Il Vello d’oro – giorno 9- a night in Macedonia, a day in Bulgaria

Giorno 9
Esiste nei miei viaggi una tradizione, o per lo meno una singolare coincidenza: quella per cui il giorno di Ferragosto finisco sempre in un luogo inatteso, non contemplato sul programma iniziale o solo vagamente considerato. Quest’anno non fa eccezione e di fatti sono finito in un posto chiamato Kyustendil, cittadina termale della Bulgaria poco oltre la frontiera con la Macedonia. Giungo qui dopo aver attraversato la bellissima “valle delle Bambole di Pietra”, così chiamata per via di strani pinnacoli di roccia friabile e dopo aver scavalcato lo Strascin pass ( bambole e lo Strascin’ di napulegna memoria donano suggestioni), non prima i essere passato anche per lo stupendo villaggio di Kratovo, posto sul fondo di un vulcano spento, ove i romani costruirono delle miniere sotterranee per estrarre il ferro dei loro gladii.
I Romani passarono anche qui a Kyustendil e l’apprezzarono per via delle terme naturali, tutt’ora esistenti e all’aperto. Chiamarono il luogo Pautalia. Il nome attuale Kyustendil invece significa in lingua tracia “Terra di Costantino” ma non si allude all’imperatore romano bensì ad un luotenente di Alessandro Magno…..detto questo, a finale resta da dire ch sta Kyustendil e’ proprio o’cess. Cioè’ non sarebbe manco malissimo con sto viale alberato che culmina in una piazza di asburgica memoria, ma pare che le creature viventi più giovani qui siano le zanzare e i vecchi mi guardano avanzare col mio zaino come un uccello migratore che ha smarrito la rotta. In effetti ci capito come tappa di avvicinamento alla prossima e per saltarmi il casino di Sofia. Poi devo dire ho trovato per dormire una location eccezionale, un vero boutique hotel, il cui pezzo forte sono le pareti con affreschi d’epoca. O meglio, di varie epoche: pare che tutti gli occupanti si siano divertiti a scrivere il loro nome e quello della loro squadra del cuire sulla parete della stanza ed in cirillico sono riuscito pure a tradurre pesanti allusioni sessuali ad una certa Lara, accusata di praticare sesso con i cavalli….
Ma se il presente qui e’quello che è, ho dalla mia parte un bellissimo passato e un ancor più eccitante futuro. Il passato e’una magica serata a Skopje, capitale macedone. con Simon, artista locale che ovviamente e’in grado di disvelare ogni segreto recondito di quella terra. Skopje e’una città che al tuo arrivo ti lascia sbalordito, e non in positivo: ti trovi a percorrere enormi viali prospettici in cui pare concentrata tutta la cafonamma dell’architettura contemporanea. Ti trovi ad osservare mastodontici palazzi e falansteri di recentissima edificazione ( il comunismo non c’entra più nulla), gigantesche statue, edifici in vetro-cemento che rimandano a una grandeur del tutto abnorme per un paese paese di 2 milioni di abitanti, un quarto dei quali è’ emigrato all’estero negli ultimi 10 anni. Il picco del kitch si raggiunge di fronte al nuovo teatro in stile neo-barocco di fronte al quale si stende un ponte che è la copia del Ponte Milvio a Roma. Persino il vecchio ponte ottomano in pietra e’ messo in croce da inguardabili fontane artificiali in stile Phuket, lo pseudo-paradiso invernale dei capresi in vacanza. Più tardi apprendo da intellettuali locali che il naufragio architettonico degli ultimi 5 anni e’ opera di un blocco di potere che sta velocemente precipitando verso un fascismo locale, e come ogni fascismo rimescola a capa di cazzo nella retorica del paese, cercando eroi ed un epica a cui intitolate ed erigere cessi in calcestruzzo. Qui ovviamente la parte del leone la fanno Filippo il macedone e suo figlio Alessadro Magno, a cui sono erette enormi ed oscene statue di dimensioni megalitiche.
Ma Skopje ritrova poi un suo senso e una sua bellezza nella Carsja, l’intatto bazar ottomano oltre il ponte ove stanno veri artigiani e mercanti ottomani e dove riesco a far rammendare da un artigiano il mio sombrero di paja toquilla, un cappello Panama originale cui sono morbosamente legato e che era molto malridotto. Girare nel bazar ottomano con Simon mi fa sentire come Dante che cammina con Virgilio, e la sera ceniamo nella piazza centrale del bazar, dove come sempre gli arabi hanno messo un albero e una fontana. La bellezza, per chi la Sa cogliere, risiede in ciò che è semplice e naturale, altro che mausolei e statue di Alessandro Magno.
