El mundo perdido- giorni 19 e 20: la fine del mondo

Fino ad oggi ero solito ripetere a me stesso e a chi me lo chiedesse che il posto più bello del mondo fosse la baia dei Faraglioni di Capri non lo dirò più e non certo perché non ami più quel luogo, ma il motivo è presto detto Machu Picchu prima ancora che un luogo magico è un luogo comune. Nel senso che possono adoperarsi per esso tante di quelle frasi fatte definibili come tali ed ognuna di esse qui riesce a trovare un fondo di verità. Proviamo a vedere quali: “è un luogo che toglie il fiato”, vero e a quello ci pensa già l’altitudine tra l’altro; “è un luogo ove andare almeno nella vita”: assolutamente, capisco chi non ne ha possibilità, diversamente potreste un giorno finire a rimpiangere fino all’ultimo minuto e all’ultimo spicciolo buttati su qualche cesso di spiaggia di Sharm El Sheik o delle Canarie, pensateci finché siete in tempo; “non vi sono parole per descrivere un luogo così”, no, questo non lo accetto, non è un luogo comune ma una menzogna: vi sono sempre parole per descrivere la bellezza, proviamo a trovare quali. La prima cosa che noti arrivando qui è che si tratti di un luogo davvero inaccessibile, di conseguenza questo arrivare è lungo e tortuoso perché gli elementi della natura paiono essersi messi di impegno a disegnare un paesaggio impossible. Passata Ollantaytambo, il fiume Urubamba si incassa entro montagne altissime orlate da ghiacciai, solcando una valle sempre piu profonda stretta si che a fatica si riesce a vedere il cielo la valle è così angusta che vi è posto solo per la ferrovia e un cammino a piedi mentre nessuna strada carrozzabile arriva qui. Già il treno: questo è davvero il viaggio in treno più bello del mondo, a capofitto in queste valli come trascinati dal fiume verso una destinazione finale così leggendaria. Della bellezza paiono consapevoli anche gli operatori ferroviari peruviani che applicano a questa tratta tariffe da paesi scandinavi. Il fiume prende poi a disegnare come una spirale inarrestabile in una giungla sempre più fitta, fino a sbattere contro una diga, opera di ingegno notevole attesa la conformazione dei luoghi. Da questo punto, noto a tutti gli appassionati di trekking come “la Hidroeletrica” si scende come lungo una specie di cascata soft all’univo insediamento umano nel raggio di un centinaio di km, Aguas Calientes. A tale suggestivo nome non fa seguito alcun bellezza ahimè del luogo, sviluppatosi frettolosamente come un groviglio di calcestruzzo per l’offerta ai turisti in visita al Machu Picchu. Nella sua bruttezza e nella sua spendita di cemento mi ha ricordato certe città turistiche della Thailandia. Eppure il borgo avrebbe avuto modo di essere assai più bello, bagnato da questo fiume magico che qui incontra certe bellissime pietre dalla forma rotonda su cui si infrange in bianche spume ma fa niente, la sua bruttezza verrà dimenticata presto dallo tsunami di bellezza che sta per travolgervi. L’alba del giorno di ascesa alla montagna sacra vengo svegliato dal cinguettio di un bellissimo uccellino rimasto prigioniero nel bagno ha la testa variopinta di mille colori e lo associo ad un messaggero divino mandato dagli dei che sovraintendono alla Vecchia Montagna. Lo leggo come un presagio benigno. Assai più funesto si rivelerà nella lunga e faticosa ascesa alla Porta del Sole l’invio divino di certi inafferrabili moscerini verdi simili a diavoli volanti che mi tempestano di dolorosi morsi le mani . Ah già la Porta del Sole: un nome così lascia molte aspettative in chi legge, che credo di poter ripagare è il luogo da cui vedrete apparire il sito noto come Machu Picchu, anche se esso è in verità il nome della grande montagna su cui si trova la Porta del Sole e da cui è scattata questa foto stessa. Quel famoso colle che domina la città ha invece il nome di Wayna Picchu, che significa “giovane cima” mentre “Machu” sta per vecchia. da qui tocca finalmente scendere e tuffarsi in qualcosa dalla bellezza irreale. L’ultima parola che viene da usare per descriverlo è “rovine” o “resti”, perché quelle mura, quei templi incredibili, quelle pietre pare di sentirle respirare, sanguinare la torma vociante di turisti riesce qui a scalfire solo minimamente la bellezza e il rapimento estatico. State pur certi che se avrete la fortuna di venire qui e scendere dalla Porta del Sole a Machu Picchu, vi passerà tutta la vita davanti e non potrete fare a meno di piangere. simbolicamente il mio viaggio finisce qui, nel posto dove un viaggio può solo finire, non iniziare. Per la verità mi aspetta ancora qualche giorno dove dovrò recuperare un bagaglio sparpagliato per mezzo Sudamerica, tra Lima, Cartagena e Bogotà, l’emozione di un tramonto sul Pacifico e qualche altra avventura che eviterò di raccontarci, perché Machu Picchu è il luogo dove tutto ha fine E’ stata una gigantesca avventura vissuta a 1000 all’ora tra scenari che è difficile immaginare più diversi, rimbalzando per 3 settimane tra i Caraibi e le Ande, le giungle avvolte dalle nebbie e le città soffocate dallo smog.Scrivere il diario mi aiutava come sempre a ricostruire ciò che stavo facendo ma stavolta è stato difficile perché davvero gli stacchi drastici di scenari incredibili rendevano arduo il compito. Ognuno di essi è stato a suo modo un “mundo perdido”, dove tuttavia ho capito di non aver perso la mia Libertà

