Il Vello d’oro- giorno 3- Bagni omerici ed adamitici

Giorno 3
Quando disegno i miei itinerari di viaggio, raramente contemplo tappe cosiddette “di mare”. Tendo ad escludere sula base di una semplice constatazione: vengo da Capri, ove ho la possibilità di fare bagni, almeno nei week end, per un lasso di tempo che va da aprile ad ottobre ed anche oltre; ho a disposizione spiagge tra le più belle del Mediterraneo a pochi minuti da casa e per di più sono proprietario ( o perlomeno lo è mio padre) di un albergo a 4 stelle giusto nel centro di Capri. Se voglio farmi la vacanza di mare, servito e riverito, faccio 20 metri dal cancello di casa, ditemi voi che senso ha andare in un altro posto a farsi i bagni nell’unico mese filato che ho di vacanza? Quindi al massimo destino nei miei viaggi non più di un giorno al mare. Quest’anno per motivi geografici la tappa di mare e’ capitata proprio all’inizio del percorso, il mare lo rivedrò se tutto va bene fra migliaia di chilometri, dalle parti del Bosforo e poi del Caucaso, ed avrà un altro colore, nero. Nondimeno mi è molto piaciuta questa giornata iniziale al mare nella terra dei Ciamuri, a Ksamil dove ho assaporato anche il piacere stamattina di un bagno all’alba, cosa che per una congerie di fattori a Capri mi concedo rare volte. Il bagno, nelle luci soffuse dell’aurora, e’ durato molto più del previsto per via di uno sgradito fuori programma: mentre nuotavo nella baia deserta e’ apparso sulla riva un branco di cani randagi latranti, ed io già immaginavo di vedere il mio barbagallo dilaniato tra le loro fauci aperte ( preso da un brivido naturistico mi ero buttato pure a mare in costume adamitico). Naturalmente il branco di cani era un altro segnale di ostilità inviatomi dagli dei, che stanno cominciando veramente a cacare un po’ il cazzo, manco un bagno in Santa pace. L’apparizione dei randagi pesca, e questo solo gli dei potevano saperlo, nella mia più grande fobia. Funziona così: non mi fanno paura ragni serpenti tarantole sanguisughe e rettili, tutta roba con cui ho avuto a che fare in altri viaggi a stretto contatto, ma se mi metti difronte un cane lupo che mi ringhia contro anche in pieno centro urbano mi paralizzo. Per poter dunque uscire dall acqua ho dovuto attendere l’arrivo di qualche altro umano, nella fattispecie un tizio che dubito abbia studiato all’accademia della Crusca e che, parlando solo albanese, ci ha messo un po’ prima di brandire un bastone e scacciare i cani, poiché sulle prime aveva travisato le mie richieste pensando che fossero delle avance di natura sessuale nei suoi confronti. Pensate un po’ voi ch scena patetica, io che col pesce da fuori nell’acqua cerco di richiamare l’attenzione di un fravecatore albanese che sulle prime mi manda a fanculo e si pensa che sono un ricchione che se lo vuole schiattare…. Comunque tutta la giornata e’ stata contrassegnata da bagni piuttosto singolari.
Dalla costa ciammurra mi addentro nell’Albania profonda su di un furgon, i minibus collettivi con cui ci si sposta qui, in direzione della prossima tappa molto attesa e densa di mitologia, la Sorgente dell’Occhio Blu. Si tratta appunto di una sorta di misterioso geyser posto sul fondo sconosciuto di un fiume, nei pressi di un villaggio chiamato Mesopotamia. Il luogo non si rivela ovviamente facilmente al visitatore, il furgon mi lascia sulla strada per Argirocastro ad un incrocio con un tratto di 3 km da percorrere sotto un sole cocente e con lo zaino pesante in spalla. Ma la forma fisica e’ in netta crescita, prima di partire ero un rottame che faticava a salire via Krupp, ora invece, sarà l’adrenalina del viaggio o il potere magico dello zainone, mi sento di colpo come un toro pronto a sbrindellare l’imene di 20 giovenche e mi scieoppo la salita con 20 chili in groppa a tempo di record, lasciandomi alle spalle una banda di lagnosi fiorentini ai ferri corti gli uno con gli altri. La Sorgente dell’Occhio Blu non tradisce le attese e si disvela come un luogo magico, di enorme bellezza: tutti le tonalità di blu dal turchese all’acquamarina stanno dentro questo vortice di acqua gelata tra i cespugli di mirto e ginepro. Sul posto due ragazzacci albanesi si atteggiano a galli sulla munnezza, avvertendo che il bagno in quel posto e’ roba per i soli locali e mai nessuno straniero e’riuscito a stare sopra il getto gelato del geyser sotterraneo per più di pochi secondi…ok, nessuno straniero, ma questi da quanti secoli non vedono un epigono degli Argonauti giungere qui in carne ed ossa? Raccolgo il guanto di sfida e annuncio loro che avrei sostato sopra il getto gelato per almeno un minuto, azionassero i cronometri. Salgo su una quercia concava e mi tuffo….pochi secondi e con l’acqua che monta da sotto a mo di Jacuzzi verso il basso inguine, provo la stessa sensazione che doveva provare quel ragazzo dai modi gentili e paciosi, soprannominato diciamo “Degustatore di ratti”, ai tempi della militanza nelle giovanili della Caprese giù da Germano, quando degli altri tizi un po’ bulli di Marina Grande si producevano nei suoi confronti in un scherzo davvero assai cretino, che consisteva nell’inmobilizzarlo e spruzzargli sulle parti intime quello spray gelato che si usa contro le contusioni…non c’è bisogno di fa correr il cronometro fino a 10 che sono fuori dall’acqua ma poco dopo mi imbatto in un tizio che cucina su una griglia le trote da lui pescate col vino da lui coltivato, il tutto per 600 leke, al cambio attuale manco 4 euro. Stupenda la Sorgente dell’Occhio Blu!

