Napoli violenta- part 2: l’underwear degli equivoci

Sulla popolare e affollatissima via Toledo, camminavo intento ad acquistare due mutandoni per me medesimo. Mi accosto ad un negozio di una nota casa di intimo, per la verità dubitoso che quella fosse una marca di solo intimo femminile. In effetti la presenza all’interno di sole donne, arragiatissime dai saldi, implementa il mio dubbio, così mi risolvo a chiedere lumi ad uno che pare un commesso, al quale giustappunto domando: “scusi ma questo negozio vende solo intimo femminile, vero?” Lui senza profferire parola fa con la testa un gesto che significa chiaramente “no”, come forse per dire “no, e’ anche da uomo”, così io rassicurato e rinfrancato nello spirito, prendo a calibrare le mie esigenze sulla merce esposta e controbatto: ” ok però guardi io cercavo solo due mutandone senza pretesa, due boxer senza troppi fronzoli, mentre tutti i capi che avete qui in vendita mi sembrano per così dire un po artefatti….” Di fronte a noi in effetti sono in esposizione variopinti tanga, perizoma che richiamano il derma di felini della savana, mutande che esibiscono strani piumaggi….ma a questo punto il Sales assistant putativo esclama : “ma pecche’, teng’ a facc di uno che venne i’mutande io?!?!?” A me non viene di meglio che fargli notare: ” non so, sarò sincero ma non mi sono mai chiesto che faccia abbia chi faccia questo lavoro” Il tipo resta interdetto per qualche secondo, dopodiché controbatte non senza una punta di sarcasmo: ” comunque te lo può accatta o stesso nu bell tanga, cu nu bell parafessa annanz magari…..che tu tiene proprio a facc i chill che stanotte su piglia ‘ncul!” ……che poi stanotte sarebbe pure il mio compleanno.
L’omofobia, un tunnel senza ritorno

Napoli violenta – part. 1 : la dieci euro nderra

Quest’oggi ho preso la dieci euro da terra. Ma non nel senso figurato rimandante ad un improvviso slittone o a pericolosi capiomboli. Proprio in senso letterale ho visto di colpo dieci euro a terra, a piazza Olivella, quella della metro di montesanto a Napoli. Me la stavo guardando per vedere se non fosse falsa o sporca di merda per via di qualche buontempone, Ma tosto non ebbi fatto dieci passi, che a sbarrarmi l’undicesimo mi si parano innanzi due che sembrano i Bravi di Don Rodrigo. Il capo dei due, il Griso, con un sorriso beffardo mi fa cenno di “restituirgliela”, io pur dubbioso che fossero sue, eseguo senza battere ciglio, tanto non mi cambiano certo la vita dieci euro….. Poi lui non contento chiosa: ” te pensav’ che uno cumm’ e te veniva a casa mia bello bello a si piglia dieci euro!!!???” Piuttosto indispettito mi limito a rispondere: “e perché no? La fortuna, si sa, e’ cieca”. L’immagine della dea bendata di classica matrice deve piacere poco al tipo, il quale rincara la dose: “se non ti levi annanz o cazz te li ciek io a te l’okkio”. A questo punto ho la tentazione di esporre il concetto giuridico di res nullius e res derelicta risalenti al mondo romano, in virtù dei quali ben avrei potuto reclamare il possesso di quelle dieci euro, ma in un anelito di pragmaticita’ lascio perdere, anche perché mi sovviene alla mente un’illluninazione geniale: la cicatrice che ho in questi giorni sul naso mi conferisce un’aria da duro come non mai, sicché mi basterà guardarlo torvo negli occhi per incenerirlo e fargli rimangiare il suo turpiloquio. Così faccio, impostandomi pettoruto con la mia stazza fisica di gran lunga superiore alla sua e inarcando il sopracciglio da vero figlio della strada incazzato. Il Griso pare colto di sopresa nello scoprire che Don Abbondio aveva invece si il suor di leone, ma a questo punto irrompe sulla scena l’altro bravo, fino ad allora una mera comparsa, il quale osserva: “ma tu, oltre che strunz, fusse pure rikkione???”
Napoli una città difficile