El mundo perdido- giorno 14: Perù i come to you

Il cielo terso mi regala la possibilità di un viaggio aereo tra i più belli che ricordi, col jet che sorvola prima la regione dei Llanos colombiani per poi addentrarsi in volo sopra la Amazzonia più piena quello che pare fendere il cielo oltre che la terra, è lui, Sua Maestà il Rio della Amazzoni, che sorvoliamo in una regione che è una sorta di enclave colombiano in territorio brasiliano. La città si chiama Leticia, dista da Bogotà quanto Napoli da Stoccolma e da lì si può arrivare in barca in Brasile o in Perù. Già, il Perù: ho scelto il Perù alla fine, rinunciando proprio a Leticia e l’Amazzonia, ma sono sicuro che la mia scelta verrà ripagata. Il verde bottiglia dell’Amazzonia lascia il posto al beige delle Ande, che deflagrano poi in bianco di ghiacciai eterni, sebbene siamo pressoché all’equatore ed ecco le aspre morene andine, scavate dal ghiaccio e che ci regalano forti turbolenze il pensiero va presto a quella storia incredibile di quell’aereo precipitato sulle Ande con a bordo una squadra di rugby uruguaiana in viaggio verso il Cile. una delle storie più incredibili del secolo scorso: gran parte dei ragazzi riuscì a sopravvivere per settandue giorni, quando ormai le ricerche erano cessate ed erano dati per dispersi. Il coraggio di due di essi, che attraversarono le Ande a piedi, fino a chiamare i soccorsi fornì il buon esito della vicenda, ma per molti giorni i superstiti furono costretti a cibarsi con i corpi dei compagni morti . ma ecco il mare, anzi l’oceano: si tratta del Pacifico, che vedo per la seconda volta . Lima sorge su una sorta di piccolo piano rialzato di poche centinaia di metri rispetto al mare. Il tragitto dall’aeroporto in centro è reso un incubo dal traffico davvero assurdo e fuori controllo di questa città nonché dal solito tassista abusivo arraffone, che prova a farmi una sola con i soles, la valuta locale. Ad ogni modo, dopo tanto troppo traffico, si apre poi una bella piazza, intitolata a Saint Martin da lì si prosegue poi lungo un corso per la piazza più famosa del Perù, Plaza dos Armas. costruita come piazza marziale da Francisco Pizarro, le cui spoglie sono custodite mummificate nella splendida cattedrale alle mie spalle. Capiró poi che tutte le piazze del Perù prendono questo nome e devono la loro edificazione al periodo dell’invasione spagnola. Sulle prime Lima non mi lascia troppo favorevolmente impressionato, troppo affogata nel traffico e nel rumore. Vanta comunque eccellenti ristorante per una cucina, quella peruviana, che sta esplodendo meritatamente nel mondo. Bellissima tuttavia la luce in cui è immersa, una luce diversa, biancastra e accecante Vi tornerò a Lima, alla fine del viaggio, e spero di averne una impressione diversa. Per adesso proseguo verso un posto che si rivela subito magico. ma ne parleremo poi. Si, ho l’impressione di essere arrivato in uno dei posti più belli del mondo