Dopo poco mi rimetto in marcia ma poco dopo vengo raccattato da un simpatico signore col Suv e dal figlio, selezionato da un’università canadese per giocare nella nazionale canadese di handball, e mi danno un passaggio fino alla prossima meta: Argirocastro, letteralmente la Fortezza d’Argento. Scanaliamo un paso di montagna e ci tuffiamo nella valle del Drinos e ci siamo, il posto e’una bellissima cittadella medievale abbarbicata sotto un castello, con case ottomane del seicento e vie lastricate in cui è bellissimo perdersi nella luce corrusca del tramonto.

Argirocastro e’un luogo speciale anche per tutta una serie di personaggi a cui è legata: 1) Ali Pasha, potente pirata turco che qui eresse il suo inespugnabile castello e che nel sedicesimo secolo mise a ferro e fuoco le coste italiane. Ricollegandosi al discorso di ieri dei Ciammurri, e’ più che probabile che Ali Pasha e i suoi giannizzeri abbiamo sovente infilato la loro scimitarra di pelle nella pancia di nostre antenate capresi
2) Brancaleone da Norcia: qui e’ ambientata l’epopeea dell’Armata Brancaleone, uno dei miei film preferiti
3) Mr Durmi, gestore del ristorante Kulimi, uno dei posti dove ho mangiato meglio in vita mia. Le rane fritte sono di un afrodisiaco che annichilisce il Cialis.
4) il dittatore dell’epoca comunista Enver Hoxha, uno nella top ten dei dittatori psicopatici, sul genere di quello della Corea del Nord, di quelli ch si ingrippano a scorticare via la storia da un paese per piegarla ala loro demenziale idea di mondo e la conseguente architettura. Ma visto che era nato qui, ha pensato di fare un’eccezione e risparmiare Argirocastro dallo scempio comunista.
Io qui ci arrivo molto prima delle luce corrusche del tramonto, sotto il sole battente della calandrella alle 4 di pomeriggio e mi abbarbico lungo ste vie vie verticali fino ad un dimora storica segnalata dalla guida. Il luogo merita la sfacchinata, e’ una sorta di castello ottomano, ma ad un aprirmi arriva una donzella che mi dice che l’albergo e’ pieno. Tuttavia nel vedermi tutto trafelato si muove a compassione e comincia a prepararmi una premuta di limone, poi prende a chiamare una dozzina di pensioni per trovarmi dove dormire. Comincio a pensare che questa rappresenta il classico mezzo cuofano che un vero uomo rispettabile, in un venerdì sera e dopo il settimo drink, deve carriarsi, altrimenti perde la sua rispettabilità. Ma la tipa rivela subito una sua altra natura molto più prosaica: la granita e’ a pagamento e persino una ad uno le telefonate fatte hanno un, seppur esiguo, costo. Alla fine mi trova un posto dove dormire ma la prendo sul cazzo, e poi il posto e’ un casermone insignificante, quindi mi risolvo a scegliere un altro alberghetto difronte al casermone, che però è proprio il cesso. Sei piani a piedi, materasso in lana modello caserma del dopoguerra e commuoglio del cesso tranciato in due come da un colpo d’ascia, boh. E qui si manifesta l’ultimo bagno della giornata: trovo una sorta di shampoo in camera ed essendone io sprovvisto lo uso, forse pensando che lo deve aver dimenticato il precedente cliente. Non so che roba sia ma si rivela per esser una sorta di melassa che mi azzecca i capelli in una sorta di bukkake strano.
E pensare poi che qui è stranamente pieno di botteghe di barbiere, che fungono anche da bar. Ed e’ un piacere irriverente stare seduti fuori ste botteghe a parlare con gli anziani del posto a bere raki, a litigare sul calcio e trovare un punto d un’unione sul nostro idolo comune, Behrami, il valoroso Valon.
Domani mi aspetta una giornata da bollino rosso, segnata nel programma come il Bloody Saturday. Sveglia all’alba e su con un furgon per la Strada Fascista per il Burmash Pass e le Grammoz Mountains, fino alla città di Korca e poi giù, attraverso un valico di frontiera in Macedonia, sul lago di Prespa, alla volta di Golem Grad, un’isola sul lago abitata da solo serpenti. Si tratta di 8-9 ore su strade sgarrupate e dentro furgoncini scassati,ma io al mondo qualcosa più bello di questo ancora non l’ho trovato.

