Il Vello d’oro – giorno 15: Ani, una città-fantasma alla fine del mondo

Giorno 15
La cosa che mi pare più assurda di questo assurdo luogo ove mi trovo sono i cartelli stradali. Si, avete letto bene, i cartelli stradali. Davvero, quando si è qui, assuefatti a questo spazio sconfinato e agorafobico, in questa steppa senza fine che ti assorbe e sovrasta, finisce per apparire poco credibile che un cartello possa indicare che da qualche parte li, da una qualsiasi parte, possa trovarsi una città, un qualcosa ove stanno gli uomini. Pochi chilometri fuori dall’abitato di Kars ci troviamo di nuovo immersi e sovrastati da questa lunare pianura immersa in una luce lattiginosa che stordisce, un nulla senza soluzione di continuità. La compagnia comprende una coppia di inglesi ricercatori presso l’università di Oxford, e una giapponesina anche ella ricercatrice in campo gastronomico del raro sushi turco, nel senso che il pesce lo prende la sera dal portiere di notte della locanda, nella stanza giusto di fianco alla mia, tra lancianti urla che fanno pensare più ad uno smembramento anatomico che ad un amplesso. Vi è poi un giovane autista improvvisato, con scarsa previggenza del futuro, visto che dopo una decina di km restiamo a secco, fermi senza benzina. Per quel che mi pare, il tipo che dovrebbe arrivare da chissà dove con la tanica di carburante potrebbe anche chiamarsi Godot, e noi essere diventati per incanto i protagonisti dell’opera di Beckett fermi li a aspettarlo per l’eternita’ in questo luogo informe e spaventoso. Stormì di corvi oscurano il sole in quanto di più vicino ricordi alla fine del mondo. Ad un tratto avvistiamo appunto un cartello, recita “Ani 43 km”. No dai e’ uno scherzo, volete farci credere che a 43 km esiste qualcosa oltre questo nulla? In effetti di un piccolo scherzo un po’si tratta: Ani e’ il Nulla, scritto con la maiuscola. Forse già il nome, inteso come plurale di ani può fare pensare ad un luogo di deiezione della materia, ormai morta e informe ma atta a rigenararsi sottoterra. L’arrivo ad Ani lascia senza fiato: alla fine di uno sterminato pianoro appaiono possenti mura ciclopiche affrescate e adorne di giganteschi bastioni cilindrici. Ma varcata la porta, sulla quale è effigiato un leone caucasico ( ne vivevano qui), si pone il problema: oltre quelle mura c’è solo il Nulla. Case crollate, colonne infrante, chiese e moschee bruciate.
Ani era la capitale del mitico regno Urartu, fiorente e potente città posta sulla via della Seta, che contava 10.000 abitanti intorno all’anno mille ( un’enormita’ per quei tempi) e che gareggiava in potenza addirittura con Costantinopoli, situata quasi duemila km ad ovest. Dello splendore e della vestigia di Ani sono piene le cronache del tempo. Ma un evento inatteso e terribile mina le fondamenta del suo potere: un cataclisma di eccezionale portata la distrugge quasi completamente e la rende debole ai suoi molti nemici, dai Persiani ai rozzi Cimmeri fino alla nascente stella di Coatantinopoli. Ma Ani si riprende presto:la sua posizione strategica sulla via della seta, prima dei deserti dell’odierno Iran e a sud del selvaggio e intransitabile Caucaso la rendono una sosta irrinunciabile per i mercanti in viaggio sulla direttrice est- ovest. Ma un nuovo evento, assai più imprevedibile e terribile persino di un terremoto, attende Ani. E’un invasione mongola, orde spietate di guerrieri a cavallo che si abbattono sulla città. E’ Tamerlano in persona, il Gran Khan, a comandare l’ordalia. Nessuno sopravvive ad essa, della mitica capitale Urartu restano solo macerie e morte.
