Il Vello d’oro- giorno 11: la danza sacra del Paneurythmia

Se un giorno dovessi decidermi a scrivere un libro, potrei ambientarlo qui, in questa polverosa città di confine posta su tre diverse frontiere e dal nome irresistibile, Capitan Andreev, che mi rimanda con la mente alla Fortezza Bastiani del “Deserto dei Tartari”. Qui, tra chilometri di TIR in attesa, mentre sono sul “terreno fertile” (anagramma de “le tre frontiere”), incredibilmente per la terza volta in questo viaggio mentre passo una frontiera, vengo assalito da un’ape. Credo di aver capito come funziona la storia: mi muovo troppo velocemente e gli dei ostili non riescono a seguirmi, mi aspettano dunque a punti di passaggio obbligati, i valichi di frontiera, ove inviano i loro emissari armati di pungiglione. Questa volta provo a dibattermi come Laooconte ma nella pugna omerica ci rimetto gli infradito che si sfondano. L’ultimo paio di scarpe rimastomi sta nella stiva del bus ma la tipa mi dice che adesso sono, come dico spesso, impossibilitato a prenderlo, il che vuol dire che stasera arriverò a Costantinopoli scalzo, come San Paolo o un pellegrino viandante dell’anno mille….ora sono su un bus iper moderno che pare un aereo ed ha anche il wi fi, ma la narrazione deve riprendere da dove ci eravamo lasciati, da un luogo che di moderno aveva quasi nulla. La storia riprende dalle Montagne d’Acqua di Rila, dai Bogomiti. L’alba arriva quando i Bogomiti la stanno già aspettando, distesi su un Prato in preghiera e intonando una nenia di benvenuto al Sole che diventa subito un insopportabile taluorno. Poi comincia l’ascesa verso il lago chiamato “rene”, ove si darà luogo alla danza del Paneurytmia. Lungo il crinale della montagna si scorgono migliaia di Bogomiti in ascesa vestiti di bianco e con un drappo viola al collo, la loro divisa. Io apparo con una camicia di lino 100% Capri che poco dopo si stracciera’ e verrà seppellita su queste montagne. Al posto del drappo invece tiro fuori la Rossa. La Rossa e’una sciarpa di cotone bisunta e lacera ch porto con me in ogni viaggio. La Rossa era con me in Amazzonia e in Tibet, in Cambogia e in Transilvania; una volta la Rossa e’caduta in un fiume amazzonico infestato di animali pericolosi ma sono andato a ripescarla, ora salirà con me sulla montagna sacra dei Bogomiti. In un altopiano presso un avvallamento glaciale, su un Prato fiorito, alle 10 comincia la Paneurytmia, la danza sacra. I Bogomiti si dispongono in 3 cerchi concentrici: sul cerchio più esterno danzano camminando in senso antiorario i novizi, le scartine come me che non conoscono neanche bene i passi (Nondimeno divento subito abbastanza bravo a ballare sta Panerytmia, mo che torno devo dire a Gerry se la scarica e la mette il sabato sera, molto meglio di Bohemian Rapsody e degli Squallor). Sul secondo cerchio stanno i Bogomiti già più cazzuti, militanti da più tempo, mentre sul cerchio più interno sta l’ala estrema, i pasdaran Bogomiti, i più infervorati. Si tratta in massima parte di donnone bulgare di mezza età’ che danzano in una sorta di trance ipnotica e soprattutto anelano a volersi trombare quello che sta ancora più al centro del cerchio: il Santone. Effettivamente si tratta di un uomo affascinante con una lunga barba bianca tipo Gandalf, perfettamente calato nel ruolo, e sono sicuro che a parecchie di queste tardone a fine serata il Santone le fa pure contenta e gli appoggia un po’ il bastone magico: nella camerata con me ci stava una Bogomita con un figlio piccolo di 5-6 che teneva la stessa faccia uguale del Santone…..la danza va avanti tutta la giornata fino al tramonto ma io francamente dopo un’ oretta ho le palle come due Supersantos e dico addio ai Bogomiti. Opto pure per un bel tuffo nelle acque ghiacciate del Rene, il loro lago sacro, anche perché la doccia allo chalet non l’ho potuta fare, il bagno faceva troppo schifo. Questo e’un problema che tutti i viaggiatori zaino in spalla conoscono molto bene nella sua cruciale importanza: disegnare gli spostamenti in modo da mettere sul cammino ogni 7/8 ore un bagno agibile e pulito e’un’esigenza fondamentale come spostarsi da un’oasi all’altra per una carovana che attraversa il deserto. Sopporto tutto in viaggio ma l’idea di infilarmi in una doccia sporca o sedermi sopra una tazza del cesso dove si sono seduti prima centinaia di cristiani mi devasta la vita. Ad ogni modo, per forza di cose la modalità di viaggio d’ora in avanti questa sarà: se voglio arrivare al Vello d’Oro, con sti 4 soldi rimasti posso domire solo in ostelli e camerate condivise….che poi e’bello, si fa amicizia, corre un clima di solidarietà. Oddio dipende da chi trovi: qui su ste montagne stavo in camerata con una decina di donnone di mezza eta’ bulgare, che si erano portate tutto da casa. Mi hanno adottato e fatto mangiare la loro marmellata di castagne, il dolce alle mele, il formaggio, il salame di vacca e la sera e’spuntata pure una bottiglia di grappa di prugne, ed,casomai decidessi