La fatal Verona, la rubiconda Bolzano

Un’ultima annotazione su Mantova colpevolmente omessa nella precedente “puntata”: se siete tra color che girano il mondo per cercare il sacro Graal, statv a casa, perlomeno nel senso di sovvermatevi meglio sul vostro paese di origine (supponendo che sia esso l’Italia). Si, perché pare che nella bellissima chiesa di Sant’Andrea in Mantova sia custodito in un vasetto il terriccio umido del sangue di Cristo trafitto dal colpo di lancia assestato dal soldato romano deputato all’esecuzione, tale Longino poi amaramente pentitosi della “puncicata” inferta al figlio di Dio tanto da redimersi al cristianesimo e divenirne un martire. Ad oggi, al netto di tesi inconferenti che collocano sto Sacro Graal su e giù per il pianeta, è questa la tesi storica maggiormente accreditata per rintracciare sto benedetto arnese e per la soluzione dello spinoso “affaire”

Detto questo, passiamo subito all’introduzione della prossima tappa, la splendida Verona Rispetto alla piccola Mantova, ha una connotazione più irrimediabilmente “metropolitana” , da intendersi tuttavia in senso non propriamente esteso. Da appassionato di geografia il primo dato che mi balza agli occhi è che la città sorga sulle rive dell’Adige, un fiume dal sapore irrimediabilmente alpino: insomma siamo ancora in pianura, in Padania, ma le montagne si intuiscono , si odorano già a Verona. Lo si annusa anche dagli effluvi dei suoi celebri vini dal gusto risulutamente più corposo di quelli di pianura. Marciando dalla stazione verso l’incantevole centro storico medievale, si balza subito di parecchi secoli indietro di fronte alla consistente Arena e dall’incontro con una ben visibile lupac testimonianze indefettibili di Roma. Poi si dipana il centro, con uno schema a raggiera; le antiche viuzze delle corporazioni e gilde medievali appaiono per la verità troppo ridisegnata a favore di un’opulenza molto consumistica di boutique che fanno la felicità di turisti giapponesi e russi: tra Prada, Zara, Gucci e compagnia cantata non ne manca una e non è che la cosa ovviamente aiuti a conservare un’atmosfera tipica. Ad ogni modo il quadro complessivo non è certo sgradevole e sospinti da una folla frottante di occhi a mandorla, un po’ come lemmings a rotta di collo verso il mare del Nord, ci si incammina quasi meccanicamente verso quello che pare essere il sito di visita obbligato di Verona (dove per la verità ho qualche perplessità a dirigermi. Lungo il percorso si fa comunque in tempo ad ammirare la bellissima Piazza delle Erbe di impianto originario credo romano e le magnifiche Arche scaligere in stile romanico- gotico mausoleo funebre di parecchi della famiglia qui reggente ai tempi della Golden age ovvero i Della Scala. Sta poi il bellissimo Palazzo della Ragione, nella cui corte è stato approntato un francamente troppo invasivo mercatino di Natale ma risulta a questo punto ormai inesorabile la visita alla tappa finale del pellegrinaggio dei lemmings del Sol Levante: la casa di Giulietta ovviamente esattamente come me la immaginavo: preda di un destino analogo alla Sirenetta di Copenhagen o la sala della Gioconda al Louvre, ovvero una sorta di ring di whresling dove dietro fotocamere e telefonini combattono con ferocia inusitata migliaia di occhi a mandorla, pronti anche all’applicazione del codice d’onore Bushido dei soldati del secondo conflitto mondiale pur di portare a casa lo scatto giusto. Evitabile.

Molto meglio deviare verso Castelvecchio e poi il borgo un po’ sonnolento di San Zeno, dove sorge la basilica del protettore della città, che però becco chiusa proprio da un’istante a proposito lo sapevate che tale San Zeno, a dispetto dell’aureola, è collocato da Dante Alighieri all’inferno nel girone degli accidiosi. E v’è di più: in questa balza infernale trovano alloggio altri suoi concittadini celebri come Alberto della Scala, addirittura già con un piede in quella fossa ancor prima di morire, ai tempi della prima stesura della Divina Commedia. Insomma parecchio accidiosi o meglio dire incazzosi sti veronesi a detta di Dante, e di certo non avrebbero trovato diverso alloggio post-mortem parecchi figuri postumi della celebre novella shakespereana del “Romeo e Giulietta”. Ah, badate bene che la prima stesura dell’opera non è di Shakespeare: la trama originale appartiene ad uno scorbutico signore di queste valli, tale Luigi dal Porto, un capitano di ventura del ‘500 che, dopo essere rimasto sfregiato in battaglia, appese la spada al chiodo per afferrare la penna da scrittore, serrato nel suo castello vicentino ed in odio frontale col mondo intero. Il mestiere delle armi porta strascichi imprevedibili insomma….