E’da ritenere che per i popoli che si imbatterono in essi, l’arrivo dei Mongoli ebbe un impatto analogo ad un’invasione aliena. I Mongoli sono uno scherzo della Storia, non sono un comune esercito invasore, sono una sorta di meteorite impazzito che intorno al 1200 colpisce l’Europa e l’Asia minore incenerendoli. Cronache del tempo narrano di interi villaggi rasi al suolo nel tempo di una notte, in uno spazio geografico compreso tra la Finlandia e Israele. Si narra di diavoli a cavallo capaci di muoversi nelle tenebre e in assoluto silenzio.. I Mongoli dispongono di formidabili arcieri a cavallo, chiamati mi pare Mandugai, innovazione assoluta nella arte militare, capaci di travolgere qualsiasi statica linea di difesa. Si narra che i Mongoli a cavallo sappiano fare tutto, anche dormire e fare l’amore. Hanno un aspetto strano e mostruoso, non si lavano e emanano un terribile odore equino. I Mongoli non fanno prigionieri, non vi hanno interesse, sono nomadi e vivono di saccheggio. Gli uomini delle città conquistate vengono uccisi, le donne orrendamente mutilate e deportate, costrette ad una filiazione forzata come vacche da monta per fornire nuovi soldati. Non edificano città, sono un popolo in movimento. E’ancora un segreto invidiato a tutt’oggi dai migliori strateghi militari capire come un intero popolo abbia potuto percorrere una distanza si decine di migliaia di km e travolgere centinaia di eserciti senza incappare in una sola sconfitta. I Mandugai mongoli straripano nelle pianure della Rumelia, tracimano in Anatolia, deflagrano in Pannonia, l’odierna Ungheria. Ormai sono alle porte di Vienna. Contro di loro l’Europa secolarmente divisa in guerre fratricide trova uno dei rari suoi momenti di unione. Molti km più a est l’Impero cinese erige la più grande opera mai realizzata dall’essere umano, la Muraglia cinese, nel tentativo peraltro vano di arginare le orde mongole.
660 anni dopo il passaggio dell’orda distruttrice, Ani e’ ferma a 5 minuti dopo il passaggio dei Mongoli. Visitare Ani e’un’esperienza che vale un viaggio, anche se andasse fatto dal l’angolo più remoto del pianeta o anche dalla Luna, da cui si vede pure la Muraglia cinese costruita per fermare i Mongoli. Ad Ani si sta sospesi in un limbo immaginario, si galleggia tra macerie che sembrano odoreare ancora di incendi e sangue, e si sta impauriti: si ha l’impressione che dal fiume in fondo alla gola o dalla sterminata steppa possano comparire da un momento all’altro i Mandugai mongoli, e magari farti fare la stessa fine dell’ultimo re Urartu di Ani, che fu cosparso di miele e lasciato li a essere mangiato dagli insetti….nondimeno al di la della barbarie, e’un vero peccato sprecare del miele così! Si’ perché il miele di queste parti e di eccezionale bontà, tra i piu pregiati al mondo, forse perche imbevuto del sangue del povero re di Ani chissà . Ani & honey, un binomio magico. Nel pomeriggio, tornato a Kars ci aggiungo sopra pure un bel hammam e la sera un pasticcio di carne melanzane e peperoni, mi pare si chiami Astakalipi, che lo farebbe diventare duro pure a Lele Mora. Mi regalo pure un’ultima cosa: sono solito pensare spesso ad un luogo immaginario, la Fortezza Bastiani ove è ambientato il “deserto dei Tartari” di Buzzati. Ci penso perché mi rapisce con la mente e ne vado alla ricerca per il mondo. Smetterò di farlo: l’ho trovata! La rocca di Kars domina questa sterminata steppa, e li stettero a lungo i soldati russi, anche molto dopo la fine della prima guerra mondiale, ad aspettare gli Ottomani che però non arrivarono mai. Non arrivarono perché l’impero ottomano non esisteva più….
Io penso che quando torno in Italia dovrò farmi per una settimana di fila lunghe camminate a piedi nella zona di Gianturco, tra la zona industriale e Barra, oppure mettermi a fare jogging intorno al perimetro dell’Italsider di Bagnoli, magari la mattina presto quando la luce del sole bagna le ciminiere dandogli quella sfumatura color marrone merda. Poi dovrò mangiare mattina e sera al Mac donald ed ascoltare a palla cd di Tiziano Ferro: in qualche modo devo lavare via questa overdose di bellezza, smaltire questa sbornie di meraviglie che sto vivendo in questa fantastica avventura. E la cosa forte e’che, come canta quel tamarro di Ligabue, il meglio deve ancora venire!