E ora veniamo al futuro, denso di novità. Si perché domani vado dai Bogomiti. Chi sono i Bogomiti? E Guaglio’ ma qua vi devo spiegare tutto coso io? I Bogomiti sono questi simpaticoni di sta setta che si raduna ogni anno in sto posto, i 7 laghi di Rila in Bulgaria. Tra l’altro si tratta di un posto di incedibile bellezza, detto le Montagne d’Acqua. Qui i Bogomiti nella notte tra il 18 e il 19 agosto danzano intorno ad uno dei laghi in ossequio al loro credo. Ci manca ancora qualche giorno ma lo zoccolo duro dei Bogomiti già sta la e mi scrive mail del tipo “fratello Palillo ti attendiamo per attendere l’illuminazione, per unire la forza vitale del mondo etc”. Io in mezzo a loro ci sono finito per sbaglio frequentando un forum ove cercavo notizie sulle Montagne d’Acqua. Sono così carini sti Bogomiti, uno che fa li appende e nonci va? Dai! Dirò di più: ho bruciato veloce le tappe dentro la gerarchia dei Bogomiti e mi sono autoproclamato capo-sezione della sezione del Sud Italia Bogomita, alla quale potete anche voi aderire se avete voglia. Ovviamente non so un cazzo della loro filosofia ma me la immagino come una cosa new Age, dove con la scusa del Sole, della Luna e del Soffio Vitale poi si finisce tutti a trombare….poi non so, il nome della setta e The white Brotherhood, e una volta ricordo un film con sto nome, ove i protagonisti erano dei nazisti omosessuali….. Vabbuo vediamo domani come va a finire, iamm nu pok a vede’ che dicono sti Bogo-miti!

Il Vello d’oro- giorno 7 – Nelle “terre dei cani feroci”

Giorno 7
La Strada mi chiama, e’ora di rimettersi in marcia verso il Vello d’oro. 3 giorni in uno stesso luogo sono un’enormita’ in un viaggio così concepito e devo con solerzia riprendere il cammino.
Una considerazione finale su Ohrid: e’ davvero un gran bel posto che assomma in se arte e bellezze naturali, e’ben attrezzato per ogni forma di turismo ed economico. Vivamente consigliato in luogo dei soliti posti, davvero se volete sorprendere la vostra compagna o avete una nuova trombamica con cui abbandonarvi a romantiche zozzerie, portartela in riva al lago di Ohrid, sparagnate e comparite, potete pure atteggiarvi a dire a lei: “no sai io poi sono uno a cui non piace andare nei posti dove vanno tutti….”. Il posto si caratterizza anche per una vivace vita notturna condita da una cosa che, non so bene perché, a Capri e’ pressoché bandita: la musica dal vivo. C’è per tutti i gusti, si va dai concerti di musica classica nelle basiliche ( tutta l’area balcanica vanta un’eccellente tradizione orchestrale) a quelli di travolgente musica balcanica dove milfone euforiche ti infilano una mano nel pacco mentre ti bevi la birra. Ci stanno locali con gruppi indie rock ( eccellente un gruppo serbo ascoltato) e locali jazz con band che suonano come i neri di New Orleans. Io mi sono scelto come tana un posto molto figo, il classico postaccio dove tracannare Wiskey e fare a cazzotti e dive il proprietario e’identico a qel tipo con la barba di “una notte da leoni”; pare che li una sera sia passato per caso Lenny Kravitz e abbia pure fatto un paio di pezzi improvvisati…è dopo Kravitz si è esibito li: in un moto d’euforia alcolica una sera sono salito arbitrariamente sul palco, ho brandito il microfono e mi sono prodotto in una trascinante cover di Minnie the Moocher di Cab Calloway. La platea dall’orecchio ben educato all’inizio ha partecipato attivamente cantando con me poi di e’ lasciata andare ad intemperanze e segnali sonori ottenuti mediante modulazione del respiro e con la frapposizione della lingua alla cavità palatale, in altre parole fischi e pernacchie.
Ma torniamo alla strada, che oggi mi porterà in Kosovo, in una città che attendò con ansia di raggiungere, Prizren, una specie di piccola Sarajevo dal comune destino di sciagure e grandezza. I modi individuati per raggiungerla sono 3: il primo, il più affascinante, e’ attraverso le cd Montagne Maledette, questo lembo estremo e selvaggio nell’Albania del Nord, da cui poi discender in Kosovo attraverso un sentiero che era quello dei miliziani dell’Uck ai tempo del conflitto, ma richiede troppo tempo e dovrei tornare in Albania e sobbarcarmi 2-3 giorni di cammino. Vi è poi la via convenzionale, attraverso la capitale macedone Skopje, ma da li devo passare più avanti nel viaggio perché ho un imperdibile appuntamento con un amico, e per una mia cosa strana non ripeto mai in un viaggio la stessa strada due volte, mi sembra di stare perdendo tempo. Vi è poi una terza via individuata, ribattezzata Passaggio a Nord-ovest: si tratta di raggiungere appunto la parte nord occidentale della Macedonia, densa di siti interessanti tra l’altro e giungere ai piedi delle gigantesche Sharr mountains, dette anche “terre dei cani feroci “, perché da qui proviene il gigantesco cane pastore kossovaro, che i locali lasciano libero di accudire le greggi sulle montagne e non si contano le aggressioni a persone. Il Kosovo e’giusto dietro le imponenti Sharr Mountains ma non si registrano bus o mezzi di linea che seguono questo tragitto, ne e’fatto di sapere se tra quei monti esista una valico di frontiera. Dalla mappa di google earth riesco solo a distinguere una strada che s’inerpica per quelle giogaie salendo dalla Macedonia, ma con quale mezzo non saprei come percorrerla. Ad ogni modo mi decido per cercare il Passaggio a Nord Ovest verso il Kosovo. Un primo bus lascia il lago di Ohrid all’altezza di Struga, pittoresca località ove a fine mese si tiene un festival di poesia a cui hanno preso parte pure Allen Ginsberg e Neruda, si inerpica poi su un monte per arrivare all’abitato di Vevcani. Davvero un posto singolare assai! Pensate che gli abitanti, alla caduta della Jugoslavia, proclamarono qui una strampalata Repubblica di Vevcani, non riconosciuta da nessuno stato. Mi fermo qui a fare colazione e chiedo al tipo subito lumi sulla Repubblica, lui ovviamente si proclama un fiero cittadino di questa “nazione” e così compro al mio amico Francesco Staiano, collezionatore di bandiere, la rarissima Bandiera della Repubblica di Vevcani, assolutamente introvabile. Sempre restando in tema di casa Staiano diciamo, faccio un volo pindarico in avanti di qualche ora, ad adesso in Kosovo, ove stanno trasmettendo alla tv una fiction impastata di nazionalismo indipendentista e che irride il presidente serbo, descritto come un vecchio rincoglionito. La gente sta tutta radunata nei caffè a vedere sta fiction, come in Italia nel dopoguerra quando ci si radunava per veder la tv. Ebbene il protagonista di sta cosa, mi pare di capire una sorta di esattore delle tasse kossovaro e molto fiero di esserlo, e’ tale e quale, ma proprio sputato, sia di faccia che per la voce, a Mauro Salvia.