Ma veniamo alla seconda tappa di questa intensa giornata: un’ora scarsa di treno risalendo il corso dell’Adige in valli che si fanno sempre più strette e rigonfie di neve, fino ad arrivare alla sua confluenza con l’Isarco, ove sorge Bolzano

Ecco una città che saprà sorprendervi e non poco. Sono sicuro la immaginerete sobria e sornione, algido avamposto germanico per qualche coincidenza caduto nei nostri confini: nulla di tutto questo. Bolzano pullula di una vitalità tutta propria , un multiculturalismo singolare dettato da motivi contingenti che ne hanno fatto tappa obbligata di tanti incroci culturali. Da qui è passata la Mitteleuropa dei caffè, cui pare consacrato il bellissimo albergo nel quale alloggio in magnificente “jugenstil” ovvero l’art noveau declinata al tedesco ma prima ancora da Bolzano sono passati per forza di cose decine di eserciti di varie casacche e tanti mercanti: figurarsi che la lingua endemica di certe valli qua intorno, il ladino, è una combinazione di dialetto sei mercanti genovesi e catalani con l’altoatesino: a leggerlo si intuisce chiaramente questo multicolore pedigree, a sentirlo parlare… beh se capite anche una sola parola avete tutta la mia stima. A proposito di lingue, è celebre il bilinguismo di questa zona di Italia, o trilinguismo a volerci mettere anche il succitato ladino a fianco all’italiano e al tedesco: vi dico che a girare per Bolzano, sembrerà di poter affermare che in città viga un deca-linguismo o dodeca-linguismo, non saprei esattamente. La florida industria del turismo invernale delle valli circostanti attrae un numero esponenziale di forza- lavoro in gran parte meridionale , cosicché per le strade è un susseguirsi di dialetti siciliani, pugliesi, napoletani, frammistati al tedesco dei valligiani con quella loro strana pronuncia un po’ fischiata che pare il verso di un merlo. E tutti bevono e bevono nei una volta tanto belli mercatini di Natale si, di solito sti mercatini di Natale mi annoiano e a parte il vin brûlé che peraltro non amo, non mi viene in mente niente da poter comprare manco per sbaglio delle cianfrusaglie generalmente in vendita. Ma qui a Bolzano sono davvero belli, nella piazza delle Erbe come in quella centrale, piazza Walther ove faccio amicizia intorno ad un tavolino esterno con due rubicondi camionisti tirolesi, il cui livello di simpatia aumenta esponenzialmente quando mi rivelano il loro odio viscerale per Salvini e la rovina economica assoluta che una politica di allontanamento dall’Europa (che qui dista 30 minuti di camion) segnerebbe per le loro attività. Ma poi si ritorna nel magnifico albergo in jugendstil, dove è in programma per la edulcorata aristocrazia mitteleuropea locale un scatenato concerto gospel che tracima nel blues e nel soul Forte da morire questa Bolzano, e la cosa più bella vista l’indomani ancora non ve l’ho detta ….

Mantua me genuit

Come molti di voi già sapranno, questo è il verso iniziale di un celebre epitaffio, un’iscrizione funebre apposta su un tomba esposta peraltro proprio a Napoli. Parliamo ovviamente del poeta latino Virgilio. Secondo la leggenda, essa fu dettata dallo stesso Virgilio in punto di morte, circostanza a rigor di logica piuttosto dubbia scorrendo poi il testo (un breve componimento poetico nella forma del distico elegiaco) perché, se è pur vero che il Sommo al momento di tirare le cuoia potesse certo ricordare il luogo ove è nato (“Mantua me genuit”) e intuire quello dove stesso morendo (“Calabri rapuere” ad indicare il Salento, all’epoca chiamato Calabria), appare oggettivamente improbabile che potesse poi conoscere il luogo della sua futura sepoltura (“tenet Parthènope” ovvero Napoli). Ad ogni modo, possiamo per ora considerare l’incontestabile dato iniziale: Virgilio era nato a Mantova, ad Andes per l’esattezza sobborgo rurale alle porte della città.

