L’orizzonte perduto- Giorno 27 – fine viaggio: The Monkey temple

Ad un certo punto di questa incredibile avventura doveva pur arrivare la parola fine ed eccola qua. Diciamo che è un finale che si colora di un aspetto molto intimo e che quindi tengo in massima parte per me. Ad ogni modo mi rimane certo qualcosa da raccontare e su cui tirare le somme

Sono ormai sfinito e vado avanti quasi meccanicamente per inerzia; giunto alla sommità di quel monte cd Swayambhunath, consacrato alle scimmie che vi abitano e lo governano con solennità ed avidità mi sarebbe naturale guardare oltre, a rimirare all’orizzonte apparire le eterne montagne tra cui dovrebbe far capolino Sua Maestà l’Everest. Io faccio una cosa di segno opposto e mai fatta nel mese precedente: mi volto indietro. Su da quella collina vedo risalire un gorgo di storie ed emozioni davvero troppo grande da controllare ed ordinare. Rivedo le sontuose piramidi del Angkor Wat e gli inguardabili grattacieli di Pattaya, i pipistrelli saltare fuori a milioni da una grotta ed i coccodrilli da un fiume, le cadute nel Mekong e le scalate sui monti himalayani, le pagaiate in kayak al ritmo di numeri prima detto in arabo e poi in ebreo, i doganieri da corrompere e i mercanti con cui contrattare, gli amici incontrati, le facce, le storie, le strade impossibili da percorrere e pure percorse. La pioggia sempre in testa ed i piedi sempre ricoperto di fango, ora anche martoriati dai morsi delle sanguisughe, ma incredibilmente e con una certa faciloneria che spero non mi presenti il conto, quest’ultimo mi pare un dettaglio trascurabile. Ed ora sono qua, con un pensiero che da quel primo giorno mi ha accompagnato

Mio zio Umberto era nato il 22 maggio del 1952 ed a soli due anni, nel 1954, aveva contratto una pericolosa malattia che aveva mietuto tante innocenti vittime tra i bambini del suo tempo, detta difterite. Lui fu uno dei pochi a superarla ed al risveglio da una febbre fortissima, credo più simile ad un coma, arrivó per pura coincidenza un annuncio speciale fatto alla radio o meglio fu la Domenica del Corriere a farlo

gli italiani avevano conquistato il k2. Si, proprio così, sulla seconda montagna della terra erano arrivati dei cenciosi ma irriducibili italiani, un risultato straordinario per un paese che usciva martoriato e devastato da una guerra disastrosa e cercava un riscatto umano ancora prima che economico. Una piccola spedizione di italiani aveva domato quel gigante bianco.

Noi italiani siamo un popolo di esploratori straordinari quando ci ricordiamo di esserlo. Pezzi interi del mondo sono stati scoperti da italiani. L’America fu scoperta da Colombo e poi si chiama così perché prende nome da un altro italiano, Amerigo Vespucci ma la lista è lunga

Le modalità e le circostanze di quella spedizione alimenteranno dubbi e polemiche per decenni. In particolare pare che due dei tre componenti, Lacedelli e Compagnoni, avessero ad un certo punto provato a sbarazzarsi del più giovane ed in forma della brigata, Bonatti, al fine di arrogarsi un merito che altrimenti non sarebbe toccato a loro. Cosa successe davvero in quella epica spedizione è tutt’ora non chiarito, ad ogni modo essa costituiva il primo ricordo di infanzia di mio zio che sovente ne parlava ed aveva perciò maturato una passione durata una vita per le montagne, quelle eterne come il K2 o l’Everest, una cui dettagliata foto-mappa è tutt’ora esposta nella cucina della sua casa dove ora io vivo .