Ma torniamo sulla strada: da Vevcani arrivo a Debar, ove sta un bellissimo monastero che vedo dal finestrino, quello di San Giovanni il Costruttore. Ormai ci siamo, sopra il monastero si ergono le Terre dei Cani Feroci. Devo solo trovare il passaggio attraverso di esse,roba nda niente. La strada piega ora da ovest verso nord sempre bordeggiando le montagne. Giungo ad una città chiamata Tetovo, dove ho pure il tempo di visitare un sito incredibile, la Moschea Dipinta, bellissima, che sta dentro una “tekke”, una sorta di comunità, di Dervisci berkashi. I Berkashi sono una costola dell’Islam che si caratterizza per essere più tollerante, ammettono il consumo di alcool e la condizione della donna risulta meno segregata. E’un approccio più filosofico, sul modello Sufi dell’Iran, ecco spiegata la presenza dei Dervisci, quei monaci che danzano seguendo il movimento dei pianeti. Tuttavia sono un po incazzosi sti dervisci: uno di loro quasi sbranava una cretina che vicino alla figlia ha detto una cosa tipo :”vieni bella di mamma, andiamo a fare la foto con Babbo Natale”….ovviamente il barbuto derviscio vestito di verde aveva sacrosanta ragione ad incazZarsi. Ma ecco che da questa Tetovo becco un furgoncino privato, che partirà quando sarà pieno e salirà su per le Terre dei Cani Feroci fino in Kosovo, a Prizren. Ce l’ho fatta, ho trovato il passaggio a Nord Ovest! E dopo una lunga ascesa di per i monti sono in Kosovo, proprio mentre attraverso la frontiera mi pizzica un’ape, un altro segnale degli dei, ma fa niente. Sono troppo felice lo stesso. Se i Balcani fossero un inferno, il Kosovo sarebbe la sua bocca di Lucifero, il suo ultimo girone, ma per quanto mi riguarda i Balcani somigliano più al paradiso. Ogni villaggio ha la sua moschea qui, con alti minareti ma costruiti di recente, evidentemente perché a qualcuno era saltato in testa di abbatterli. Ma quel qualcuno non c’è più ora, i serbi corrispondono ormai al 2% della popolazione, in pratica trovare un serbo in Kosovo oggi e’difficile come trovare uno che ha votato Fini o Casini in Italia. Ma e’uno stato di cose transeunte: dal 1300 ininterrottamente e a fasi alterne musulmani e serbi si scacciano dal Kosovo gli uni con gli altri. E arriva Prizren, bellissima, una vera città d’arte con un ponte in pietra secondo per bellezza solo a quello di Mostar in Bosnia, una bellissima moschea, un centro storico spettacolare e un bagno turco settecentesco dal quale sono appena uscito. Altro che quelle SPA di lusso che sembrano camere a gas, si sta distesi qui su blocchi di marmo bianco tra omaccioni baffuti che ti scrutano severo. Tutto promette bene a Prizren e come ogni città balcanica riserverà sempre delle sorprese, cose che la rendono unica.