Il Vello d’oro- giorno 1- Si salpa

Con l’età e gli anni che passano si acquista esperienza e anche il viaggiatore più temerario acquisisce avvedutezza e senno: difatti io stavolta al momento della partenza da Capri e di prendere la funicolare per il porto ho acquistato già pure il biglietto di ritorno, perché l’anno scorso quando sono tornato io l’euro e ottanta centesimi per salire da Marina Grande a Capri non lo tenevo, poi il ragazzo impiegato al gate aveva letto il diario, gli era piaciuto e mi fece passare…
Ho passato molto del mio tempo nel ultimo mese a leggere e documentarmi sui tanti posti da vedere. Credo di conoscere a memoria i mini dei valichi di frontiera della Macedonia,potrei disegnare ad occhi chiusi una mappa orografica dei fiumi e dei monti dell’Albania, della rete stradale bulgara, dei siti UNESCO della Turchia e conosco ad uno ad uno gli eroi nazionali georgiani ed armeni. Ma qui siamo pir sempre nel campo della teoria, e la teoria non è mai stata un problema per me tutto sommato: quel che mi ha sempre fottuto e’la pratica, dove sono terribilmente deficitario. L’impresa nondimeno richiede un alto profilo di pragmaticita’ per essere portata a compimento e devo fare di necessità virtù. La creazione del bagaglio rientra sicuramente nelle attività “pratiche” ed e’ sempre stata un mio tallone d’Achille: l’anno scorso per la Transbalcanica avevo un improponibile sistema di due zaini, uno enorme dietro la schiena ed uno piccolo ma stracolmo sul davanti che mi rendeva agile come una papera con i cuccioli. Ma l’abisso lo raggiunsi due anni fa, quando mi presentai in uno sperduto villaggio indigeno del Rio Cayapas in Amazzonia abitato da indigeni con un elegante trolley color pesca griffato di mia mamma imbevuto fino al manico di fango. Roba da far rivoltare Levi Strauss nella tomba. Quest’anno la parola d’ordine e’ stata avere un bagaglio comodo e funzionale alla struppiata che mi attende: ho stipato fino all’inverosimile lo zaino predisponendo un sistema “matrioska” di zaini più piccoli all’interno dello stesso. Che uomo pratico! Ma quando poi ci si mette il fato avverso sono altri cazzi! Si, perché qualche felino di media taglia ha pensato bene di profumare con qualche sua secrezione urinaria lo zaino piccola “matrioska” che sta dentro quello grande, dando una fragranza inconfondibile a tutto il vestiario che mi porterò appresso ora fino in Caucaso. Che poi da uomo di mondo so fin troppo bene che significato ha questa minzione: e’pura strategia della tensione, ritorsione camorrista messa in atto da quel vecchio bastardo di New Planet, un gattaccio rosso che si aggira per il mio giardino a cui il mio Carbonello ha levato la purpetta dal piatto, ingallando e intorzando la panza alla gattina più bella del quartiere…..
In un altro anelito di praticità e di foraggiamento della francamente fin troppo gravida vacca dell’economia turistica caprese, ho poi pensato di esportare all’estero uno dei pochi brand di qualità rimasti: la marenna mozzarella &pomodoro della salumeria da Alduccio, da consumarsi sull’autostrada tra Napoli e Bari.

La strada passa sul luogo ove pochi giorni orsono si è consumata una delle peggiori tragedie automobilistiche degli ultimi sessant’anni, una delle tante tragedie ad orologeria dell’incuria italiana , poi si lascia alle spalle la Campania e comincia la Puglia ove cominciano le pale eoliche, supero un primo luogo carico di mitologia, Canne della battaglia, ove i mercenari numidiani di annibale annientarono le legioni romane, poi e’ la volta di Bari e del suo porto. Qui tutto per ora mi è stranamente comune: conosco quel cameriere con quella sia brutta alopecia e i suoi modi sgarbati, che vede in me un avventore di passaggio in attesa dell’imbarco e che mai penserebbe che io mi ricordo di lui; conosco quella coppia di cinquantenni in crisi che si imbarca pe la Croazia alla ricerca di una serenità coniugale che da a pugni con i messaggi che lui invia di nascosto all’amante: conosco quelle carovane di pellegrini diretti a Medjgorie a chiedere di guarire da mali incurabili o che la Madonna trovi un lavoro al figlio laureato e precario; quella giovane coppia nata in una discoteca il mese scorso va invece in Montenegro, mentre quei grassi e bisunti camionisti si imbarcano stanchi per l’Albania; quella turba di napoletani dell’hinterland si imbarca invece alla volta della Grecia col suo carico di creste, muscoli palestrati e iPod che sparano una musica rancida, e stanotte faranno a botte sul ponte della nave con gli inglesi già ubriachi,con cui già hanno cominciato a provocarsi a suon di cori da stadio. Ma qualsiasi cosa sarà, tutto ciò che passerà sotto il cielo rovente di questo giorno d’agosto mi sarà relativo, perché tra poco il sole tramonterà, proprio allora la nave alzerà il carrello e salperà, io in quel preciso istante mi sdraierò sul ponte della nave, vedrò la terra dissolversi nel tramonto, mi stapperò una birra, e sarà in quel preciso istante che mi sentirò l’uomo più felice sulla terra