Nelle giornate chiare è possibile vedere quelle montagne dalla cima di questo più piccolo monte ove sorge un tempio ed uno stupa sacri che richiamano pellegrini e monaci in preghiera dagli angoli più remoti del Tibet, come quello a cui chiedo una benedizione e a cui faccio un personale prezioso dono. Oggi il cielo è coperto e le montagne non si vedono ma prima o poi si aprirà , e l’Orizzonte perduto finirà per ritrovarsi, per andarsi a scolpire su quelle montagne eterne che ci guardano e proteggono

In memory of Umberto Federico , 22 maggio 1952 – 26 marzo 2018

L’orizzonte perduto – Giorno 23: Unbelievable Bhaktapur, la Firenze dell’Himalaya

Il titolo odierno reca già due marchiani errori: il primo è quello di voler affibbiare un aggettivo a Bhaktapur, seppur quello di incredibile, perché per Bhaktapur non ci sono aggettivi; il secondo è quello di voler fare un raffronto suggestivo certo con la Firenze medicea, che nella magnificenza e splendore dei suoi palazzi e corti mi è sembrato trasportato qui ai piedi di montagne eterne e altissime.

A voler trovare per forza un paragone calzante con qualcosa accaduto nella nostra parte di mondo, si potrebbe fare un raffronto allora con la antica Grecia, dove la parte di Atene e Sparta la recitano le antiche città-stato di Katmandu e Patan, in perenne guerra tra loro, e poi sta Tebe che , sul declinare delle due eterne rivali fiaccate dal loro incessante combattersi, emerge a prendersi il dominio. Bhaktapur novella Tebe allora?

La città visse il suo apogeo sotto la reggenza di Re Malla, venuto dall’India come i tanti mercanti che appunto percorrevano la antica via da e verso il sub-continente indiano che qui aveva inizio o fine. La posizione favorevole donó a Bhaktapur prosperità e ricchezza per lunghi secoli tra il 1200 e il 1500 del nostro calendario .

Ritengo importante specificare che la divisione del tempo e degli anni sia diversa rispetto alla nostra perche credo che la misurazione del Tempo sia uno dei fattori principali di comprensione di una cultura: qui il tempo veniva misurato secondo altri criteri

e direi che tuttora il Nepal ha un suo Tempo quasi interiore, personalizzato direi: giammai avrei immaginato che esistono persino i quarti d’ora nella ripartizione dei fusi orari e non so quanti paesi scelgano di adottarne uno simile con frazioni di ore così scomodo rispetto ai paesi circostanti. Ma il Nepal vuole essere e non può altro che essere un mondo a se, così ha rispetto al fuso orario di Roma e dell’Europa occidentale per esempio 3 ore e 45 minuti di differenza. Detto questo torniamo a Bhaktapur

che un suo tempo tragico lo ha vissuto alle 18:31 ora locale del 25 aprile 2015, quando il sub-continente indiano posto oltre la via ha voluto avvicinarsi ancora un po’ a Bhaktapur e all’Himalaya generando un terremoto di sconvolgente potenza che ne ha devastato molti palazzi.

Sebbene le ferite siano evidenti, Bhaktapur rimane un gioiello assoluto e incantevole è davvero non riesco nemmeno a immaginarne la bellezza precedente se, come leggo, nel terremoto è andato perduto circa il 70% dei suoi edifici storici.

Lo stile architettonico mi pare risenta molto dell’influenza indiana con questi rimandi ad animali sacri quali l’elefante e la tigre. Lo stesso simbolo della città è costituito dai cosiddetti “elefanti erotici” riportati vicino la porta di accesso e su molti templi: pare che guidati dalla forza suprema del Dio Ganesh, sti elefanti trombassero alla grande alla corte di re Malla tanto da generare indomabili guerrieri (quelli raffigurati infatti sempre sotto gli elefanti). La commistione tra induismo e buddismo è quanto mai evidente in alcuni edifici

e la stessa concezione architettonica di fondo, con questa sua maggiore spazialità rispetto alla angusta architettura “di montagna” tibetana, rimanda più chiaramente all’India e alle faraoniche piramidi del Taj Mahal per dirne una.

Lo stesso Palazzo Reale di Bhaktapur, detto delle 55 finestre, è tutt’ora accessibile solo ale persone di comprovata fede Hindu.