Per ora vi segnalo questa, che riguarda la toponomastica. Durante le diverse occupazioni della città, i nuovi occupanti prendevano di volta in volta a ribattezzare le strade coi nomi dei loro eroi e simili. I turchi intitolavano le vie a qualche loro condottiero, poi arrivavano i serbi e cambiavano i nomi alle vie con quelli di qualche loro generale, la stessa cosa facevano poi degli albanesi…. Adesso e’arrivata la forza di pace della Nato, la Kfor, e per levare la frasca da mezzo e non fare arrabbiare nessuno ha deciso di ricorrere alla Pet Therapy: le strade sono state ribattezzate con innocui nomi di animali e di piante. Ci sta via dei gatti, via dei cani, largo della giraffa….. Io alloggio per esempio in via dei Fiori Blu n 29, e l’Italia non mi manca manco po’ il cazzo

Il Vello d’oro- giorno 6- Tragicomiche disavventure di viaggio

Giorno 6
Golem Grad. Di questo posto mi arrapa già il nome, che in lingua slava significa Grande Città ma sta qui ad indicare un’isola, un’isola nel lago di Prespa abitata da soli serpenti e ove gli uomini non mettono più piede. E non ce lo metterò neanche io purtroppo, costretto che sono a rimirarla dalla sponda orientale, perso e sconsolato tra i canneti e gli alberi grondanti mele verdi, tra le vacche che pascolano allo stato brado sulla riva. Sarei tentato di raggiungerla a nuoto, sarà poco più di un miglio marino ma non so fine a che punto e’il caso di sbarcare su di un’isola infestata di serpenti solo in costume da bagno…e poi oramai ho paura a lasciare le mie cose qui, in questo villaggio di pietra abitato da lestofanti travestiti da contadini coi nomi delle rockstar. Si, mi è capitata un po’ una storia di merda. Avevo fatto forse troppo il bellillo nei post precedenti, ad atteggiarmi al viandante sopra la nebbia, il viaggiatore ottocentesco e bubu babba-ba: oggi mi sono fatto fottere da uno zappatore macedone con delle modalità da crocierista giapponese ottuagenario che sbarca a Forcella. Proprio di un giapponese mi sovviene il ricordo, un tizio che anni fa sbarco’ in albergo, un fesso di dimensioni cosmiche. Era atterrato a Capodichino ed a un certo punto nota un tipo napulegno con un cappello o una scritta “Capri”, gli si avvicina e questo gli fa: “Capri? Si certo, Gatto Bianco, come no, io sono un loro impiegato certo certo. Ma guardi che Napoli e’una città pericolosa da attraversare…faccia una cosa: paghi tutto a me, non si preoccupi”…gli consegnò qualcosa come due milioni e mezzo delle vecchie lire e si presentò alla reception con un biglietto scritto a matita ove si leggeva “tutt pagato”, senza la o finale di tutto. Ricordo ancora gli agenti in commissariato che si sbellicavano dalle risate mentre lui rompeva in un pianto….Vabbe a me una trentina di euro scarsi m’hanno inculato ma è il principio che è inaccettabile. Ma andiamo con ordine. Dunque arrivare a Golem Grad non è facile, a meno che non si vada con un’escursione organizzata, eventualità ovviamente manco considerata. Prendo un bus che scavalca le foreste del monte Galicica, ove sorge un bellissimo parco naturale, e arrivo in una città senza pregi d’arte chiamata Resen. Il luogo e’ noto per essere stato l’epicentro dell’insurrezione dei Giovani Turchi, nome oggi mutuato pure da una corrente del Pd, ma per cosa si caratterizzi sta corrente e in così si differenzi dalle altre 26 correnti del Pd non l’ho capito. Forse non l’hanno capito manco loro, deve essere per questo che la città fa così schifo. Da qui giungere ad uno di villaggi costieri del Prespa lake e trovare poi una imbarcazione per l’isola risulta molto difficoltoso, e poi nessuno spiaccica mezza parola diversa dal macedone. Poi trovo un tizio che parlotta un discreto inglese, cominciamo a parlare, e’un perito agrario, mi dice di venire da una villaggio costiero, Dolno Dupeni e che a quest’ora e’ormai impossibile salpare per il lago. Ma perché sono io, perché tifo per la squadra di Goran Pandev, proverà a chiamare un suo amico al villaggio, un certo Vasco e chiedergli la cortesia di portarmi in barca a Golem Grad. Vasco a tel fa un sacco di storie ma poi ok mi porterà, fanno 30€. Poi mi rimedia pure una sorta di catorcio con autista per percorrere i 30 km fino a Dolno Dupeni, al confine con la Grecia in fondo al lago. Solo devo pagare in anticipo a lui, Vasco non accetta denaro, forse per qualche sua scelta filosofica. Fiuto l’inganno ma penso che magari si vuole solo fare una cresta su Vasco, a cui dara’ solo una parte dei 30 € pattuiti. E poi altra scelta non ho: o cosi’ o mi scordo Golem Grad. Monto su sto catorcio con al volante una sorta di sordomuto, percorriamo tutta la sponda est del lago bellissima tra girasoli e meleti e giungiamo a Dolno Dupeni, un bel paesino di case in pietra e vecchi incartapecoriti al sole. Il villaggio conta 116 abitanti e nessuno di loro si chiama Vasco…..ma che pesceee. Ma come si fa ad essere così coglione, ma manco Sergio Megna quando voleva pagare al Qube con gli euro di cioccolata! A mia parziale discolpa devo dire che ero ancora nella obnubilescenza della risacca come dicono gli spagnoli, insomma con la capata del’hangover per il seratone di ieri. Avrei forse dovuto tenere a mente l’ammonimento di quella orribile canzone di Jovanotti “no Vasco no io non ci casco” e invece sono andato come un merluzzo sul classico E più famoso Vasco nazionale: “siamo solo noi, eh che andiamo a letto la mattina presto ( eh si), che ci svegliamo con il mal di testa ( hai voglia), siamo solo noi, che ci facciamo inculare da perito agrario macedone, siamo solo nooooi”……


Fosse niente i 30€ ma mi hai schiattato la giornata e non mi hai fatto andare a Golem Grad, pezzo di merda di un perito agrario macedone. Non mi resta che lanciarti contro il terribile anatema del Palillo, un anatema-anagramma: perito agrario= perirai girato, o ancora “agiterai porro”.