mai di prendere moglie, hanno insistito per darmi i contatti di 5/6 loro nipoti o figlie di amici, che sarebbero liete di ammogliare con quello che credevano essere un vero gentiluomo italiano….Sta povera gente ci crede ancora al mito del italiano ricco principe azzurro da sposare, non se lo immaginano ancora su ste montagne che in Italia stiamo con le pezze al culo. D’altra parte l’idolo più gettonato qui e’ancora Adriano Celentano, per capirci….Ad ogni modo riprendo la strada, lasciando alle spalle le incantate Montagne d’Acqua, luogo tra i più belli visitato al mondo. Il cammino riprende un po’ difficilmente: scendo la seggiovia e con un primo passaggio finisco in un cittadina termale dal nome sfizioso, Separeva Bagna ma che si pronuncia Separava Bagna. In entrambi i casi e’un nome da suggestioni enigmistiche notevoli: nel primo caso il diagramma di una crittografia potrebbe essere “il Ghiaccio” ( se pareva, bagna); nel secondo potrebbe essere “perizoma usato in vendita in sexy shop per clientela femminile” (separava, bagna nel senso di eccita)…..poi un coglione di autista mi lascia in un posto che in capa a lui sta sulla direttrice dei bus per la mia prossima destinazione, ma in realtà e’un luogo scordato dal Padreterno e dagli uomini, si chiama Kilcera. E chi c’era a Kilcera erano degli umani dall’aspetto uno più mostruoso dell’altro, che sorridendo mi fanno capire che tutti insieme apparano in dieci i 32 denti che un uomo ha normalmente in una bocca sola. Tra l’altro in questa zona vive una minoranza etnica particolare, i valacchi, che parlano una strana lingua imparentata col romano chiamato aromeno. La colonizzazione di sta zona da parte dei romani avvenne ai tempi di Tiberio e io dopo il fatto della Ciammuria in Albania non mi sorprendo più di nulla: vuoi vedere che il buon Tiberio ha mandato qualche centurione qua pure dal fondo Poma o da Vanassina? Ci sta il tizio della locanda del paese che è tale e quale ad un signore della zona di Tiberio dall’aspetto molto singolare, ma siete un po’ troppi a segurmi e non dico chi è’….il paese davvero pare uscito dai Simpson, con distesi infinite di quei fiori che Morellino di Scansano, i girasoli che scansano un di privo di sole e quindi un po’ scuro moro….ed in mezzo un gigantesco cementificio che però pare la centrale nucleare dei Simpson…a veder li abitanti si è’ propensi a credere a qualche fuga radioattiva da filmetto americani del terrore. Da questo posto, dopo un’oretta abbondante, mi carica in autostop una famiglia di rom dentro un Suv pieno zeppo di selle e oggetti da equitazione: e’ la terza volta che trovo una famiglia Rom addetta ai cavalli e pure sulla copertina Lonely Planet della Bukgaria ci sta un Rom a cavallo, sarà una tradizione locale. Alla fine giungo alla metà, la romantica città di Plovdiv, anche essa una città termale fondata dai Romani che vi costruirono anche un bellissimo anfiteatro da poco scoperto. Credo di aver capito che la fascinazione recente per le città termali dell’est Europa nasce da un bellissimo libro letto di recente, Valzer degli addì di Kundera. Ad ogni modo la città e’bellissima, con un centro storico posto su sette colli come Roma ( e anche Rio di Janeiro e San Pietroburgo apprendo da un tassista). qui si respira un’aria più cosmopolita e anche il clima del nuovo ostello e’informato a ciò’, con una composizione sociale della camerata molto diversa da quelle delle donnone bulgare. Divido la stanza con due angeliche puledre austriache, perdutamente innamorate una dell’altro e che si lasciano andare di continuo a dolci effusioni saffiche, poi ci sta una milfona scozzese che sarebbe simpaticissima se non fosse che assomma in se tutti gli ingrippi scemi dei palestrati, dai cereali all’acqua distillata, dallo yogurt allo yoga alle 5 di mattina. E poi ci sta un musicista francese venuto qui per un importante seminario sulla musica balcanica tenuto in un monastero, ma sopratutto venuto per un altro motivo molto più basso o alto a seconda dei punto di vista: la pukkiakka. Già dalla prima birra condivisa capisco che passare la serata con questo sarà piacevole come calpestare una merda di cane con l’infradito, ma mi si azzecca addosso, motivato al suo scopo precipuo: scroccarmi quante più birre e drink possibili. Giusto quello che ci voleva! Comunque alla fine ce ne andiamo a fare casino fino a tarda notte per le splendide vie di Plovdiv e qualche drink da me riesce a incularselo.Chiudo con un suggerimento: Plovdiv, e’una città bellissima e romantica, pervasa da un’atmosfera bohémien difficile a trovarsi. Qui mi pare e’ nato pure Moni Ovadia e qui capita di trovare quegli intellettuali che 20 anni fa andavano in Toscana, 40 anni fa andavano Ale Eolie e 60 anni fa venivano a Capri. La città e’ora servita pure dalla Ryan Air, e’una gemma nascosta e vicina ad altri luoghi d’interesse. Io vi do sto suggerimento, poi se volete continuare ad andare a Sharm el Sheik e alla Thailandia, io che vi devo dire!