Della cittadina secondo la geografia dell’epoca “cisalpina”, Virgilio è certamente il figlio più celebre ma, venendo qui, ho presto scoperto che un numero sorprendente di persone e cose celebri sono nate a Mantova: un po’ tutti i Gonzaga come era facile intuire ma anche il pilota Nuvolari e il centravanti “Bonimba” Boninsegna, il buffone di corte Rigoletto cantato poi da Verdi, la torta “sbrisolona” che ultimamente fa furore un po’ ovunque e pure il vecchio zabaione ,un tempo usato come ricostituente d’amore prima dell’avvento della pillola blu. Finanche il Capilupi che da nome al discusso nosocomio caprese dovrebbe aver avuto natali mantovani, ma andiamo avanti.

Mantova si presenta subito benissimo dall’albergo intitolato ai Gonzaga er affacciato proprio su piazza Sordello. Sto Sordello pare fosse un troubadour del 13esimo secolo, nato da queste parti e poi seppellito a Napoli, esattamente come Virgilio. Insomma, se a Mantova fate poesia poi vi atterrano a Napoli…non male! Per la verità mi piace già il viaggio in treno per arrivarci a Mantova, con una sgangherata linea regionale (anzi interregionale) che si dirama a Modena dalla via Emilia per addentrarsi nella Padania più profonda, quella di casolari dediti all’allevamento di maiali (è la zona con la più alta concentrazione di zootecnia al mondo) e tanta tanta nebbia. Si passa il po e alcuni luoghi di battaglia più volte ripetute nella storia, come Curtatone da cui passarono i Lanzechenecchi per andare a saccheggiare Roma su “soffiata” del Gonzaga ma dove secoli dopo anche l’esercito piemontese prese una bella scoppola dagli austriaci nei primi tentativi di fare l’Italia. E alla fine di un pianoro che più piatto non si può appare Mantova, utopia rinascimentale. Sarà la nebbia che va e viene o il Mincio che la cinge come un pitone ma si respira un’aria sospesa ipnotica in queste vie umidissime

L’attenzione viene subito polarizzata dal Palazzo Ducale che appare e scompare dalle nebbie, testa macrocefala di una piccola signoria che seppe regalarsi onori e splendori degni di un satrapo orientale. Il primo dei Gonzaga, Ludovico, aveva infatti ben chiaro che il prestigio di una famiglia dell’epoca passasse dalla fama dei pittori capaci di arruolare alla propria corte, e così tentó e riuscì nel “colpaccio” di quello che all’epoca era l’artista più in voga presso i suoi coetanei: più ancora che Leonardo o Michelangelo, nel Rinascimento splendeva la stella di Andrea Mantegna La Camera degli sposi all’interno di Palazzo Ducale vale da se un viaggio.

Il Palazzo risulta poi adornato di altre bellissime stanze, tante e tutte decorate con stucchi di pregevole fattura, ove splende la “stellina” di Bartolomeo Fetti, genio mancato per via della salute cagionevole che lo stroncó a soli 32 anniecco la bellissima sala dello Zodiaco.

Attraversando poi tutto il corso principale si arriva a quella che fu la Versailles mantovana dei Gonzaga, Palazzo Te, reggia del nipote di Ludovico, l’eccentrico Federico che ivi seppe far forma alle sue pulsioni e la sua frenesia sessuale che si dice smodata; o per meglio dire, trovó in Giulio Romano un architetto capace di dar forma ad esse sarebbe meglio vedere Palazzo Te in un giorno di sole vista la sottesa esuberanza che lo domina e lo fece apprezzare anche a D’Annunzio, uno “porcellino” quanto il Gonzaga. Figurarsi che l’animale simbolo del palazzo è il ramarro, visto come simbolo di imperturbabilità dinanzi alle passioni, l’esatto opposto del Gonzaga che infatti vicino al lucertolome fece scrivere “quod huic deest me torquet” (ciò che a lui manca a me tormenta) con allusione alla sua favorita Federica Boschetti con cui pare che trombavano in ognuna delle 300 stanze chissà se anche nella bellissima sala dei giganti che raffigura appunto la battaglia tra questi e gli dei dell’Olimpo