El mundo perdido- giorno 13 : Cocora, una “frattura” surrealista tra le Ande

Una definizione molto semplice di surrealismo ci è offerta da quello che è il suo genio fondatore, Andre Breton, il quale ci dice che è il surrealismo altro non è che la trasposizione di un qualcosa o di un gesto assolutamente comuni in un contesto del tutto inusuale e difficile ad immaginarsi. Ed ecco dunque che il vate del surrealismo su tela, Renè Magritte prende un comune uomo in giacca e un’ ancor più comune mela e li sovrappone, creando un impulso surrealista.

Esistono a mio avviso anche luoghi ammantati di surrealismo: uno di questi mi è sempre apparso la basilica di Santa Maria della Salute a Venezia,

che pare ergersi dalle acque scure e salmastre dei canali come un fossile scolpito su un blocco calcareo. A mio avviso anche la villa Malaparte a Capri crea un certo effetto surrealista

anche se il criterio architettonico cui è ispirata, il razionalismo, dovrebbe esserne l’esatto negazione. Nel corso dei miei viaggi un luogo assolutamente pregno di surrealismo, ai confini dell’assurdo e del paradosso, lo incontrai in Namibia. Immaginatevi il deserto del Namib, il secondo più arido al mondo (il primo non è il Sahara ma sta in Antartide) e quello con le dune di sabbia più alte del mondo

il clima è talmente arido che le dune arrivano fino al mare, dove giacciono a decine di relitti affondati tanto da dare al posto il nome sinistro di costa degli scheletrì. Bene, qui dopo ore di deserto sormontati da dune vidi apparire, avvolta nelle nebbie, una città in perfetto stile tedesco, con in balconi in legno lavorato e la popolazione tedesca vestita col costume tipico bavarese, quello da Oktoberfest per capirci . Quel posto si chiama Swakmund un miraggio surrealista per davvero ! Ma veniamo ai “tempi nostri “: siamo sulle Ande, montagne altissime, capaci di toccare altitudini impensabili in Europa, con tante cime sopra i 6000 metri. La vegetazione non può che essere brulla a quelle quote ed infatti gli alberi cedono il passo al “paramo”, l’endemico ecosistema andino di giunchi e piante grasse ve le immaginereste mai qui su degli alberi che assocereste immediatamente a delle spiagge assolate come le palme? No, sicuramente. Invece qui nella valle del Cocora,’ce ne sono di altissime, le più alte del mondo si chiamano “palme della cera”, nome scientifico Ceroxylon quinduense, e sono le più alte del mondo, arrivando a misurare fino a 61 metri insomma delle palme- Palillo!Il viaggio per arrivarci è sin da subito bellissimo, a bordo di una di queste jeep residuate al secondo conflitto piove che Dio la manda ma fa niente. Siamo ai piedi del Nevado del Ruiz, uno scorbutico vulcano che nel 1989 eruttó, causando lo scioglimento del ghiacciaio e il conseguente fiume di fango, che travolse un villaggio sottostante, quello di Armero. Ricordo ancora perfettamente la terribile vicenda di una bambina incastrata nel fango per giorni, Oymara, cui fece seguito un tragico finale. Pochi anni fa invece un terremoto distrusse la quasi assonnante città di Armenia . Qui la natura sa essere amorevole e violenta , nel suo fratturarsi e ricomporsi . Quando si apre dinanzi a noi la valle, con tutti questi pinnacoli alieni, pare di trovarsi in un film di fantascienza la nebbia che le ammanta è ciò che ne garantisce anche l’esistenza, che si protrae per un bel po. Crescono di circa 50 cm l’anno, il che significa che per arrivare a 60 metri ci mettono 120 anni. Le popolazioni precolombiane ne estraevano una cera dal fusto, oggi sono specie protetta ed è vietato. Per addentrarsi nel parco, è molto pubblicizzata la visita a cavallo: sono indeciso e provo a salire a piedi ma poi il noleggio del quadrupede diviene una scelta obbligata, perché sulla unica via di accesso ad un certo punto si para innanzi un muro di merda equina e fango, che le mie già martoriate espadrillas non possono affrontare. Così mi noleggio per un paio di ore la vecchia Julianaa dispetto dell’aria placida, la vecchia cavalla è piuttosto nervosetta e si piglia questioni con gli altri destrieri, tutti più giovani e aitanti per la verità che incontriamo. la poverina riesce comunque a regalarmi del bellissimo tempo, in questo posto fantastico. La valle del Cocora si mostra come uno scenario tra i più belli che abbia mai visto. Una gemma nascosta, dove conto di tornare. Ma ora è tempo di andare, mi attende un lungo viaggio verso una meta molto lontana, anche essa sicuramente fantastica