A come Atlante: Bulgaria

Ora vi posso parlare di un paese visitato proprio di recente, per la verità la mia seconda volta: la Bulgaria appunto. Si tratta di un luogo dalle peculiarità notevoli a cominciare dalla sua posizione che lo rende letteralmente l’atrio d’ingresso dell’Europa passando da quella che nei secoli è stata la porta principale per esso, ovvero lo stretto dei Dardanelli oltre il quale si estende la Penisola Anatolica e il Medio Oriente. In tal senso questa terra ha costituito il primo territorio pianeggiante e irrigato ove impiantare una civiltà stanziale per una miriade di popoli, come dalla mappa qui sotto si può ben desumere

Migrazioni Kurgan in Europa

La storia per forza di cose rappresenta di certo l’aspetto che più mi ha intrigato di questa terra, da noi percepita come piuttosto periferica ma a torto.  Guardate questa bellissima urna cineraria, esposta nell’ancor più bello museo archeologico di Sofia:

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Creazione antropomorfa, rileva un alto livello artistico se considerato che rimanda al IX secolo a. C., insomma un’epoca precedente e di un bel po pure al fiorire della cultura ellenica, ad esso certo collegato. Sì, perché proprio la Grecia, non lontana dai confini meridionali di questa terra, ha di certo dialogato a lungo con il territorio oggi conosciuto come Bulgaria: è un dato desumibile dalla storia nonché dalla mitologia. La Tracia, regione meridionale della Bulgaria, situata oltre gli altissimi picchi del massiccio centrale, rientra in tutte le vicende che hanno interessato la storia greca, con guerre dagli esiti alterni e colonizzazioni reciproche succedutesi nei secoli. Quanto alla mitologia, basti pensare che nei Monti Rodopi, situati sempre nella medesima area sud della odierna Bulgaria, i Greci collocavano l’ingresso al Regno dei Morti, ed è li che si affacciò secondo la leggenda lo sventurato citarista Orfeo per recuperare la bella Euridice caduta nell’aldilà, cn gli esiti malaugurati che purtroppo si tramandano….Ancora questa terra era nota ai greci per il vino, che tutt’ora si produce con eccellenti risultati proprio in quell’area: se capitate a Sofia o in un qualsiasi angolo della Bulgaria, non mancate di ordinare una bella bottiglia del rosso di Melnik, economico e buonissimo nonché bello corposo: al secondo bicchiere mi parrà di sentire le note della cetra di Orfeo…..

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Abbiamo nominato Sofia ed eccola qui di sopra, con le sue chiese bizantine mescolate ai bazar ottomani e alle vestigia romane, quando prendeva il nome di Serica ed era per il potente imperatore Costantino reputata una “seconda Roma”. Lo Zibaldone di stili e culture sarebbe di suo interessante ma devo dire che la città nel complesso non mi ha rapito, cedendo troppo il passo all’ultimo degli stili succedutisi, il più brutto per distacco: quella sorta di religione del Brutto sulla Terra che è stato il Socialismo reale, che ha disseminato la città di casermoni grigi difficili a essere strappati via; neanche la recente forzata apertura all’Occidente ha di troppo ingentilito l’aspetto del centro cittadino, rimasto infestato di una sequela interminabile di negoziacci e catene di ristoranti di infimo livello, tutti consacrato all’Italia in una veste deteriore e turistica: si susseguono sulla via principale brand scadenti di gelato italiano, scarpe italiane, pizza italiana, pezze italiane senza nessun gusto ne originalità.  Ma quando ci si allontana dalla macrocefala capitale e il grigio della città lascia a fatica il passo al verde bottiglia della campagna (quella stessa tonalità ripresa dalla bandiera nazionale), ecco che il territorio si riappropria di una sua identità feconda.