El mundo perdido- giorni 19 e 20: la fine del mondo

Fino ad oggi ero solito ripetere a me stesso e a chi me lo chiedesse che il posto più bello del mondo fosse la baia dei Faraglioni di Capri non lo dirò più e non certo perché non ami più quel luogo, ma il motivo è presto detto Machu Picchu prima ancora che un luogo magico è un luogo comune. Nel senso che possono adoperarsi per esso tante di quelle frasi fatte definibili come tali ed ognuna di esse qui riesce a trovare un fondo di verità. Proviamo a vedere quali: “è un luogo che toglie il fiato”, vero e a quello ci pensa già l’altitudine tra l’altro; “è un luogo ove andare almeno nella vita”: assolutamente, capisco chi non ne ha possibilità, diversamente potreste un giorno finire a rimpiangere fino all’ultimo minuto e all’ultimo spicciolo buttati su qualche cesso di spiaggia di Sharm El Sheik o delle Canarie, pensateci finché siete in tempo; “non vi sono parole per descrivere un luogo così”, no, questo non lo accetto, non è un luogo comune ma una menzogna: vi sono sempre parole per descrivere la bellezza, proviamo a trovare quali. La prima cosa che noti arrivando qui è che si tratti di un luogo davvero inaccessibile, di conseguenza questo arrivare è lungo e tortuoso perché gli elementi della natura paiono essersi messi di impegno a disegnare un paesaggio impossible. Passata Ollantaytambo, il fiume Urubamba si incassa entro montagne altissime orlate da ghiacciai, solcando una valle sempre piu profonda stretta si che a fatica si riesce a vedere il cielo la valle è così angusta che vi è posto solo per la ferrovia e un cammino a piedi mentre nessuna strada carrozzabile arriva qui. Già il treno: questo è davvero il viaggio in treno più bello del mondo, a capofitto in queste valli come trascinati dal fiume verso una destinazione finale così leggendaria. Della bellezza paiono consapevoli anche gli operatori ferroviari peruviani che applicano a questa tratta tariffe da paesi scandinavi. Il fiume prende poi a disegnare come una spirale inarrestabile in una giungla sempre più fitta, fino a sbattere contro una diga, opera di ingegno notevole attesa la conformazione dei luoghi. Da questo punto, noto a tutti gli appassionati di trekking come “la Hidroeletrica” si scende come lungo una specie di cascata soft all’univo insediamento umano nel raggio di un centinaio di km, Aguas Calientes. A tale suggestivo nome non fa seguito alcun bellezza ahimè del luogo, sviluppatosi frettolosamente come un groviglio di calcestruzzo per l’offerta ai turisti in visita al Machu Picchu. Nella sua bruttezza e nella sua spendita di cemento mi ha ricordato certe città turistiche della Thailandia. Eppure il borgo avrebbe avuto modo di essere assai più bello, bagnato da questo fiume magico che qui incontra certe bellissime pietre dalla forma rotonda su cui si infrange in bianche spume ma fa niente, la sua bruttezza verrà dimenticata presto dallo tsunami di bellezza che sta per travolgervi. L’alba del giorno di ascesa alla montagna sacra vengo svegliato dal cinguettio di un bellissimo uccellino rimasto prigioniero nel bagno ha la testa variopinta di mille colori e lo associo ad un messaggero divino mandato dagli dei che sovraintendono alla Vecchia Montagna. Lo leggo come un presagio benigno. Assai più funesto si rivelerà nella lunga e faticosa ascesa alla Porta del Sole l’invio divino di certi inafferrabili moscerini verdi simili a diavoli volanti che mi tempestano di dolorosi morsi le mani . Ah già la Porta del Sole: un nome così lascia molte aspettative in chi legge, che credo di poter ripagare è il luogo da cui vedrete apparire il sito noto come Machu Picchu, anche se esso è in verità il nome della grande montagna su cui si trova la Porta del Sole e da cui è scattata questa foto stessa. Quel famoso colle che domina la città ha invece il nome di Wayna Picchu, che significa “giovane cima” mentre “Machu” sta per vecchia. da qui tocca finalmente scendere e tuffarsi in qualcosa dalla bellezza irreale. L’ultima parola che viene da usare per descriverlo è “rovine” o “resti”, perché quelle mura, quei templi incredibili, quelle pietre pare di sentirle respirare, sanguinare la torma vociante di turisti riesce qui a scalfire solo minimamente la bellezza e il rapimento estatico. State pur certi che se avrete la fortuna di venire qui e scendere dalla Porta del Sole a Machu Picchu, vi passerà tutta la vita davanti e non potrete fare a meno di piangere. simbolicamente il mio viaggio finisce qui, nel posto dove un viaggio può solo finire, non iniziare. Per la verità mi aspetta ancora qualche giorno dove dovrò recuperare un bagaglio sparpagliato per mezzo Sudamerica, tra Lima, Cartagena e Bogotà, l’emozione di un tramonto sul Pacifico e qualche altra avventura che eviterò di raccontarci, perché Machu Picchu è il luogo dove tutto ha fine E’ stata una gigantesca avventura vissuta a 1000 all’ora tra scenari che è difficile immaginare più diversi, rimbalzando per 3 settimane tra i Caraibi e le Ande, le giungle avvolte dalle nebbie e le città soffocate dallo smog.Scrivere il diario mi aiutava come sempre a ricostruire ciò che stavo facendo ma stavolta è stato difficile perché davvero gli stacchi drastici di scenari incredibili rendevano arduo il compito. Ognuno di essi è stato a suo modo un “mundo perdido”, dove tuttavia ho capito di non aver perso la mia Libertà