El mundo perdido – giorno 9: Cartagena, metropoli di carne

La definizione la prendo a nolo da Curzio Malaparte che la coniò per descrivere la Napoli del dopoguerra, e la incollo alla meta che mi si dischiude allo sguardo a questo punto del cammino, la suadente Cartagena de las Indias. Certo, in ossequio al suo nome ispirato a quella Cartagine secolare indomita rivale di Roma, anche la nostra perla del Caribe ha un passato pieno di guerre e devastazioni, diversamente da un presente oltremodo festoso e chiassoso, ove le uniche guerre plausibili appaiono quelle tra i vari accanitissimi venditori e saltimbanchi vari di strada.

Ecco, una chiave di lettura possibile per andare alla scoperta della bellissima Cartagena mi pare possa essere un metodo tripartito, che contempli il suo passato, il suo presente e il suo futuro. Io decido di partire dal suo passato e la cosa pare sorprendere alquanto se non sbalordire il responsabile dell’ufficio turistico cui mi rivolgo per comprare una guida storica della città, giacché sembra sia il primo italiano che entri li dentro dall’inizio dell’anno ma forse da tempo ancor più immemore a formulare una domanda volta al reperimento di qualcosa di diverso dai due prodotti trainanti presso la clientela italiana: la bamba e le mignotte. Dovete provare a immaginarla sta scena di me che entrò in sto polveroso e sudaticcio ufficio dove dinanzi ad un traballante ventilatore scassato siedono omaccioni spanciati con le gambe sulla scrivania e l’aria sonnolenta di chi le ha già viste tutte per potersi svegliarsi ancora di soprassalto. . “Hola amigo, de vienes?” “. “Italia” . “ah italiano, yo tengo los chicas mas linda de Cartagena, 20-22 anos, blancas, negras, mulatas…” e così dicendo accompagna ad ogni etnia diversa dei vari “almuerzos” di carne in vendita un gusto delle dite che vanno giunte verso la bocca, come a simulare un bacio o qualcosa di molto gustoso. Faccio seccamente presente di non essere interessato alla sua proposta ma lui rincara la dose, quasi scusandosi per il malinteso : “ahhh, allora quieres bamba?” “No” “Scusa e allora che quieres???” “Cercavo una guida storica sulla città di Cartagena, in particolare sul periodo della Santa Inquisizione e sulla figura del Marchese de Blas” Attimi di imbarazzato silenzio e poi “😂😂😂😂😂😂😂😂”. Fragorosa risata di massa che squarcia le pareti. Me ne sono uscito da quella sottospecie di agenzia turistica mentre quella scanzonata accolita di papponi & pusher ancora mi spernacchiava intonandocon tono semiserio: “la sacra In-qui-tion de Espanaa”, facendo seguire un’altra risata di gruppo e mettendomi per un attimo per la testa il grillo di cantarli alla polizia, giusto per vedere se anche dinanzi ad un pubblico ufficiale mantenessero quell’umorismo cosi british. Ma soprassiedo ovviamente.Anche perché Cartagena è stupenda e c’è tanto, tantissimo da vedere e da vivere. Singolare che il palazzo più bello e a cui è riservato un posto centrale nella piazza principale sia quello riservato alla Sacra Inquisizione che da ste parti fece fuoco e fiamme, con migliaia di donne mandate al rogo e decine di processi per stregoneria. La singolarità si accresce se si riflette sul fatto che questo era il porto di arriva dall’Africa di migliaia se non milioni di schiavi africani, che venivano qui regolarmente venduti al miglior offerente per essere destinati al lavoro nelle piantagioni . Insomma se si strappa un essere umano alla sua famiglia e la sua terra, lo si imbarca su un galeone o lo si vende in una piazza oltreoceano come uno stock di pesce surgelato, va bene; se può una donna tradisce il marito, viene arsa viva come strega….ad ogni modo la città vide anche l’emersione nel clero di personalità di alto spicco e encomiabile umanità, come San Pedro de Claver (cui è dedicata la chiesa alle mie spalle), primo santo del nuovo mondo che dedicó la vita all’assistenza appunto degli schiavi africani il tutto serve a fornire un quadro sull’importanza che la città ebbe sin dai primi anni della sua fondazione nel 1512, pur passando attraverso guerre e distruzioni, bottino appetito da eserciti e pirati per la sua ricchezza ma del suo passato burrascoso ci occuperemo poi. Torniamo al suo presente fatto di tanta tanta festa tra le centinaia di edifici coloniali splendidamente conservati a suo modo per le eleganti strade si combatte una guerra ancora oggi: quella tra gang rivali, ognuna delle quali presa ad inculare una fetta di mercato di turisti diversa. Stanno le donnone afro venditrici di frutta, che mi spollano bello bello non appena varco le bellissime mura della città, affaticato col mio zaino poi stanno i venditori di acqua e birra, che mutano la notte in procacciatori di coca&mignotte, e poi stanno i miei preferiti, ragazzi dei ghetti che intonano stai freestyle rap latino, con dedica personalizzata al fesso che si ferma ad ascoltarli

