle corti europee di cui era spesso ospite e rappresentato anche nella Scuola di Atene di Raffaello. Solo che magari Averroe’ e i suoi discepoli si abbandonavano all’ozio e alla uallera filosofica su triclini all’ombra di fichi d’India e aranci. Io come mio triclinio troverò il sedile sudaticcio di un bus, visto che nella giornata odierna ho in programma di rimbalzare per tutto il Kosovo a caccia di monasteri e siti d’arte. E comincio una mia meditazione, e penso ad un paio di sere fa, quando ancora sul lago, facevo una cosa che mi è sempre piaciuto fare, gettare il pane ai cefaluotti per vederli mangiare. Ok, questo era il lago e non ci stanno i cefaluotti, erano pesci indigeni chiamati Belvica ma erano ancora più famelici e arraggiati dei cefaluotti. Credo di aver capito ch mi affascina di loro l’immediata capacità a fiondarsi sul pane in ammollo, percepito penso attraverso la semplice vibrazione del corpo sull’acqua. Ma provate a lanciare una cicca di sigaretta o un pezzo di plastica, vedrete che i cefaluotti dopo aver puntato per un secondo verso l’oggetto, poi virano alla velocità della luce altrove, essendo il corpo estraneo al loro mondo. Questi animali possiedono una capacità di cui non vi è traccia in noi umani: in una frazione di secondo sono in grado di discernere il Buono dal Cattivo, il Giusto dallo Sbagliato. Siamo capaci forse di farlo noi umani? No, che non siamo capaci, e tale deficienza mi appare quantomai più grade qui, mentre vado a zonzo per queste montagne intrise di sangue e dolore. Forse che qualcuno qui sa dire quale delle due parti in lotta da 7 secoli ha ragione e quale ha torto? Chi tra Serbi e Musulmani e’ stato il primo a cominciare o l’ultimo a finire? E chi ha commesso l’eccidio, lo stupro o il crimine poi grande in secoli di odio sedimentato? Chi piange più vittime, chi ha scavato più fosse comuni e di chi sono le ossa che ancora oggi vi si raccolgono. E’ tutto incartapecorito in momenti che rimbalzano e dicono bene una volta all’uno, una volta all’altro. Ora dice bene al ceppo di etnia albanese, e male molto male ai serbi. Solo 15 anni fa era l’esatto contrario in questo lembo di terra grande quanto la Campania tramutato in una secolare trincea tra confliggenti. Pristina e’ forse la capitale più brutta d’Europa ( se la gioca fifty fifty con Podgorica del Montenegro), appare come una città smontata e rimontata cento volte, ove l’unico intento dei vincitori di turno e’ stato quello di scorticare via tutto ciò che era stato lasciato dai precedenti e sostituirlo con roba proprio. Qui ora le vie sono intitolate ai liberatori piovuti dal cielo, Clinton e Bush, ed e’innalzata persino una statua della Libertà copia di quella americana, non lontana da un budello di incrocio ove il traffico può rimanere bloccato per ore e ove sta un locale chiamato “pizzeria Capri”. Da qui mi dirigo in bus verso un’enclave serba ove sorge un monastero di secolare importanza, quello di Gracanica. Ma salito sul bus, compio l’errore di pronunciare il nome della località, per quel che ne so, in lingua serba, con la prima c che diventa una ch e l’ultima che somiglia ad una z, Grachaniza. Il fonema suona come sacrilego agli occupanti del bus, tutti della trionfante etnia albanese che mi guardano come se avessi bestiammato mentre l’autista simula il gesto dello sputare per terra. Al mio arrivo a Grachaniza o come si dovrebbe pronunciare in albanese, noto questo serbi che vivono qui trincerati dietro i blindati della Nato e hanno l’espressione triste dei panda dentro uno zoo cinese. Piu tardi il pope ortodosso mi dirà che la comunità dei panda ha pure mutuato la difficoltà a riprodursi: in condizioni così ostili le giovani coppie non tendono a suo dire a voler procreare bambini serbi ( ma francamente il tema della procreazione a fini razziali torna troppo spesso nei discorsi dei serbi, e’la terza quarta volta che mi confronto con l’argomento). Inoltre non sono sicuro che quelle facce tristi che ora vedo segragate qui siano semprr assurte a vittime e non a carneficii. Chi puo sapere se questi solo 15 anni fa non erano i responsabili delle fosse comuni rinvenute proprio qui a pochi km, e ora non Siano Come dei guerrieri lasciati fuori le Mura, dei pirati abbandonati sull’isola saccheggiata dalla nave appena salpata? Incredibilmente vedo che il monastero fuori del villaggio e’cinto da filo spinato come un lager e per entrare devo consegnare il passaporto ad un soldato della Nato. Dentro, affreschi di imperitura bellezza rimandano a battaglia ed epopee dei serbi contro gli ottomani e danno al luogo l’aria di una secolare trincea contro gli invasori turchi. Il sito ha subito almeno una dozzina e incendi dolosi negli ultimi 10 anni.