El mundo perdido – giorno 17: Ollantaytambo, la Stalingrado degli Inca

Corre l’anno domini 1536. La campagna di invasione spagnola prosegue trionfalmente, il conquistador Francisco Pizarro risale le valli andine radendo al suolo intere città e sterminando dal primo all’ultimo i suoi abitanti. Poi un giorno le truppe spagnole arrivano qui, in una città chiamata Ollantaytambo, il cui re è conosciuto col nome di Manco Incaa Manco Inca non passa manco per il cazzo di arrendersi, anche perché perfettamente consapevole che gli toccherebbe alcuna sorte diversa dalla morte laddove deponesse pacificamente le armi. Ma per mantenere vivo se stesso e il suo regno bisogna sconfiggere gli spagnoli e l’impresa non pare alla portata dei suoi miseri e mal equipaggiati soldati. Soprattutto pare impossible fermare quella che è l’arma di distruzione di massa dei tempi , la cavalleria spagnola che già a Vilcabamba e a Cajamarca tre anni prima aveva fatto strage a migliaia di nativi, che mai prima avevano visto un cavallo. Atahualpa, re di Cuzco, era stato giustiziato tre anni prima, catturato in battaglia e Manco Inca deve escogitare qualcosa se vuole evitare la stessa sorte. Può giocare solo d’astuzia contro nemici così superiori per armamento. Così ai piedi di quella gigantesca fortezza fa costruire una serie di condotti allagabili ancora oggi visibili . Quando arriva la cavalleria spagnola, guidata dal fratellastro di Pizarro Hernando, si trova un muro d’acqua che gli viene incontro, mentre una pioggia di frecce e lance dagli spalti seppellisce gli sterminatori spagnoli nella tomba che meritano di trovare la vittoria fu netta anche se piuttosto effimera, perché dopo un anno le truppe spagnole si ripresentano con effettivi quadruplicati espugnando facilmente la città e mandando il coraggioso te incontro allo stesso destino del suo predecessore, la decapitazione. Resta comunque impresso il coraggio del valoroso re e visitare ancora oggi i luoghi di quella eroica resistenza assume un fascino indescrivibile anche il paese di Ollantaytambo, appena alla base della imponente fortezza, è assai gradevole a visitarsi, solvato dalle acque del fiume Urubamba che annegó gli spagnoli coi loro cavalli. Col mio solito culo becco un bellissimo alberghetto con vista sulle rovine Inca. A gestirlo è un artista, un certo Wow, che da il nome anche alla pensione, che vanta il libro degli ospiti a suo dire più grande del mondo. Ma l’attrativa principale è data da questa “hall” davvero incredibile, dove stare ore a rilassarsi contemplando gli scavi e ascoltare il rumore del fiume. E poi la cucina locale, lontana dalla “fighetta” Cuzco, capitale della cucina “novoandina” coi suoi bellissimi ristoranti fusion dalle atmosfere patinate. Qui le porzioni sostanziose servite dai fratelli Marquez contemplano piatti dal sapore robusto come il ceviche di trota appena pescata e poi lui, il povero animaletto domestico che qui in Perù è il piatto nazionale. Parlo del cuy, la cavia peruviana, finita nel forno sigh

El mundo perdido – giorno 16: la montagna dell’arcobaleno triste

La montagna del Vinicunca, meglio conosciuta come Rainbow Mountain, è un’attrazione divenuta nota in tempi estremamente recenti e che vede la sua popolarità implementare di anno in anno in misura esponenziale. Il motivo di questa fama è facilmente intuibile già guardando una qualsiasi fotografia dei luoghi, anche quando il soggetto pare una via di mezzo tra Sbirulino e uno sciatore sfigato della ex Ddr :

Le nette striature ferrose nella montagna di differenti colori donano un effetto scenico oggettivamente magico e senza eguali. Altrettanto facile a intuirsi è il soprannome di Rainbow Mountain, la montagna arcobaleno, per la ricorrenza di ben sette colori .