“Italiano con le tue Linde scarpette, tiene mas plata che Cr7, you are the boss, youuu are the boss”. Ehhhh fuss a Maronna. Quanto poi alle linde scarpette….nu par i espadrillas scamazzate. tra cumbia, salsa e l’onnipresente raggaeton (di cui qua hanno addirittura inventato una versione 2.0 ancora più tamarra) la notte di Cartagena comincia. Prima dell’alba di dormire non se ne parla proprio

El mundo perdido – giorno 8: la Candelaria, una piccola “Macondo” racchiusa dentro una metropoli

Non sono ancora le sei della manana che un non troppo convinto sole bagna già il legno pastellato del patio della Casa della Vega. Sul banco della portineria sta un piccolo campanello, di quelli che si usano negli alberghi per richiamare l’attenzione del portiere ma il suo vibrarsi reiterato non pare sortire l’effetto sperato dagli ospiti anglosassoni, nel senso che nessuno fa capolino dalla portineria. Si affaccia invece dalla cucina la bellissima indios di etnia Muisca delle colazioni, col suo copricapo arancione annodato come un turbante, che spiega non senza difficoltà lessicali che la senorita Carla il giovedì accompagna il nino a scuola prima, poi regresa con la moto del suo novio per le 6: 20, 6:25 della manana. Non si sbaglia: non saranno le 6:30 che si ode un gracchiare di motoretta sul selciato della Calle de la Fatica, per poi inforcare Calle de la Paz alla spicciolata. Un bacio appassionato tra i due al momento del congedo vale a metter di buon umore il senor Carlito della panetteria di fronte, forte sostenitore dei valori della famiglia tradizionale, che invita la giovane coppia a mettere al mondo pargoli e convolare a giuste nozze. “Aqui non siamo nel Chapinero, dove nel week end todos los maricones si baciano ubriachi per strada. Questa è la Candelari: grazie alla protezione della Virgin Maria qui gli uomini stanno innamorati delle DONNE, non di altri uomini!”. Nell’invocare la protezione della sacra vergine Maria, l’uomo volge lo sguardo alla sovrastante altissima montagna, ove sorge un santuario cui tutti i locali sembrano assai devoti e a cui si accede con un teleferico, una funivia, la cui stazione sta giusto appena la bellissima Iglesia de las aguas, edificata su una sorgente non lontano, anzi in pratica in mezzo alle due costruzioni sorge anche la bella Quinta de Bolivar, lussuosa dimora dell’eroe del continente prima che in vecchiaia si sputtanasse tutto in donne e tavolo verde. L’ascesa al santuario merita, a condizione che non costituiscano un problema per il vostro organismo i 3.220 metri della stazione a monte, e permette di gustare una visuale apprezzabile sulla sconfinata città personalmente mi ci mancava poco davvero per rimanerci secco, atteso che manco uscito dalla funivia mi ha preso un quasi coccolone per via dell’altura: avrò bisogno di incamerare parecchi globuli rossi se voglio più avanti nel viaggio risalire le Ande fino al Machu Picchu. Ad ogni modo, eccoci sopra la sconfinata Bogotà megalopoli da 20 milioni di abitanti, più di Londra e New York. Roma, Milano e Napoli messe insieme arriverebbero a poco più della metà. In gran parte edificata in tempi moderni con grattacieli e grande spendita di calcestruzzo, la gigantesca bestia nasconde un cuore pulsante che pare fermo al Seicento, fatto di salite in selciato e chiese in legno edificate dagli Spagnoli al tempo dell’Inquisizione, il cui ultimo apostolo è l’inconsapevole panettiere Carlitos, quello che condanna e forse brucerebbe vivi los mariconazos del quartiere rivale, il più modaiolo Chapinero questo è il mondo incantato è lento, molto lento mentre tutto intorno si corre, del quartiere della Candelaria con le sue case colorate ognuna diversa dalle altre abbarbicate su pendi ripidissimi ed il suo saper disvelare subito un mondo, un mondo intimo e ciclico sospeso tra ricordi e una impronta di magia. Insomma la Candelaria è per me una Macondo, la città forse immaginaria di Gabriel Garcia Marquez in “Cent’anni di solitudine”. O ne è forse solo un gustoso primo assaggio, giacché tra i vari mondi perduti di cui sono alla ricerca vi è anche quello di rintracciare da qualche parte sull’altopiano ove scorre placido il rio Magdalena quel pueblo ove sotto un patio fumava la pipa il colonnello Aureliano Buendia e ove ogni secondo giovedì del mese gli zingari venivano a portare il ghiaccio. Ovviamente parlo ancora di Macondo