Il Vello d’oro- giorno 1- Si salpa

Con l’età e gli anni che passano si acquista esperienza e anche il viaggiatore più temerario acquisisce avvedutezza e senno: difatti io stavolta al momento della partenza da Capri e di prendere la funicolare per il porto ho acquistato già pure il biglietto di ritorno, perché l’anno scorso quando sono tornato io l’euro e ottanta centesimi per salire da Marina Grande a Capri non lo tenevo, poi il ragazzo impiegato al gate aveva letto il diario, gli era piaciuto e mi fece passare…
Ho passato molto del mio tempo nel ultimo mese a leggere e documentarmi sui tanti posti da vedere. Credo di conoscere a memoria i mini dei valichi di frontiera della Macedonia,potrei disegnare ad occhi chiusi una mappa orografica dei fiumi e dei monti dell’Albania, della rete stradale bulgara, dei siti UNESCO della Turchia e conosco ad uno ad uno gli eroi nazionali georgiani ed armeni. Ma qui siamo pir sempre nel campo della teoria, e la teoria non è mai stata un problema per me tutto sommato: quel che mi ha sempre fottuto e’la pratica, dove sono terribilmente deficitario. L’impresa nondimeno richiede un alto profilo di pragmaticita’ per essere portata a compimento e devo fare di necessità virtù. La creazione del bagaglio rientra sicuramente nelle attività “pratiche” ed e’ sempre stata un mio tallone d’Achille: l’anno scorso per la Transbalcanica avevo un improponibile sistema di due zaini, uno enorme dietro la schiena ed uno piccolo ma stracolmo sul davanti che mi rendeva agile come una papera con i cuccioli. Ma l’abisso lo raggiunsi due anni fa, quando mi presentai in uno sperduto villaggio indigeno del Rio Cayapas in Amazzonia abitato da indigeni con un elegante trolley color pesca griffato di mia mamma imbevuto fino al manico di fango. Roba da far rivoltare Levi Strauss nella tomba. Quest’anno la parola d’ordine e’ stata avere un bagaglio comodo e funzionale alla struppiata che mi attende: ho stipato fino all’inverosimile lo zaino predisponendo un sistema “matrioska” di zaini più piccoli all’interno dello stesso. Che uomo pratico! Ma quando poi ci si mette il fato avverso sono altri cazzi! Si, perché qualche felino di media taglia ha pensato bene di profumare con qualche sua secrezione urinaria lo zaino piccola “matrioska” che sta dentro quello grande, dando una fragranza inconfondibile a tutto il vestiario che mi porterò appresso ora fino in Caucaso. Che poi da uomo di mondo so fin troppo bene che significato ha questa minzione: e’pura strategia della tensione, ritorsione camorrista messa in atto da quel vecchio bastardo di New Planet, un gattaccio rosso che si aggira per il mio giardino a cui il mio Carbonello ha levato la purpetta dal piatto, ingallando e intorzando la panza alla gattina più bella del quartiere…..
In un altro anelito di praticità e di foraggiamento della francamente fin troppo gravida vacca dell’economia turistica caprese, ho poi pensato di esportare all’estero uno dei pochi brand di qualità rimasti: la marenna mozzarella &pomodoro della salumeria da Alduccio, da consumarsi sull’autostrada tra Napoli e Bari.