Per una mia descrizione dei luoghi io invece di colori ne adopererò due, che sono quelli del chiaroscuro, perché sulla montagna a mio avviso si addensano luci ed ombre nonché un enorme motivo di riflessione finale. La montagna tocca una quota di 5025 metri sul livello del mare e questa non può rimanere una curiosità fine a se stessa. Proviamo a spiegare cosa possano essere 5000 metri: la cima più alta d’Europa, il Monte Bianco arriva a 4780 e ci sono voluti secoli prima che un uomo riuscisse a issarsi su di esso. Ovviamente nel caso di specie contano le difficili condizioni climatiche col ghiaccio e la neve ma vi è anche un altro enorme ostacolo a quelle quote: l’ossigeno. Ogni forma vivente necessità di ossigeno. Gli alberi, che pure di ossigeno ne producono a loro volta, non arrivano oltre i 2.000-2200 metri, perché al di sopra di quella quota ve ne è troppo poco. Salendo incontriamo solo erba e cespugli, un tipo di vegetazione chiamato in Sudamerica “paramo” e che da luoghi a spettacolari scenari ad alta quota, fino ai quattromila metri circa. Sopra i quattromila i cespugli si fanno sempre più radi e solo l’erba, fatta di muschi e licheni, riesce blandamente ad attecchire. All’approssimarsi dei 4700-4800metri qualsiasi forma di vegetazione comincia a latitare. Salendo ancora è il deserto: a cinquemila metri di quota non sopravvive un filo d’erba ne null’altro. La superficie è pietrosa e morta, come quella della Luna. Significa che esso è un luogo dove la vita non può esistere. E se non può sopravvivere un filo d’erba, figuriamoci se può farlo un uomo. La circostanza invece pare non preoccupare minimamene la miriade di agenzie turistiche sparse per Cuzco, che propinano a frotte di turisti la escursione giornaliera alle Rainbow Mountain con la massima serenità ed allegria, senza peraltro che le autorità esigano un certificato medico o qualcosa comprovante uno stato di salute, una abitudine a resistere a certe quote. Nulla di nulla: una escursione a 5000 mila metri con un dislivello finale di 500 metri da percorrersi a piedi per una lunghezza di circa 6 km e per una durata di 5-6 ore a quella altitudine folle viene offerta e venduta per una quarantina di dollari come una gita a Disneyland per famigliole o una ascesa in seggiovia alla sagra della castagna di Cetrella. Non che sia io una persona che brilli per scrupolosità e prudenza: ho un carnet di “imprese” folli compiute in viaggio che evito di iniziare a raccontare perché ho la batteria al 30%.. Ma è l’approccio iniziale che è completamente diverso : se compri un escursione per sorvolare in ultraleggero le cascate Vittoria in Zambia lo metti in conto che puoi pure precipitare, se ti infili in Amazzonia a piedi lo sai che ci puoi pure rimanere secco. Insomma sono cose precluse a chi non ha grosso amore per l’avventura e non ha voglia di correre rischi, persone di una certa età o madri con figli al seguito, per esempio. Alla Rainbow Mountain arriva invece una folla giornaliera di vacanzieri per lo più ignari del rischio, capita di trovarsi a fianco di una bella famigliola di argentini dove ai due ragazzi comincia a sanguinare copiosamente il naso che manco sono scesi dal bus, il cui parcheggio è intorno ai 4500m per un’ascesa finale da farsi a piedi come dicevo. La stessa faciloneria (interessata ovviamente) la incontrai l’anno scorso negli operatori nepalesi che vendevano la escursione al campo base dell’Everest in modo molto easy, dove però ad onore del vero una documentazione medica era richiesta e l’ascesa è graduale perché dura diversi giorni a piedi, che consentono al corpo di acclimatarsi alla rarefazione dell’aria. Nondimeno l’escursione al campo base dell’Everest miete cento morti l’anno, qualcosa mi dice che il numero rischia di essere raggiunto di questo passo dalla gita alla Raimbow Mountain, con ricoveri a decine in una precaria tenda da campo di pronto soccorso posta a fondo valle, a molte ore di cammino dalla cima . Ad ogni modo ora mettiamo via questo pesantume da impiegato del catasto di Düsseldorf e proviamo a raccontare la visita alla montagna che, al netto della perplessità, è bellissima. Si lascia il bus e la civiltà a 6km dalla vetta, al fondo di una valle in quota che altro non è che la morena scavata da un ghiacciaio precipitato a valle. Vive qui una comunità di indios dediti all’allevamento dei cavalli, usati ora per il trasbordo, almeno fino ai piedi del muro finale, dei turisti più affaticati.