Ad ogni modo, svanita la delusione iniziale, sono subito passato al contrattacco. Mi sono recato presso il comando della zelante polizia macedone e non mi sono limitato a sporgere formale denuncia, ho fatto qualcosa di ulteriore: ho messo una taglia sulla sua testa. Ho promesso ai policeman macedoni, dei veri duri usciti da un film western, che chi di loro riuscirà a prendere il bastardo vincerà un week end a Capri con la sua compagna presso il prestigioso Gatto Bianco Hotel, con annessi trattamenti di bellezza e quant’altro nella SPA di prossima inaugurazione. Il più duro dei duri dei policeman, Jancko, uno che vedrei bene dentro Django Unchained, e’subito voluto partire con me dentro la Jugo d’ordinanza alla caccia del bastardo per una ronda urbana per ora infruttuosa. Mi ha comunque promesso sul suo onore che se lo becca, gli riserverà un giochetto che facevano alle reclute nelle caserme ai tempi del maresciallo Tito. Me lo immagino già il bastardo perito agrario tra le grinfie di Jancko, magari col suo amico immaginario Vasco mentre canticchia “vorrei possederti sulla poltrona di casa mia con il rewind”….
Stasera ultima notte nella folle Ohrid e poi domani in marcia per il Kosovo, attraverso le cd Terre dei Cani feroci. Roba da veri duri

Il Vello d’oro- giorno 5- La città della Luce

Ohrid, Ocrida per i Veneziani, per gli antichi greci Lichnidos che sta per “città della luce”. In effetti la Luce e’ qui ciò domina il tutto: l’intera vallata alluvionale e’ pervasa da un colore accecante e insistente, implementato dal riverbero sulle acque del lago ed assume delle colorazioni insolite di giallo che ho visto solo in città del Nord-Africa, a Tangeri o Marrakesh.


Devo dire che almeno sulle prime Ohrid, una delle tappe cruciali del viaggio, mi ha lasciato una brutta impressione: vi arrivo ieri pomeriggio, stanco e straquato, e mi trovo a percorrere una via che mi pare una delle arterie principali, insozzata di posti oggi e volgari, pizzetterie di infima qualità, kebabbari di plastica, cianfrusaglia per una marmaglia di gente scontata e stupida, ci stanno pure quei fessi che si travestono da mummia o da statua della libertà che stanno pure a via Toledo a Napoli e a cui avrei voglia di tirare un ceffone e quegli altri stronzi che quando cammini ti mettono addosso un serpente addomesticato per fare la foto imbecille da mandare a casa. E ho fatto 7 ore di finimondo tra le montagne dell’Albania per sta puchiarella? Ah, ma quanto mi sarebbe piaciuto vivere e viaggiare nell’800, ai tempi di Friedrich il pittore e del suo “Viandante sopra la nebbia”, o anche solo 100 anni fa, quando ogni villaggio era diverso uno dall’altro, quando non c ‘era bisogno di scegliere di essere autentici, invece di trovarmi in sta pialla culturale di gente tutta uguale, che mangia la stessa roba uguale, che ascolta la stessa musica uguale, che campa per essere uguale all’altro. Ad ogni modo, per quel che mi riesce , provo a viaggiare come si faceva nell’Ottocento, a muovermi nello spazio rispettandolo e non calpestandolo sbadatamente. Un viaggiatore si muove attraverso i luoghi e le loro peculiarità, non attraverso esemplificazioni di esso. Quando sento una persona dire “quel posto e’a un’ora di macchina, due ore di aereo da quell’altro” so di essere di fronte a uno che si sposta per un motivo diverso dal viaggiare. Chi viaggia come l’uomo ha viaggiato per migliaia di anni prima delle low cost, del chilometraggio e altre diavolerie moderne, ti parlerà a proposito dello spostarsi da un luogo ad un altro di valli da percorrere, monti da scavalcare, fiumi ponti limiti naturali e cose simili. Per me prima di tutto in un viaggio sta la geografia, lo spazio, poi la Storia, il tempo, ascisse e ordinate di ogni viaggio, il resto sono coglionerie.
Nondimeno Ohrid si riscatta molto presto: lasciata quella via balorda, il centro storico e’uno scrigno di tesori da disvelare. In un ginepraio di viuzze arcigne si realizza una sintesi difficile tra Venezia e Costantinopoli, e in effetti il luogo e’piu o meno equidistante dalle due potenze storiche dell’area. Proprio nel centro storico, sulla costa Abras, trovo alloggio presso una vecchia signora, che mi mette a disposizione una bella stanza adagiata sulle acque del lago ed ho pure a disposizione una barchetta a palelle casomai per andare a pesca. Direi che per 20 euro non sono caduto male. Che poi qui nel lago vivono animali stranissimi e unici, piccole creature endemiche dotate di una forza sensazionale: c’è la trota di Ohrid che vive solo qui ed ha carni rosa come un salmone, o l’anguilla di questi posti, capace di una viaggio incredibile. Pensate che questo piccolo animale viene a deporre le uova qui dopo una migrazione che nientedimeno parte dal Mar dei Sargassi, un posto della terra ch si trova dall ‘altra parte dell’oceano Atlantico, all’altezza per intenderci delle isole Bermuda!!!! In pratica questa anguilla fa a ritroso un viaggio che l’essere umano non era mai riuscito a compiere prima di Cristoforo Colombo o forse dei Vichinghi, con buona pace di quel coglione di Voyager, Kazzenger Giacobbo, secondo cui Ncje gli antichi egiziani avevano attraversato l’Oceano prima di imbarcandi su di una astronave per imparare dagli alieni a costruire le piramidi e magari i frigoriferi in acciaio anodizzato con cui ibernare le mummie e la scatola cranica di Giacobbo, da usare poi come cassa acustica a percussione visto che è vuota…. Incredibilmente entrambe le specie animali sono in vendita cucinatr nei ristoranti sul lago ma è uno scempio indicibile mangiarsele!!)