Per arrivare al monastero tra l’altro mi capita di fare l’autistop più strano della mia vita, già he mentre percorro a piedi uno sterminato campo di pannocchie, vengo raccattato addirittura da una colonna di mezzi blindati e jeep militari di soldati tedeschi della Kfor, il corpo di pace delle Nazioni Unite. A loro mi tocca mostrare nuovamente il passaporto, questa volta per una loro curiosità, giacché non riescono a credere che uno da Capri a Ferragosto finisca a visitare i monasteri ortodossi in un’enclave serba del Kosovo. Uno di loro mi mostra pure sul telefonino una foto di qualche mese fa scattata al Parco Augusto con la sua compagna di almeno 15 anni più giovane, nel cui sguardo insofferente in foto leggo che ora, mentre il suo Rambo e’ fare la guerra in Kosovo, lei sta assaggiando parecchi würstel sul al paesino in Renania. Che persone squallide sti soldati tedeschi che ho beccato, spero di rimuoverli in fretta. E poi dei tedeschi in divisa, non ci posso fare niente, mi fanno pensare a cose terribili, giusto per rimanere in argomento di eccidi e carneficine. Ecco, e sempre per rimanere in tema, appendo nientedimeno che il gruppo di fascisti italiani di Casa Pound organizza delle campagne di solidarietà nei confronti dei serbi di Gracanica e del Kosovo. Sarò morto prima di dire che questa gente possa fare mai qualcosa di buono ma la cosa proprio male non mi sembrerebbe, anche se poi bisogna pure veder questi di Casa Pound a chi vanno ad aiutare, le vecchiette indigenti o qualche fanatico fascistello dell’irredentismo serbo. Ad ogni modo non voglio dire niente oggi, non voglio stare a sindacare qui su cosa e’ giusto o sbagliato, finirei per fare come i pesci del lago quando gli butti il pane, ma senza avere la loro capacità di discernimento. Oggi nell’enclave serba di Gracanica in Kosovo, ho finalmente capito da dove nasce questa mia smodata attrazione per tutta l’area dei Balcani, dove praticamente torno ogni estate. In questi luoghi e’ impossibile trovare risposte a molte domande, nei Balcani nessuno può mai sapere cosa sia giusto e cosa sbagliato.

Il Vello d’oro- giorno 7 – Nelle “terre dei cani feroci”

Giorno 7
La Strada mi chiama, e’ora di rimettersi in marcia verso il Vello d’oro. 3 giorni in uno stesso luogo sono un’enormita’ in un viaggio così concepito e devo con solerzia riprendere il cammino.