L’orizzonte perduto- Giorno 27 – fine viaggio: The Monkey temple

Ad un certo punto di questa incredibile avventura doveva pur arrivare la parola fine ed eccola qua. Diciamo che è un finale che si colora di un aspetto molto intimo e che quindi tengo in massima parte per me. Ad ogni modo mi rimane certo qualcosa da raccontare e su cui tirare le somme

Sono ormai sfinito e vado avanti quasi meccanicamente per inerzia; giunto alla sommità di quel monte cd Swayambhunath, consacrato alle scimmie che vi abitano e lo governano con solennità ed avidità mi sarebbe naturale guardare oltre, a rimirare all’orizzonte apparire le eterne montagne tra cui dovrebbe far capolino Sua Maestà l’Everest. Io faccio una cosa di segno opposto e mai fatta nel mese precedente: mi volto indietro. Su da quella collina vedo risalire un gorgo di storie ed emozioni davvero troppo grande da controllare ed ordinare. Rivedo le sontuose piramidi del Angkor Wat e gli inguardabili grattacieli di Pattaya, i pipistrelli saltare fuori a milioni da una grotta ed i coccodrilli da un fiume, le cadute nel Mekong e le scalate sui monti himalayani, le pagaiate in kayak al ritmo di numeri prima detto in arabo e poi in ebreo, i doganieri da corrompere e i mercanti con cui contrattare, gli amici incontrati, le facce, le storie, le strade impossibili da percorrere e pure percorse. La pioggia sempre in testa ed i piedi sempre ricoperto di fango, ora anche martoriati dai morsi delle sanguisughe, ma incredibilmente e con una certa faciloneria che spero non mi presenti il conto, quest’ultimo mi pare un dettaglio trascurabile. Ed ora sono qua, con un pensiero che da quel primo giorno mi ha accompagnato

Mio zio Umberto era nato il 22 maggio del 1952 ed a soli due anni, nel 1954, aveva contratto una pericolosa malattia che aveva mietuto tante innocenti vittime tra i bambini del suo tempo, detta difterite. Lui fu uno dei pochi a superarla ed al risveglio da una febbre fortissima, credo più simile ad un coma, arrivó per pura coincidenza un annuncio speciale fatto alla radio o meglio fu la Domenica del Corriere a farlo

gli italiani avevano conquistato il k2. Si, proprio così, sulla seconda montagna della terra erano arrivati dei cenciosi ma irriducibili italiani, un risultato straordinario per un paese che usciva martoriato e devastato da una guerra disastrosa e cercava un riscatto umano ancora prima che economico. Una piccola spedizione di italiani aveva domato quel gigante bianco.