Ohrid possiede una serie di tesori tutti da scoprire, posti in scala verticale. Sulla sommità di una colina c’è un fortilizio veneziano, da cui si ammira tutto l’enorme lago, vasto come una mare e difatti si agita tanto quando arrivano le trubbee. Sotto sta la basilica di San Clemente, con bellissimi mosaici, ma non si sa perché, a destra e sinistra della stessa che costituisce una cartolina della Macedonia intera stanno due cantieri orribili, coi plinti di cemento e i piloni di ferro a vista. Chiedo lumi e un tipo mezzo hippy all’ingresso mi dice che quello a sinistra e’il cantiere per rimodernare la secolare università di San Cirillo e Metodio, e fin qui ci può stare. Tra l’altro il tipo pare assai ansioso affinché l’università di San Cirillo e Metodio riapra, perché li l’estate si tiene un prestigioso corso di lingua macedone che fa registrare un afflusso di femmine da mezza Europa e che a suo dire lui si tromba tutte….scendo più in basso lungo il crinale della collina, per un bosco di cipressi secolari, e si manifestano una serie di incontro strani. Il primo e’ un tipo, Jovan, che si dice un filosofo e con il quale cominciano a conversare sulla sottostante chiesa di Kaneo, che significa pietra, e a suo dire la pietra e’il concetto fondamentale, l’arche’ della cultura del luogo, per una serie ben argomentata di motivi. Poi il discorso si ingarbuglia sull’esistenzialismo e la teologia, ma Jovan oltre a fare il filosofo mi da l’impressione pure di tenere un po’ di polvere ncopp a recchia, visto che comincia a ridacchiare in maniera cretina e a far una serie di apprezzamenti gratuiti sulle mia spalle, a suo dire robuste come quelle del cavallo di Troia. Bah….poco più in basso invece nel bosco m’imbatto in una tartaruga, e a questo punto capisco il tutto. Sitratta di segnali inviatomi dagli dei, questa volta in chiave non ostile, ch interpreto così: la giusta via per arrivare al Vello d’Oro passa attraverso la saggezza ( il filosofo) ma deve essere costante e lenta ( come una tartaruga). Tra l’altro con il filosofo Jovan abbiamo parlato pure di religione, dello Scisma d’Oriente e della chiesa ortodossa vigente qui, quindi interpreto il tutto alla luce di un canovaccio che nella cultura napoletana legge in lui una figura da sempre foriera di buona sorte: quella del prevete ricchione. Visito la sottostate chiesa di Sant Jovan Kaneo, una cartolina perenne dei Balcani adagiata sul lago e con stipendi affreschi del Trecento, poi scendo nella spiaggia sottostante sul lago, dove si registra un tasso incredibilmente alto di figa: sono proprio belle le donne Macedoni, la perfetta sintesi della bellezza slava e della conturbante sensualità ottomana.
Nel pomeriggio fitto una bici e vado in esplorazione sulla sponda est del lago. Becco una stupenda spiaggia deserta che mi fa pensare a Mesola in autunno, e poi un altro lido ove su un Prato stanno persone adagiate a fare grigliate e giocare a scacchi, che mi fa pensare ad un quAdro di Manet di cui non ricordo il nome. Poi becco stasera un ristorante in la fella di luna che appare dietro San Jovan Kaneo, che mi fa pensare a quanto malvagio può essere l’essere umano, dal momento che mi ordino prima la trota in via d’estinzione e poi l’anguilla venuta fin qui dal Mar dei Sargassi, un’altra volta si impara a starsene a casa sua!
Domani e’ la volta di Golem Grad, un’isola su un lago vicino abitata da solo serpenti. Speriamo solo che i serpentelli non vogliano vendicare la loro cuginetta acquatica anguilla!!

Il Vello d’oro- giorno 4- La “strada fascista”

Giorno 4
L’alba su Argirocastro conferisce un senso al nome della città, che letteralmente significa “Fortezza d’Argento”: il pallido sole del mattino bagna le pietraie di queste colline metallifere facendogli assumere sfumature argentine che quasi accecano. Al di la di questo suo nome pregno di mitologia, Argicastro e’ anche dal punto di vista storico un luogo che si presta all’epica e alle epopee di eroi e viandanti. Tra le tante rinvenute, scelgo quella che mi ha portato qui( che per la verità’ e’piuttosto di fantasia ma per me rappresenta qualcosa di storico nel senso di immortale), quella di Brancaleone da Norcia, che dopo lungo peregrinare giunge nel feudo di Aurocastro per reclamarne il possesso. Il nome e’ cambiato in Aurocastro, fortezza d’oro, ma è ispirato a questo luogo, anche perché ce lo vedrei proprio a Monicelli qui ad aggirarsi sgorbutico per le vie del paese e bere un raki con i vecchietti del paese.


Ma l’epopea di un’altra armata, assai più realistica e drammatica, si è consumata in questi luoghi: quella dell’Armata italiana durante la seconda guerra mondiale. Da Argirocastro parti’ l’invasione o meglio il tentativo di invasione italiano della Grecia, tramutatosi in uno sciagurato fallimento ed un bagno di sangue per le nostre truppe. Il comando italiano predispose un’invasione in larga scala, con un’offensiva su una linea di fronte molto esteso, che andava dai monti Grammoz fino al mare, anziché concentrare le truppe in un unico punto e tentare uno sfondamento.