La terra bruciata

Oggi mi sono recato in un comune dell’area vesuviana, il cui nome preferisco omettere per rispetto alla gente che vi vive, ma non sto qui a raccontarlo per farmi bello o per farmi compiangere, giacché sono per una ordinaria vicenda di lavoro e tra due ore sarò di ritorno a Capri, magari in barca o in qualche altro bellissimo luogo figuriamoci. Più che altro, colpisce lo scandire del tempo: due ore, forse anche meno,  e una manciata di km e miglia marine separano due realtà antipodiche: da una sorta di Eden ovattato di profumi ed effluvi floreali ad un Golgota ove l’aria è talmente acre e rigonfia di miasmi da irritare gli occhi e la gola, da alberghi da 500€ a notte perennemente pieni a palazzine ove la gente tiene le serrande sbarrate anche sotto i 35 gradi della canicola pomeridiana nello sforzo invano di arginare la coltre tossica, da turiste bellissime di ogni nazionalità che fanno jogging in riva al mare a madri che trascinano di corsa i figli sull’asfalto con un fazzoletto sul viso per metterli al sicuro, come nella Sarajevo o nella Beirut assediate dai cecchini, sotto il volteggio dei Canadair il cui rombo è salutato dagli abitanti come quello degli aeroplani alleati nel ’43

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Ma è chiaro che i motivi e le origini di una tale discrepanza, pur su uno stesso così piccolo territorio, affondano in ragioni di ordine diverso, su cui non è poi così utile oggi indagare.

Credevo di vedere il monte annerito e impestato da decine di carcasse di alberi, non è così, la coltre di fumo è talmente spessa che avvolge tutto in un’aria giallastra, la cui natura potenzialmente tossica è difficile a valutarsi: cosa altro sta bruciando lassù insieme al bosco, nessuno lo sa e in parecchi provano a immaginarselo. In una banale metafora mutuata da stereotipi da curva calcistica verrebbe da dirsi che oggi il Vesuvio somiglia alla Padania. Ancora quell’odore acre e pungente mi ha riportato alla mente qualche epilogo di manifestazioni contestatarie giovanili, con la polizia che subissava di lacrimogeni i manifestanti; ma, a ripensarci oggi, a confronto della situazione attuale quelle atmosfere non mi paiono molto più che un giochino per studenti annoiati. Qui il paese è reale. Colpisce anche il latrare continuo dei cani, assordante, ogni cane sembra abbaiare all’impazzata nella percezione dello scempio e della folle equazione inversa venutasi a realizzare: il vulcano che distrugge e rigenera distrutto e riarso da mano altrui, lo Sterminator Vesevo aggredito e sterminato dall’uomo.

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Il fine di tale Leviatano è di chiara evidenza. Non ho quasi alcun dubbio che tra 20 o 30 anni quelle pendici che oggi paiono delle annerite balze dantesche saranno irte e rigonfie delle tozze e brutte palazzine che già infestano la pianura. Ovviamente spero di sbagliarmi e qualcuno potrebbe farmi notare la severa previsione normativa vigente su casi del genere, che conosco. Nondimeno conosco però certe logiche e certi temi, e già immagino discorsi di indignazione  e lodevoli iniziative nell’immediato, poi magari un giorno lontano, un giorno qualunque arriverà un mediocre politico spinto a coorte da palazzinari e pletore di schede a dire che “è ora di guardare al futuro e non sempre al passato” che “bisogna soppesare le esigenze di tutti e ma davvero di tutti”, che ” i troppi lacci e laccioli della legge finiscono con lo strangolare i sogni della nostra gente ad avere una casa” etc, il tutto salutato dal rombo di betoniere e macchine asfaltatrici.

La camorra utilizza qui sul suo stesso territorio metodi analoghi a quelli di  un battaglione di rappresaglia delle SS naziste. Quella di “fare terra bruciata” è un’espressione divenuta di uso comune e dal significato ormai translato in diversi ambiti, dai rapporti umani a quelli economici o altro ancora, ma che ha una sua origine nel gergo bellico: gli eserciti dalla notte dei tempi, messi in particolari condizioni, adottano la strategia “della terra bruciata”, quella che non assoggetta il nemico o lo conquista ma lo elimina radicalmente. E se essa è una strategia ancora ad oggi adottata, è solo perché è una strategia purtroppo vincente. E la storia, lo si sa, la scrivono i vincitori