E poi sta la cucina mantovana: imperdibili i ravioli alla zucca direi, e anche la polenta in abbinamento ai funghi e lo stracotto . Il posto suggerito è ovviamente questo che da essere esattamente ciò che il nome lascia immaginare: un posto carnale.

Insomma mi è piaciuta molto Mantova, scrigno di utopie nascoste e delicate

Il mestiere delle armi – Prologo

Il tema di fondo di questo breve diario di viaggio emerge da un ‘idea in itinere, nel senso che strada facendo ho rintracciato quello che può essere un minimo comune denominatore ai vari posti che visiterò a cavallo di questo Natale ovvero Mantova, Verona, Bolzano per poi trascorrere qualche giorno tra le innevate cime della Val Gardena. A pensarci bene tutti questi luoghi si legano non solo a significative battaglie nel corso dei secoli ma a qualcosa di più specifico emerso in esse: l’impiego di particolari armi utilizzate, tale da indirizzare le sorti dello scontro e conferire un ricordo particolare agli armigeri impegnati. Sulla scorta di questo retaggio, ho deciso di chiamare questo diario di viaggio “Il mestiere delle armi”, piccolo omaggio anche al grande regista Ermanno Olmi che ci ha da poco lasciati.

Il suo omonimo film del 2001 ricostruisce le ultime vicende terrene di un capitano di ventura cinquecentesco di particolare coraggio e virtù, tale Giovanni dei Medici noto anche come “Giovanni dalle Bande nere” per la pratica, adottata da lui e le sue truppe, di annerirsi col fuoco le armature al fine di poter assaltare anche di notte. Una sorta di antesignana del ‘Cinquecento della tuta mimetica, eppure non sarà questa l’arma a risultar fatale al nostro bel Giovanni e a segnarne il destino: il film infatti ricostruisce gli esiti di un conflitto intervenuto nel 1526 tra una terribile e folta soldataglia di mercenari, nota col famigerato nome di Lanzechenecchi e calata in Italia col dichiarato intento di saccheggiare Roma, ed il debole e raccogliticcio esercito pontificio che prova a sbarrargli il passo, con a capo il nostro valente Giovannino.

Il coraggio di quest’ultimo unito alla sua sagacia militare (che punta ad una tattica di logoramento e guerriglia ai danni dell’assai numericamente superiore avversario) vengono al fine sbaragliati da un duplice tradimento: quello dei signori di Ferrara, gli Estensi, che in cambio di un matrimonio di interesse vendono all’esercito lanzichenecco dei micidiali pezzi d’artigliera, del modello cd “falconetto”, che feriranno proprio Giovanni ad una gamba, nonché del tradimento del Duca di Mantova, Federico II di Gonzaga, che per evitare una guerra sui suoi territori lascia transitare sul Po l’armata lanzechenecca attraverso la cd “porta di Curtatone”, permettendo così l’aggiramento delle truppe pontificie e aprendo ad esse la strada verso Roma, che verrà difatti messa a ferro e fuoco dai nuovi Vandali germanici. Il film col suo ritmo lento e introspettivo si concentra per tutta la seconda parte sulla malattia di Giovanni, ferito e costretto ad accettare il ricovero presso la corte del suo principale traditore, il Gonzaga, fino alla morte sopraggiunta per gangrena. Le lunghe scene girate tra Palazzo Ducale e quello cd Te, immerse in una nebbia ipnotica, somigliano, nella cura dei dettagli come i volti e i costumi o le scale cromatiche, a degli affreschi del Mantegna o tele del Tiziano e da molto tempo mi fanno sognare di visitare questa città, Mantova, sede di una dinastia tra le più magnificenti e al tempo stesso discusse del Rinascimento: i Gonzaga. È giunto dunque il tempo di colmare questa lacuna, indicando come tappa di partenza del viaggio la splendida Mantova.