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Questa è una cittadina di duemila anime nel centro del paese, dal nome assai difficile: Koprishvistica. Si tratta di una sorta di paesino- museo tutto edificato in ottocentesche case in legno di chiaro stile ottomano, dove vive una comunità anch’essa di lingua ed etnia ottomana dedita alla pastorizia e all’apicoltura: bello, bello davvero.

Ancora estremamente gradevole risulta la città di Plovdiv, antica come Roma e come essa edificata su sette colli Plovdiv_Bulgaria.jpg

un dedalo di viuzze acciottolate ottomane, con al centro un bellissimo anfiteatro costruito indovinate proprio da chi? plovdiv1

Dai Romani ovviamente! Una curiosità: è nato qui l’autore teatrale Moni Ovadia, figlio di una minoranza etnica di cui parlerò più avanti. Ci arrivano pure le low cost da qualche anno, è una meta che vivamente consiglio.

Ma se dovessi dirvi di qualcosa di veramente bello appartenente alla Bulgaria, beh allora si tratterebbe di andare a pescare un posto remoto assai, meta ideale per chi viaggia “off of beaten path”, fuori dai sentieri battuti e lontano dalle comodità e dagli standard occidentali. Sto parlando della zona di selvagge e altissime montagne che si estende al centro del paese, il massiccio del Pirin le cui cime sono visibili rigonfie di neve dal centro di Sofia fino a primavera inoltrata. Nella zona di Rila, dove sorge anche un bellissimo monastero ortodosso, le vette assumono una colorazione e una geografia particolare, prendendo il suggestivo nome di “Montagne d’acqua”, anche per via dei laghi che si succedono uno dietro l’altro

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I laghi sono 7 per l’esattezza e intorno ad uno di essi, che prende il nome di “fegato” per via della forma si tiene annualmente un raduno bizzarro assai: il cd “Paneuritmia”. Si tratta di una danza tenuta da parte di una setta, i cd Bogomili, che si reputano discendenti di una setta eretica vissuta qui intorno all’anno Mille: danzano evocando gli spiriti dei loro morti intorno al lago cd “fegato”, l’organo che nel mondo classico rivestiva il ruolo che nel nostro mondo ha il cuore: quello di organo ove sono racchiusi i sentimenti e le emozioni. Già, proprio così: i Greci, i Traci e i popoli antichi non credevano che fosse il cuore a essere il tesoriere degli amori, delle emozioni, dei palpiti. Dicevano che fosse il fegato.

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Ebbene, un giorno all’anno, i Bogomili danzano intorno al lago dall’alba al tramonto. Danzano in cerchi concentrici, sempre più stretti

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al cui fulcro interno siede un santone, che a mio avviso ha ingravidato negli anni migliaia delle donne che prendono parte come sorta di sacerdotesse alla funzione: ricordo quella notte di aver visto all’accampamento decine di bambini tutti con gli stessi tratti somatici, la stessa faccia  insomma del santone, sarà mai una coincidenza?

Non è certo facile essere uno dei Bogomili e prendere parte alla danza: essi non cercano pubblicità e arrivare tra queste montagne è un impresa che sa di epico. Ma io me la ero studiata bene e nel 2013, spacciandomi per un novello Bogomita del Sud Italia, bluffando a mio rischio e pericolo con la lingua e un’altra serie di balle ben assortite, inerpicandomi prima a piedi, poi in seggiovia, poi su un cavallo affittato da alcuni rom e infine smarrendomi a piedi su una montagna dentro un temporale, alla fine raggiunsi l’accampamento dei Bogomili, giusto la notte prima della cerimonia del Paneuritmia. Era come trovare ad una sorta di Woodstock ancestrale, più folle, più fuori dal mondo.

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Quella notte le Montagne d’Acqua fecero sentire tutta la potenza del loro etimo e non smise un attimo di diluviarci addosso: la mattina non avevo una sola parte del corpo o un solo indumento che non fosse fradicio di pioggia. Ma poi si alzò il Sole e ballai fino al tramonto sul lago sacro del Fegato insieme ai miei amici Bogomiti.

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E’ tutt’ora una delle cazzate fatte in vita mia di cui vado più fiero