Noi italiani siamo un popolo di esploratori straordinari quando ci ricordiamo di esserlo. Pezzi interi del mondo sono stati scoperti da italiani. L’America fu scoperta da Colombo e poi si chiama così perché prende nome da un altro italiano, Amerigo Vespucci ma la lista è lunga

Le modalità e le circostanze di quella spedizione alimenteranno dubbi e polemiche per decenni. In particolare pare che due dei tre componenti, Lacedelli e Compagnoni, avessero ad un certo punto provato a sbarazzarsi del più giovane ed in forma della brigata, Bonatti, al fine di arrogarsi un merito che altrimenti non sarebbe toccato a loro. Cosa successe davvero in quella epica spedizione è tutt’ora non chiarito, ad ogni modo essa costituiva il primo ricordo di infanzia di mio zio che sovente ne parlava ed aveva perciò maturato una passione durata una vita per le montagne, quelle eterne come il K2 o l’Everest, una cui dettagliata foto-mappa è tutt’ora esposta nella cucina della sua casa dove ora io vivo .

Nelle giornate chiare è possibile vedere quelle montagne dalla cima di questo più piccolo monte ove sorge un tempio ed uno stupa sacri che richiamano pellegrini e monaci in preghiera dagli angoli più remoti del Tibet, come quello a cui chiedo una benedizione e a cui faccio un personale prezioso dono. Oggi il cielo è coperto e le montagne non si vedono ma prima o poi si aprirà , e l’Orizzonte perduto finirà per ritrovarsi, per andarsi a scolpire su quelle montagne eterne che ci guardano e proteggono

In memory of Umberto Federico , 22 maggio 1952 – 26 marzo 2018

L’orizzonte perduto – Giorno 26 : Ai piedi dell’Annapurna

Con questo suo nome vagamente napulegno e comaresco che fa pensare a qualche qualche relazione extraconiugale sanguigna e trombereccia consumata per sopra i Quartieri e immortalata in qualche strofa neomelodica del sommo Gigi, l’Annapurna è invece un massiccio montuoso che raduna dentro se cime tra le più alte del mondo. Cioè, non “giocano” nell’Annapurna i due Top player veri e propri, i Ronaldo e Messi dell’altitudine ovvero l’Everest e il K2, ubicati rispettivamente poco più a est il primo e parecchio più a ovest nel Karakorum il secondo, ma stanno ad ogni modo qui un “ottomila”, 8 cime sopra i settemila e ben tredici sopra i seimila. Se si considera che la cima più alta d’Europa è il Monte Bianco coi suoi 4810m, ci si rende subito conto che la “cantera” dell’Himalaya è di un altro livello proprio. Ed in questa “superligue”, come dicevano, l’Annapurna sta messo bene.

Per quanto mi riguarda non ho intenzione di scalarlo, anche perché sarebbe come se un Gestapo Facci o un Braccobaldo Murgita (ve li ricordate ?) avessero l’ambizione di giocare nei galacticos, tanto per restare in ambito calcistico, ma vorrei limitarmi ad arrivare ai suoi piedi, fare un trekking partendo dallo splendido lago glaciale e giungendo fin sulla cima del Sarangkot che, “nell’umiltà” dei suoi 3600-3700 metri di quota, ne permette una nitida contemplazione nelle giornate limpide. Eh, le giornate limpide ecco il primo degli ostacoli: di sti tempi e col monsone a palla capitano come i cartellini gialli a uno della Juve nelle partite-scudetto.