Una considerazione finale su Ohrid: e’ davvero un gran bel posto che assomma in se arte e bellezze naturali, e’ben attrezzato per ogni forma di turismo ed economico. Vivamente consigliato in luogo dei soliti posti, davvero se volete sorprendere la vostra compagna o avete una nuova trombamica con cui abbandonarvi a romantiche zozzerie, portartela in riva al lago di Ohrid, sparagnate e comparite, potete pure atteggiarvi a dire a lei: “no sai io poi sono uno a cui non piace andare nei posti dove vanno tutti….”. Il posto si caratterizza anche per una vivace vita notturna condita da una cosa che, non so bene perché, a Capri e’ pressoché bandita: la musica dal vivo. C’è per tutti i gusti, si va dai concerti di musica classica nelle basiliche ( tutta l’area balcanica vanta un’eccellente tradizione orchestrale) a quelli di travolgente musica balcanica dove milfone euforiche ti infilano una mano nel pacco mentre ti bevi la birra. Ci stanno locali con gruppi indie rock ( eccellente un gruppo serbo ascoltato) e locali jazz con band che suonano come i neri di New Orleans. Io mi sono scelto come tana un posto molto figo, il classico postaccio dove tracannare Wiskey e fare a cazzotti e dive il proprietario e’identico a qel tipo con la barba di “una notte da leoni”; pare che li una sera sia passato per caso Lenny Kravitz e abbia pure fatto un paio di pezzi improvvisati…è dopo Kravitz si è esibito li: in un moto d’euforia alcolica una sera sono salito arbitrariamente sul palco, ho brandito il microfono e mi sono prodotto in una trascinante cover di Minnie the Moocher di Cab Calloway. La platea dall’orecchio ben educato all’inizio ha partecipato attivamente cantando con me poi di e’ lasciata andare ad intemperanze e segnali sonori ottenuti mediante modulazione del respiro e con la frapposizione della lingua alla cavità palatale, in altre parole fischi e pernacchie.
Ma torniamo alla strada, che oggi mi porterà in Kosovo, in una città che attendò con ansia di raggiungere, Prizren, una specie di piccola Sarajevo dal comune destino di sciagure e grandezza. I modi individuati per raggiungerla sono 3: il primo, il più affascinante, e’ attraverso le cd Montagne Maledette, questo lembo estremo e selvaggio nell’Albania del Nord, da cui poi discender in Kosovo attraverso un sentiero che era quello dei miliziani dell’Uck ai tempo del conflitto, ma richiede troppo tempo e dovrei tornare in Albania e sobbarcarmi 2-3 giorni di cammino. Vi è poi la via convenzionale, attraverso la capitale macedone Skopje, ma da li devo passare più avanti nel viaggio perché ho un imperdibile appuntamento con un amico, e per una mia cosa strana non ripeto mai in un viaggio la stessa strada due volte, mi sembra di stare perdendo tempo. Vi è poi una terza via individuata, ribattezzata Passaggio a Nord-ovest: si tratta di raggiungere appunto la parte nord occidentale della Macedonia, densa di siti interessanti tra l’altro e giungere ai piedi delle gigantesche Sharr mountains, dette anche “terre dei cani feroci “, perché da qui proviene il gigantesco cane pastore kossovaro, che i locali lasciano libero di accudire le greggi sulle montagne e non si contano le aggressioni a persone. Il Kosovo e’giusto dietro le imponenti Sharr Mountains ma non si registrano bus o mezzi di linea che seguono questo tragitto, ne e’fatto di sapere se tra quei monti esista una valico di frontiera. Dalla mappa di google earth riesco solo a distinguere una strada che s’inerpica per quelle giogaie salendo dalla Macedonia, ma con quale mezzo non saprei come percorrerla. Ad ogni modo mi decido per cercare il Passaggio a Nord Ovest verso il Kosovo. Un primo bus lascia il lago di Ohrid all’altezza di Struga, pittoresca località ove a fine mese si tiene un festival di poesia a cui hanno preso parte pure Allen Ginsberg e Neruda, si inerpica poi su un monte per arrivare all’abitato di Vevcani. Davvero un posto singolare assai! Pensate che gli abitanti, alla caduta della Jugoslavia, proclamarono qui una strampalata Repubblica di Vevcani, non riconosciuta da nessuno stato. Mi fermo qui a fare colazione e chiedo al tipo subito lumi sulla Repubblica, lui ovviamente si proclama un fiero cittadino di questa “nazione” e così compro al mio amico Francesco Staiano, collezionatore di bandiere, la rarissima Bandiera della Repubblica di Vevcani, assolutamente introvabile. Sempre restando in tema di casa Staiano diciamo, faccio un volo pindarico in avanti di qualche ora, ad adesso in Kosovo, ove stanno trasmettendo alla tv una fiction impastata di nazionalismo indipendentista e che irride il presidente serbo, descritto come un vecchio rincoglionito. La gente sta tutta radunata nei caffè a vedere sta fiction, come in Italia nel dopoguerra quando ci si radunava per veder la tv. Ebbene il protagonista di sta cosa, mi pare di capire una sorta di esattore delle tasse kossovaro e molto fiero di esserlo, e’ tale e quale, ma proprio sputato, sia di faccia che per la voce, a Mauro Salvia.