Ma su tutta la linea le forze italiane non riuscirono a fare pochi km che furono arrestate dai difendenti greci, attestati dietro la cd linea Metaxas, un sistema di trincee e fortificazioni ispirato alla linea Maginot francese. Si tratterebbe di un sistema difensivo vecchio stile e ormai superato, come dimostrato sullo stesso campo di battaglia francese dai tedeschi, ma gli italiani non dispongono di mezzi corazzati degni di questo nome e quand’anche risultano scarsamente efficaci sulle alture del Pindo e del Golik. Il comando italiano si decide allora ad inviare un’intera divisione in avanti, oltre le linee nemiche, nel tentativo di aggirare da dietro il nemico e sperare in una crisi politica e sociale del paese greco. La divisione alpina della Julia viene mandata in avanti oltre le linee nemiche senza appoggi e con scarsi rifornimenti. L’avanzamento avviene a costi elevatissimi in termini di vite umane e quando ormai riesce, alla Julia viene impartito l’ordine di fare dietrofront perché il resto della linea dietro e’ormai impantanato, gli italiani da attaccanti sono costretti a difendersi e rischia di cadere proprio Argirocastro sede del comando generale. La ritirata e’un ulteriore bagno di sangue e la Julia viene più volte immolata per permettere il rientro del resto delle truppe ormai allo sbando. Presso un luogo non lontano da qui, che Brancaleone avrebbe chiamato “cavalcone”, il ponte di Perati, la Julia subisce una carneficina tra le peggiori della seconda guerra mondiale. In particolare il battaglione Cividale viene prescelto per tenere il ponte ad ogni costo e per un numero sufficiente di ore a permettere la ritirata del grosso delle truppe, sotto il tiro delle mitragliatrici e dei mortai greci. Dei 1.200 uomini che componevano il battaglione Cividale, dopo la battaglia del Ponte di Perati ne restano vivi 18. La terribile mattanza e’ricordata in un tristissimo canto alpino che recita: “Sul ponte di Perati bandiera nera/ e’ il grido della Julia che va alla guerra/ la meglio gioventù che va sottoterra.”

Tra gli alpini superstiti s’insinua un forte malcontento verso il regime fascista reo di averli imbarcati in questa campagna senza senso ( l’anno seguente la Grecia si sarebbe arresa ma alla Germania, non lasciando che poche briciole di territorio all’Italia) e tra le truppe si diffonde uno slogan, “Abbasso Mussolini l’assassino degli alpini”. Molti degli alpini superstiti al loro rientro in Italia riabbracciano il fucile ma per un’altra causa, quella del l’antifascismo, offendo la loro competenza militare e la capacità a muoversi in territorio montano alla Resistenza. Molti tra i reduci affermano che e’ durante la campagna di Grecia che è nato o perlomeno si è sviluppato in maniera visibile l’Antifascismo. Mi permettere questa digressione di cd “petite histoire”, termine bellissimo ma intraducibile in italiano a meno di tradirne il senso, e’come tradurre Palillo in inglese, viene fuori un “little stick” dopo aver udito il quale le ragazze americane sorridono imbarazzate e si allontanano equivocando per qualcosa di dimensioni insoddisfacenti.
Ma veniamo alla cronistoria di questa rutilante giornata: ci si sposta da Argirocastro a Korca attraverso una delle strade più pericolose e spettacolari al mondo, una sorta di muraglia cinese di fortificazioni e bunker messo su proprio dagli italiani tanto da darsi il nome di strada fascista. Il binomio strada-bunker qui in Albania e’piuttosto singolare: il fulminato dittatore Enver Hoxha aveva tra le sue mille paranoie quella di essere invaso così faceva di continuo distruggere e ricostruire le strade di confine, e fece costruire poi un milione e mezzo di orribili bunker in cemento armato,uno per ogni famiglia albanese. Si tratta di indistruttibili funghi, impossibili a rimuoversi perché pesantissimi che ancora oggi ovunque apprestano il paesaggio. Arriva il furgon da Saranda con la scritta “Korca”, dentro sono già stipati come sardine e sperano che il conducente non mi faccia salire. E’il classico caso di relativismo: quando sei giù da un bus o una metro, ti affretti e speri che quello non parta, dopo un secondo che sei a bordo iastemmi il conducente perché si sbrighi a partire e non faccia salire più nessuno. Una stronza Austriaca e’piu relativista di altre e chiede apertamente al conducente di non farmi salire, ma mr Nishi la manda fortunatamente a cagare. La prima ora di strada e’diciamo di riscaldamento, con il fondovalle del fiume Drinos e continui saliscendi. Si potrebbe accorciare il km magari facendo dei tunnel ma forare le montagne costano, così si sale e si scende da queste colline come avviene sempre in tutte le strade dei paesi poveri. Si svolta verso nord, la stronza austriaca ora vorrebbe che a scendere fosse il coducente perché lo ha visto bere una grappa al bar e al suo paesino di merda in Austria mettersi al volante dopo aver bevuto alcool comporta l’arresto immediato. Il bello e’che mentre questa parla, il marito da dietro cerca di apparare sorridendo e chiedendo scusa, guardando poi nel vuoto per chiedersi ancora una volta come ha fatto a sposare sto catafalco di femmina. Passata una città chiamata Permet, comincia l’ascesa verso il Barmash pass e comincia l’inferno. Chilometri di sterrato costellato di buche Nel furgon malandato cominciano ad agitarci come dentro una lavatrice, e