Sono bellissimi nei loro costumi variopinti e gli incredibili copricapo, sopratutto quelli femminili, somiglianti a delle orchidee tropicali. Le non troppe volte che mi sono trovato difronte a questi meravigliosi superstiti di un mondo scomparso ho constatato una duplice cosa: vi è sempre come una smorfia di sofferenza ad imprigionarvi il volto, sia per la dura vita cui sono sempre sottoposti o forse anche per la percezione di essere come le lucciole di Pasolini, parte di un mondo destinato a scomparire ed in gran parte già scomparso, travolto da un altro, il nostro che lascia loro solo angusti ed inospitali angoli in mezzo ad una malsana giungla e sul crinale di una gelida montagna. Ancora di loro mi colpisce l’ingenuità estrema, da far quasi rabbia: dopo 500 anni di stermini e persecuzioni, si fidano ancora di noi, si pongono gentili e deferenti, non hanno ancora capito quanto facciamo schifo e che ci prenderemo fino all’ultimo cm di terra e all’ultima goccia d’acqua, se la cosa avrà una qualsiasi convenienza economica. Qui assicurano il loro servizio taxi fino ai piedi della montagna, accompagnando a piedi il cavallo e riuscendo in qualcosa che a noi dell’altro mondo è completamente preclusa: correre. Noi avanziamo a passi di pietra in questa morena che per ora sale dolcemente ed è orlata da un monte a est ove poggia un segmento di ghiacciaio mentre ad ovest sta questa enorme montagna priva di ghiacci e piena di ferro rossastro che più avanti, su un suo lembo, che guarda a Sud, di fronte al maestoso ghiacciaio dell’ Asaungate, darà luogo al famoso gioco cromatico. L’avanzata di questa torna scalcagnata di turisti in questa valle comincia ad assumere i contorni truci della ritirata di Russia del corpo di armata italiano nella seconda guerra mondiale. Instupiditi dalla mancanza di ossigeno, avanziamo come fanti allo sbando nella steppa. Ci hanno pure diviso per reparti con nomignoli stupidì, di cui ora capiamo il motivo: ogni guida da un nome al suo gruppo, da richiamare poi accompagnati da un fischio tipo vacche al pascolo nell’enorme vallata, dove le persone procedono con passo troppo diverso per andare di gruppo. Noi siamo il gruppo “Wi-ki”, che in dialetto quechua dovrebbe significare “amici” e ci disperdiamo molto presto: ci sono due fratelli belgi super allenati che schizzano avanti come scheggie, una coppia di brasiliani che si abbuffa di sti pasticconi alla coca (la pianta molto usata per il mal d’altura), io che faccio una fatica della madonna e ricorro al cavallo degli indios, una russa che si scopre giusto oggi cardiopatica e che si sente male quasi subito , e gli argentini che rinunciano coi figli che sanguinano dal naso. Quando arriviamo all’erta finale, dove bisogna lasciare il cavallo, mi rendo conto che sembriamo degli automi e la scena di quella folla che avanza al ritmo di un passo al minuto comincia ad assumere dei contorni distopici. Una donna spagnola con due occhi sgranati come un pesce di profondità preso all’amo mi afferra il braccio e mi chiede se credo in Dio, la ragazza della coppia brasiliana colta da tachicardia e conseguente isteria confessa al fidanzato qualcosa che deve essere risultato sgradevole perché quello comincia a urlare, o almeno a provare a farlo: l’immagine del voler gridare qualcosa tipo “puttana” e non avere il fiato per farlo credo possa suggerire il testo di una canzone strappacuore a chi ne è capace di scriverne. Alla fine, dopo un’ulteriore scrematura data dall’irreperibile ossigeno, la torma di automi da “dope show” di Marylan Manson raggiunge la vetta, dove si insinua un vento fortissimo e fa davvero freddo. Ma lo spettacolo, per cogliere il quale bisogna inerpicarsi sulle pendici della montagna di fianco, è quello che è Ma subentra adesso in me un’altro motivo di tristezza, quello principale al di là delle difficoltà ad arrivare qui. Questa attrazione turistica fino a pochissimi anni fa non esisteva per niente, figurarsi che sulla mia guida Lonely Planet manco è riportata ed il motivo è presto spiegato: quella montagna multicolore fino a meno di venti anni fa era sepolta sotto un ghiacciaio ed era quindi invisibile all’occhio umano. Questo, come migliaia di ghiacciai nel mondo, si è sciolto ed è scomparso per sempre. L’acqua intrappolata lassù da milioni di anni, da quando si sono innalzate dal mare le Ande, è scappata via. L’effetto cromatico stesso della montagna è una sorta di hard disk di varie epoche geologiche, con i vari strati di depositi di ferro ed un differente livello di ossidazione cui corrisponde una diversa gradazione cromatica. Ora che sono all’aria aperta, si arrugginiranno presto come una bici dimenticata sotto la pioggia, finendo probabilmente per assumere un unico colore rossastro, anzi proprio il colore cd “ruggine” questa incredibile montagna è l’osso monco uscito fuori alla nostra vista da una ferita che abbiamo noi stessi inferto alla Madre Terra, una piaga in cui continuiamo a infilare le dita infette. È stupenda, coi colori dell’arcobaleno che piacciono sempre a tutti grandi e piccini, ma è un arcobaleno triste

El mundo perdido- giorno 14: Perù i come to you

Il cielo terso mi regala la possibilità di un viaggio aereo tra i più belli che ricordi, col jet che sorvola prima la regione dei Llanos colombiani per poi addentrarsi in volo sopra la Amazzonia più piena quello che pare fendere il cielo oltre che la terra, è lui, Sua Maestà il Rio della Amazzoni, che sorvoliamo in una regione che è una sorta di enclave colombiano in territorio brasiliano. La città si chiama Leticia, dista da Bogotà quanto Napoli da Stoccolma e da lì si può arrivare in barca in Brasile o in Perù. Già, il Perù: ho scelto il Perù alla fine, rinunciando proprio a Leticia e l’Amazzonia, ma sono sicuro che la mia scelta verrà ripagata. Il verde bottiglia dell’Amazzonia lascia il posto al beige delle Ande, che deflagrano poi in bianco di ghiacciai eterni, sebbene siamo pressoché all’equatore ed ecco le aspre morene andine, scavate dal ghiaccio e che ci regalano forti turbolenze il pensiero va presto a quella storia incredibile di quell’aereo precipitato sulle Ande con a bordo una squadra di rugby uruguaiana in viaggio verso il Cile. una delle storie più incredibili del secolo scorso: gran parte dei ragazzi riuscì a sopravvivere per settandue giorni, quando ormai le ricerche erano cessate ed erano dati per dispersi. Il coraggio di due di essi, che attraversarono le Ande a piedi, fino a chiamare i soccorsi fornì il buon esito della vicenda, ma per molti giorni i superstiti furono costretti a cibarsi con i corpi dei compagni morti . ma ecco il mare, anzi l’oceano: si tratta del Pacifico, che vedo per la seconda volta . Lima sorge su una sorta di piccolo piano rialzato di poche centinaia di metri rispetto al mare. Il tragitto dall’aeroporto in centro è reso un incubo dal traffico davvero assurdo e fuori controllo di questa città nonché dal solito tassista abusivo arraffone, che prova a farmi una sola con i soles, la valuta locale. Ad ogni modo, dopo tanto troppo traffico, si apre poi una bella piazza, intitolata a Saint Martin da lì si prosegue poi lungo un corso per la piazza più famosa del Perù, Plaza dos Armas. costruita come piazza marziale da Francisco Pizarro, le cui spoglie sono custodite mummificate nella splendida cattedrale alle mie spalle. Capiró poi che tutte le piazze del Perù prendono questo nome e devono la loro edificazione al periodo dell’invasione spagnola. Sulle prime Lima non mi lascia troppo favorevolmente impressionato, troppo affogata nel traffico e nel rumore. Vanta comunque eccellenti ristorante per una cucina, quella peruviana, che sta esplodendo meritatamente nel mondo. Bellissima tuttavia la luce in cui è immersa, una luce diversa, biancastra e accecante Vi tornerò a Lima, alla fine del viaggio, e spero di averne una impressione diversa. Per adesso proseguo verso un posto che si rivela subito magico. ma ne parleremo poi. Si, ho l’impressione di essere arrivato in uno dei posti più belli del mondo