La strada passa sul luogo ove pochi giorni orsono si è consumata una delle peggiori tragedie automobilistiche degli ultimi sessant’anni, una delle tante tragedie ad orologeria dell’incuria italiana , poi si lascia alle spalle la Campania e comincia la Puglia ove cominciano le pale eoliche, supero un primo luogo carico di mitologia, Canne della battaglia, ove i mercenari numidiani di annibale annientarono le legioni romane, poi e’ la volta di Bari e del suo porto. Qui tutto per ora mi è stranamente comune: conosco quel cameriere con quella sia brutta alopecia e i suoi modi sgarbati, che vede in me un avventore di passaggio in attesa dell’imbarco e che mai penserebbe che io mi ricordo di lui; conosco quella coppia di cinquantenni in crisi che si imbarca pe la Croazia alla ricerca di una serenità coniugale che da a pugni con i messaggi che lui invia di nascosto all’amante: conosco quelle carovane di pellegrini diretti a Medjgorie a chiedere di guarire da mali incurabili o che la Madonna trovi un lavoro al figlio laureato e precario; quella giovane coppia nata in una discoteca il mese scorso va invece in Montenegro, mentre quei grassi e bisunti camionisti si imbarcano stanchi per l’Albania; quella turba di napoletani dell’hinterland si imbarca invece alla volta della Grecia col suo carico di creste, muscoli palestrati e iPod che sparano una musica rancida, e stanotte faranno a botte sul ponte della nave con gli inglesi già ubriachi,con cui già hanno cominciato a provocarsi a suon di cori da stadio. Ma qualsiasi cosa sarà, tutto ciò che passerà sotto il cielo rovente di questo giorno d’agosto mi sarà relativo, perché tra poco il sole tramonterà, proprio allora la nave alzerà il carrello e salperà, io in quel preciso istante mi sdraierò sul ponte della nave, vedrò la terra dissolversi nel tramonto, mi stapperò una birra, e sarà in quel preciso istante che mi sentirò l’uomo più felice sulla terra

L’orizzonte perduto – Giorno 18 : Hoi An, un anagramma di storia e bellezza

Bene, cominciamo subito col rivelare quale potrebbe essere mai quest’anagramma: semplice Hoi An, mia meta di arrivo, è l’anagramma della mia meta di partenza Hanoi. Simpatico no? Poi sarebbero possibili pure altri anagramma, il più criptico dei quali potrebbe avere come frase introduttiva ” la prima aspirazione del Califfo” (inteso come Franco Califano”: dunque come prima aspirazione avremo non ciò a cui state pensando ma la lettera aspirata H……e tutto il resto è noia (restano le lettere OI AN). Think palillians! Detto questo Hoi An è davvero bellissima: adagiata su un ansa dell’omonimo fiume, si compone di due parti su diverse isolette fluviali unite da ponti. Già i ponti i ponti sono la migliore chiave d’interpretazione per capire Hoi An. Questo bellissimo in foto è il famoso “Ponte coperto giapponese”, una sorta di Ponte Vecchio in salsa nipponica nel senso che come quello fiorentino ospita al suo interno spazi coperti e alloggi che erano la dimora dei mercanti giapponesi. Altri mercanti venuti dalla Cina provvidero invece ad edificare il più grande Ponte Cinese nei cui dintorni decine di barchette si agitano in antichi traffici e più recenti giri turistici. La città è storicamente infatti sede di mercanti sin dai tempi di Marco Polo: i venditori di seta venivano qui da ogni angolo dell’Asia per scambiarla con spezie o venderla a qualche intrepido mercante europeo. Molte infatti le abitazioni in stile francese Ma le case più belle di mercanti sono quelle che appartenevano alle ricche corporazioni di mercanti cinesi, simili quasi a dei templi Erano le sedi di gilde di mercanti divisi per regione di provenienza: quelli del Fujan, dell’isola di Hainan, del Guanzhou e fungevano anche da sacrari religiosi e tribunali. Il per la casa-bottega più bella va comunque ad un mercante locale, un certo Tan Kydi famiglia poverissima e rimasto orfano in giovane età, Tan Ky riuscì a mettere su un’enorme fortuna col commercio di seta, oltre a rivelarsi un benefattore ed un mecenate per la sua comunità. Alla sua morte migliaia di persone da ogni angolo del Vietnam portarono doni nella sua bellissima casa in legno pregiato.