Ma torniamo sulla strada: da Vevcani arrivo a Debar, ove sta un bellissimo monastero che vedo dal finestrino, quello di San Giovanni il Costruttore. Ormai ci siamo, sopra il monastero si ergono le Terre dei Cani Feroci. Devo solo trovare il passaggio attraverso di esse,roba nda niente. La strada piega ora da ovest verso nord sempre bordeggiando le montagne. Giungo ad una città chiamata Tetovo, dove ho pure il tempo di visitare un sito incredibile, la Moschea Dipinta, bellissima, che sta dentro una “tekke”, una sorta di comunità, di Dervisci berkashi. I Berkashi sono una costola dell’Islam che si caratterizza per essere più tollerante, ammettono il consumo di alcool e la condizione della donna risulta meno segregata. E’un approccio più filosofico, sul modello Sufi dell’Iran, ecco spiegata la presenza dei Dervisci, quei monaci che danzano seguendo il movimento dei pianeti. Tuttavia sono un po incazzosi sti dervisci: uno di loro quasi sbranava una cretina che vicino alla figlia ha detto una cosa tipo :”vieni bella di mamma, andiamo a fare la foto con Babbo Natale”….ovviamente il barbuto derviscio vestito di verde aveva sacrosanta ragione ad incazZarsi. Ma ecco che da questa Tetovo becco un furgoncino privato, che partirà quando sarà pieno e salirà su per le Terre dei Cani Feroci fino in Kosovo, a Prizren. Ce l’ho fatta, ho trovato il passaggio a Nord Ovest! E dopo una lunga ascesa di per i monti sono in Kosovo, proprio mentre attraverso la frontiera mi pizzica un’ape, un altro segnale degli dei, ma fa niente. Sono troppo felice lo stesso. Se i Balcani fossero un inferno, il Kosovo sarebbe la sua bocca di Lucifero, il suo ultimo girone, ma per quanto mi riguarda i Balcani somigliano più al paradiso. Ogni villaggio ha la sua moschea qui, con alti minareti ma costruiti di recente, evidentemente perché a qualcuno era saltato in testa di abbatterli. Ma quel qualcuno non c’è più ora, i serbi corrispondono ormai al 2% della popolazione, in pratica trovare un serbo in Kosovo oggi e’difficile come trovare uno che ha votato Fini o Casini in Italia. Ma e’uno stato di cose transeunte: dal 1300 ininterrottamente e a fasi alterne musulmani e serbi si scacciano dal Kosovo gli uni con gli altri. E arriva Prizren, bellissima, una vera città d’arte con un ponte in pietra secondo per bellezza solo a quello di Mostar in Bosnia, una bellissima moschea, un centro storico spettacolare e un bagno turco settecentesco dal quale sono appena uscito. Altro che quelle SPA di lusso che sembrano camere a gas, si sta distesi qui su blocchi di marmo bianco tra omaccioni baffuti che ti scrutano severo. Tutto promette bene a Prizren e come ogni città balcanica riserverà sempre delle sorprese, cose che la rendono unica.

Per ora vi segnalo questa, che riguarda la toponomastica. Durante le diverse occupazioni della città, i nuovi occupanti prendevano di volta in volta a ribattezzare le strade coi nomi dei loro eroi e simili. I turchi intitolavano le vie a qualche loro condottiero, poi arrivavano i serbi e cambiavano i nomi alle vie con quelli di qualche loro generale, la stessa cosa facevano poi degli albanesi…. Adesso e’arrivata la forza di pace della Nato, la Kfor, e per levare la frasca da mezzo e non fare arrabbiare nessuno ha deciso di ricorrere alla Pet Therapy: le strade sono state ribattezzate con innocui nomi di animali e di piante. Ci sta via dei gatti, via dei cani, largo della giraffa….. Io alloggio per esempio in via dei Fiori Blu n 29, e l’Italia non mi manca manco po’ il cazzo