Ad ogni modo mi muovo di buon ora giù dal Chitwan, per un altro ben viaggio della fortuna in senso inverso fino a Mugling, dove tre giorni prima avevo concluso il rafting. I 34 km che dalle pianure alluvionali del Chitwan risalgono sulla bocca dell’altopiano himalayano sono come già detto uno spettacolo assoluto a guardarsi anche solo dal finestrino di uno sgangherato autobus davvero una di quelle strade che ti fa respirare emozione ed adrenalina sono stanco, sporco e sfinito coi piedi martoriati dalle sanguisughe ma cazzo, sto risalendo dalla giungla su fino ai piedi dell’Annapurna: “come on , Palillo enjoy, qua una o due volta nella vita ci capiti” continuo a ripetermi. dopo il bivio a Mugling la strada devia verso ovest in maniera secca mentre verso est corre l’unica via di accesso a Katmandu. Ma io sono diretto a Pokhara quindi ovest! Il paesaggio muta e torna a essere più tipicamente himalayano con risaie che si inerpicano fin dove è possibile, verso l’infinito di cime che paiono stare sulla Luna per quanto sono alte ed ecco alla fine Pokhara col suo famoso lago, uno degli spot turistici più famosi del Nepal: in esso e nelle sue acque cristalline si riflettono tutte le cime dell’Annapurna nelle giornate terse. Eh appunto, le giornate terse ….“if my grandpa had five balls, then i was supposed to be a flipper” – come dicono a Kensington. Non smettere di piovere un minuto che sia uno e la presenza delle sovrastanti come resta solo intuibile ma non visibile. Sembra di stare a scuola nel cambio di ora quando gli alunni si agitano e sbattono un po’ ma sapendo che da un momento all’altro può arrivare. Ecco, il prof. in questione si chiama Machapuchariche è della squadra dell’Annapurna ed è la magica cima che sovrasta proprio Pokhara. Ricordo di essere riuscito a vederlo un attimo la mia prima volta qui tredici anni fa, poco prima del tramonto, mentre ero con mio zio, che salutó l’apparizione con un’imprecazione assai colorita di rimando ai Santi Penati protettori “Ma chillo è o’Machapuchari, all’anema i chi te stramuo…!!!” In effetti lo spettacolo era straordinario. Ricordo anche una città diversa quella di Pokhara: allora era una romantica cittadina in riva al lago gravata tuttavia dalla guerra civile e che la rendeva un bersaglio sensibile ai mortai dei ribelli maoisti per via del palazzo reale (attuale non antico) posto proprio in riva al lago. Oggi ha conosciuto la pace ma anche uno sviluppo edilizio eccessivo che hanno alterato troppo l’impianto originario e lo spirito. Riesco tuttavia a ritrovare uno squisito ristorante tibetano, gestito da un signore rifugiato qui attraverso le montagne per via delle persecuzioni cinesi contro questo popolo inerme. Non voglio nemmeno soffermarmi sulla miseria del dibattito che in Italia ha assunto la parola “rifugiato”, mi limito a far presente che anche il Nepal è pieno di rifugiati tibetani ed al ricordo ancora di mio zio che diceva di come quell’uomo forte gli incutesse reverenza e rispetto, di come ce lo vedesse su una montagna innevata a farti da sherpa. Tredici anni dopo è un po’ invecchiato ma ancora lì con i suoi calzari tipici a servire la specialità tibetana per eccellenza, quei ravioli detti “momo ” da poter guarnire con carne di bufalo o erbe e formaggio di yak mi ritiro nel mio albergo che in teoria riserverebbe una splendida visuale sulle montagne e fiducioso attendo un segnale dal cielo che nel dormiveglia dell’alba in verità arriva: mi appare per un secondo il Machapuchari e anche se non faccio in tempo ad acchiapparlo in foto, mi scaravento giù dal letto e a rotta di collo salgo sul Sarangkot a provare di rimirare l’alba. Lungo il cammino la situazione meteo pare migliorare Ma è un bluff ….giunto in cima, sta una nebbia tale che non riuscirei a vedermi il cazzo mentre piscio, figuriamoci l’Annapurna. E poi il freddo, la pioggia: sto per rassegnarmi a trascorrere gli ultimi giorni a fondovalle nella tranquillità ma sento di dover esaudire una missione. E mi sovviene che ho da giocare una carta, una brasilianata diciamo. Non per fare il buffone ma la mia conoscenza della geografia è considerevole e allora una giocata posso farla, un posto c’è ma per raggiungerlo devo giocare il bonus…..Diciamo che il mio “amico da casa” come in qualche fortunato show televisivo ha un nome che incute timore, c’è chi dice che non esiste o se dovesse esistere è meglio non andarlo a scocciare. Ma io sono il Palillo: non ho mica paura dello Yeti! e andiamo va, alea iacta est!