Hoi An è davvero bella e come tutti i posti belli paga un dazio all’enorme sviluppo turistico ma ha saputo ad ogni modo mantenere la sua identità . Poi se il caldo opprimente diventa insopportabile, potete fare sempre un salto sulla bellissima spiaggia di An Bang, di fronte alle remote isole Cham paradiso dei sub per i fondali ricchi di coralli e pesci tropicali. Sorge nei pressi anche il bellissimo sito di My Son, antica capitale del regno ChamE poi sta la ricca cucina locale, una tradizione secolare che inventó secoli orsono il genere cd fusion. Specialità della casa ?nientedimeno il “totano abbuttunato”! Qui però lo guarniscono con carne di maiale, che con 35 gradi anche di notte e umidità vicina al 100% non se ne scende proprio easy ma va bene lo stesso.

Visitate Hoi An!

L’orizzonte perduto – Giorno 17 : i treni per Da Nang

Una cosa fondamentale di un viaggio credo sia l’atteggiamento, intendo quello di fondo con cui ci si relaziona alle cose, lo spirito con cui si vive ciò che sta accadendo e ci si prepara a ciò che accadrà. Solitamente per mio conto, anche se forse la carta d’identità e credo anche l’aspetto esteriore suggeriscano ormai altri profili , cerco di avere sempre lo spirito del backpacker, quello da viaggiatore giramondo zaino in spalla molto easy going che vive il viaggio un minuto alla volta e prende con un sorriso anche eventuali contrattempi e mancanze altrui, includendole quali spunti dell’avventura che si sta vivendo. Questo è quello che di fondo mi ripropongo, quasi come un credo ideologico, ma non sempre vi riesco. Capita anche a me a volte di svegliarmi in viaggiocon un altro atteggiamento di fondo: quello della pereta/tracina in vacanza. Ho unificato i due concetti all’apparenza affini ma credo sia possibile una distinzione e, senza dilungarsi troppo in analisi antropologiche, direi che potremo fare una sorta di bird-watching: per osservare un esemplare di pereta in vacanza non dovete fare altro che recarvi in questi giorni ad una qualsiasi ora del giorno ad un tavolino di un bar della piazzetta di Capri, che a fine estate ne è affollata come uno stagno della Camargue lo è di fenicotteri prima della migrazione invernale. Stanno li quasi tutto il giorno, persino il mare è considerata un’attività ingombrante e che sottrae energie preziose al fulcro della loro vacanza, che è quello di rivendicare il proprio status di Signora. Laddove ciò gli viene sottratto o non riconosciuto con la giusta dovizia, la Pereta pardon la Signora parte con la lamentela: contro “la Capri di una volta che non c’è più” così come contro “la Capri vecchia che non si evolve verso nuovi nuovi modelli” tipo Ibiza, due aspetti non proprio collimanti anzi antitetici ma vabbè. Più difficile e meno scontato invece il bird-watching della tracina vacanziera, che nidifica un po’ ovunque ma con minori versi di richiamo. La sua forte tendenza a scambiare attacchi di bile e isterie patologiche per crociate sante in nome della Moralità e della Giustizia, vorrebbe che le masse dormienti la seguissero in roghi pubblici e lapidazioni contro la casta di corrotti che fa partire i treni sempre in ritardo, le compagnie aeree con quella aria condizionata a palla che fa venire la polmonite ai bambini, i tassisti che fregano la povera gente sul tassamentro e l’albergatore che ha la piscina con troppo cloro: la sua vacanza è una sorta di class action perpetua, una battaglia nevrotica contro le ingiustizie del mondo.