Come si faccia poi a dimostrare ad un poliziotto di fronte ad uno splendido portale d’oro di essere di una religione anziché un’altra, non ne ho idea. Capisco che un occidentale difficilmente possa apparire di fede hindu ma un locale o più genericamente un asiatico?

Di posti belli come Bhaktapur non ce ne sono poi tanti, è davvero sensazionale anche perché più raccolta di Katmandu, davvero uno scrigno magico fuori dal tempo.

Se poi volete qualche altra dritta gastronomica, allora vi consiglio il “king curd”, uno yogurt burroso fatto con latte di bufalo, capra e yak, il bue tibetano che vive sulle pendici dell’Himalaya.

Lo gustate e tutta la successiva notte la passate in intimità col signor Ginori. Ma parlare di cessi è un affronto alla bellezza di Bhaktapur, quindi chiudiamo con una bella sua immagine, anche perché di brutte non ne esistono

L’orizzonte perduto – Giorno 22 : Katmandu, “un altro mondo”

Esiste un espressione certo estremamente ricorrente, adoperata in contesti diversi è divenuta di uso ormai familiare: “è un altro mondo”. Limitandola al solo contesto geografico la si adopera con uso frequente e disinvolto anche a sottolineare differenze per la verità piuttosto esigue: così Anacapri rispetto a Capri sarebbe un altro mondo, il nord rispetto dal Sud Italia è un altro mondo, la Germania o un altro paese europeo rispetto all’Italia è un altro mondo. Certo sono innegabili alcune differenze ma viste da qui appaiono tutte assai appiattite; insomma tutta l’Europa, quella occidentale almeno sicuramente, ha un modo di vivere nel bene o nel male sostanzialmente simile e non credo possano il sistema fiscale, la gastronomia o la minore o maggiore puntualità della rete di trasporti a far delineare un mondo completamente diverso rispetto ad un altro. Dicevo che tali differenze appaiono in effetti irrilevanti se guardate da qui: il “qui” si chiama Katmandu, capitale del Nepal, che è davvero “un altro mondo ” la vita dei locali pare organizzata secondo schemi completamente diversi, dove in un contesto di base rurale avere una influenza enorme l’impostazione religiosa e l’aspetto meditativo. Non esiste la grande distribuzione e non esistono supermercati in Nepal: i generi alimentari arrivano da piccolissimi fornitori, nello specifico contadini, allevatori, fattori. Le banche esistono ma hanno una gittata estremante limitata, pensata più per gli occidentali turisti che per i locali, i quali si fermano davanti agli sportelli bancomat a capire cosa mai siano quegli aggeggi che sputano fuori soldi. Anche la moda occidentale pare lambire assai poco il Nepal: gli uomini vestono più o meno alla occidentale ma le donne girano ancora avvolte in magnifici “sari” colorati

È un luogo magnifico e misterioso Katmandu che sulle prime davvero disorienta, pare impossibile che ci si trovi davvero dinanzi ad un sacrario buddista ricoperto d’oro, si tende a pensare che sia una riproduzione da luna-park dello stesso ma quello invece è reale.

E la spiritualità locale inoltre non è tutta appaltata a Buddha: questa è la terra di convergenza di buddhismo e induismo e non mancano templi e luoghi sacri anche della seconda corrente religiosa. Certo Buddha fa sentire il “fattore campo” essendo nato proprio in Nepal, a Lumbini, ma l’India è vicina e Shiva fa sentire la sua .

Durbar square è una delle piazze più belle del mondo con la sua successione di templi e pagode in un ordine apparentemente asimmetrico (ecco un’altra differenza sostanziale col mondo occidentale: la geometria!), che pare somigliare ad un vortice o una spirale al fondo della quale, confuso con i templi , sta il palazzo reale.

La sensazione davvero è quella di trovarsi in un vortice quando si è a Durbar square, anche per la sua animata umanità sempre a metà tra il laico e religioso. La sensazione non muta poi tanto nella città- gemella Patan, nata come città- stato in antitesi a Katmandu ma ormai assorbita dal suo sviluppo urbano. Le scene dunque di epiche battaglie tra i cavalieri e gli spadaccini delle due città rivali raffigurate sui templi nulla hanno potuto contro il nemico urbanizzatore, Patan è ormai un sobborgo di Katmandu raggiungibile in taxi .