El mundo perdido- giorno 13 : Cocora, una “frattura” surrealista tra le Ande

Una definizione molto semplice di surrealismo ci è offerta da quello che è il suo genio fondatore, Andre Breton, il quale ci dice che è il surrealismo altro non è che la trasposizione di un qualcosa o di un gesto assolutamente comuni in un contesto del tutto inusuale e difficile ad immaginarsi. Ed ecco dunque che il vate del surrealismo su tela, Renè Magritte prende un comune uomo in giacca e un’ ancor più comune mela e li sovrappone, creando un impulso surrealista.

Esistono a mio avviso anche luoghi ammantati di surrealismo: uno di questi mi è sempre apparso la basilica di Santa Maria della Salute a Venezia,

che pare ergersi dalle acque scure e salmastre dei canali come un fossile scolpito su un blocco calcareo. A mio avviso anche la villa Malaparte a Capri crea un certo effetto surrealista

anche se il criterio architettonico cui è ispirata, il razionalismo, dovrebbe esserne l’esatto negazione. Nel corso dei miei viaggi un luogo assolutamente pregno di surrealismo, ai confini dell’assurdo e del paradosso, lo incontrai in Namibia. Immaginatevi il deserto del Namib, il secondo più arido al mondo (il primo non è il Sahara ma sta in Antartide) e quello con le dune di sabbia più alte del mondo

il clima è talmente arido che le dune arrivano fino al mare, dove giacciono a decine di relitti affondati tanto da dare al posto il nome sinistro di costa degli scheletrì. Bene, qui dopo ore di deserto sormontati da dune vidi apparire, avvolta nelle nebbie, una città in perfetto stile tedesco, con in balconi in legno lavorato e la popolazione tedesca vestita col costume tipico bavarese, quello da Oktoberfest per capirci . Quel posto si chiama Swakmund un miraggio surrealista per davvero ! Ma veniamo ai “tempi nostri “: siamo sulle Ande, montagne altissime, capaci di toccare altitudini impensabili in Europa, con tante cime sopra i 6000 metri. La vegetazione non può che essere brulla a quelle quote ed infatti gli alberi cedono il passo al “paramo”, l’endemico ecosistema andino di giunchi e piante grasse ve le immaginereste mai qui su degli alberi che assocereste immediatamente a delle spiagge assolate come le palme? No, sicuramente. Invece qui nella valle del Cocora,’ce ne sono di altissime, le più alte del mondo si chiamano “palme della cera”, nome scientifico Ceroxylon quinduense, e sono le più alte del mondo, arrivando a misurare fino a 61 metri insomma delle palme- Palillo!Il viaggio per arrivarci è sin da subito bellissimo, a bordo di una di queste jeep residuate al secondo conflitto piove che Dio la manda ma fa niente. Siamo ai piedi del Nevado del Ruiz, uno scorbutico vulcano che nel 1989 eruttó, causando lo scioglimento del ghiacciaio e il conseguente fiume di fango, che travolse un villaggio sottostante, quello di Armero. Ricordo ancora perfettamente la terribile vicenda di una bambina incastrata nel fango per giorni, Oymara, cui fece seguito un tragico finale. Pochi anni fa invece un terremoto distrusse la quasi assonnante città di Armenia . Qui la natura sa essere amorevole e violenta , nel suo fratturarsi e ricomporsi . Quando si apre dinanzi a noi la valle, con tutti questi pinnacoli alieni, pare di trovarsi in un film di fantascienza la nebbia che le ammanta è ciò che ne garantisce anche l’esistenza, che si protrae per un bel po. Crescono di circa 50 cm l’anno, il che significa che per arrivare a 60 metri ci mettono 120 anni. Le popolazioni precolombiane ne estraevano una cera dal fusto, oggi sono specie protetta ed è vietato. Per addentrarsi nel parco, è molto pubblicizzata la visita a cavallo: sono indeciso e provo a salire a piedi ma poi il noleggio del quadrupede diviene una scelta obbligata, perché sulla unica via di accesso ad un certo punto si para innanzi un muro di merda equina e fango, che le mie già martoriate espadrillas non possono affrontare. Così mi noleggio per un paio di ore la vecchia Julianaa dispetto dell’aria placida, la vecchia cavalla è piuttosto nervosetta e si piglia questioni con gli altri destrieri, tutti più giovani e aitanti per la verità che incontriamo. la poverina riesce comunque a regalarmi del bellissimo tempo, in questo posto fantastico. La valle del Cocora si mostra come uno scenario tra i più belli che abbia mai visto. Una gemma nascosta, dove conto di tornare. Ma ora è tempo di andare, mi attende un lungo viaggio verso una meta molto lontana, anche essa sicuramente fantastica