Ecco, tornando a noi stamattina mi sono svegliato con in testa un cocktail delle due situazioni descritte e quindi con questo gradevole status of mind mi tiro prima una bella questione con la tipa della reception per via dell’aria condizionata scassata o meglio dire non regolabile; conosce solo due funzioni : On e ti ricostruisce in pochi istanti il microclima di Vladivostok a Gennaio, Off e in pochi istanti ti ritrovi nel bel mezzo del deserto della Dancalia a confine tra Etiopia ed Eritrea pur non essendoti mai mosso dal tuo letto. La notte di alternanza tra la taiga siberiana e il “deserto dei deserti” ha influito parecchio sull’umore, così continuo a colazione a tirarmi la questione con due cinesi, cui faccio notare due delle cose che mi danno più fastidio quando sono in modalità pereta/tracina: il parlare a voce troppo alta ed il mangiare a bocca aperta. Passi il primo ma sta da dire che il secondo aspetto costituisce una prassi piuttosto diffusa e certo poco gradevole a tutti i paesi asiatici: sono giorni che mi siedo a tavola a gustare le prelibatezze del cibo vietnamita ma mi trovo sempre di fronte qualcuno con la bocca aperta come una betoniera che impasta il cemento (anche a livello sonoro credo che il paragone sia calzante). Ed a tal proposito non vi dico quando prendono a degustare alcune delle specialità locali quali zuppe o noodles: i picchi in microfrequenze raggiungono livelli improponibili, a meno che con molta fantasia non si riesca a chiudere gli occhi e riportare quello squittio sonoro con l’immaginazione da un’altra parte con altra gente, sotto la scrivania di Clinton per fare un esempio.

Farei bene tuttavia a dismettere subito questo atteggiamento per non appestarmi la giornata odierna, che tra l’altro è una di quelle più on the road di tutto il viaggio, contemplando un magnifico viaggio in treno dal nord al sud del paese.

Il viaggio si fa subito magnifico con il trenino che sferraglia lento in un paesaggio davvero singolare: a sinistra il mare, a destra altissime montagne e in mezzo un esile binario come a fare da spartiacque. Piacevole il clima a bordo, dove capito in cuccetta con due vietnamiti e un italiano grosso esperto di storia Cham, l’etnia fondatrice del Vietnam antico. Si trattó di un popolo dal passato fulgido, in perenne conflitto con i khmer dell’attuale Cambogia, gli edificatori dell’Angkor wat per capirci. I Cham (o Champa) non furono da meno nel costruire templi che facessero tremare le ginocchia per la loro magnificenza ma gran parte di quel patrimonio è andato perduto, anche per via degli sciagurati bombardamenti americani durante il conflitto. Certo bisogna avere davvero la merda nel cervello per bombardare un sito archeologico ma purtroppo scoprirò non essere stata nemmeno la peggiore delle nefandezze compiuta quaggiù dagli yankee.

Valichiamo uno spettacolare passo di montagna detto di Hai Van che in pratica divide il nord dal sud del paese, proteggendo quest’ultimo dai freddi “venti cinesi”, ed entriamo in quello che anche politicamente era il Vietnam del Sud prima della riunificazione di Ho Chi Minh.All’ arrivo di questo fantastico viaggio in treno, una sorta di Oriente Express sfuggito al Progresso, giungiamo a Da Nang, quello che era il porto di sbarco dell’esercito americano in Vietnam. Una certa influenza americana è in effetti tangibile con la città che ha assunto uno skyline alla Miami

Ed un ponte cd del Drago che la sera si illumina in mille giochi colorati. La città ospita un eccezionale museo della cultura Cham, visto che questi capolavori all’aperto diventavano bersaglio per i Rambo dell’aviazione a stelle e strisce

Per il resto Da Nang non offre molto ed in infatti è base di partenza per la mia prossima destinazione:

Oltre queste bizzarre montagne dette “di marmo” perché effettivamente vi si estrae esso, sta la magnifica Hoi An, su un ansa del fiume omonimo, fiabesca città di mercanti sin dai tempi di Marco Polo.

Ma di ciò parleremo nella prossima tappa di questo incredibile viaggio