Anche qui sorge una magnifica Durbar square con annesso palazzo reale; credo appunto che prendano questo nome le piazze site davanti ai palazzo reali e quella di Patan è architettonicamente ancora più bella, anche perché meno danneggiata dal devastante terremoto del 2015.

Nemmeno sfiorato dallo stesso terremoto è stato invece il “Golden temple” sito a pochi metri dalla Durbar square di Patan, un luogo di spiritualità e fascino indescrivibili .

I segni del terremoto sono visibili invece eccome a Katmandu, ovunque segnata da buche e lacerazioni che paiono ferite sanguinanti sulla sua pelle. I soldi per ricostruire sono davvero pochi ed in molti casi l’opera di riassemblamento di edifici di mille anni prima (la Golden Age di Katmandu è intorno al 1200 del nostro calendario) è impossible. Non l’ho trovata poi cambiata tanto questa città dalla mia prima visita del 2005, se non per un aspetto : allora andavamo tutti a piedi, ora tutti in moto anche qui, come in Vietnam e Thailandia.

Comincio a realizzare che queste motociclette cinesi vendute a 4 soldi siano una sorta di cavallo di Troia del gigante cinese che comincia così a seminare inquinamento e odore di se. Anzi non cavallo di Troia ma cavaletta, giacche l’effetto sonoro e visivo è quello dello sciame metallico già ampiamente percepito altrove.

Detto questo amo Katmandu alla follia

L’orizzonte perduto – Giorno 21 : “Solo le montagne non si incontrano mai più”

Nel mio primo viaggio in Nepal, ben 13 anni fa nel 2005, in compagnia della cara amica Annalisa e di mio zio Umberto, finimmo per legare con una esperta guida tibetana locale, Shiva Simkhada. Il Nepal è uno dei pochi posti della terra dove ha un senso a mio avviso affidarsi ad una guida: non stiamo mica parlando di una scontata guida turistica, qui il ruolo riveste uno spessore culturale, ci sono gli “sherpa”, coloro che sanno condurti negli anfratti e per i sentieri accidentati di questo paese a buon titolo definito “il tetto del mondo”. Lo sherpa è qualcosa a metà tra una guida ed un maestro dell’anima. Se vuoi capirci qualcosa di questo pezzo di mondo insinuato su montagne 4 volte più alte delle Alpi, dove si fondono le divinità hindu e quelle buddiste, dove Buddha è fisicamente nato e ogni villaggio pare un mondo a se stante, non leggere internet: trovati uno sherpa.

Quando 13 anni orsono ci congedammo dal nostro sherpa, io pensavo ad un addio e giammai ad un arrivederci ma lui mi disse: ” Amico mio, solo le montagne non si incontrano mai più” E’ un adagio nepalese che allude alla ferma imperturbabilità delle montagne eterne che poggiano in questo paese in confronto alla piccola vita degli umani sottostanti, destinati invece prima o poi a rincontrarsi. Quindi ora ho davanti una settimana poco meno per godermi la magnifica Katmandu, uno dei posti piu belli della terra con la sua Durbar square che è forse la piazza più bella del mondo poi farò un salto giù nel selvaggio Chitwan tra tigri e rinoceronti nella giungla a confine con l’India. Poi forse saliró verso il massiccio dell’Annapurna sostando sul magnifico lago glaciale di Pokhara ma sarà alla fine mio amico sherpa Shiva a condurmi tra le montagne eterne, di fronte al tetto del mondo, dove potrò dare un senso finale a questo magnifico viaggio e portare finalmente a casa qualcun’altro che è con me sin dalla prima tappa, dalla Thailandia. Pare essere passato un secolo . Avanti così, solo le montagne non si incontrano mai più. Lassù sulle nevi eterne dell’Everest, l’orizzonte perduto comincia a dipanarsi