El mundo perdido – giorno 8: la Candelaria, una piccola “Macondo” racchiusa dentro una metropoli

Non sono ancora le sei della manana che un non troppo convinto sole bagna già il legno pastellato del patio della Casa della Vega. Sul banco della portineria sta un piccolo campanello, di quelli che si usano negli alberghi per richiamare l’attenzione del portiere ma il suo vibrarsi reiterato non pare sortire l’effetto sperato dagli ospiti anglosassoni, nel senso che nessuno fa capolino dalla portineria. Si affaccia invece dalla cucina la bellissima indios di etnia Muisca delle colazioni, col suo copricapo arancione annodato come un turbante, che spiega non senza difficoltà lessicali che la senorita Carla il giovedì accompagna il nino a scuola prima, poi regresa con la moto del suo novio per le 6: 20, 6:25 della manana. Non si sbaglia: non saranno le 6:30 che si ode un gracchiare di motoretta sul selciato della Calle de la Fatica, per poi inforcare Calle de la Paz alla spicciolata. Un bacio appassionato tra i due al momento del congedo vale a metter di buon umore il senor Carlito della panetteria di fronte, forte sostenitore dei valori della famiglia tradizionale, che invita la giovane coppia a mettere al mondo pargoli e convolare a giuste nozze. “Aqui non siamo nel Chapinero, dove nel week end todos los maricones si baciano ubriachi per strada. Questa è la Candelari: grazie alla protezione della Virgin Maria qui gli uomini stanno innamorati delle DONNE, non di altri uomini!”. Nell’invocare la protezione della sacra vergine Maria, l’uomo volge lo sguardo alla sovrastante altissima montagna, ove sorge un santuario cui tutti i locali sembrano assai devoti e a cui si accede con un teleferico, una funivia, la cui stazione sta giusto appena la bellissima Iglesia de las aguas, edificata su una sorgente non lontano, anzi in pratica in mezzo alle due costruzioni sorge anche la bella Quinta de Bolivar, lussuosa dimora dell’eroe del continente prima che in vecchiaia si sputtanasse tutto in donne e tavolo verde. L’ascesa al santuario merita, a condizione che non costituiscano un problema per il vostro organismo i 3.220 metri della stazione a monte, e permette di gustare una visuale apprezzabile sulla sconfinata città personalmente mi ci mancava poco davvero per rimanerci secco, atteso che manco uscito dalla funivia mi ha preso un quasi coccolone per via dell’altura: avrò bisogno di incamerare parecchi globuli rossi se voglio più avanti nel viaggio risalire le Ande fino al Machu Picchu. Ad ogni modo, eccoci sopra la sconfinata Bogotà megalopoli da 20 milioni di abitanti, più di Londra e New York. Roma, Milano e Napoli messe insieme arriverebbero a poco più della metà. In gran parte edificata in tempi moderni con grattacieli e grande spendita di calcestruzzo, la gigantesca bestia nasconde un cuore pulsante che pare fermo al Seicento, fatto di salite in selciato e chiese in legno edificate dagli Spagnoli al tempo dell’Inquisizione, il cui ultimo apostolo è l’inconsapevole panettiere Carlitos, quello che condanna e forse brucerebbe vivi los mariconazos del quartiere rivale, il più modaiolo Chapinero questo è il mondo incantato è lento, molto lento mentre tutto intorno si corre, del quartiere della Candelaria con le sue case colorate ognuna diversa dalle altre abbarbicate su pendi ripidissimi ed il suo saper disvelare subito un mondo, un mondo intimo e ciclico sospeso tra ricordi e una impronta di magia. Insomma la Candelaria è per me una Macondo, la città forse immaginaria di Gabriel Garcia Marquez in “Cent’anni di solitudine”. O ne è forse solo un gustoso primo assaggio, giacché tra i vari mondi perduti di cui sono alla ricerca vi è anche quello di rintracciare da qualche parte sull’altopiano ove scorre placido il rio Magdalena quel pueblo ove sotto un patio fumava la pipa il colonnello Aureliano Buendia e ove ogni secondo giovedì del mese gli zingari venivano a portare il ghiaccio. Ovviamente parlo ancora di Macondo