lo sbattere senza sosta forse ci fa dimenticare gli orrendi burroni che si aprono lo sotto di noi, a pochi cm e senza parapetto manco a parlarne. Comincio a pensare di scendere anzi mi decido a farlo, mi dico “faccio un’altra curva e scendo” poi ne aspetto un’altra , e un’altra ancora, poi tiro avanti pensando al mio idolo che su questa salita li avrebbe steso tutti: Marco Pantani. Di tutti gli sportivi e’quello forse che mi ha maggiormente rapito il cuore, appartiene a quella categoria di geni sregolati, perennemente inquieti ed autodistruttivi, di cui fanno parte Maradona e Cassius Clay,che conoscono solo le stelle o la polvere. Nello sport come nella vita, i tipi seri, professionali coerenti, i Cavani o i Nedved che si allenano il giorno di Natale sotto la pioggia, mi acchiappano fino ad un certo punto poi mi annoiano. Ricordo gli anni univesitari e quelle inteminabili giornate di giugno a studiare dei mattini di libro di procedura civile e diritto conmerciale, mentre mi facevo nel mio piccolo coraggio vedendo Pantani che come una pulce al Tour de France li massacrava tutti. Marco me lo immagino ora qui, sul Barmash Pass che pare non finire mai. Nel ciclismo usano il termine “gli indiani” per indicare la vetta di una montagna, e’un termine scaramantico, dire la cima o la vetta porta sfortuna. I nostri indiani sono rappresentati da una fortificazione credo araba posta a 1800 metri dove ci sta ancora persino la neve. Ma doppiato l’orrendo passo, la strada fascista non è mica finita! Ci sta la discesa, l’abuso verso la gola del Vojosa e poi la risalita sui monti Grammoz. Tra gli occupanti del veicolo comincia ad instaursi un clima di follia e solidarietà, ci sentiamo i protagonisti di un’impresa epica. La prima a sentirsi male e’ la stronza austriaca, seguita da due olandesi in viaggio di nozze che vomitano tenendosi per mano e che stamattina devono aver mangiato agnello. Ad un tratto ci fanno scendere in una foresta presso una sorgente per ristorarci, fa un freddo cane e per di più prende anche a piovere. Presso questa sorgente viene imbottigliata l’acqua che beve la nazionale di calcio albanese ci dicono. Credo di aver capito perché l’Albania non ha mai fatto numero nella smorfia a pallone, vuoi veder che li fanno salire qua su per bere? Dopo la quarta ora di strada fascista ( che poi tanto fascista non è’, i bunker e le fortificazioni sono anche saracene, medievali e di epoca comunista), credo di esser caduto in una sorta di catalessi e di demenza, ricordo che passivamente venivo sballottato dentro questo furgon stando con gli occhi chiusi immaginando una volta di stare nello spazio, un’altra in discoteca, un’altra volta sui tronchi all’edenlandia. Alla fine quasi mi era subentrata una sorta di Sindrome di Stoccolma nei confronti di Nishi l’autista che mi teneva costretto in quel furgon infernale ma a chi volevo bene perché ad ogni curva mi salvava la vita evitando il precipizio. Come si possa guidare per 7 ore su una roba del genere e non finire fuori strada io non lo so, e’consjderata tra le pime dieci strade più pericolose al mondo e me la ricorderòfinche campo. Ad un tratto, quasi non ci credo, finisce, una francesi ma vicina a me scoppia a piangere e corre a telefonare sua mamma. Siamo a Korca, città gradevole con 5 musei e una birra ottima che non ha niente da invidiare alla Guinness. A korca una bella sorca mi rimette al mondo servendomi un agnello al forno squisito. Fuori e’scoppiato un finimondo di temporale ma potrebbe scendere pure Gesù Cristo da cielo non me ne fotte: ho superato la Korca-Gjrokaster road e per la prima volta dall’inizio del viaggio cominciò a sentire che l’impresa intera di arrivare fino in Caucaso può essere fattibile, E’un po’ come quando una squadra ad un mondiale vince un turno di qualificazione per 4 a 3 in rimonta: magari si è avuta un po fortuna ma nello spogliatoio subentra la convinzione di essere più forti, di poter arrivare in fondo. Io comincio a sentire che il Vello d’oro, sebben lontano ancora migliaia di km, può essere raggiunto. Korca si trova sulla cima di una montagna, corro ad un punto panoramico e sotto appare ciò che immaginavo: la piana di Pelagonia, la Macedonia e i laghi di Prespa e di Ohrid. Quest’ultimo era chiamato dai Greci Lychnidos, letteralmente la Città di luce, e mai nome fu più azzeccato perché sotto le nuvole il lago e’ rischiarato da una luce bluastra e un bellissimo arcobaleno cinge le due sponde del lago. Giungerò ad Ohrid nel pomeriggio per una via più facile, la via Egnatia costruita dai Romani e varcando la frontiera con la Macedonia presso un luogo chiamato Sveti Naum, ove sorge un bellissimo monastero che conserva una palla (inteso come testicolo) di sto Naum.
Nel vedermi sulla cima di quella montagna, sopra la coltre di nebbia e con i laghi sottostanti mi è venuto alla mente quel bellissimo quadro di Friedrich, un pittore di epoca romantica, che mi pare si chiama “viandante sopra la nebbia” , ora non vorrei sparare una vongola ma andare a controllare su wikipedia e’ troppo squallido, ma mi sono venuti in mente pure i giorni faticosi e caldi di luglio spesi al lavoro su circumvesuviana centri direzionale e altro, in cui sempre guardavo avanti pensando a quando poi avrei guardato il lago di ohrid dall’alto della rupe di Korca, ho pensato a tutto questo e mi sono commosso